2026: THE STATE OF THE UNION

di Melissa de Teffé da Washington, DC – Giornalista con Master in Diplomazia presso l’ISPI, esperta di politica statunitense, accreditata per START InSight presso il Dipartimento di Stato
Se John F. Kennedy — insieme al suo speechwriter Ted Sorensen — ha rubato la scena a tutti i presidenti che gli sono susseguiti, per aver creato le più belle frasi mai composte nella retorica politico-diplomatica, Donald Trump è impareggiabile per i colpi di scena che, come questo, strappano quantomeno un sorriso.
La sorpresa è stata quella di invitare in galleria come ospiti speciali il team olimpico di hockey, reduce da una storica medaglia d’oro contro l’acerrimo avversario, il Canada. Quale miglior augurio, volutamente apolitico, da regalare al Paese! La celebrazione di una vittoria sportiva: una condivisione tipicamente americana di unità e gioia — soprattutto in un frangente storico particolarmente complesso.
Dall’altra sponda politica invece diversi esponenti democratici hanno scelto di boicottare il discorso presidenziale, in un gesto simbolico che riflette il clima politico particolarmente teso di Washington. Secondo le stime, sono una trentina i rappresentanti che hanno annunciato la loro assenza, preferendo partecipare a eventi alternativi come il “People’s State of the Union” o restando nei propri distretti. Tra i nomi più visibili figurano Chris Murphy, Jeff Merkley, Adam Schiff, e Katherine Clark, (House minority whip) quest’ultima la più alta esponente della leadership democratica a dichiarare apertamente che non avrebbe partecipato. Non si tratta tuttavia di un boicottaggio compatto di partito: molti democratici saranno comunque in aula, scegliendo forme di dissenso più discrete. Fra le critiche silenziose dei democratici presenti in aula, a spiccare è stato il cartellino bianco appuntato sui baveri delle giacche con la scritta “Release the Files”,riferendosi ai documenti di Epstein, che secondo loro mancano di parti pertinenti a Trump direttamente.

I temi affrontati da Trump sono stati molti — e tutt’altro che semplici: inflazione, costi energetici; poi l’immigrazione e il ruolo dell’ICE, il voto. Sullo sfondo, la guerra in Ucraina, il rischio di un’escalation con l’Iran e molti momenti emotivi dove sono stati ricordati oltre che ad eroi e sopravvissuti anche Charlie Kirk con la presenza della vedova.
Ma il momento centrale — e forse il più sorprendente — è arrivato a metà discorso, quando Trump, con una premessa che qui parafraso, ha detto: “Questa è una fantastica occasione per i cittadini americani di vedere cosa votano i loro rappresentanti. Chiedo a chi è d’accordo con me di alzarsi se crede che il primo dovere sia difendere i cittadini americani e non gli immigrati illegali.”
A quel punto, metà dell’aula è rimasta seduta, mentre l’altra metà — presumibilmente repubblicana — si è alzata in piedi ad applaudire. Da lì Trump ha incalzato con la proposta di introdurre l’uso della tessera elettorale per soli cittadini americani e di vietare il voto per posta, se non per pochissime eccezioni. Anche su questo passaggio, i democratici non hanno dato sostegno. Ironia della sorte — come lo stesso Trump ha evidenziato — proprio oggi Mamdani richiede a chi desideri essere assunto temporaneamente per spalare la neve, nel pieno dell’ondata di maltempo, ben due documenti d’identità per lavorare per l’amministrazione cittadina a 19 dollari l’ora. (Nota bene, in America quasi nessuno ha due documenti d’identità, si usa generalmente la patente, non esistendo la carta di identità in generale e pochi hanno il passaporto).
Ma entriamo nel merito del discorso.
ECONOMIA
Sul fronte economico, Trump ha costruito una narrativa fortemente numerica per sostenere la tesi della svolta. Ha rivendicato un’inflazione core scesa all’1,7% negli ultimi mesi del 2025, il prezzo della benzina sotto i 2,30 dollari al gallone nella maggior parte degli Stati — con punte, ha detto, fino a 1,85 dollari in Iowa — e tassi sui mutui ai minimi degli ultimi quattro anni, con un risparmio medio di quasi 5.000 dollari annui per i nuovi contraenti. A rafforzare il quadro, il presidente ha citato 53 nuovi record storici del mercato azionario dall’elezione, sostenendo che pensioni, 401(k) e conti pensionistici degli americani sarebbero “tutti in forte crescita”. Sul piano degli investimenti, Trump ha contrapposto meno di 1.000 miliardi raccolti dall’amministrazione precedente in quattro anni a oltre 18.000 miliardi di impegni annunciati — a suo dire — nei primi dodici mesi del suo mandato.
