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GEOPOLITICA, RELIGIONE E LA TENTAZIONE DELLO SCONTRO DI CIVILTÀ

di Melissa de Teffé da Washington, DC – Giornalista con Master in Diplomazia presso l’ISPI, esperta di politica statunitense, accreditata per START InSight presso il Dipartimento di Stato.

Lo scontro evidente e continuo che attraversa oggi molte società occidentali – sia in Europa sia negli Stati Uniti – attorno alla presenza islamica e alla sua integrazione politica, sociale e culturale non nasce nel vuoto. In parallelo, la guerra in Iran contro una classe politica religiosa che da decenni governa il Paese con un sistema teocratico e repressivo riporta al centro del dibattito una domanda antica: fino a che punto i conflitti contemporanei possono essere letti anche come conflitti di natura religiosa o civilizzazionale?

Il concetto di guerra religiosa appartiene a una lunga tradizione storica. Senza tornare alle Crociate o ai grandi conflitti medievali tra cristianità e mondo islamico, è negli anni Novanta che la contrapposizione tra Occidente e civiltà islamica entra con forza nel dibattito strategico contemporaneo.

Fu il politologo americano Samuel Huntington a formulare la teoria destinata a segnare profondamente il dibattito geopolitico degli ultimi decenni. Nella sua visione del mondo post-Guerra Fredda, Huntington sosteneva che le principali linee di frattura della politica globale non sarebbero state più ideologiche – come durante il confronto tra capitalismo e comunismo – ma culturali e civilizzazionali.

Secondo Huntington, gli individui e le società tendono a definire la propria identità attraverso elementi profondi come religione, storia, lingua e tradizioni. In questo quadro, le relazioni internazionali sarebbero sempre più influenzate dalle affinità culturali tra Stati e dalle differenze tra grandi civiltà.

“I musulmani combattono contro i non-musulmani più di chiunque altro, probabilmente. La singola frase del mio articolo su Foreign Affairs del 1993 che ha suscitato le critiche più vigorose è stata il mio riferimento ai ‘confini sanguinosi dell’Islam’. Tuttavia, questo è un dato di fatto contemporaneo e il mio libro espone prove statistiche piuttosto massicce provenienti da fonti imparziali — il lavoro di altri studiosi — che dimostrano come la situazione sia tale.

Inoltre, facendo ricerca per il libro, ho scoperto che le prove dimostrano anche che l’interno dell’Islam è sanguinoso, perché allo stato attuale i musulmani si combattono tra loro molto più spesso di quanto non facciano le persone di altre civiltà.

Perché accade questo? Riguardo a questa propensione musulmana verso la violenza, alcuni hanno sostenuto che sia insita nella natura dell’Islam come religione, che l’Islam sia intrinsecamente una religione militarista. Io non sono d’accordo. Penso che se si volesse assegnare un ‘punto’ per la violenza tra le religioni mondiali, i cristiani probabilmente ne uscirebbero vincitori.

Tuttavia, abbiamo questo fenomeno contemporaneo che riguarda la violenza musulmana. Una possibile causa, credo, è che dal declino dell’Impero Ottomano non è esistito alcuno ‘Stato guida’ (core state) nell’Islam capace di esercitare la leadership, mantenere l’ordine e imporre disciplina.

Una seconda causa, e credo più importante, riguarda gli alti tassi di natalità nei paesi musulmani, che hanno creato un massiccio ‘youth bulge’ (surplus di giovani): persone tra i 15 e i 25 anni. La storia dimostra che quando le persone in quella fascia d’età superano il 20% della popolazione di una società, l’instabilità, la violenza e i conflitti tendono a intensificarsi.

In molti paesi musulmani, questo surplus giovanile ha raggiunto la soglia del 20%, dando origine alla militanza islamica, alla migrazione musulmana e alla pressione delle società musulmane in rapida crescita sui loro vicini. Per il prossimo futuro, quindi, le relazioni tra l’Occidente e l’Islam saranno probabilmente distanti e acrimoniose, e talvolta conflittuali e violente. Nel lungo periodo…” Huntington ha letto brillantemente il nostro futuro.  Era il 1997.

Una delle differenze fondamentali tra il modello politico occidentale e quello di molte società islamiche riguarda il rapporto tra religione e potere. In Europa, dopo secoli di guerre religiose, si è progressivamente affermato il principio della separazione tra Stato e Chiesa.

