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Geopolitica della nota: soft power, trauma acustico e guerra cognitiva

di Anna Calabresi, psicologa psicoterapeuta. Esperta in Psicologia digitale, Scienze criminologiche e Contrasto al terrorismo internazionale

Quando analizziamo le direttrici del potere globale, la nostra attenzione si rivolge quasi istintivamente ai palazzi della politica, agli spiegamenti militari e ai flussi macroeconomici. Esiste tuttavia una sfera dell’influenza strategica più sottile e meno visibile, capace di agire sulla regolazione emotiva, sul sistema nervoso autonomo e sulla disposizione interiore delle collettività: il dominio acustico.

L’apparato uditivo, a differenza di quello visivo, non può essere semplicemente sottratto al mondo esterno attraverso un gesto volontario. Anche quando non ascoltiamo intenzionalmente, restiamo immersi in un ambiente sonoro che ci attraversa, orienta la vigilanza, può modificare il ritmo respiratorio e contribuisce a delineare un orizzonte affettivo. La ricerca sull’esperienza musicale ha mostrato come i suoni organizzati possano indurre risposte emotive attraverso diversi meccanismi: riflessi del tronco encefalico, contagio emotivo, immaginazione visiva, aspettativa musicale, memoria episodica e condizionamento valutativo (Juslin & Västfjäll, 2008).

Dietro la parvenza innocente dell’intrattenimento estetico, il suono opera come uno dei più raffinati strumenti di orientamento delle preferenze comunitarie, collocandosi nel cuore del soft power codificato da Joseph Nye (1990). Questo vettore comunicativo seduce prima di spiegare e genera familiarità psicologica prima di produrre un’adesione razionale. Modellando un paesaggio mentale entro cui un popolo percepisce sé stesso, la musica non impone ordini, ma traduce una matrice culturale in una visione del mondo avvertita come spontanea e desiderabile.

Il suono del “noi”: melodramma, egemonia e mente collettiva

La convergenza tra strutture musicali, senso di appartenenza e proiezione geopolitica non è un fenomeno della contemporaneità digitale. Secoli prima delle moderne strategie di influenza, il teatro lirico italiano ha funzionato come una vera e propria fucina della memoria collettiva, capace di esportare il patrimonio culturale del Paese ben oltre i suoi limiti territoriali.

L’opera ha compreso precocemente che l’egemonia, per sedimentarsi, deve anche farsi suono. Il coro operistico rappresenta in questo senso una figura psichica della coesione del gruppo: dà forma acustica a un “noi”, traducendo sulla scena una mente di gruppo in cui il sentimento del singolo si dissolve nell’affetto comune. È un meccanismo potente, capace di generare solidarietà e riti comuni, ma anche di irrigidirsi in conformismo, pressione sociale e totale abdicazione del pensiero critico individuale.

In Giuseppe Verdi questa dinamica trova il suo paradigma. Il “Va, pensiero” del Nabucco ne è la dimostrazione più nota: è stato spesso letto come una forma sonora di appartenenza collettiva, capace di trasformare perdita e nostalgia in immaginario politico condiviso. Ma è in Aida che questo processo rivela la sua sfaccettatura più interessante. Se la “Marcia trionfale” magnifica il potere faraonico trasformandolo in uno splendore solenne e inevitabile, la sensibilità verdiana lascia emergere i costi psichici latenti del dominio. Dietro la gloria della facciata pubblica coesistono prigionieri, sacrifici e lacerazioni esistenziali.

Nel “Te Deum” della Tosca di Giacomo Puccini, questo chiaroscuro si sposta sul piano religioso: la maestosità della liturgia diventa lo sfondo sonoro entro cui si inscrive la strategia predatoria di Scarpia. La musica si trasforma in uno spazio di ambiguità politica, dove l’elevazione spirituale della massa fa da paravento alla violenza del sopruso sul singolo.

Nella tradizione tedesca, Richard Wagner sposta il baricentro dal coro al tessuto orchestrale attraverso l’impiego sistemico del leitmotiv. Il motivo ricorrente non è un mero espediente formale, bensì una traccia mnestica che orienta associazioni, anticipazioni e riconoscimenti nell’ascoltatore. La percezione viene così guidata all’interno di una narrazione ideologica strutturata attorno a precise tensioni mitologiche e simboliche.

