La guerra cognitiva: trauma, manipolazione e radicalizzazione nell’epoca dell’incertezza
di Anna Calabresi, psicologa psicoterapeuta. Esperta in Psicologia digitale, Scienze criminologiche e Contrasto al terrorismo internazionale.
Nell’epoca attuale, il conflitto non si limita ai campi di battaglia fisici, ma si insinua nei modi in cui percepiamo, interpretiamo e ricordiamo. Non colpisce solo i corpi, ma agisce sulle menti, distorcendo significati, rafforzando paure e seminando sfiducia. E trova forza proprio nelle ferite aperte. Perché quando il dolore collettivo non viene riconosciuto ed elaborato, può essere manipolato, diventando una lente deformante per leggere il presente e un terreno fertile per la radicalizzazione.
In questo paesaggio, la guerra cognitiva, il trauma collettivo e la radicalizzazione non sono realtà distinte, ma intrecci di un medesimo processo psico-sociale. Si alimentano a vicenda e si rafforzano in una spirale che attraversa individui e società, storia e memoria. Comprenderli nella loro interdipendenza è una necessità urgente per leggere lucidamente i contesti di crisi, ma anche per immaginare risposte nuove, capaci di prevenire fratture e di generare riparazione.
Capire questi meccanismi richiede uno sguardo capace di integrare psicologia, cultura e politica. Solo così potremo davvero difendere la nostra capacità di pensare e di scegliere.
Pensare sotto assedio: tra algoritmi, emozioni e propaganda
Non tutte le guerre si dichiarano con il boato di missili o il dispiegamento di truppe. Alcune si insinuano silenziosamente nella quotidianità, mascherate da informazione, intrattenimento e condivisione. Sono guerre che si combattono nei nostri dispositivi, nelle sinapsi e sul piano delle emozioni. La guerra cognitiva è la nuova frontiera del conflitto: non mira a distruggere corpi o infrastrutture, ma a occupare la mente e a manipolare il senso stesso del reale. Una guerra che non bombarda, ma polarizza e separa, che colpisce la nostra capacità di fidarci, di interpretare e di sentire il mondo come condiviso.
L’obiettivo della guerra cognitiva è disorientare, farci dubitare di ciò che vediamo, sentiamo e ricordiamo. È una strategia sottile e pervasiva che sfrutta le crepe emotive, i bias cognitivi, le fragilità individuali e collettive. Una nuova forma di assedio che passa attraverso big data, algoritmi predittivi, intelligenze artificiali e operazioni psicologiche mirate. E le democrazie, che si fondano su pluralismo, fiducia e senso critico, sono le più vulnerabili. Non perché più deboli, ma perché più aperte (NATO Review, 2021).
Nel teatro contemporaneo dell’informazione, media e social network sono attori protagonisti di una battaglia per l’influenza delle coscienze. Le emozioni, come indignazione, paura, e rabbia, diventano strumenti di manovra, leve invisibili con cui orientare scelte, plasmare opinioni e disinnescare il pensiero critico. Perché non è l’argomentazione razionale a muovere l’agire umano, ma la scossa emotiva. È l’emozione che guida la mano a votare, a cliccare “compra ora”, ad abbracciare un’ideologia.
In questo scenario si inserisce un’altra sfida sottile, ma cruciale: il rischio di delegare il pensiero all’intelligenza artificiale, trasformandola da partner cognitivo a sostituto percettivo. Si rischia di disabituare le nuove generazioni alla tolleranza della frustrazione. Quando tutto diventa accessibile, immediato e predittivo, l’attesa diventa insopportabile, il dubbio intollerabile e la complessità superflua. Ma è proprio lì, nel tempo sospeso tra domanda e risposta, che il pensiero umano si forma, si affina e si emancipa.
La nostra suscettibilità alla manipolazione non è un’anomalia, ma dipende dalla struttura stessa della mente. Siamo esseri sociali, programmati per fidarci. La fiducia nell’altro è stata, nel corso dell’evoluzione, un vantaggio. Ma è proprio questa apertura che può renderci vulnerabili all’inganno. Inoltre, il nostro pensiero non è sempre vigile, spesso si affida a scorciatoie cognitive che semplificano, ma anche deformano la realtà (Haselton, Nettle & Andrews, 2015). Il cervello, per sua natura, tende a risparmiare energia, privilegiando automatismi e risposte immediate. Il pensiero critico, invece, esige tempo, fatica e capacità di tollerare l’ambiguità. E in un’epoca che corre, questo non è ben visto.
In questo contesto, la difesa è per forza di cose anche psicologica e culturale. È urgente coltivare una resilienza cognitiva, quella forma di vigilanza critica che ci permette di non smarrirci nel labirinto di un ecosistema informativo instabile. Significa affinare lo sguardo, imparare a leggere lateralmente, a interrogarci sulla provenienza delle fonti, ma anche a riconoscere i segni sottili della propaganda, che agisce prima di tutto sulle nostre emozioni. Ma anche rinforzare la capacità di tollerare l’ambiguità e riconoscere la manipolazione.