Parallelamente, il presidente ha intrecciato la lettura economica con una nuova offensiva fiscale e regolatoria. Ha rivendicato tagli alle imposte — incluse “no tasse sulle mance”, “no tasse per gli straordinari” e l’azzeramento delle tasse sulla Social Security per gli anziani — insieme a una sua iniziativa: la possibilità di aprire conti bancari d’investimento per bambini, (trust funds) sostenuti anche da donazioni private come i 6,25 miliardi citati da Michael e Susan Dell. Poi è velocemente scivolato a parlare dei “dannati” dazi che hanno apportato alle casse dello stato centinaia di miliardi di entrate e ha rilanciato la prospettiva, già evocata in passato, che le tariffe possano nel tempo sostituire in parte l’attuale sistema di imposta sul reddito. Il messaggio politico è stato chiaro: meno tasse interne, più entrate dall’estero e un mercato — nelle sue parole — “più forte che mai”.

POLTICA ESTERA
Sul piano internazionale, Trump ha riportato al centro del discorso la linea di massima pressione sull’Iran, riaffermando come “dottrina storica” degli Stati Uniti l’impegno a impedire a Teheran di dotarsi di armi nucleari. Il presidente ha descritto il regime iraniano come il principale sponsor globale del terrorismo, rivendicando l’eliminazione del generale Qassem Soleimani durante il suo primo mandato e sostenendo che, nonostante operazioni recenti — tra cui quella che ha definito “Midnight Hammer” — l’Iran starebbe nuovamente tentando di ricostruire il proprio programma nucleare e missilistico. Pur dichiarando di preferire una soluzione diplomatica, Trump ha scandito con fermezza la linea rossa americana: Washington, ha detto, non permetterà mai a Teheran di ottenere l’arma atomica. Grazie alla minaccia di un intervento militare statunitense ha contribuito a fermare ulteriori esecuzioni in Iran, affermando che Washington è intervenuta “con la minaccia di una seria forza” per impedire che venissero impiccati altri manifestanti, in un contesto in cui — secondo le sue parole — il regime avrebbe già ucciso circa 32.000 persone.
Il passaggio si è inserito in una più ampia narrativa di “peace through strength”, accompagnata dall’annuncio di un budget militare da 1.000 miliardi di dollari e da un richiamo pressante agli alleati NATO. Trump ha rivendicato il successo per aver ottenuto che i partner europei aumentassero la spesa per la difesa fino al 5% del PIL — ben oltre la storica soglia del 2% — presentando il risultato come una vittoria negoziale personale. Il messaggio strategico è apparso chiaro: deterrenza militare rafforzata, pressione economico-diplomatica sugli avversari e una richiesta esplicita agli alleati di condividere in misura molto più ampia il peso della sicurezza occidentale.
Il presidente ha inoltre ribadito che gli aiuti militari diretti all’Ucraina verrebbero oggi incanalati attraverso acquisti degli alleati, i quali acquistano armi statunitensi per poi trasferirle a Kiev, riducendo l’esposizione diretta di Washington.
Parallelamente, Trump ha rafforzato la narrativa di potenza militare e coesione interna, annunciando un “warrior dividend” simbolico da 1.776 dollari per tutti i militari e rivendicando livelli record di reclutamento nelle forze armate. Nel contesto della politica estera, il presidente si è focalizzato nella designazione dei cartelli della droga come organizzazioni terroristiche e la classificazione del fentanyl come arma di distruzione di massa. Nella sua politica estera si intrecciano sempre deterrenza militare, condivisione di responsabilità con gli alleati e sicurezza interna in un’unica cornice: un’America più forte, meno disposta a farsi carico di tutti i costi e determinata — nelle sue parole — a ristabilire la propria “dominance” regionale e globale.
