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NEW YORK COME LABORATORIO DELLA NUOVA SINISTRA AMERICANA

LA GEN Z TRA DOMANDA DI EQUITÀ E CONTI CHE NON TORNANO

di Melissa de Teffé, da Washington, DC – Giornalista con Master in Diplomazia presso l’ISPI, accreditata per START InSight presso il Dipartimento di Stato (USA)

Nel golfo che separa europei e americani, e che è la causa prima di infinite incomprensioni reciproche, matura da qualche anno un’esigenza che sembrava sepolta per sempre: nelle generazioni più giovani degli Stati Uniti riaffiora il desiderio di guardare al socialismo come alla risposta più corretta per debellare i problemi della vita quotidiana. Non è un vezzo da campus, è diventato un voto legittimo. Martedì 23 giugno a New York, gli elettori della Generazione Z e dei Millennial si sono presentati ai seggi in numeri sorprendenti e hanno consegnato tre seggi congressuali all’ala più radicale del Partito Democratico, spazzando via l’establishment di Washington. Dietro questo voto, c’è una storia, lunga un secolo, e una parola che gli americani non hanno mai smesso di intendere interpretandola alla lettera: “Socialismo”.

Tra Ottocento e Novecento il socialismo americano vive una traiettoria unica, segnata da brevi momenti di crescita e da repressioni sistemiche che ne impediscono la radicalizzazione. Movimenti come il Socialist Party of America, guidato da figure iconiche come Eugene Debs, ottengono un discreto successo elettorale a livello locale e presidenziale nei primi del Novecento, promuovendo riforme del lavoro e il suffragio femminile. Quello slancio viene però stroncato dalle ondate di panico anticomunista note come Red Scare, dal clima patriottico delle due guerre mondiali e dalla successiva Guerra Fredda: eventi che associano stabilmente, nell’immaginario collettivo, qualsiasi forma di collettivismo a una minaccia esistenziale per la sicurezza e l’identità nazionale.

Perché, allora, quella parola torna oggi a mobilitare i più giovani? La risposta sta in un lento slittamento semantico. Quando un americano di vent’anni dice “socialismo”, quasi mai intende la nazionalizzazione dell’industria o la pianificazione centralizzata. Se nel 1949 la definizione più comune del termine, secondo Gallup, era “proprietà o controllo statale” (34%), nel 2018 quella quota era scesa al 17%, mentre la definizione più diffusa era diventata “uguaglianza“. È la differenza tra Marx e Bernie Sanders. E i numeri della conversione generazionale sono imponenti: un sondaggio Cato Institute/YouGov del marzo 2025 rileva che il 62% degli americani tra i 18 e i 29 anni dichiara una “visione favorevole” del socialismo, contro il 43% della popolazione totale. Già una rilevazione Pew del 2022 registrava che i 18-29enni erano l’unica fascia d’età in cui il socialismo (44%) superava il capitalismo (40%), mentre la quota di giovani con un giudizio positivo sul capitalismo, secondo Gallup, era crollata da circa due terzi nel 2010 a poco meno della metà a fine decennio.

Sotto la spinta di questi dati c’è un vissuto, non un manuale. Lo Harvard Youth Poll della primavera 2025 fotografa che solo il 15% dei giovani ritiene che il Paese stia andando “nella direzione giusta”: una generazione cresciuta tra la crisi del 2008, l’emergenza climatica, gli affitti fuori scala e un mercato del lavoro instabile traduce quel disagio in richiesta di equità. Come argomenta Samuel Abrams dell’American Enterprise Institute, quando i giovani americani dicono di sostenere il “socialismo” raramente auspicano la fine del mercato: chiedono più equità, protezioni sociali più solide e responsabilità delle istituzioni, e in concreto favoriscono sanità universale, investimenti sul clima, case accessibili e alleggerimento del debito.

