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Oltre il confine: l’epigenetica del trauma che imprigiona israeliani e palestinesi

di Anna Calabresi, psicologa psicoterapeuta. Esperta in Psicologia digitale, Scienze criminologiche e Contrasto al terrorismo internazionale

La geografia del silenzio

È mattina presto. Eyal guida verso il lavoro mentre la radio trasmette aggiornamenti di sicurezza. Non ascolta davvero le parole: riconosce il ritmo. È lo stesso da anni. Ogni notizia si deposita nel corpo prima ancora che nel pensiero. Stringe il volante. Pensa a sua figlia, alla scuola, alle procedure. Non formula scenari politici. Formula solo una certezza silenziosa: non possiamo permetterci di abbassare la guardia. Il futuro, per lui, non è un orizzonte: è una linea che può spezzarsi.

Alla stessa ora, Yusuf aspetta che torni la corrente. Il telefono è scarico, ma non prova urgenza. Le notizie non cambiano nulla. Guarda il muro di fronte alla casa, lo conosce a memoria. Non pensa a un’esplosione imminente, ma a una continuità che pesa. Non è che stiamo per scomparire, pensa. È che siamo già stati cancellati abbastanza da non fare più notizia. Il futuro, per lui, non è una minaccia: è una sospensione.

Eyal percepisce Gaza come un rischio costante, un luogo da cui può arrivare la fine. Yusuf percepisce Israele come una struttura immobile, che definisce la sua vita senza bisogno di nominarlo. Nessuno dei due sta vedendo l’altro. Entrambi abitano una realtà in cui il trauma ha ristretto lo spazio mentale disponibile: per l’uno, tutto ciò che non è difesa appare pericoloso; per l’altro, tutto ciò che non è resistenza appare inutile.

Tra queste due configurazioni traumatiche si consuma uno dei conflitti più complessi del nostro tempo, bloccato a livello cognitivo ed emotivo prima ancora che politico. Da una prospettiva di guerra cognitiva, questo blocco rappresenta una vulnerabilità strategica: quando una collettività rimane intrappolata in uno stato di minaccia permanente, la sua cognizione diventa più prevedibile, più rigida, più facilmente orientabile. Il trauma non elaborato restringe il campo del possibile, trasformando la memoria traumatica in leva attiva di controllo del significato.

Questa rigidità cognitiva è un terreno fertile per la manipolazione. La propaganda, sia interna che esterna, agisce attivando deliberatamente questi trigger traumatici per mantenere le popolazioni in uno stato di reattività limbica. Trasformando la vulnerabilità biologica in leva politica, le regie del potere possono giustificare l’immobilismo negoziale come l’unica forma possibile di sopravvivenza, rendendo il trauma un’arma di controllo sociale invisibile.

Eredità biologica: l’epigenetica del trauma

Il trauma collettivo non è soltanto memoria di un dolore che fu. Come ci ricorda Gilad Hirschberger (2018), esso si configura come evento cataclismatico capace di lacerare il tessuto simbolico e relazionale di una società. Si incista nella percezione, diventando il filtro percettivo attraverso cui ogni nuova minaccia viene letta come potenzialmente definitiva.

Quando la ferita non si rimargina, il tempo non guarisce: sospende. Ricerche recenti hanno mostrato che i discendenti di sopravvissuti alla Shoah – tre generazioni dopo – presentano un’incidenza significativamente più alta di sintomi post-traumatici. Prima del 7 ottobre 2023, i tassi di PTSD nella popolazione israeliana discendente da sopravvissuti erano simili a quelli generali (10,4% contro 11,5%); nei due mesi successivi all’attacco, quel divario si è ampliato drammaticamente: 20,9% contro 11,5% (Shrira et al., 2024). È come se il trauma non scomparisse, ma dormisse, attendendo l’occasione per riemergere.

La neuroepigenetica offre una chiave di lettura inquietante. Gli studi di Rachel Yehuda hanno documentato nell’essere umano un meccanismo di trasmissione intergenerazionale del trauma: esposizioni traumatiche intense possono modificare l’espressione del gene FKBP5, cruciale nella regolazione della risposta allo stress. Queste alterazioni epigenetiche – non mutazioni del DNA, ma segni lasciati dall’esperienza sulla sua lettura (metilazione) – possono essere trasmesse ai figli (Yehuda et al., 2016). Non si eredita la memoria, ma la vulnerabilità. Non si tramanda il ricordo, ma la soglia abbassata del sistema nervoso.

La restrizione del campo percettivo

Quando una collettività traumatizzata percepisce se stessa come sull’orlo dell’annientamento, avviene una trasformazione qualitativa della cognizione. Il campo percettivo si restringe secondo modalità specifiche: ipervigilanza costante, polarizzazione identitaria binaria, interpretazione selettiva delle informazioni, difficoltà nel riconoscere la sofferenza dell’altro.

