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La fabbrica del nemico: il ritorno del nucleare nel linguaggio dei conflitti contemporanei

Anna Calabresi, psicologa psicoterapeuta. Esperta in Psicologia digitale, Scienze criminologiche e Contrasto al terrorismo internazionale

In ogni guerra, molto prima che i fatti si dispongano in un quadro leggibile, si diffonde un’atmosfera: arrivano immagini, frammenti, parole isolate. Intanto il lessico del conflitto si deposita nel linguaggio quotidiano e, quasi senza che ce ne accorgiamo, comincia a sembrarci familiare.

Immaginiamo una stanza bianca, sterile, senza finestre. Sul tavolo, veli sottili come membrane: paura, disgusto, offesa, vittima, vendetta. Una mano ne prende uno e lo appoggia su uno schermo. La stessa immagine non è più un fatto: diventa un allarme. Il filtro cambia, e l’allarme diventa oltraggio. Poi necessità. È così che si compie il vero prodigio strategico: l’altro smette di essere ambiguo, contraddittorio, umano. Diventa una figura unica e compatta: il nemico.

La guerra cognitiva non sempre inventa i fatti. Più spesso impone il modo in cui li sentiamo. Nella geopolitica contemporanea il fronte decisivo non è solo il territorio fisico, ma ciò che le dottrine militari definiscono human domain: mente, emozioni, memoria collettiva. È qui che l’ambiente informativo viene usato per orientare percezioni e decisioni, sfruttando vulnerabilità psicologiche e infrastrutture digitali per erodere fiducia, coesione sociale e capacità di giudizio (Claverie & du Cluzel, 2022; Paul & Matthews, 2016).

Lo si vede con chiarezza anche nelle crisi più recenti in Medio Oriente. Qui il linguaggio dell’escalation ha riportato al centro non solo la costruzione del nemico, ma anche il reinsediarsi del nucleare come orizzonte discorsivo del conflitto. Nel discorso politico e mediatico sono tornate con insistenza parole come deterrenza, siti nucleari, rappresaglia, escalation. Non necessariamente come annuncio esplicito dell’uso dell’arma atomica, ma come suo rientro nel perimetro del dicibile. E quando questo accade, non cambia soltanto il quadro geopolitico, cambia anche la soglia emotiva e morale di ciò che una società può arrivare a tollerare.

Il processo agisce in due direzioni convergenti. Da un lato irrigidisce la percezione dell’altro e rende la violenza più sostenibile sul piano psicologico; dall’altro abitua progressivamente all’inconcepibile, includendo nel campo del pensabile tanto la minaccia nucleare quanto la distruzione degli ecosistemi di vita. Le due dinamiche si rafforzano a vicenda. Perché senza la preliminare disumanizzazione del nemico, anche l’evocazione dell’atomico resterebbe più difficilmente accettabile. È in questo intreccio che si rivela uno dei punti più oscuri della guerra cognitiva contemporanea.

Il primo passaggio di questa trasformazione riguarda sempre l’altro: prima di legittimare l’estremo, la guerra cognitiva deve semplificare il volto del nemico.

La fabbrica del nemico

La costruzione del nemico affonda le sue radici in dinamiche antiche, oggi potenziate da una tecnologia che agisce su scala industriale. È stata descritta anche come pseudo-speciazione, termine coniato da Erik Erikson (1966) per indicare la tendenza a trattare un altro gruppo come se appartenesse a una specie diversa. Quando l’altro non è più percepito nella sua complessità, ciò che gli viene fatto smette più facilmente di apparire intollerabile e può assumere il volto bonificato della “pulizia” e della “necessità”.

Ma la deformazione del nemico non nasce soltanto dall’odio. Può funzionare anche come processo protettivo. L’empatia ha un costo: vedere il dolore altrui provoca dolore. Ridurre l’altro a figura compatta, minacciosa e impersonale può allora diventare un modo per sottrarsi a quel costo, per agire o giustificare l’agire violento senza il peso del senso di colpa.

In questa prospettiva, la retorica della minaccia costante persuade un popolo che l’aggressione sia, in realtà, un atto protettivo necessario alla sopravvivenza. La violenza viene ricodificata come autodifesa. L’offensiva diventa risposta. Il carnefice diventa vittima che reagisce. È uno dei dispositivi discorsivi più potenti della storia, e l’ecosistema digitale oggi lo amplifica con una velocità e una capillarità senza precedenti, soprattutto in ambienti informativi orientati alla massima penetrazione emotiva (Paul & Matthews, 2016).

Questa semplificazione dell’altro non resta sul piano delle idee: scende nel registro emotivo, mobilita vissuti di minaccia, umiliazione e ingiustizia, e prepara così il terreno alla legittimazione della violenza.

Rabbia, ingiustizia e restringimento del campo mentale

La violenza collettiva prospera quando l’esperienza soggettiva viene configurata come ingiustizia subita e minaccia esistenziale. Ciò che dall’esterno appare come aggressione viene così vissuto dall’interno come autodifesa, e la trasgressione morale diventa più facilmente giustificabile.