È in questo spazio che opera l’attivismo militante. I Democratic Socialists of America definiscono la propria missione come il tentativo di democratizzare l’economia e garantire i diritti fondamentali; l’organizzazione dichiara di rifiutare i modelli totalitari e centralizzati, concentrando gli sforzi sulla tutela dei lavoratori e sulla sottrazione di beni primari, come l’energia e la casa, alle sole logiche del profitto. A differenza dei partiti della sinistra europea, questa forza opera come corrente di pressione interna al Partito Democratico, cercando di orientarne l’agenda attraverso l’elezione di propri rappresentanti a livello locale e federale.

Sul fronte opposto, i think tank di area conservatrice e libertaria come la Heritage Foundation e il Cato Institute conducono una ferma opposizione ideologica in difesa del libero mercato. I loro analisti sostengono che le politiche di stampo socialista violino i valori costituzionali fondanti della nazione, storicamente basati sull’individualismo e sui diritti di proprietà; l’espansione dello Stato sociale, in questa prospettiva, non solo mina la libertà personale e la responsabilità individuale, ma rischia di frenare l’innovazione e di gravare in modo insostenibile sulle finanze pubbliche.

Perché, allora, l’America non ha mai avuto un grande partito socialista di massa? L’analisi strutturale dello storico Eric Foner lo attribuisce alle barriere istituzionali e sociali proprie del sistema. Il meccanismo elettorale maggioritario a turno unico ha storicamente soffocato la crescita di formazioni terze, costringendo i movimenti progressisti ad essere assorbiti dalle coalizioni dei due schieramenti principali, come avvenne con il New Deal. A questo ostacolo si sono aggiunte le profonde divisioni razziali, etniche e linguistiche all’interno della forza lavoro immigrata, che hanno frammentato sul nascere la coscienza di classe in un mercato che, rispetto all’Europa dell’epoca, offriva comunque standard di vita e salari reali mediamente più elevati.

Nella New York di oggi vediamo cosa accade quando quelle barriere si abbassano. Il sindaco Zohran Mamdani, iscritto ai DSA, (Democrat Socialist of America) non è più un teorico: nei sondaggi pre-elettorali aveva conquistato l’elettorato della Gen Z con uno scarto di 57 punti. È lui il mentore dell’armata che ora punta su Washington.

LE PRIMARIE CHE VALGONO UN’ELEZIONE

Vincere le primarie del Partito Democratico a New York City equivale, di fatto, ad essere eletti al Congresso a novembre. I distretti della metropoli sono talmente sbilanciati a sinistra che il voto vero si è consumato martedì scorso, lasciando le elezioni generali come una pura formalità. A trionfare è stato il “trio radicale” sostenuto da Mamdani: i tre candidati da lui appoggiati hanno vinto le rispettive primarie, con l’Associated Press a dichiararli vincitori nella nottata. Analizzandoli da vicino si capiscono molte cose, a cominciare da un cambio generazionale più che dovuto.

Brad Lander (10° Distretto – Manhattan/Brooklyn). Lander non è un attivista alle prime armi, ma un politico scafato che conosce a fondo i meccanismi di potere di New York, avendo ricoperto il ruolo di Comptroller, il controllore finanziario della metropoli. Ex Comptroller cittadino, si è aggiudicato la candidatura democratica nel 10° Distretto, scalzando il deputato uscente Dan Goldman, erede di un patrimonio e volto della linea moderata e pro-Israele del partito. Lander, ebreo, ha saputo intercettare il voto dei quartieri più gentrificati e radicali di Manhattan e Brooklyn, trasformando le primarie in un referendum contro l’establishment di Washington. Sul fronte interno propone una tassazione aggressiva sui patrimoni e un intervento della mano pubblica nel mercato immobiliare tramite il blocco coercitivo degli affitti; in politica estera, il suo cavallo di battaglia è il disallineamento dalla linea tradizionale americana, con la promessa di leggi per vincolare duramente gli aiuti militari a Israele e un attacco frontale a lobby storiche come l’AIPAC. Una retorica massimalista che segnala la sua prossimità alle posizioni dei DSA, dove l’ideologia identitaria — buoni contro cattivi — prende il posto della complessa realtà geopolitica ed economica.