Difendere la mente è oggi un atto politico. Se non possiamo più fidarci nemmeno delle nostre percezioni, allora il nemico non è più fuori, ma dentro, è la nostra stanchezza cognitiva, la nostra fame di certezze, la nostra disattenzione.
E come in ogni guerra, anche qui ciò che è in gioco è l’identità. Non solo individuale, ma collettiva: chi siamo, in cosa crediamo, come possiamo restare umani.
Guerra cognitiva e trauma collettivo: come la sofferenza condivisa diventa leva strategica
Se la guerra cognitiva mira a influenzare percezioni, emozioni e decisioni collettive, il trauma costituisce spesso la breccia attraverso cui questa strategia si insinua. Trauma e manipolazione si rafforzano reciprocamente: le ferite psichiche non elaborate rendono individui e comunità più vulnerabili alla propaganda e alla disinformazione. E queste ultime, a loro volta, si nutrono di ferite aperte per innestare narrazioni distorte.
Il trauma collettivo è memoria di un evento doloroso che si trasmette a livello transgenerazionale e modifica la percezione di sé e dell’altro. Quando una collettività è colpita da eventi come guerre, disastri naturali o pandemie, si spezza il senso stesso dell’esistenza condivisa. In assenza di una corretta elaborazione, il trauma non si dissolve, e può riemergere sotto forma di radicalizzazione, ostilità e violenza.
Autori come Gilad Hirschberger (2018), Vamik D. Volkan (2021) e altri hanno mostrato come il trauma collettivo non sia un semplice dato storico, ma una costruzione culturale che si tramanda. E questo processo riguarda vittime e perpetratori. Nelle comunità vittimizzate, questo può rafforzare la coesione interna, ma anche alimentare chiusure difensive. Nelle società che hanno agito violenza, invece, il trauma si esprime spesso come rimozione o riformulazione della colpa. Hirschberger riprende la celebre “zona grigia” descritta da Primo Levi, quella condizione ambigua dove i confini tra vittime e carnefici si confondono. In questi casi, la memoria può diventare campo di battaglia, alimentando ciò che gli studiosi definiscono “vittimizzazione competitiva”, cioè la tendenza di ogni gruppo a enfatizzare la propria sofferenza come unica o superiore. Ma proprio in questa tensione può aprirsi lo spazio per una rielaborazione più matura, dove il dolore non diventa alibi, ma consapevolezza.
La pandemia da Covid-19 ha inciso nell’inconscio collettivo come una ferita globale che ha oltrepassato confini geografici e culturali, dissolvendo in pochi giorni l’illusione di controllo e continuità che regolava il nostro vivere ordinario. Non è stato solo il contagio biologico a generare angoscia, ma la sospensione forzata del contatto, la perdita di riferimenti affettivi e simbolici. Un trauma diffuso che ha costretto milioni di persone a confrontarsi con l’isolamento, l’incertezza e un senso di vulnerabilità radicale, riattivando fratture profonde o imprimendone di nuove.
Il conflitto israelo-palestinese è un altro esempio paradigmatico. Se da un lato la memoria dell’Olocausto ha generato in Israele una percezione di vulnerabilità cronica, dall’altro, la lunga esperienza di occupazione e violenza, ha impresso nel popolo palestinese una ferita identitaria altrettanto profonda. Due traumi che si specchiano e si alimentano, rendendo la riconciliazione particolarmente difficile. In questo contesto, il trauma non solo divide, ma può essere usato per giustificare nuove forme di oppressione o di resistenza armata.
Il trauma, infatti, non si esaurisce nell’evento che lo ha generato. Come mostrano Van der Kolk (2021) e altri studiosi, ciò che ferisce davvero è la mancanza di contenimento e di elaborazione. Le risposte di emergenza – ipervigilanza, chiusura, aggressività – che inizialmente proteggono, se cronicizzate diventano disfunzionali. E l’esposizione prolungata alla sofferenza, anche solo mediatica, amplifica l’impatto psicologico, soprattutto tra bambini, anziani e soggetti vulnerabili.
Tuttavia, la psiche possiede risorse notevoli. La resilienza è una possibilità che si costruisce attraverso relazioni sicure, senso di agency, fiducia collettiva. È una forza che nasce anche dalla memoria condivisa, quando questa non paralizza ma orienta, non isola ma connette. E affinché il trauma collettivo possa trasformarsi in risorsa, serve un lavoro culturale e simbolico profondo. Non basta “superare” il passato, ma occorre dargli forma e significato attraverso processi di verità e riconciliazione, pratiche artistiche, percorsi clinici e pedagogici. Ogni gesto che consente di dire il dolore senza farsene dominare è un gesto trasformativo.
Elaborare un trauma collettivo significa, in definitiva, riscrivere la storia da dentro. Non per negare ciò che è stato, ma per restituirgli senso. Per passare dal subire il passato al costruire, insieme, una nuova possibilità di futuro.