In una prospettiva neuro-affettiva, la rabbia difensiva nasce dalla frustrazione e dall’umiliazione. Per questo può essere facilmente arruolata da narrazioni di offesa e persecuzione. Panksepp mostra come la rabbia difensiva appartenga a un assetto affettivo diverso dall’aggressività predatoria, risultando particolarmente sensibile ai vissuti di minaccia e frustrazione (Panksepp, 2010). La guerra cognitiva, allora, non agisce solo sulle opinioni: agisce sulla sensibilità emotiva, sul modo in cui un gruppo interpreta ciò che lo ferisce e ciò che ritiene legittimo fare in risposta.

Quando questo processo si radicalizza, si restringe anche la capacità di rappresentarsi l’altro come soggetto dotato di pensieri, intenzioni e stati interni. L’altro smette di apparire persona e diventa più facilmente ostacolo e bersaglio. È in questo restringimento del campo mentale che la violenza trova una delle sue condizioni di possibilità. Quando l’altro è già stato ridotto a minaccia e bersaglio, anche ciò che un tempo appariva moralmente impronunciabile può entrare più facilmente nel campo del pensabile.

Il ritorno del lessico nucleare come operazione cognitiva

C’è un secondo livello su cui la manipolazione delle percezioni opera, ancora più silenzioso e più devastante: l’addestramento all’impensabile. Quando una società viene esposta a dosi crescenti di violenza, minaccia e linguaggi apocalittici, la soglia dell’orrore si sposta. Ciò che prima era inconcepibile diventa una variabile.

È qui che il discorso atomico entra in gioco: non tanto come annuncio esplicito di impiego, quanto come operazione mentale che rende progressivamente nominabile ciò che dovrebbe restare impensabile. Il caso del programma nucleare iraniano offre un esempio concreto di questo meccanismo. Negli ultimi mesi, i briefing tecnici su Fordow e Natanz sono stati riprodotti con sobrietà quasi scientifica dai media e nei discorsi politici occidentali. Eppure la mente collettiva raramente è rimasta sul dato. Ogni aggiornamento tecnico ha prodotto nell’immaginario pubblico il salto immediato al simbolo: la bomba, l’apocalisse. Questo perché il lessico dell’arricchimento, ripetuto con regolarità, ha progressivamente spostato il nucleare iraniano dalla categoria dell’ipotetico a quella del probabile. L’arma non esiste ancora. Ma nella percezione collettiva ha già cominciato a esistere. Questa riemersione dell’atomico lavora su due piani, strategico e psichico. Trasforma il nucleare in variabile negoziabile – pressione, deterrenza, credibilità – e insieme lo rende dicibile per ripetizione. Quando il nucleare entra nel lessico delle opzioni, il suo peso morale si alleggerisce prima ancora che cambino i rapporti di forza.

Qui il nesso con la fabbrica del nemico produce il suo effetto più sottile. Quando il nucleare viene evocato come risposta a un nemico “irrazionale” e “fanatico”, si compie un’operazione retorica precisa. L’eccezionalità della minaccia giustifica il carattere estremo della risposta e, nello stesso tempo, accredita l’idea che l’altro appartenga a una categoria umana incomprensibile, impermeabile alla ragione.

Ecocidio e angoscia territoriale

La stessa logica non si ferma ai corpi e alle coscienze: quando l’inammissibile viene normalizzato, anche lo spazio di vita può diventare bersaglio legittimato. L’ecocidio può essere letto come una delle espressioni più radicali di questa dinamica. La guerra contemporanea mostra che, per colpire in profondità una collettività, non basta aggredire i corpi. Gli edifici vengono colpiti non solo per scopi tattici, ma anche per spezzare continuità, orientamento e stabilità psichica. La letteratura sul place attachment mostra come il legame con i luoghi non sia un semplice dato esterno, ma una trama profonda che sostiene sicurezza, identità, appartenenza e continuità dell’esperienza. Quando questo ancoraggio si spezza, possono emergere disorientamento, senso di perdita e sofferenza psicologica (Freibott-Kalt et al., 2025). In questa prospettiva, distruggere l’habitat significa colpire anche la stabilità interiore.

In quest’ottica, la devastazione dell’ambiente di vita non costituisce soltanto un fatto ambientale o giuridico. È anche una ferita psicologica radicale, che mira a sradicare l’identità di una comunità e a rendere il trauma della guerra duraturo, fino a trasmettersi tra le generazioni. La prospettiva nucleare porta questa logica al suo estremo assoluto: non la distruzione di un edificio o di una città, ma la contaminazione permanente del territorio stesso. Il suolo che non si potrà più calpestare. L’acqua che non si potrà più bere. L’angoscia territoriale elevata a scala planetaria. Normalizzare il discorso nucleare non è dunque solo un fatto militare o diplomatico: è anche un atto di guerra psicologica contro la possibilità stessa di sentirsi a casa nel mondo.