Vamik Volkan (2001) introduce il concetto di chosen trauma per indicare quella ferita collettiva che un gruppo non solo subisce, ma assume deliberatamente come perno fondativo della propria identità. La Shoah, per molti israeliani, non è semplicemente un evento accaduto: è un trauma non elaborato, che permane nel tempo presente e continua a modellare la percezione di sé come popolo eternamente esposto alla minaccia.

Quando questa identità viene percepita come attaccata o delegittimata, la risposta non è apertura, ma irrigidimento progressivo dell’identità del gruppo come struttura psichica collettiva, al cui interno il chosen trauma agisce da pilastro centrale, da sostegno invisibile e inamovibile. Questo restringimento percettivo non è solo cognitivo: si inscrive nei corpi, nei rituali, nei simboli.

Sul versante palestinese, nessuna immagine condensa questa dinamica meglio di Handala, che incarna una congelazione traumatica dell’identità. Creato nel 1969, questo bambino di dieci anni rimane eternamente voltato di spalle.  Nel silenzio ostinato di Handala si condensa l’essenza del trauma palestinese: un’identità collettiva sospesa, congelata nel tempo dell’attesa. Non è immaturità storica, ma scelta radicale: il rifiuto di avanzare lungo una linea del tempo che non ha ancora riconosciuto l’ingiustizia originaria.

La postura di Handala – di spalle, mani intrecciate, lo sguardo negato – non è passività ma resistenza deliberata. È “non-partecipazione attiva”: un corpo che si ritira per sottrazione simbolica. Non urla, non implora, non cerca lo sguardo altrui. Lo nega. Non cresce, non cambia, non si volta finché la Nakba non verrà riconosciuta. Handala non è simbolo di vittimismo, ma di fedeltà irriducibile a un’identità non negoziabile.

La ferita morale: quando il trauma è frattura dell’anima

La moral injury è una forma di trauma che va oltre la minaccia alla sopravvivenza. Non è la paura a generarla, ma il conflitto profondo tra ciò che si è costretti a fare – o subire – e ciò in cui si credeva. È la dissonanza che sorge quando il senso del giusto viene violato e non trova più appoggio nel mondo (Litz, 2009).

Per molti israeliani, la frattura si colloca nello spazio teso tra il bisogno percepito di protezione spesso declinato in pratiche difensive aspre e controverse – e l’autorappresentazione di sé come società fondata su principi etici. È una lacerazione intima, che interroga l’identità profonda: chi siamo diventati per poterci difendere?

Sul versante palestinese, la moral injury prende forma nell’esperienza reiterata dell’invisibilità. È la ferita della negazione: del dolore, della storia, del diritto stesso a essere riconosciuti come esistenti. La Nakba, in questa prospettiva, non appartiene al passato, ma si impone come condizione che si rinnova, un presente continuo che non trova chiusura.

È qui che la ferita morale si fa trauma identitario. Il conflitto non si articola più attorno a territori o sicurezza, ma sul nodo più intimo: chi siamo? Ogni concessione diventa minaccia, ogni compromesso tradimento. Non si negoziano più condizioni politiche, ma verità morali vissute come non negoziabili.

Deumanizzazione simmetrica: quando l’altro scompare

Tra le derive più oscure del conflitto, una delle più inquietanti è la deumanizzazione reciproca. Le ricerche condotte durante il conflitto di Gaza del 2014 hanno documentato che israeliani e palestinesi mostravano livelli comparabili di deumanizzazione dell’altro (Bruneau & Kteily, 2017). La violenza simbolica è reciproca, specchio tragico della sofferenza non riconosciuta.

Quando il dolore non trova parola né ascolto, il campo percettivo si restringe: diventa binario, rigido, impermeabile alla complessità. I palestinesi vengono rappresentati non come attori politici con legittime rivendicazioni, ma come “orde” mosse dall’odio. Gli israeliani non come cittadini traumatizzati, ma come occupanti senza volto.

È qui che la guerra cognitiva mostra la sua potenza più sottile: agisce sul modo stesso in cui il conflitto viene percepito, narrato, pensato. Quando l’altro non è più umano, ogni dialogo è già fallito. Delegittimare in modo sistematico la sofferenza dell’altro non è semplice propaganda: è una forma di assedio cognitivo.

La soglia del riconoscimento

Nel conflitto israelo-palestinese, il fallimento del riconoscimento reciproco è totale. Come suggeriscono Strömbom e Kapshuk (2022), esiste un riconoscimento thin, sottile: un’ammissione formale dell’esistenza dell’altro, sterile sul piano umano. Ma c’è anche un riconoscimento thick, denso: quello che scorge nell’altro una storia, una ferita, una dignità paragonabile alla propria. Il processo di Oslo aveva provato ad avvicinarsi a questa soglia più profonda. Eppure quel percorso si è interrotto. Le fratture successive hanno prodotto un ritorno dal riconoscimento denso a quello minimo, e infine alla sua negazione. Non più l’altro come volto, ma come sagoma. Non più come soggetto di diritti, ma come problema da contenere.