Darializa Avila Chevalier (13° Distretto – Harlem, Washington Heights, Bronx). Trentadue anni, è l’autrice del ribaltone più clamoroso di queste primarie. Politica esordiente, ha superato di circa duemila voti Adriano Espaillat, deputato uscente e presidente del Congressional Hispanic Caucus, che ha ammesso la sconfitta poco dopo le 22:30. Cresciuta tra le fila dei DSA, la Chevalier ha capitalizzato il risentimento generazionale delle minoranze e delle comunità immigrate, presentandosi come il volto del cambiamento contro una vecchia guardia accusata di eccessiva vicinanza alla finanza di Wall Street e ai grandi costruttori. Con Espaillat lo scontro si è consumato soprattutto sulla guerra a Gaza, con la sfidante che accusava il candidato uscente, di essere ostaggio dell’AIPAC. La sua piattaforma richiama il dirigismo più rigido: invoca l’intervento coercitivo dello Stato nel mercato immobiliare, con il passaggio di intere aree residenziali a “collettivi pubblici”, e un sistema sanitario interamente statalizzato sul modello Medicare for All, da finanziare con un prelievo mirato sui grandi capitali.

Claire Valdez (7° Distretto – Queens/Brooklyn). Deputata all’Assemblea statale, ha conquistato la nomination nel 7° Distretto — un seggio lasciato libero dalla deputata uscente Nydia Velázquez — battendo il presidente del distretto di Brooklyn Antonio Reynoso e altri sfidanti. Organizzatrice sindacale di professione e militante di punta dei DSA, Valdez ha capitalizzato il voto dei lavoratori precari e dei giovani attivisti del clima, presentandosi come paladina di uno scontro frontale con il sistema corporativo americano. Ha chiuso il discorso della vittoria con lo slogan “Solidarietà, abolire l’ICE, Palestina libera, organizza il tuo sindacato, iscriviti ai DSA”. Il suo cavallo di battaglia è una versione ultra-radicale del Green New Deal: non incentivi alle rinnovabili, ma una riconversione ecologica totale di New York pianificata dallo Stato, con posti di lavoro “verdi” creati per decreto e vincoli ambientali stringenti alle imprese.

IL BLOCCO DEGLI AFFITTI E LA FUGA DEI CAPITALI

Il trio e il loro mentore invocano il blocco coercitivo dei canoni come panacea contro il caro-vita. La ricerca economica statunitense dimostra l’esatto contrario. In una vasta meta-analisi sul controllo dei prezzi, il Cato Institute mostra come il blocco degli affitti riduca drasticamente l’offerta di alloggi: bloccati i prezzi, i costruttori smettono di investire e la qualità del patrimonio crolla. L’American Enterprise Institute rincara la dose, dimostrando che il controllo dei canoni spinge i proprietari a convertire gli appartamenti in alloggi di lusso o in immobili in vendita, riducendo l’offerta per le fasce deboli e aumentando, paradossalmente, il rischio di senzatetto. Il Manhattan Institute liquida la misura come la politica abitativa “più miope che esista”, rilevando come la letteratura economica sia pressoché unanime.

Lo slogan del “tassare i super-ricchi” si scontra a sua volta con le leggi della mobilità dei capitali in un sistema federale. I dati sulle dichiarazioni dei redditi, analizzati dal Wall Street Journal, mostrano una tendenza inconfutabile: quando la pressione fiscale statale diventa punitiva, i grandi patrimoni e i fondi d’investimento votano con i piedi, trasferendo sedi legali in Stati fiscalmente attrattivi come Florida e Texas. Il rapporto annuale Rich States, Poor States documenta empiricamente la correlazione tra carico fiscale elevato, contrazione degli investimenti privati e crescita salariale più lenta.

IL PARADOSSO DEL “VOLO DI STATO”

Non paga di voler pianificare mercato immobiliare ed energia, è proprio Claire Valdez ad aver spinto l’acceleratore ideologico più a fondo. In un podcast del 1° maggio — clip riemersa dopo la vittoria — ha definito una sua “hot take” l’abolizione del programma TSA PreCheck, la corsia prioritaria a pagamento negli aeroporti, e la nazionalizzazione dell’intera industria aerea americana, motivandola con profitti, sovrapprezzi e tutele deboli per i passeggeri. Secondo la visione dei DSA, il trasporto aereo non dovrebbe rispondere a logiche di profitto ma essere gestito come un servizio pubblico universale.