A partire dalla Pace di Westfalia (1648), che pose fine alla Guerra dei Trent’anni, si consolidò il principio cuius regio, eius religio — “di chi è il territorio, di lui sia la religione” — riconoscendo ai sudditi appartenenti a confessioni diverse il diritto di praticare il proprio culto in forma privata. Da quel momento iniziò in Europa un lungo processo storico che avrebbe progressivamente portato alla distinzione tra potere religioso e potere politico, uno dei pilastri delle democrazie occidentali contemporanee.

Il caso dell’Iran rappresenta invece un modello opposto: dopo la rivoluzione del 1979, la Repubblica islamica ha costruito un sistema politico in cui l’autorità religiosa non è separata dallo Stato ma ne costituisce il fondamento. È proprio questa differenza strutturale – più che una semplice contrapposizione religiosa – che aiuta a comprendere molte delle tensioni tra Iran e Occidente.

Un altro elemento che alimenta la percezione di un confronto più ampio tra Iran e Occidente riguarda la strategia regionale di Teheran. Da decenni la Repubblica islamica ha costruito una rete di alleanze con movimenti armati e milizie in diverse aree del Medio Oriente, spesso definita dagli analisti come “Axis of Resistance”. Questa rete include gruppi come Hezbollah in Libano, Hamas nei territori palestinesi, milizie sciite in Iraq e il movimento Houthi nello Yemen.

Secondo numerosi studi di politica internazionale, l’Iran utilizza questi gruppi come strumenti di proiezione strategica: attraverso finanziamenti, addestramento militare e supporto logistico, Teheran riesce a esercitare influenza regionale senza entrare direttamente in conflitto con gli Stati occidentali o con Israele. Il caso di Hezbollah è particolarmente emblematico. Il gruppo sciita libanese è stato per anni uno dei principali beneficiari del sostegno iraniano, con stime che indicano trasferimenti di centinaia di milioni di dollari l’anno per il suo apparato politico e militare. Allo stesso modo, Teheran ha sostenuto nel tempo anche organizzazioni palestinesi come Hamas e la Jihad islamica, fornendo risorse finanziarie, armi e addestramento.

Nel Golfo e nel Mar Rosso, il movimento Houthi nello Yemen rappresenta un ulteriore tassello di questo sistema di alleanze, che consente all’Iran di influenzare equilibri strategici cruciali come le rotte marittime e i conflitti regionali.

Attraverso questa rete di attori non statali, spesso definita dagli analisti come “Axis of Resistance”, Teheran ha costruito nel tempo una forma di guerra indiretta che permette di esercitare pressione sull’ordine regionale e sugli interessi occidentali senza un confronto militare diretto.

Questo confronto, tuttavia, non rimane confinato al Medio Oriente: negli ultimi decenni esso ha iniziato a riflettersi anche all’interno delle stesse società occidentali.

La crescente presenza di cittadini di origine e fede musulmana nelle istituzioni politiche occidentali riflette trasformazioni demografiche e sociali profonde. Negli Stati Uniti, figure politiche come Zohran Mamdani rappresentano una nuova generazione politica emersa in società sempre più pluralistiche.

Per alcuni osservatori, queste dinamiche rappresentano un naturale sviluppo delle democrazie liberali. Per altri, invece, riflettono una tensione crescente tra modelli di pluralismo culturale promossi da parte delle élite politiche occidentali e identità storiche percepite come parte integrante delle società europee e nord-americane.

In questo contesto, la religione diventa spesso uno strumento di mobilitazione politica e culturale. Più che uno scontro lineare tra civiltà, il quadro che emerge è quello di società occidentali attraversate da un confronto interno sempre più acceso su identità, pluralismo e sul futuro delle proprie istituzioni democratiche.

Il Regno Unito rappresenta oggi uno dei casi più emblematici di questa dinamica. Nel paese operano da oltre vent’anni organismi di arbitrato islamico utilizzati da alcune comunità musulmane per controversie familiari e civili, che secondo uno studio della House of Commons Library non fanno parte del sistema giudiziario statale ma funzionano come strutture di mediazione religiosa. Parallelamente, come osserva il Pew Research Center, la presenza musulmana in Europa è destinata a continuare a crescere nei prossimi decenni, rendendo inevitabile un confronto politico e culturale sempre più intenso sul rapporto tra pluralismo religioso e istituzioni democratiche.

Fra tutti i paesi europei, il peso della presenza musulmana nel Regno Unito rappresenta oggi un fattore non secondario anche nelle scelte di politica interna ed estera del governo guidato da Keir Starmer. L’atteggiamento ambivalente o oscillante del Primo Ministro è la causa prima del raffreddamento delle relazioni USA-UK.