È a questo punto che la trasformazione percettiva mostra il suo effetto più duraturo: non solo rende possibile l’estremo, ma abitua progressivamente a conviverci, fino a farlo apparire parte del paesaggio mentale.

Assuefazione all’inaudito

La guerra non trasforma soltanto chi la subisce. Trasforma anche chi la infligge, chi la giustifica e chi la guarda fino a non sentirla più. L’assuefazione, allora, non è soltanto un effetto collaterale della guerra cognitiva: può diventare una condizione strategicamente sfruttabile.

Occorre distinguere due livelli. La normalizzazione collettiva riguarda il piano culturale e politico: modifica ciò che una società finisce per considerare tollerabile. L’assuefazione individuale riguarda invece il piano clinico: nasce dall’esposizione ripetuta alla sofferenza e alle immagini estreme, erode la capacità empatica, favorisce il distacco emotivo e può sfociare nella compassion fatigue o nello stress traumatico secondario (Figley, 2002).

Questi due processi non procedono separatamente: si alimentano a vicenda. Una società composta da individui sempre più assuefatti diventa più vulnerabile alla legittimazione culturale della violenza. E, specularmente, un ambiente informativo che tratta l’orrore come spettacolo accelera nell’individuo l’erosione dell’empatia. La guerra cognitiva agisce proprio in questo spazio di reciproco rinforzo, sfruttando insieme entrambe le dinamiche.

E tuttavia restano delle brecce: un prigioniero a cui viene offerta acqua o una madre che parla il linguaggio del dolore. Non sono soluzioni. Sono piccoli varchi, punti di passaggio in cui l’altro torna, almeno per un istante, nell’ambito dell’umano.

Smantellare la fabbrica dall’interno

Ogni volta che il nucleare riappare in un titolo, in un commento, in una metafora politica, e non produce orrore ma solo un aggiornamento del quadro strategico, la guerra cognitiva ha già vinto una piccola battaglia. Non quella finale, la decisione. Ma quella preliminare e più silenziosa: la desensibilizzazione che rende la decisione, un giorno, meno impensabile di quanto dovrebbe essere.

La vera vittoria non consiste nel distruggere il nemico. Consiste nello smantellare la fabbrica che lo genera dentro di noi: quell’insieme di filtri emotivi che trasforma l’ambiguità in minaccia, la differenza in offesa, la ferita in vendetta.

Spezzare questo circolo richiede di agire su entrambi i livelli: recuperare la capacità di rappresentarsi l’altro come soggetto e rendere di nuovo indigeribile, sul piano morale e simbolico, l’idea dell’atomico come opzione.

In un’epoca in cui la polarizzazione è spesso incentivata da sistemi algoritmici, interessi politici e meccanismi dell’attenzione, smantellare la fabbrica del nemico richiede uno sforzo controcorrente, lento, privo della gratificazione immediata della certezza. Difendere la mente, oggi, è una responsabilità collettiva. Passa anche da scelte di architettura informativa: rallentare la condivisione, imporre contesto, rendere visibile la provenienza dei contenuti. In un ecosistema in cui anche l’Intelligenza Artificiale può contribuire a produrre e moltiplicare filtri, simulazioni e cornici emotive su scala industriale, il problema non è più solo distinguere il vero dal falso, ma difendere le condizioni mentali che rendono ancora possibile il giudizio.

Riferimenti bibliografici

Claverie, B., & du Cluzel, F. (2022). “Cognitive warfare”: The advent of the concept of “cognitics” in the field of warfare. Cognitive warfare: The future of cognitive dominance. NATO Science & Technology Organization.

Erikson, E.H. (1966). Ontogeny of ritualization in man. Philosophical Transactions of the Royal Society of London. Series B, Biological Sciences, 251(772), 337-349. https://doi.org/10.1098/rstb.1966.0019

Figley, C.R. (2002). Compassion fatigue: Psychotherapists’ chronic lack of self-care. Journal of Clinical Psychology, 58(11), 1433–1441. 10.1002/jclp.10090.

Freibott-Kalt, A., Jiang, X., Rose, A. et al. (2025). Children, Disasters, and Place Attachment: A Contemporary Framework for Understanding Crisis in Context. Curr Psychiatry Rep 27, 613–621. https://doi.org/10.1007/s11920-025-01634-4

Panksepp, J. (2010). Affective neuroscience of the emotional BrainMind: Evolutionary perspectives and implications for understanding depression. Dialogues in Clinical Neuroscience, 12(4), 533–545. 10.31887/DCNS.2010.12.4/jpanksepp

Paul, C., & Matthews, M. (2016). The Russian “firehose of falsehood” propaganda model: Why it might work and options to counter it. RAND Corporation. https://doi.org/10.7249/PE198




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