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Guerra, crisi economica e compromessi. Trump cerca una via d’uscita?

di Melissa de Teffé da Washington, DC – Giornalista con Master in Diplomazia presso l’ISPI, esperta di politica statunitense, accreditata per START InSight presso il Dipartimento di Stato.

Donald Trump ha vinto la sua campagna elettorale costruendo una narrativa politica molto precisa, che è stata capace di costruire la sua nota base elettorale estremamente fedele: il movimento MAGA – Make America Great Again.

Il messaggio semplice e diretto doveva dare soluzioni a un elettorato stanco per l’instabilità economica, sordo a qualsiasi iniziativa di conflitti internazionali.

Presentatosi come il presidente della pace e della prosperità economica queste lepromesse centrali della campagna:

1.porre fine alle guerre infinite che hanno caratterizzato la politica estera americana negli ultimi decenni, soprattutto dopo Afghanistan e Iraq. Trump ha ripetuto fino alla noia, che gli Stati Uniti non dovessero più essere trascinati in conflitti lunghi e costosi.

2. ridurre l’inflazione e abbassare il costo della vita. Il prezzo dell’energia, della benzina e dei beni di consumo sono divenuti uno dei temi più sentiti dall’elettorato americano.

3. ristabilire trasparenza e fiducia nelle istituzioni, anche attraverso la promessa — molto discussa — di rendere pubblici documenti sensibili come i cosiddetti Epstein files, e Kennedy.

Queste promesse hanno consolidato un consenso politico forte, capace di trasformare il movimento MAGA in una delle basi elettorali più compatte della storia recente americana.

Oggi la realtà è un’altra.

LA GUERRA
Gli Stati Uniti si trovano coinvolti in un nuovo conflitto in Medio Oriente, con l’Iran, che è stato evitato con infinita cautela per anni. A causa di questa guerra i mercati energetici stanno reagendo con forte volatilità e il prezzo del petrolio è tornato a essere uno dei principali fattori di pressione sull’economia globale.

Negli ultimi giorni il Brent ha registrato oscillazioni violente, passando da circa 84 dollari al barile a oltre 119, per poi ridiscendere vicino ai 100 dollari. L’impatto si è già visto alla pompa, dove il prezzo della benzina è aumentato di circa un dollaro al gallone, pari a quasi il 30%, mentre il diesel è salito di circa due dollari, con un incremento vicino al 66%. Un segnale immediato di come le tensioni nel Golfo si trasmettano rapidamente all’economia reale mentre i mercati tentano di capire se il conflitto rimane limitato e breve o assumerà dimensioni più ampie che includerebbero l’intervento di truppe a terra. Inoltre, con la quasi chiusura totale dello Stretto di Hormuz, dove transita un quinto del petrolio globale, ci chiediamo quale sia la strategia di Trump.


Foto (generica) di Pete da Pixabay

Il conflitto solleva scenari ancora più preoccupanti legati alla stabilità stessa della regione. Una delle vulnerabilità più critiche del Golfo riguarda l’approvvigionamento idrico. Gran parte dei Paesi della penisola arabica dipende infatti da impianti di desalinizzazione, infrastrutture essenziali che trasformano l’acqua del mare in acqua potabile. Si stima che circa il 70% dell’acqua utilizzata a Riyadh provenga da questi impianti, e che complessivamente circa 100 milioni di persone nella penisola arabica dipendano dalla desalinizzazione per il proprio approvvigionamento idrico. In un’area desertica come questa, tali infrastrutture rappresentano tuttavia obiettivi estremamente vulnerabili. Alcuni episodi recenti mostrano già una dinamica di ritorsione reciproca: dopo il danneggiamento di un impianto energetico in Iran, Teheran avrebbe colpito a sua volta una struttura di desalinizzazione nella regione del Golfo. Se questo tipo di attacchi dovesse intensificarsi, le conseguenze potrebbero essere devastanti. La distruzione sistematica degli impianti di desalinizzazione renderebbe infatti impossibile garantire acqua potabile a milioni di persone, trasformando la crisi in una catastrofe umanitaria oltre che economica. In uno scenario estremo, ampie aree del Golfo potrebbero diventare difficilmente abitabili, con effetti destabilizzanti per l’intera regione.