Da un lato vi è una dimensione elettorale e sociale. La comunità musulmana britannica costituisce una componente rilevante dell’elettorato urbano e tradizionalmente vicino al Partito Laburista. Per questo motivo, l’appoggio a politiche o leader percepiti come ostili al mondo musulmano – come nel caso del controverso Muslim Ban promosso dall’amministrazione Trump – potrebbe generare forti tensioni politiche e sociali all’interno del paese.

Vi è poi una dimensione ideologica. Il governo Starmer ha ribadito un’impostazione che si richiama alla tradizione pluralista della democrazia britannica, fondata sulla tutela delle minoranze e sulla convivenza tra comunità religiose e culturali diverse. In questa prospettiva, un allineamento con una retorica politica percepita come identitaria o esclusiva entrerebbe in tensione con il modello multiculturale sviluppato nel Regno Unito negli ultimi decenni.

Infine, esiste anche una dimensione internazionale. Il Regno Unito ospita una vasta diaspora proveniente da paesi a maggioranza musulmana e mantiene relazioni economiche e diplomatiche significative con numerosi stati del Medio Oriente e dell’Asia meridionale. Per questo motivo, la leadership britannica sembra essere posizionata tra l’incudine e il martello. Le scelte di Starmer riflettono una realtà politica ormai evidente: nel Regno Unito contemporaneo, la presenza islamica detta, dietro le quinte, visioni e decisioni lontane dalla Britannia di Churchill, come Trump ha ricordato nella sua recente conferenza stampa.

Ecco che la realtà britannica e non solo, ci fa pensare a quale sarà il futuro dell’Occidente, che, apparentemente si gioca su uno snodo cruciale: da un lato la fermezza delle istituzioni, dall’altro la capacità di esercitare quel soft power culturale che potremmo paragonare alla saggezza dei nonni. Se alcune correnti dell’Islam politico stanno vivendo una fase di espansione demografica e fervore radicale — che per certi aspetti ricorda i periodi più bui della storia europea — l’Occidente possiede un vantaggio decisivo: l’esperienza storica. La consapevolezza, maturata attraverso secoli di conflitti religiosi, che il potere della forza è sempre effimero rispetto alla forza della cultura.

L’Iran, o meglio la Persia ha influenzato il mondo anche attraverso il potere politico e militare, ma soprattutto grazie a una raffinatezza estetica, poetica e filosofica che ha finito per trasformare persino i suoi conquistatori, dai Mongoli agli stessi dominatori arabi. In questo senso, l’Occidente potrebbe proporsi non tanto come un antagonista militare, quanto come un mentore civile, capace di offrire un modello in cui libertà individuale, creatività e pluralismo risultano più attraenti del dogma.

Il futuro dipenderà dalla capacità delle società occidentali di muoversi lungo tre direttrici fondamentali.

Riscoprire la propria identità.

Non si può trasmettere nulla se non si è consapevoli di ciò che si è. L’Occidente non deve rinunciare ai propri principi di libertà, pluralismo e separazione tra religione e Stato, ma presentarli come conquiste storiche maturate attraverso conflitti e trasformazioni.

Valorizzare le voci moderate e intellettuali.

Come la cultura persiana seppe mitigare l’impeto guerriero di epoche turbolente, anche oggi le correnti riformiste e intellettuali del mondo islamico — spesso marginalizzate o perseguitate nei propri paesi — rappresentano interlocutori fondamentali per costruire un terreno di dialogo e stabilità.

Affrontare la pressione demografica giovanile.

Senza opportunità educative, culturali ed economiche capaci di sostituire la retorica del martirio con quella del progresso e della dignità individuale, il cosiddetto youth bulge continuerà ad alimentare tensioni e radicalizzazioni.

In definitiva, se alcune correnti del mondo islamico rappresentano oggi l’energia turbolenta della giovinezza, l’Occidente potrebbe incarnare l’autorità dell’esperienza: quella di una civiltà che ha attraversato l’Inquisizione, le guerre di religione e le tragedie del Novecento, trasformando gradualmente quei conflitti in istituzioni fondate sul diritto, sulla scienza e sulla libertà.

Il futuro, quindi, non sarà un’omologazione delle civiltà, ma una convivenza inevitabilmente complessa. In questo equilibrio fragile, la vera forza dell’Occidente potrebbe non essere la superiorità militare, ma la sua inesauribile capacità di attrarre attraverso la cultura, la ragione e la libertà.

Foto di copertina di tetracarbon da Pixabay




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