Il suono della Guerra Fredda: jazz, disciplina e desiderio d’Occidente

La forza del melodramma di generare collettività attorno a specifiche visioni del mondo è uscita dai teatri d’opera nel corso del Novecento per integrarsi stabilmente nelle agende di sicurezza e politica estera delle superpotenze. Durante lo scontro bipolare, il palcoscenico è divenuto a tutti gli effetti un’estensione del confronto globale.

Nonostante i contrasti logistici e ideologici con i singoli musicisti – come Duke Ellington e Louis Armstrong –, la jazz diplomacy avviata dal Dipartimento di Stato degli Stati Uniti nel 1956 con Dizzy Gillespie (Castagneto, 2014) si rivelò un’efficace operazione di diplomazia culturale e orientamento simbolico. L’assolo jazzistico si trasformò nella metafora perfetta dell’Occidente: l’espressione di un soggetto libero, in grado di improvvisare dentro una struttura condivisa senza venire assorbito dallo Stato.

A questa flessibilità della narrazione statunitense, l’Unione Sovietica oppose una strategia di prestigio culturale basata sulla monumentalità, sul rigore e sulla superiorità tecnica della musica classica e del balletto del Bol’šoj. L’obiettivo di Mosca era dimostrare l’eccellenza del sistema socialista nel produrre una disciplina collettiva impeccabile, destinata a tradursi in prestigio formale e a contrapporre la solidità della tradizione alla fluidità occidentale.

Un esempio emblematico della capacità del suono di scavalcare i confini fisici e simbolici fu il concerto dei Depeche Mode a Berlino Est nel marzo del 1988. La sensibilità elettronica e malinconica della band britannica generò una perturbazione culturale di natura peculiare: in assenza di proclami ideologici espliciti, quella musica fece percepire la tangibilità di un “altrove” desiderabile. Si tratta di una forma specifica di soft power acustico che potremmo definire “nostalgia anticipata”: la capacità di un suono di agire sull’immaginario evocando come familiare un modello di esistenza non ancora vissuto. Non è la promessa di un manifesto programmatico, ma qualcosa di più sottile e difficile da neutralizzare: l’intima certezza che una vita alternativa appartenga già all’ascoltatore.

Il suono come assedio: droni, trauma acustico e guerra cognitiva

Nelle asimmetrie contemporanee, il dominio acustico esce dalle sale d’opera e dagli spazi della diplomazia culturale per entrare direttamente nelle dinamiche tattiche della guerra cognitiva, fino a configurare una vera e propria militarizzazione del suono. L’impiego massiccio e pervasivo dei sistemi aerei senza pilota nei teatri bellici attuali ha ridefinito in profondità l’orizzonte sensoriale dei combattenti e delle popolazioni civili (Pino & Pettigrew, 2024).

Il ronzio continuo e ad alta frequenza dei droni, storicamente indicato nel conflitto a Gaza con il termine zanzana, compone un paesaggio sonoro permanente, una sorta di assedio acustico in cui il rumore non accompagna soltanto la minaccia, ma diventa esso stesso minaccia (Ahmed & González Paz, 2024). In questo ambiente percettivo alterato, persino l’improvvisa cessazione del suono non coincide con il sollievo. Al contrario, può aprire a un’angoscia più intensa: l’assenza del sibilo elettronico viene interpretata come il segnale che il bersaglio sia stato individuato e che, alla perturbazione acustica, possa seguire di lì a poco l’impatto missilistico.

L’esposizione prolungata a questa minaccia sonora agisce allora come un innesco psicologico profondo. Riattiva forme latenti di ansia anticipatoria, che richiamano lo shell shock della Prima guerra mondiale, e alimenta stati di ipervigilanza cronica, fino a incidere anche sul piano biologico. È il caso di una sorta di alert sleep (Ahmed & González Paz, 2024): un sonno vigile e abitato dalla paura. Dal punto di vista clinico, ciò riflette uno stato di iperattivazione cronica in cui il sistema nervoso resta in sorveglianza, faticando ad accedere alle fasi più profonde e realmente riparative del riposo (Pace-Schott et al., 2015).