IMPATTO ECONOMICO
Secondo alcune stime di Goldman Sachs, l’aumento del prezzo del petrolio potrebbe tradursi in una revisione al rialzo delle previsioni di inflazione negli Stati Uniti, con l’indice PCE atteso salire dal 2,1% al 2,9% nel corso dell’anno. Allo stesso tempo, la banca prevede un rallentamento della crescita economica, con una riduzione del PIL di circa 30 punti base, accompagnata da un possibile aumento della disoccupazione e da un deterioramento della fiducia di consumatori e imprese. Alcuni segnali iniziano già a emergere: il mercato del lavoro statunitense resta solido, ma la disoccupazione ha registrato un primo incremento di circa il 10% rispetto ai livelli precedenti, un dato ancora contenuto ma osservato con attenzione dagli analisti come possibile indicatore di rallentamento economico. Il petrolio, infatti, non è soltanto una fonte di energia, ma uno dei principali input dell’economia globale, utilizzato in quasi tutti i settori produttivi, dai trasporti alla logistica fino alla manifattura. Quando il prezzo del petrolio sale rapidamente, l’effetto si trasmette lungo tutta la catena economica, aumentando i costi di produzione, comprimendo il potere d’acquisto delle famiglie e alimentando nuove pressioni inflazionistiche.

LA PROMESSA DEGLI “EPSTEIN FILES”
Un altro tema che ha contribuito a consolidare la fiducia della base MAGA durante la campagna elettorale è stata la promessa di trasparenza totale sul caso Jeffrey Epstein. Lo scorso novembre, il presidente ha firmato l’Epstein Files Transparency Act, una legge approvata quasi all’unanimità dal Congresso che obbliga il Dipartimento di Giustizia a rendere pubblici i documenti relativi al caso. Tuttavia, la pubblicazione dei file è stata parziale e fortemente criticata: molte pagine sono state rilasciate con ampie parti oscurate e diverse scadenze previste dalla legge non sono state rispettate. La gestione dei documenti ha generato tensioni sia nell’opinione pubblica sia all’interno dello stesso mondo MAGA, dove per anni la richiesta di pubblicare i files era stata una delle principali rivendicazioni politiche. In questo senso, il tema rappresenta uno degli esempi più evidenti dello scarto tra la narrativa elettorale — basata sulla promessa di piena trasparenza — e la pratica una volta vinte le elezioni.

Un’altra scivolata politica significativa è stata la gestione del caso Minnesota, che ha contribuito ad accelerare la fine della carriera di Kristi Noem alla guida del Department of Homeland Security. Durante alcune operazioni federali anti-immigrazione illegale a Minneapolis, agenti dell’ICE hanno ucciso due attivisti locali, Renée Nicole Good e Alex Pretti, episodi che hanno scatenato proteste e richieste di indagini indipendenti. Molti osservatori hanno sostenuto che l’escalation avrebbe potuto essere evitata con una gestione più prudente e coordinata delle operazioni federali.

Le critiche alla sua leadership erano già aumentate nelle settimane precedenti anche per un altro motivo: una campagna pubblicitaria da circa 220 milioni di dollari finanziata con fondi pubblici, con cui il Department of Homeland Security promuoveva la linea dura sull’immigrazione e nella quale la stessa Noem appariva in prima persona. Il costo e le modalità di assegnazione dei contratti hanno attirato forti critiche sia dai democratici sia da alcuni repubblicani al Congresso. Tra polemiche politiche, audizioni parlamentari e crescenti tensioni interne all’amministrazione, questi episodi hanno progressivamente indebolito la posizione della segretaria, fino alla decisione del presidente Donald Trump di rimuoverla dall’incarico.

LA VARIABILE POLITICA: LE MIDTERM
Con le elezioni di midterm previste a novembre, la pressione politica sulla Casa Bianca è destinata ad aumentare. A quasi metà mandato, molte delle promesse centrali della campagna elettorale restano parzialmente irrisolte. L’immigrazione rimane uno dei pochi fronti su cui l’amministrazione può rivendicare risultati concreti, ma sul piano economico la situazione appare più complessa. L’inflazione continua a rappresentare una preoccupazione per l’elettorato americano, mentre i costi energetici elevati incidono direttamente sul potere d’acquisto delle famiglie. Il mercato immobiliare mostra segnali di miglioramento, ma senza una vera svolta. Alla fine di febbraio 2026, i tassi medi per i mutui trentennali a tasso fisso sono scesi sotto il 6% per la prima volta in oltre tre anni, attestandosi intorno al 5,98%, un miglioramento rispetto ai livelli di inizio marzo (circa 6,19%), ma ancora lontani dalle condizioni che avevano sostenuto il boom immobiliare degli anni precedenti. In altre parole, il contesto economico resta fragile e politicamente sensibile.