Nel corso del discorso, numerosi ospiti sono stati onorati con medaglie del Congresso per i loro risultati, in particolare in ambito militare. Tra i momenti più toccanti, la consegna dell’onorificenza a un veterano centenario che ha servito nella Seconda guerra mondiale, in Corea e in Vietnam — una presenza che ha attraversato, in una sola vita, alcune delle pagine più decisive della storia contemporanea. Con questo gesto, Trump ha voluto portare simbolicamente “a casa”, nel momento più solenne dell’anno presidenziale, una cerimonia dal forte valore commemorativo, riecheggiando quello spirito di riconoscimento pubblico del servizio e del sacrificio che in Europa associamo a momenti come Dunkerque.
Chiudo questo articolo con le ultime parole tradotte del discorso, perché anche in questo passaggio emerge con chiarezza il divario tra le due ali dell’aula. Da un lato, Trump insiste passo dopo passo sulla centralità della storia americana come collante identitario e leva politica; dall’altro, dall’emiciclo democratico arriva un silenzio assordante che colpisce per la sua intensità. Un contrasto che sorprende profondamente chi, come molti osservatori internazionali, ha avuto modo di constatare quanto gli americani — al di là delle divisioni politiche — attribuiscano tradizionalmente un valore quasi sacrale alla loro, pur giovane, storia nazionale.
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Thomas Jefferson esalò il suo ultimo respiro. Solo una singola lunga vita umana separa i giganti che dichiararono e conquistarono la nostra indipendenza dagli eroi che sono tra noi questa sera. Tutto ciò che la nostra nazione ha fatto, tutto ciò che abbiamo raggiunto, è stato opera di quelle poche grandi vite. In quei brevi capitoli, gli americani hanno costruito questa nazione da 13 umili colonie fino al culmine della civiltà umana e della libertà umana, la nazione più forte, più ricca, più potente, più di successo di tutta la storia. Gli americani si avventurarono attraverso il continente arduo e pericoloso.
Abbiamo tracciato sentieri in una natura selvaggia e implacabile, colonizzato una frontiera sconfinata e domato il bellissimo ma molto, molto pericoloso Far West. Da paludi deserte e vaste pianure abbiamo innalzato le più grandi città del mondo. Insieme, abbiamo dominato le industrie più potenti del pianeta, abbattuto le mostruose tirannie della storia e liberato milioni di persone dalle catene del fascismo, del comunismo, dell’oppressione e del terrore.
Gli americani hanno sollevato l’umanità nei cieli sulle ali di alluminio e acciaio. E poi abbiamo lanciato il genere umano tra le stelle su razzi alimentati dalla pura volontà americana e dall’orgoglio americano incrollabile. Abbiamo cablato il globo con il nostro ingegno, abbiamo affascinato il pianeta con la cultura americana e ora stiamo aprendo la strada alle prossime grandi innovazioni americane che cambieranno il mondo intero.
Tutto questo e molto altro è l’eredità duratura, la gloria senza eguali dei patrioti laboriosi che hanno costruito e difeso questo Paese e che ancora oggi portano sulle proprie spalle le speranze e le libertà di tutta l’umanità. Per anni sono stati dimenticati, traditi e messi da parte, ma quel grande tradimento è finito e non saranno mai più dimenticati, perché quando il mondo ha bisogno di coraggio, di visione audace e di ispirazione, continua a rivolgersi all’America.
E quando Dio ha bisogno di una nazione per compiere i Suoi miracoli, sa esattamente chi chiamare. Non esiste sfida che gli americani non possano superare, nessuna frontiera troppo vasta da conquistare, nessun sogno troppo audace da inseguire, nessun orizzonte troppo lontano da raggiungere. Perché il nostro destino è scritto dalla mano della Provvidenza e questi primi 250 anni sono stati solo l’inizio.
Dalle aspre città di confine del Texas ai villaggi del cuore dell’America in Michigan. Dalle coste baciate dal sole della Florida agli infiniti campi delle Dakota. E dalle storiche strade di Philadelphia fino a qui, nella capitale della nostra nazione, Washington DC, l’Età dell’Oro dell’America è su di noi.
La rivoluzione iniziata nel 1776 non è finita; continua ancora oggi, perché la fiamma della libertà e dell’indipendenza arde ancora nel cuore di ogni patriota americano. E il nostro futuro sarà più grande, migliore, più luminoso, più audace e più glorioso che mai.
Grazie. Dio vi benedica e Dio benedica l’America.






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