Nell’epoca dei conflitti digitali, questa dimensione acustica non resta confinata al campo di battaglia, ma viene scomposta, rilanciata e amplificata dai social network. Come suggerisce il caso ucraino, analizzato attraverso dataset di contenuti TikTok, la rappresentazione della guerra può essere rapidamente riconfigurata in formati brevi, emotivamente densi e facilmente condivisibili (Steel et al., 2023).

I video ripresi dalla visuale soggettiva dei droni, così come quelli dei grandi esacotteri notturni, vengono montati e diffusi online con colonne sonore cupe e minacciose. Non documentano soltanto la guerra: ne amplificano l’effetto psicologico. La loro circolazione porta la minaccia oltre la linea del fronte, alimentando la percezione che anche le retrovie siano esposte e che nessun riparo sia davvero sicuro.

Il digitale si appropria così del suono della guerra e lo trasforma in uno strumento di condizionamento diffuso. L’orrore acustico non resta più confinato al luogo dell’evento, ma diventa un ambiente virtuale e pervasivo, capace di attraversare lo schermo e raggiungere anche chi osserva da lontano.

L’ecosistema digitale come cassa di risonanza: K-pop, canzoni di rivolta e nasheed jihadisti

Il medesimo ecosistema digitale che amplifica e diffonde il trauma acustico della guerra non è però uno spazio monofunzionale. Accanto alle colonne sonore della violenza circolano flussi sonori di tutt’altra natura, ugualmente capaci di attraversare confini, plasmare identità e mobilitare collettività. La differenza non è nel mezzo, ma nell’intenzione e nell’effetto.

Un uso diverso di questa forza si ritrova nella Hallyu, l’onda culturale coreana, e nel K-pop, sostenuti dal governo di Seul come strumenti di diplomazia pubblica e soft power. Attraverso YouTube, X e TikTok, il K-pop ha costruito una connettività globale fondata sui fandom, capace di incidere sull’immaginario giovanile in Occidente e nei mercati emergenti (Zulkifli, 2025). Questa partecipazione diffusa mostra però che lo stesso ambiente digitale può veicolare emozioni molto diverse.

Nel settembre 2022, il brano Baraye del musicista Shervin Hajipour si è diffuso rapidamente nell’ecosistema digitale iraniano. Costruita a partire dai tweet dei cittadini che protestavano dopo la morte della giovane curda Jina Mahsa Amini, la canzone è diventata in quarantotto ore un inno transnazionale delle proteste. Ha mostrato così come testo, memoria personale e ambiente digitale possano raccogliere rivendicazioni diverse – dalla repressione religiosa alle crisi ecologiche ed economiche – in un oggetto sonoro capace di aggirare la censura di Stato e alimentare la memoria collettiva anche dopo l’arresto dell’autore (Olszewska, 2022).

La capacità del suono di coinvolgere emotivamente l’ascoltatore e di attenuarne la distanza critica trova una delle sue espressioni più estreme nell’uso dei nasheed da parte dello Stato Islamico: inni religiosi a cappella trasformati in strumenti di mobilitazione ideologica. A differenza della propaganda visiva o testuale, i nasheed non cercano di convincere attraverso l’argomentazione, ma agiscono per via ritmica, ripetitiva e mnestica. La guerra, la brutalità, il riscatto dall’umiliazione e la promessa di una gloria terrena e ultraterrena ne costituiscono i nuclei tematici ricorrenti. La loro forza risiede anche nella forma: le strutture ritmiche della poesia araba tradizionale e l’uso della monorima favoriscono la memorizzazione e l’interiorizzazione del messaggio. Attraverso immagini potenti – il sangue, i leoni, il martirio – il nasheed non si limita a comunicare un’idea ma interviene sulla dimensione identitaria profonda dell’ascoltatore. La rete, in questo quadro, non si limita a distribuire contenuti. Diventa una cassa di risonanza psicologica, nella quale il suono, inserito nel flusso multimediale digitale, sostiene una mobilitazione emotiva e ideologica diffusa, decentralizzata e globale (Gråtrud, 2016).

