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Ombre cinesi negli Stati Uniti

di Melissa de Teffé da Washington, DC – Giornalista con Master in Diplomazia presso l’ISPI, esperta di politica statunitense, accreditata per START InSight presso il Dipartimento di Stato

Era domenica, 23 settembre 2012, quando il Parlamento della California ha approvato una legge apparentemente tecnica, destinata a passare quasi inosservata fuori dagli ambienti giuridici. L’Assembly Bill 1217, inserita nel California Family Code, stabiliva che i contratti di gestazione per altri sarebbero stati pienamente legali, applicabili e tutelati dai tribunali statali.

La norma entra in vigore il 1° gennaio 2013. Da quel momento, la California diviene uno dei pochi luoghi al mondo in cui nascita, diritto e mercato s’intrecciano senza apparente ambiguità: 1. un contratto legalizzato 2. una compensazione economica consentita 3. genitorialità riconosciuta prima del parto 4. cittadinanza americana automatica per i bambini nati nel suo suolo.

La legge non era stata pensata per attrarre flussi internazionali, né per ridisegnare le geografie della mobilità globale. Doveva offrire certezza giuridica a famiglie americane e coppie che non potevano avere figli. Ma come spesso accade nei sistemi ultra-liberali, ciò che nasce per risolvere un problema interno diventa rapidamente un’infrastruttura globale.

Negli anni successivi, cliniche e agenzie per la maternità surrogata in California iniziarono ad accogliere una clientela sempre più internazionale. Tra questi, un numero crescente di cittadini cinesi appartenenti all’élite economica, per i quali la maternità surrogata in California non rappresentava solo una scelta riproduttiva, ma una strategia di accesso al futuro.

Il principio giuridico — l’intenzione come fondamento della genitorialità — ha reso la California un unicum globale. Un sistema stabile, prevedibile, sicuro. Ed è proprio questa prevedibilità ad aver attirato, nel tempo, non solo famiglie americane, ma attori internazionali capaci di leggere il diritto come infrastruttura strategica.

Tra questi, un numero crescente di cittadini cinesi appartenenti all’élite economica. Per loro, la maternità surrogata in California non è semplicemente una risposta a un desiderio individuale, ma un meccanismo ordinato di accesso al futuro: un figlio che nasce cittadino americano, in un Paese dove la cittadinanza non si chiede, ma si acquisisce per ius solis.

Il XIV emendamento Sez. 1 della Costituzione dice: Tutte le persone nate o naturalizzate negli Stati Uniti, e soggette alla loro giurisdizione, sono cittadine degli Stati Uniti e dello Stato in cui risiedono.  Nessuno Stato potrà emanare o applicare leggi che riducano i privilegi o le immunità dei cittadini degli Stati Uniti; né potrà privare alcuna persona della vita, della libertà o della proprietà senza un giusto procedimento di legge; né negare a qualsiasi persona soggetta alla sua giurisdizione l’eguale protezione delle leggi.

Questo principio costituzionale produce un effetto semplice e radicale: la cittadinanza americana non dipende da chi sei, ma dove nasci. E allo stesso tempo impone agli Stati di trattare chiunque si trovi sotto la loro giurisdizione — cittadini e stranieri — secondo le stesse regole. La California, quindi, non può distinguere per nazionalità l’accesso all’utero in affitto, in base all’origine dei genitori. Il diritto regola le condizioni della nascita, ma non i suoi effetti politici. Ed è in questo spazio — tra neutralità giuridica e diseguaglianza globale — che una norma, pensata per tutelare individui con problematiche di salute, diventa infrastruttura geopolitica.

Secondo un’inchiesta del Wall Street Journal, un miliardario cinese del settore gaming avrebbe avuto oltre cento figli attraverso agenzie di maternità surrogata negli Stati Uniti, principalmente in California. La cifra esatta è oggetto di contenzioso: l’ex compagna dell’imprenditore sostiene che il numero reale superi i trecento, mentre società a lui collegate parlano di “poco più di cento” figli nati nel corso di diversi anni. In dichiarazioni pubbliche e post sui social media poi rimossi o archiviati, l’uomo avrebbe descritto il proprio progetto come la costruzione di una dinastia familiare, arrivando a definirsi “il primo padre della Cina” e dichiarando l’intenzione di avere decine di figli maschi da destinare, in futuro, alla gestione del proprio impero economico.

