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DAL PETROLIO ALL’ALGORITMO

di Melissa de Teffé da Washington, DC – Giornalista con Master in Diplomazia presso l’ISPI, esperta di politica statunitense, accreditata per START InSight presso il Dipartimento di Stato

L’intervento militare di Donald Trump, con il sostegno di Israele contro l’Iran e culminato nella morte di Ali Khamenei e dei membri del suo entourage, non è soltanto un’operazione militare ma mostra come questo intervento sia uno nell’asse strategica americana: il contenimento delle forniture energetiche verso la Cina, l’indebolimento della rete di proxy regionali sostenuti da Teheran e l’opportunità per il popolo iraniano di scegliersi il suo sistema politico.

Sul primo fronte, l’Iran rappresenta da anni uno snodo rilevante — diretto e indiretto — per l’approvvigionamento energetico asiatico, con Pechino tra i principali acquirenti del greggio iraniano nonostante le sanzioni. Colpire Teheran significa quindi incidere su una delle arterie energetiche che alimentano la crescita cinese.

Sul secondo fronte, la Repubblica Islamica ha costruito nell’ultimo decennio una fitta rete di proiezione indiretta attraverso attori come gli Houthi nello Yemen, Hezbollah in Libano e varie milizie sciite in Iraq e Siria. Questi gruppi sono stati ripetutamente accusati dall’Occidente di attacchi contro navi commerciali, infrastrutture energetiche e interessi occidentali nei principali snodi marittimi della regione, dal Mar Rosso al Golfo.

Infine, sul piano interno, l’Iran arriva a questo passaggio dopo anni di proteste popolari — dalle mobilitazioni del 2019 fino alle rivolte seguite alla morte di Mahsa Amini nel 2022 — represse con durezza dalle autorità nate dalla rivoluzione del 1979 guidata dall’ayatollah Ruhollah Khomeini. Per una parte dell’opposizione, la fase attuale potrebbe rappresentare la prima vera frattura sistemica tra società iraniana e apparato teocratico.

Se questa traiettoria dovesse consolidarsi, l’operazione in corso rischia di essere ricordata non solo come un’escalation militare, ma come l’avvio di una possibile riconfigurazione simultanea degli equilibri energetici, regionali e strategici ben oltre il Medio Oriente.

La novità storica è che il fronte arabo, per interessi energetici e sicurezza interna, non si compatta attorno a Teheran: inizia invece a trattarla come il problema strutturale della regione — e questo cambia i calcoli di Washington su energia, rotte marittime e deterrenza.

Questo riallineamento arabo crea lo spazio per un altro elemento, più sottile e valido: la guerra si combatte anche sul terreno della legittimità storica. Reza Pahlavi — figura simbolica dell’opposizione in esilio — nel corso della sua visita in Israele nell’aprile 2023,  ha costruito il proprio intervento attorno a un riferimento simbolico preciso: Ciro il Grande.

Richiamando l’episodio della conquista di Babilonia nel 539 a.C. e il ritorno degli ebrei dall’esilio, Pahlavi ha presentato Ciro come figura di tolleranza e pluralismo, radicata tanto nella memoria persiana quanto nella tradizione ebraica. Il messaggio politico era chiaro: distinguere l’Iran come nazione e civiltà millenaria dalla Repubblica Islamica, sostenendo che l’ostilità verso Israele sia una scelta del regime e non del popolo iraniano. In questo quadro ha evocato l’idea di futuri “Cyrus Accords”, un possibile ampliamento degli Accordi di Abramo che includessero un Iran post-teocratico in un’architettura regionale fondata sul riconoscimento reciproco e la cooperazione. Il riferimento a Ciro, quindi, non assume un valore nostalgico, ma strategico: offrire una legittimazione storica a un’eventuale normalizzazione tra un Iran futuro e Israele. (Nel 539 a.C., Ciro il Grande, re di Persia, conquistò Babilonia e liberò gli ebrei dalla cattività babilonese. Emanò un editto (538 a.C.) che permise loro di tornare a Gerusalemme e ricostruire il Tempio, ponendo fine all’esilio iniziato da Nabucodonosor II.)

Sul piano sociale, la reazione del popolo iraniano appare molto più complessa — ma in parte ricorda dinamiche già viste nel contesto venezuelano. Nelle ore successive alla morte della Guida Suprema Ali Khamenei, si sono registrate reazioni profondamente polarizzate: mentre il regime ha organizzato manifestazioni di lutto, video e testimonianze indicano che molti iraniani hanno festeggiato in modo discreto, tra clacson, balli e segnali di sollievo, nonostante ci sia ancora un clima diffuso di paura e repressione.