Sul fronte istituzionale, Trump è riuscito a far approvare alla Camera dei Rappresentanti una proposta di legge che introduce una forma più rigorosa di identificazione elettorale, la cosiddetta scheda elettorale, presentata dai repubblicani come uno strumento per rafforzare la sicurezza del voto e prevenire possibili frodi. Tuttavia, il provvedimento deve ancora superare il passaggio al Senato, e anche in caso di approvazione definitiva difficilmente rappresenterebbe da solo una soluzione ai problemi economici percepiti dagli elettori.

Di fronte a un quadro interno così complesso, la domanda diventa inevitabile: su quale leva può puntare la strategia presidenziale per ribaltare la narrativa economica nei mesi che precedono i midterm?

Una possibile risposta potrebbe arrivare non tanto dalla politica domestica quanto dal piano geopolitico. Ed è qui che entra in gioco un attore decisivo: la Cina.

Pechino oggi importa circa il 20% del proprio petrolio da Iran e Russia, e gran parte di queste forniture dipende dalla stabilità delle rotte energetiche del Golfo. Eppure, nonostante l’escalation militare, la Cina non è intervenuta a difesa dell’Iran e soprattutto non ha cancellato il vertice previsto con Trump tra due settimane.

Questo dettaglio potrebbe essere decisivo. Se il conflitto nel Golfo dovesse trasformarsi in una crisi energetica globale, la Cina sarebbe tra i paesi più colpiti. Proprio per questo motivo Pechino potrebbe avere tutto l’interesse a favorire una via d’uscita negoziale.

In questo scenario, la guerra con l’Iran smette di essere solo un conflitto regionale e diventa qualcosa di più: una partita strategica tra Washington e Pechino sul futuro equilibrio energetico e geopolitico globale.

IL POSSIBILE ACCORDO CON LA CINA
In questo scenario, una delle leve più efficaci per ridurre le pressioni inflazionistiche interne potrebbe arrivare dal piano commerciale e geopolitico, in particolare dal rapporto con la Cina. Pechino rimane infatti uno dei principali partner economici degli Stati Uniti e uno dei maggiori importatori di energia e prodotti agricoli americani. Un possibile accordo tra Washington e Pechino potrebbe includere un aumento delle esportazioni statunitensi di petrolio e gas naturale liquefatto (LNG) verso la Cina, rafforzando la strategia energetica americana spesso sintetizzata nello slogan “drill baby drill”. Gli Stati Uniti sono oggi il primo produttore mondiale di petrolio e gas, con una produzione superiore ai 20 milioni di barili al giorno tra greggio e liquidi petroliferi, e l’espansione delle esportazioni energetiche potrebbe contribuire ad aumentare l’offerta globale e stabilizzare i prezzi dell’energia.

Parallelamente, un’intesa commerciale potrebbe prevedere una riduzione dei dazi reciproci imposti durante la guerra commerciale iniziata nel 2018. Le tariffe statunitensi su circa 300 miliardi di dollari di beni cinesi continuano infatti a incidere sui prezzi al consumo negli Stati Uniti, mentre Pechino mantiene dazi su numerosi prodotti americani. Secondo diverse analisi economiche, una riduzione delle tariffe commerciali potrebbe contribuire ad abbassare i costi di beni di consumo, componenti industriali ed elettronica, con effetti diretti sull’inflazione.

Un altro capitolo centrale riguarderebbe l’agricoltura. La Cina è storicamente uno dei principali acquirenti di soia, mais e prodotti agricoli statunitensi, e durante l’accordo commerciale del 2020 si era impegnata ad aumentare significativamente gli acquisti di prodotti agricoli americani. Un nuovo accordo potrebbe rilanciare queste importazioni, sostenendo il settore agricolo statunitense e contribuendo a stabilizzare i prezzi alimentari globali. (U.S. Department of Agriculture – USDA).

In altre parole, un’intesa più ampia tra Washington e Pechino potrebbe agire su diversi fronti contemporaneamente — energia, commercio e agricoltura — con un potenziale effetto stabilizzante sui prezzi globali. In un momento in cui l’inflazione rimane una delle principali preoccupazioni dell’elettorato americano, la diplomazia economica con la Cina potrebbe rappresentare uno degli strumenti più rapidi per ridurre le pressioni sui prezzi interni.

Foto di copertina di Markus Spiske on Unsplash




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