La proposta si scontra con una realtà economica insostenibile. David J. Bier del Cato Institute ha osservato che nazionalizzare un’industria significa affidarla all’amministrazione in carica: “If we nationalize industries, it means putting Donald Trump in charge of those industries” (se nazionalizziamo le industrie, significa metterle nelle mani di Donald Trump). Rilevare i colossi dei cieli caricherebbe lo Stato di un settore ad altissimo rischio finanziario — la sola capitalizzazione di Delta e United supera i 100 miliardi di dollari — mentre eliminare la concorrenza finirebbe per burocratizzare gli scali e allungare le code. Va detto, per correttezza, che la piattaforma ufficiale di Valdez sui trasporti non contempla né l’abolizione del PreCheck né la nazionalizzazione: parla di spostare fondi federali dalle strade al trasporto pubblico, alla mobilità pedonale e ciclabile.

DAI PADRI FONDATORI A JFK: LA LEZIONE DIMENTICATA DAI DON CHISCIOTTE DI NEW YORK

La storia degli Stati Uniti dimostra che, dai Padri Fondatori fino alla Nuova Frontiera di John F. Kennedy, la ricerca del benessere collettivo è sempre passata attraverso il pragmatismo, l’espansione delle opportunità e la tutela della libertà economica. Perfino nei momenti di massima riforma sociale, i grandi leader americani hanno cercato soluzioni capaci di far prosperare la maggioranza senza soffocare lo spirito d’impresa. Questi tre moderni Don Chisciotte della sinistra newyorkese sembrano invece aver dimenticato che per governare la complessità non bastano gli slogan: servono la storia, l’economia e la fiscalità reale. Vale la pena rileggere John Locke, che ricordava come “the end of law is not to abolish or restrain, but to preserve and enlarge freedom” (il fine della legge non è abolire o limitare la libertà, ma preservarla e ampliarla), aggiungendo che nessun uomo è libero se lo Stato gli sottrae il diritto di godere dei frutti del proprio lavoro.

E qui si chiude il cerchio con cui questa storia si è aperta. La stessa Generazione Z che riempie i comizi di Mamdani, che nei sondaggi preferisce il socialismo al capitalismo, quasi mai sa dire cosa quella parola abbia significato per chi l’ha vissuta.

Nessuno, ad essere onesti, discute il fine. Che ognuno abbia una casa dignitosa, un lavoro, la possibilità di sedersi a tavola senza far di conto, è un desiderio che attraversa destra e sinistra, e che nessuna statistica potrà mai far apparire ingenua. La domanda che questa generazione lascia aperta non riguarda il fine, ma i mezzi, e la lucidità con cui li sceglie. Quando Gallup chiede agli americani cosa intendano per “socialismo”, la risposta più diffusa non è più “proprietà o controllo statale”, come nel 1949, ma “uguaglianza”: segno che la parola, per chi ha votato il trio di New York, evoca un sentimento di equità più che un programma economico. È esattamente lì che si misura la distanza tra l’aspirazione e la sua applicazione. Provate a chiedere agli stessi elettori che invocano la redistribuzione dei grandi patrimoni se sarebbero disposti a cedere (per fargli “sentire” le loro scelte) mezzo punto della propria media universitaria — sudata, tolta al sonno e alle serate mancate — a un compagno che ne ha meno. La risposta, quasi sempre, è un NO istintivo, perché quel voto hanno guadagnato. È lo stesso no del contribuente davanti alla wealth tax, ed è il punto cieco di un’idea generosa: l’equità che si pretende per la società cessa di apparire equa nell’istante preciso in cui tocca ciò che si ritiene meritato. Se questo scarto sia soltanto un’ingenuità dell’età, o il sintomo di un’incapacità più profonda di collegare lo slogan alle sue conseguenze, è la domanda con cui li lasciamo alle urne.




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