Questo vincolo percettivo non si esaurisce nello spazio del conflitto: si rifrange, e spesso si amplifica, nello sguardo della comunità internazionale. Gli osservatori esterni, nel tentativo di comprendere o schierarsi, finiscono sovente per irrigidire ulteriormente il blocco, adottando letture semplificate e polarizzate che comprimono traumi storici in narrazioni ideologiche. Questa semplificazione non è neutra: conferma e rafforza la cornice interpretativa traumatica attraverso cui le parti si osservano, aggiungendo un ulteriore strato di deumanizzazione e allontanando la possibilità di quel riconoscimento thick senza il quale nessuna pace è davvero immaginabile.

Sbloccare il futuro: dal trauma alla possibilità

Finché lo sguardo resta intrappolato nella griglia di lettura opaca del trauma, il conflitto israelo-palestinese non è soltanto irrisolto: è impensabile. Non perché manchino soluzioni politiche, ma perché si è smarrita la capacità psichica di concepirle come reali, legittime, condivisibili.

La guerra cognitiva agisce non solo nel manipolare informazioni, ma nel bloccare l’immaginazione collettiva. Congela il futuro, trasforma ogni alternativa in minaccia. Per spezzare questo incantesimo non bastano negoziati. Serve un attraversamento simbolico del trauma collettivo, una sua rielaborazione che non significhi dimenticare, ma disinnescare.

Finché israeliani e palestinesi continueranno a percepirsi attraverso il codice percettivo traumatico non elaborato, il conflitto rimarrà paralizzato sul piano cognitivo ed emotivo, e di conseguenza su quello politico. Se è vero che il trauma può oscurare la realtà, è altrettanto vero che può essere narrato, contestualizzato, storicizzato.

Elaborare un trauma significa storicizzare, simbolizzare, restituire complessità. La Shoah deve essere collocata come evento storico terribile del passato, non come condizione permanente della contemporaneità. La Nakba deve essere riconosciuta come catastrofe reale con conseguenze reali, non negata o minimizzata. Entrambi gli eventi devono divenire parte della storia, non dell’eterna contemporaneità.

Uscire dal burrone non significa negare la paura israeliana. Girare Handala non significa cancellare il trauma palestinese. Significa riconoscere che un trauma non elaborato non protegge: governa la percezione dell’altro, riduce il campo cognitivo, incatena il presente al passato, blocca il futuro.

È su questa soglia – cognitiva, simbolica, morale – che si gioca la possibilità, ancora fragile, di un futuro dove israeliani e palestinesi non si guardino come burrone e nemico, ma come popoli obbligati a reimparare a vedersi. In assenza di questo lavoro, il trauma trasforma il conflitto in una prigione cognitiva senza uscita.

Riferimenti bibliografici

Bruneau, E. & Kteily, N. (2017). The enemy as animal: Symmetric dehumanization during asymmetric warfare. PLoS One, 12(7):e0181422. doi: 10.1371/journal.pone.0181422. PMID: 28746412; PMCID: PMC5528981.

Hirschberger, G. (2018). Collective trauma and the social construction of meaning. Frontiers in Psychology, 9, 1441. https://doi.org/10.3389/fpsyg.2018.01441

Litz, B.T., Stein, N., Delaney, E., Lebowitz, L., Nash, W.P., Silva, C., Maguen, S. (2009). Moral injury and moral repair in war veterans: a preliminary model and intervention strategy. Clinical Psychology Review, 29(8), 695-706. doi: 10.1016/j.cpr.2009.07.003. Epub 2009 Jul 29. PMID: 19683376.

Shrira, A., Greenblatt-Kimron, L., & Palgi, Y. (2024). Intergenerational Effects of the Holocaust Following the October 7 Attack in Israel. Journal of Psychiatric Research. 181. 10.1016/j.jpsychires.2024.11.067.

Strömbom, L. & Kapshuk, Y. (2022). Tracing responses to recognition in the Oslo peace process and its aftermath—The interlinkage between relational and internal ontological security. Conflict Resolution Quarterly, 39. 10.1002/crq.21333.

Volkan, V. (2001). Transgenerational Transmissions and Chosen Traumas: An Aspect of Large-Group Identity. Group Analysis, 34, 79-97. 10.1177/05333160122077730. Yehuda, R., Daskalakis, N. P., Bierer, L. M., Bader, H.N., Klengel, T., Holsboer, F., & Binder, E.B. (2016). Holocaust Exposure Induced Intergenerational Effects on FKBP5 Methylation. Biological Psychiatry, 80(5), 372-380. DOI: 10.1016/j.biopsych.2015.08.005




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