Trauma collettivo e radicalizzazione: quando la frattura diventa identità
La radicalizzazione è il punto di intersezione tra il trauma collettivo e la guerra cognitiva, tra ferite non elaborate e manipolazioni strategiche. Non è soltanto un’adesione ideologica, ma una risposta psichica a un mondo percepito come caotico, ingiusto e umiliante. È un sintomo, prima che un progetto, che chiede contenimento e riconoscimento.
Spesso, chi si radicalizza è una persona già ferita in cerca di rifugio. Un’identità frammentata che trova nell’estremismo una forma di coerenza. Secondo le teorie più recenti, il percorso verso la radicalizzazione è suddivisibile in tappe progressive: la percezione di un’ingiustizia, l’esperienza di frustrazione che ne consegue, l’identificazione di un colpevole e infine la sua demonizzazione. Il trauma agisce in ciascuna di queste fasi conferendo un senso al caos fino a trasformare la sofferenza in missione.
Aderire a un gruppo radicale può rappresentare un tentativo di restituire senso al proprio vissuto. Per molti giovani in bilico tra culture non integrate, tra origini negate e presente precario, l’estremismo diventa una bussola. A tutto questo si sommano le dinamiche di gruppo, che intensificano e cementano l’adesione (Meneguz, 2005). Meccanismi psicologici noti, dalla dissonanza cognitiva al disimpegno morale, dal pensiero di gruppo alla de-individuazione, costruiscono ambienti chiusi dove la violenza viene normalizzata, l’empatia disattivata e l’identità irrigidita. L’altro diventa solo ostacolo, nemico e bersaglio.
In questa cornice, la propaganda estremista agisce come una sofisticata operazione simbolica. Immagini potenti e linguaggi emotivi vengono mobilitati per sedurre e trasformare il dolore in appartenenza. E laddove la sofferenza è rimasta senza nome, quella promessa identitaria può apparire irresistibile.
La radicalizzazione, allora, non è solo una questione ideologica o politica, è anche e soprattutto una risposta traumatica. Un modo distorto per dare forma e direzione a una ferita collettiva che non ha trovato contenimento. Per questo ogni intervento serio non può limitarsi al controllo o alla repressione, ma serve un lavoro profondo, clinico e culturale, che sappia offrire spazi di ascolto, narrazioni alternative e riconoscimenti autentici.
Solo così si può disinnescare il meccanismo che trasforma la ferita in ideologia e restituire alla memoria il suo compito più nobile: quello di orientare, non di incatenare.
Conclusioni: una risposta integrata per un rischio sistemico
Guerra cognitiva, trauma collettivo e radicalizzazione non sono solo sintomi di un’epoca ferita, ma anche lenti attraverso cui leggere le crepe del nostro tempo. Parlano di un presente in affanno, che cerca risposte mentre vacilla nei suoi riferimenti. Per questo non bastano soluzioni settoriali, né approcci isolati. Occorre una prospettiva integrata che attraversi i confini tra clinica, educazione, media e geopolitica. Difendere la mente, oggi, significa riconoscere la fragilità del pensiero, la potenza del dolore e il bisogno profondo di significato.
Non si cura il trauma collettivo con il silenzio, e non si disinnesca la radicalizzazione solo con misure repressive. Servono altri strumenti, cioè ascolto autentico, sguardo complesso, coraggio politico. Ma soprattutto, serve una volontà profonda di custodire ciò che ci rende pienamente umani: la capacità di pensare con profondità, di sentire con empatia e di trasformare il dolore in visione.
Questa volontà deve diventare cultura condivisa e impegno collettivo. A livello educativo, ciò implica introdurre programmi di alfabetizzazione mediatica e digitale nelle scuole, per coltivare resilienza cognitiva. A livello clinico e sociale, significa promuovere modelli di elaborazione del trauma collettivo su larga scala capaci di offrire senso e dignità all’esperienza traumatica, come memoriali, commissioni di verità e riconciliazione, progetti artistici comunitari, approcci terapeutici per il trattamento del trauma. È significativa in tal senso una ricerca di Lehnung et al. (2020) che ha testato un progetto EMDR con sopravvissuti yazidi in Iraq, dimostrando l’efficacia di protocolli culturalmente adattati. A livello tecnologico e politico, infine, urge una regolamentazione etica degli algoritmi che governano i social media e le intelligenze artificiali, per mitigarne gli effetti polarizzanti e manipolativi. Ma questa trasformazione richiede anche un gesto silenzioso: che ciascuno, nel proprio quotidiano, ritrovi il coraggio e il tempo di fermarsi a pensare. Perché senza uno sguardo che interroga, il trauma si sedimenta, mentre è proprio nella pausa, nella domanda, che può germogliare una consapevolezza nuova
Non basta sopravvivere alla ferita, occorre trasformarla in possibilità, memoria, responsabilità. E questa trasformazione è, prima di tutto, un atto culturale.