Nel 2023, un giudice del tribunale di famiglia di Los Angeles ha respinto una sua richiesta di riconoscimento genitoriale relativa ad alcuni minori, aprendo una fase di contenziosi legali e dispute di custodia con l’ex partner. Secondo le ricostruzioni giornalistiche, molti dei bambini vivrebbero oggi in un’unica proprietà a Irvine, California, accuditi da personale professionale. Il caso ha suscitato un acceso dibattito ad oggi irrisolto.

Questo caso ci mostra come il diritto renda la nascita un processo contrattuale prevedibile, che può essere utilizzato non solo per formare una famiglia, ma per progettare il futuro su scala generazionale. È questa neutralità — pensata per garantire diritti individuali — a rendere possibile un uso sistemico della nascita come leva di mobilità, protezione e proiezione generazionale.

Trump, che è contrario al concetto di utero in affitto, ha siglato un ordine esecutivo che mira a cancellare la garanzia dello ius solis, per interderci,che per molti costituzionalisti è incompatibile con il XIV Emendamento. Alcuni giudici di tribunali federali hanno bloccato la sua applicazione, e la Corte Suprema degli Stati Uniti ha accettato di esaminare il caso, creando così lapossibilità di un cambiamento storico nel modo in cui si assegna la cittadinanza negli Stati Uniti.

Ma la presenza cinese negli Usa, negli ultimi vent’anni, non si è manifestata oltre che attraverso investimenti industriali, tecnologici o immobiliari urbani, anche tramite l’acquisto di terre agricole e terreni strategici. Un fenomeno quantitativamente limitato rispetto al totale delle superfici agricole statunitensi, ma politicamente esplosivo per la sua localizzazione e per il contesto geopolitico in cui avviene.

Quanto territorio è stato acquistato

Secondo dati del Dipartimento dell’Agricoltura statunitense (USDA), soggetti cinesi controllano meno dell’1% delle terre agricole possedute da entità straniere negli USA. In termini assoluti, si parla di circa 350.000 acri (metà della Valle d’Aosta): una cifra modesta che però assume tutt’altra rilevanza se si guarda dove queste terre si trovano.

Le acquisizioni non sono distribuite in modo uniforme. Al contrario, mostrano una concentrazione in Stati e aree che incrociano agricoltura, energia e sicurezza nazionale.

  • Texas: Acquisto di terreni agricoli ma anche di aree prossime a basi militari e di infrastrutture energetiche. È uno degli Stati che ha reagito più duramente, introducendo restrizioni dirette.
  • North Dakota: nel 2022 un’azienda legata a interessi cinesi ha acquistato terreni vicino a una base militare dell’Air Force, scatenando un’ondata bipartisan di critiche seguita da un blocco politico.
  • Missouri e Arkansas: stati prevalentemente agricoli, ha creato dibattito controversi soprattutto durante i periodi elettorali per il legame tra sicurezza alimentare e sovranità nazionale.
  • California: l’altissimo valore logico per i punti portuali di maggior interesse quindi meno acquisti agro-alimentari.

GLI ACQUISTI

Un punto chiave – spesso frainteso nel dibattito pubblico – è che non è lo Stato cinese ad acquistare direttamente le terre, bensì:

  • società private cinesi
  • holding agro-alimentari
  • fondi e veicoli societari registrati negli USA

Il caso più citato è quello della Smithfield Foods, storico colosso americano della carne suina, acquisito nel 2013 dalla cinese WH Group. L’operazione non riguardava solo un marchio, ma l’accesso a migliaia di ettari di terra e a un’intera filiera alimentare, dalla produzione al consumo. Dal punto di vista legale, tutto è avvenuto nel rispetto delle norme allora vigenti. Dal punto di vista strategico, però, l’operazione ha segnato un punto di svolta: la terra come asset geopolitico.

L’interesse cinese per l’acquisizione di terre all’estero si inserisce anzitutto in una questione strutturale di sicurezza alimentare. La Cina deve garantire l’approvvigionamento a quasi il 20% della popolazione mondiale potendo contare su meno del 10% delle terre coltivabili globali, una sproporzione importante. In questo contesto, controllare direttamente la produzione agricola fuori dai confini nazionali rappresenta una forma di assicurazione strategica, capace di ridurre dipendenze e incertezze. L’acquisto consente di presidiare l’intera filiera agro-alimentare, dalla produzione primaria alla trasformazione industriale, fino allo stoccaggio e alla distribuzione. La terra diventa così il primo anello di una catena del valore molto più ampia, che permette di esercitare un’influenza significativa sui flussi di beni essenziali e sui mercati globali, soprattutto in un’epoca segnata da interruzioni logistiche e tensioni commerciali.