Parallelamente, mentre una parte della diaspora iraniana ha accolto con favore l’azione americana, in Occidente si è riattivato il consueto fronte di protesta contro ogni intervento militare statunitense. Dalle prese di posizione di figure storicamente pacifiste come Jane Fonda fino alle mobilitazioni studentesche in diverse università occidentali, dove la narrativa dominante nei movimenti antiguerra continua a leggere la crisi prevalentemente attraverso la lente dell’opposizione all’interventismo americano. Tuttavia, diversi osservatori notano come queste proteste tendano talvolta a sottovalutare la natura del regime iraniano e il sostegno che esso fornisce a una rete di attori armati regionali.

Il dibattito non è nuovo nemmeno in Europa. L’Italia, spesso criticata per un presunto allineamento automatico a Washington, offre un precedente emblematico: nel gennaio 2016, durante la visita ufficiale a Roma del presidente iraniano Hassan Rouhani sotto il governo di Matteo Renzi, diverse statue dei Musei Capitolini lungo il percorso della delegazione furono coperte per evitare possibili offese alla sensibilità iraniana — una decisione che all’epoca suscitò un acceso dibattito pubblico sul bilanciamento tra diplomazia, valori culturali e realpolitik.

Il contrasto tra queste diverse reazioni — piazze occidentali mobilitate contro l’intervento e segmenti dell’opposizione iraniana che lo interpretano come possibile punto di svolta — evidenzia quanto la crisi attuale venga letta attraverso cornici politiche profondamente divergenti.

Raduni a New York, San Francisco e in altre capitali occidentali hanno visto manifestanti della diaspora sventolare bandiere pre-1979 e ringraziare apertamente Washington, interpretando l’operazione come un possibile punto di svolta dopo decenni di repressione.

Tuttavia, come già osservato in altri contesti — dal Venezuela ad altri regimi sotto pressione — l’immagine di un popolo unanimemente in festa sarebbe fuorviante. Le stesse fonti descrivono un Paese attraversato da sentimenti contrastanti: speranza tra parte dell’opposizione, ma anche timore diffuso per l’instabilità, le vittime civili e la capacità dell’apparato di sicurezza di mantenere il controllo.

A questo quadro si aggiunge una dimensione spesso tralasciata ed è quella tecnologica. Se infatti la crisi viene letta prevalentemente in chiave di geopolitica ed energetica, on si può non parlare come le  nuove architetture di potere passino anche attraverso l’intelligenza artificiale e le infrastrutture di calcolo avanzato.

Un titolo del Sole 24 Ore del 3 marzo 2026

In una recente intervista a CBS News, il CEO di Anthropic, Dario Amodei, ha evidenziato come l’AI stia rapidamente assumendo una rilevanza strategica per la sicurezza nazionale statunitense, pur ribadendo la necessità di mantenere limiti chiari — in particolare contro l’uso per sorveglianza di massa o per sistemi d’arma completamente autonomi senza supervisione umana.

Le sue parole riflettono una consapevolezza crescente: la competizione globale non si gioca più soltanto su energia, rotte marittime o capacità militare tradizionale, ma sempre più sul controllo delle infrastrutture di calcolo e dei modelli di intelligenza artificiale.

In una recente intervista a CBS News, il CEO di Anthropic, Dario Amodei, ha confermato quanto l’intelligenza artificiale sia ormai pienamente integrata nelle architetture di sicurezza nazionale statunitensi. Anthropic — ha spiegato — è stata tra le prime aziende a distribuire i propri modelli su cloud classificati e a sviluppare versioni personalizzate per applicazioni di intelligence, cyber e supporto operativo militare.

Allo stesso tempo, Amodei ha tracciato una linea rossa netta: la disponibilità a collaborare con il governo americano copre “il 98–99% dei casi d’uso”, ma esclude due ambiti ritenuti ad alto rischio sistemico — la sorveglianza di massa domestica e lo sviluppo di armi completamente autonome prive di supervisione umana. Il motivo, ha sottolineato, è duplice: da un lato la necessità di difendere gli Stati Uniti da avversari autocratici come Cina e Russia; dall’altro l’obbligo di preservare i valori democratici proprio mentre la competizione tecnologica si intensifica.

“Se si dispone di un grande esercito di droni o robot in grado di operare senza alcuna supervisione umana, dove non ci sono soldati umani a prendere decisioni su chi colpire o contro chi aprire il fuoco, questo solleva preoccupazioni e richiede che si apra una discussione su come tali sistemi debbano essere supervisionati — una discussione che, ad oggi, non abbiamo ancora avuto. Per questo riteniamo con forza che questi due casi d’uso non dovrebbero essere consentiti.

Il Pentagono ci ha detto di aver accettato in linea di principio queste due restrizioni e di voler raggiungere un accordo”.

Purtroppo sappiamo che non è stato possibile. Amodei racconta: “Ci è stato dato un ultimatum: accettare i loro termini entro tre giorni oppure essere designati come rischio per la supply chain ai sensi del Defense Production Act”. “Di fatto, non hanno accettato in modo significativo le nostre eccezioni”.