Pur nella loro radicale eterogeneità, K-pop, Baraye e nasheed jihadisti condividono un medesimo meccanismo di fondo: il suono non veicola un contenuto ideologico solo attraverso la persuasione razionale, ma costruisce un ambiente emotivo nel quale una determinata visione del mondo può apparire naturale, desiderabile o necessaria. La trasparenza del processo e la sua direzione etica cambiano profondamente da caso a caso; la struttura psicologica sottostante, tuttavia, rimane riconoscibile.

In ultima analisi, si ritorna alla logica del “Te Deum” di Tosca: il suono non accompagna semplicemente il potere. Lo mette in scena, lo sacralizza e lo rende emotivamente familiare.

Conclusioni

Il punto di caduta decisivo nell’analisi del potere sonoro risiede proprio in questa modificazione preventiva della disposizione affettiva dell’individuo affinché quella specifica conclusione appaia, in un secondo momento, del tutto naturale. Ciò che viene assimilato tramite il canale sensoriale ed emotivo tende a essere interiorizzato, memorizzato e difeso con maggiore vigore.

Eppure il dominio acustico non è esclusivo appannaggio di chi detiene il potere. Nei contesti attraversati dalla guerra, dal trauma collettivo e dalla frammentazione dell’esperienza, cantare, suonare o riconoscersi in una traccia condivisa può diventare un gesto minimo ma decisivo di resistenza alla disgregazione. Questa funzione controegemonica del suono rivela l’ambivalenza profonda del dominio acustico. Lo stesso mezzo impiegato per radicalizzare, anestetizzare o manipolare può diventare, nelle mani di chi resiste, una trama attraverso cui una comunità ferita continua a riconoscersi e a immaginare sopravvivenza.

La linea di demarcazione tra la diplomazia culturale legittima e la manipolazione percettiva risiede nel grado di trasparenza, nell’intenzionalità dell’attore e nello spazio di dissenso e riflessione critica concesso all’ascoltatore.

L’opera lirica ha codificato e reso visibile questa intrinseca ambivalenza prima di ogni altro medium. Una medesima partitura possiede la facoltà di unire ed elevare le coscienze, ma può parimenti esasperare il nazionalismo escludente, anestetizzare la distanza critica del pubblico e rendere esteticamente affascinante ciò che sul piano della realtà oggettiva risulterebbe intollerabile.

Riferimenti bibliografici

Ahmed, K., & González Paz, A. L. (2024, October 17). I hate the night: Life in Gaza amid the incessant sounds of war. The Guardian.

Castagneto, P. (2014). Ambassador Dizzy: Jazz diplomacy in the Cold War era. AMERICANA: E-Journal of American Studies in Hungary, 10. https://americanaejournal.hu/index.php/americanaejournal/article/view/45154.

Gråtrud, H. (2016). Islamic State nasheeds as messaging tools. Studies in Conflict & Terrorism, 39(12), 1050–1070. https://doi.org/10.1080/1057610X.2016.1159429

Juslin, P. N., & Västfjäll, D. (2008). Emotional responses to music: The need to consider underlying mechanisms. Behavioral and Brain Sciences, 31(5), 559–575. https://doi.org/10.1017/S0140525X08005293

Nye, J. S. (1990). Soft power. Foreign Policy, 80, 153–171. https://doi.org/10.2307/1148580

Olszewska, Z. (2022). An anthem from the Iranian protests. Middle East Research and Information Project. https://www.merip.org/2022/10/an-anthem-from-the-iranian-protests/

Pace-Schott, E. F., Germain, A., & Milad, M.R. (2015). Sleep and REM sleep disturbance in the pathophysiology of PTSD: the role of extinction memory. Biology of Mood & Anxiety Disorders, 5(1),3. http://dx.doi.org/10.1186/s13587-015-0018-9

Pino, A., & Pettigrew, S. (2024). Drones having psychological impact on soldiers. Red Diamond,  U.S. Army Training and Doctrine Command, G-2.

Steel, B., Parker, S., & Ruths, D. (2023). The invasion of Ukraine viewed through TikTok: A dataset. Research Square. https://doi.org/10.21203/rs.3.rs-3374063/v1

Zulkifli, N. (2025). K-Pop as a Diplomatic Tool in the Creation of Global Connectivity. American Research Journal of Humanities & Social Science, 8(6), 107–113.




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