Esiste poi una dimensione meno visibile ma politicamente sensibile: quella dell’opzione strategica. Anche appezzamenti di dimensioni limitate, se situati in prossimità di infrastrutture critiche, corridoi energetici o installazioni militari, possono acquisire rilevanza in scenari di competizione geopolitica o tecnologica. In questi casi, la terra non è solo un asset produttivo, ma un elemento che amplia il margine di manovra strategico nel lungo periodo. Negli Stati Uniti, questa consapevolezza è maturata soprattutto negli ultimi tre anni. Dopo una lunga fase di relativa distrazione, il dibattito pubblico/politico ha cambiato tono: oltre la metà degli Stati ha introdotto, o sta valutando, restrizioni all’acquisto di terreni da parte di soggetti collegati a Paesi considerati “avversari”, con la Cina esplicitamente citata in molte iniziative legislative. Il segnale che emerge è netto: la terra non viene più percepita soltanto come un bene economico o agricolo, ma come una vera e propria infrastruttura strategica, al pari dell’energia, dei dati o delle reti di comunicazione.

Il terzo ambito in cui emerge la presenza cinese negli Stati Uniti non riguarda investimenti legali con motivazioni dubbiose, ma attività apertamente criminali. Negli ultimi anni, in particolare nello Stato del Maine, le autorità federali e statali hanno smantellato reti organizzate che hanno acquistato abitazioni e proprietà rurali per convertirle in impianti illegali di coltivazione di marijuana. Le indagini del Dipartimento di Giustizia descrivono un modello ricorrente: case unifamiliari acquistate formalmente come normali immobili residenziali, spesso in piccoli centri o aree agricole, trasformate in “grow house” clandestine, dove venivano applicati sistemi intensivi di coltivazione, un consumo anomalo di elettricità e senza legami con il mercato legale della cannabis. In più procedimenti penali, cittadini cinesi sono stati incriminati per aver gestito operazioni su larga scala. Le accuse includono: produzione e distribuzione illegale di stupefacenti, riciclaggio di denaro, frode finanziaria e, in alcuni casi, sfruttamento di manodopera irregolare. I proventi dell’attività criminale venivano spesso reinvestiti nell’acquisto di ulteriori immobili, alimentando un circuito chiuso di espansione illegale. Questo fenomeno ha spinto le autorità federali e i rappresentanti politici locali a intervenire, chiarendo che non si tratta di investimenti esteri controversi o discutibili, ma di criminalità organizzata che utilizza il mercato immobiliare come strumento operativo.

Il Maine, dove il fenomeno ha assunto contorni allarmanti, è stato scelto come punto strategico per una combinazione di fattori strutturali: prezzi immobiliari relativamente bassi, soprattutto nelle aree rurali, bassa densità abitativa, controlli locali limitati e la presenza di un mercato legale della cannabis che inizialmente ha contribuito a mascherare l’attività illecita. A partire dal 2020, le autorità statali e federali hanno individuato numerose abitazioni unifamiliari acquistate e riconvertite in grow house clandestine, all’interno di piccole comunità. Secondo quanto riportato dal Bangor Daily News, le case venivano formalmente comprate come normali immobili residenziali e poi trasformate, dimostrando come il mercato immobiliare possa diventare un centro operativa per attività criminali organizzate.

Scritti uno accanto all’altro, questi tre fenomeni – come il caso somalo in Minnesota – raccontano un’America che sembra procedere con gli occhi bendati da un lato e con le mani sporche dall’altro. Perché se è vero che alcuni vuoti normativi hanno favorito acquisizioni opache e presenze difficili da tracciare, è altrettanto vero che qualcuno quelle compravendite le ha autorizzate, firmate, avallate. Nulla accade nel vuoto. Tra sottovalutazione del rischio, disattenzione istituzionale e interessi economici locali, si è creato uno spazio grigio in cui legalità formale e sicurezza sostanziale hanno smesso di coincidere. Ed è proprio in quello spazio che oggi si annidano le fragilità più profonde di un Paese che, mentre guarda ossessivamente alle minacce esterne, fatica ancora a rendersi conto di quanti si sono approfittati della sua generosità e ingenuità. E se di politici corrotti è pieno il mondo, il punto non è lo scandalo in sé, ma la difficoltà di riconoscere – e correggere – responsabilità che sono, prima di tutto, interne.




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