In risposta alle accuse di Donald Trump — che ha definito la posizione di Anthropic “egoista” e dannosa per la sicurezza nazionale — Dario Amodei ha ribadito che l’azienda è disposta a continuare a supportare il Dipartimento della Difesa anche di fronte a misure straordinarie contro di essa. Ha spiegato che Anthropic ha offerto continuità operativa per evitare interruzioni ai sistemi militari, pur mantenendo le proprie linee rosse. Secondo Amodei, un’eventuale esclusione dell’azienda come fornitore rappresenterebbe un rischio concreto di ritardo operativo per le forze armate — potenzialmente di sei mesi o più — motivo per cui la società ha cercato attivamente un accordo, attribuendo però la rottura negoziale alla tempistica imposta dal Pentagono.

Un accordo — ha spiegato — richiede entrambe le parti. Anthropic, da parte sua, si è detta disponibile a servire la sicurezza nazionale degli Stati Uniti e a fornire i propri modelli a tutti i rami del governo, incluso il Dipartimento della Difesa e la comunità di intelligence, ma entro i limiti delle proprie linee rosse. L’obiettivo, ha chiarito, non è sostenere una specifica amministrazione o singoli funzionari del Pentagono, bensì contribuire alla sicurezza nazionale del Paese.

Amodei ha inoltre sottolineato che le restrizioni imposte dall’azienda riguardano circa l’1% dei possibili casi d’uso e che, per quanto a loro conoscenza, sul campo non si sono ancora verificati scenari in cui tali limiti abbiano effettivamente ostacolato le operazioni.

Alla domanda sul perché gli americani dovrebbero fidarsi del CEO di una società privata per prendere decisioni su principi fondamentali invece che del governo federale, Amodei ha risposto articolando due punti.

“Primo: Anthropic è un’azienda privata e, come tale, può decidere se vendere o meno i propri servizi. Esistono altri fornitori; se il Dipartimento della Difesa o il governo non condividono le condizioni o i principi dell’azienda, possono rivolgersi a un altro contraente. Sarebbe stata — ha osservato — la modalità normale di gestione della divergenza: scegliere un altro modello, anche in disaccordo, ma nel rispetto reciproco.”

Secondo: per Amodei, la questione ha assunto una dimensione diversa quando l’amministrazione ha esteso le misure oltre il solo Dipartimento della Difesa, tentando di “revocare contratti in tutti gli altri ambiti governativi”. Tale designazione, ha spiegato, impedirebbe anche ad altre aziende private con contratti militari di utilizzare tecnologia Anthropic in progetti collegati alla difesa. Un intervento che, a suo avviso, va oltre la normale concorrenza contrattuale e appare di natura punitiva nei confronti di un’impresa privata.

Ma, conoscendo lo stile comunicativo di Donald Trump, non sorprende che abbia scritto che la “selfishness” di Anthropic starebbe mettendo “American lives at risk”, “our troops in danger” e “our national security in jeopardy”.

Resta da vedere se Anthropic riuscirà a reggere l’eventuale revoca dei contratti federali minacciata da Donald Trump. Tuttavia, a Dario Amodei va riconosciuto il merito di aver posto esplicitamente dei limiti etici alle richieste governative — una scelta non scontata nel contesto dell’attuale competizione tecnologica. Una scelta che nessun fisico nucleare ebbe la possibilità di porsi nel 1945.

D’altra parte, il tema tocca una sensibilità trasversale: pochi cittadini, indipendentemente dall’appartenenza politica, sono disposti ad accettare senza riserve l’idea di una sorveglianza estesa da parte del proprio Stato. È proprio in questa tensione tra sicurezza nazionale e libertà civili che si giocherà una parte crescente della competizione strategica del XXI secolo.

Ad ogni modo oggi a fronte del rifiuto di Anthropic di allentare alcune restrizioni d’uso considerate sensibili, OpenAI ha proceduto alla firma del nuovo accordo con il Dipartimento della Difesa. Ciò evidenzia come, nell’attuale fase della competizione tecnologica, le scelte di governance dei modelli possano incidere direttamente sugli equilibri contrattuali nel settore della difesa. L’ingresso di OpenAI in questo spazio contrattuale sembra quindi implicare il superamento di quelle linee rosse “morali” che Amodei ha accuratamente delineato. Scopriremo, spero, presto se Altman le ha varcate a discapito nostro e di tanti altri nei teatri di guerra presenti.

Dall’Iran all’Ucraina, dal Mar Rosso allo Stretto di Hormuz, le crisi contemporanee mostrano un tratto comune: la convergenza tra hard power e potere tecnologico. In questo scenario, le decisioni prese oggi su AI, sorveglianza e autonomia dei sistemi d’arma avranno conseguenze ben oltre il ciclo politico immediato.

La vera domanda non è se la tecnologia cambierà la guerra. È chi ne stabilirà i limiti.




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