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L’AMERICA AL CHECKPOINT: ICE NEGLI AEROPORTI, VOTO SOTTO ATTACCO E UN SISTEMA IN STALLO

di Melissa de Teffé da Washington, DC – Giornalista con Master in Diplomazia presso l’ISPI, esperta di politica statunitense, accreditata per START InSight presso il Dipartimento di Stato (US)

Se pensavamo che la guerra contro il regime fondamentalista iraniano fosse al centro delle problematiche di Trump, le divisioni politiche interne si sono rivelate altrettanto urgenti. Così mentre salgono le pressioni esterne perché il presidente fermi il prima possibile questa guerra, in casa si è aperta una vera e propria “caccia all’uomo”.

Mentre gli americani si preparano a consegnare entro il 15 aprile il loro 730, a ridosso della Santa Pasqua siamo al secondo shutdown parziale più lungo della storia degli Stati Uniti. Questo blocco, iniziato lo scorso 14 febbraio, ha superato la durata di quasi tutte le precedenti interruzioni amministrative, lasciando migliaia di dipendenti federali, in particolare quelli del Dipartimento della Sicurezza Internazionale (DHS), senza stipendio proprio mentre le famiglie pianificano le spese per le festività e le scadenze fiscali.

La paralisi nasce da uno scontro frontale al Congresso riguardo ai finanziamenti per la lotta all’immigrazione illegale e alle richieste dei Democratici di limitare i poteri operativi dell’ICE. Con il Senato che fatica a raggiungere i 60 voti necessari per sbloccare i fondi, la crisi si è spostata dai palazzi di Washington alla vita quotidiana dei cittadini: la carenza di personale della TSA (La Transportation Security Administration è l’agenzia governativa statunitense responsabile della sicurezza dei trasporti pubblici negli USA –  vedi aeroporti, guardie costiere ecc.), sta causando code chilometriche e ritardi senza precedenti negli aeroporti, trasformando i viaggi in un vero e proprio percorso a ostacoli per milioni di viaggiatori.

L’amministrazione Trump ha deciso di dispiegare agenti dell’ICE in diversi aeroporti statunitensi per far fronte al caos generato dallo shutdown del Dipartimento per la Sicurezza Interna, che ha lasciato migliaia di agenti TSA senza stipendio e ha provocato un forte aumento delle assenze e delle dimissioni. Gli agenti ICE sono stati inviati in oltre una decina di aeroporti con il compito di supportare la gestione delle code e delle operazioni logistiche, al fine di liberare personale TSA per le attività di screening, ma senza svolgere direttamente controlli di sicurezza o attività di immigrazione. La misura ha però generato forti critiche e preoccupazioni, sia per la mancanza di formazione specifica degli agenti ICE in ambito aeroportuale sia per il rischio di confusione tra funzioni di sicurezza e di immigrazione, con alcuni osservatori che la definiscono una soluzione temporanea e più politica che strutturale rispetto alla necessità di risolvere il blocco dei finanziamenti.

Mentre circa 50.000 agenti si apprestano a saltare il loro secondo stipendio consecutivo il prossimo 27 marzo, Everett Kelley, presidente del sindacato AFGE, ha denunciato con forza la situazione: «Non si può gestire un governo moderno sulle incertezze e sulle promesse di arretrati. Questa è una crisi creata artificialmente che tratta i lavoratori come sacrificabili».

Il dibattito si è infiammato ulteriormente dopo l’intervento di Elon Musk, che su X ha offerto di coprire personalmente i 23,6 milioni di dollari al giorno necessari per gli stipendi TSA, una mossa definita dai critici come uno stunt politico, ma che evidenzia l’incapacità del Congresso di agire. Mentre il leader della maggioranza al Senato, John Thune, accusa l’opposizione di «voler trascinare questa questione politica», i Democratici restano fermi nel negare i fondi per l’ICE in assenza di riforme strutturali dopo i tragici fatti di Minneapolis. Come osservato dal politologo Thomas Friedman sul New York Times, la vera crisi non è solo nei numeri del bilancio, ma in una «polarizzazione estrema che rende il sistema funzionalmente incapace di governare».

«Vorrei offrirmi di pagare gli stipendi del personale della TSA durante questo stallo sui finanziamenti, che sta avendo un impatto così negativo sulla vita di moltissimi americani negli aeroporti di tutto il Paese», ha dichiarato Musk in un post su X sabato mattina.

Questa mossa di Musk ha sollevato un acceso dibattito legale a Washington. Molti costituzionalisti citano l’Anti-Deficiency Act, una legge federale che impedisce al governo di accettare servizi volontari o finanziamenti privati non autorizzati dal Congresso.

Questa norma proibisce categoricamente al governo degli Stati Uniti di accettare servizi volontari o finanziamenti privati che non siano stati preventivamente autorizzati e stanziati dal Congresso. In sostanza, il sistema costituzionale americano prevede che solo il potere legislativo abbia il “potere della borsa”; permettere a un singolo cittadino, per quanto facoltoso, di pagare gli stipendi di un’agenzia federale creerebbe un precedente pericoloso, subordinando la sicurezza nazionale alla volontà di un privato.

Inoltre, l’accettazione di tali fondi solleverebbe enormi questioni etiche e di conflitto di interessi. Essendo Musk un importante contrattista governativo attraverso SpaceX e Tesla, il Dipartimento di Giustizia e l’Ufficio per l’Etica Governativa (OGE) dovrebbero valutare se questo “dono” possa essere interpretato come un modo per esercitare un’influenza indebita sulle future decisioni politiche. Senza un atto d’emergenza approvato dal Senato per bypassare queste restrizioni, la proposta di Musk rischia di rimanere una potente mossa di comunicazione politica piuttosto che una soluzione logistica immediata per i checkpoint della TSA.

Nel frattempo, il Partito Democratico, ha iniziato un’azione legale contro Trump proprio per l’utilizzo di agenti ICE. Il ricorso legale, sostenuto con forza dal DNC e da una coalizione di Stati a guida democratica, contesta la legittimità costituzionale dell’impiego degli agenti ICE nei checkpoint aeroportuali, sostenendo che tale misura vìoli il principio della separazione delle funzioni federali. L’azione legale punta a dimostrare che l’amministrazione stia operando un vero e proprio “sviamento di potere”, utilizzando risorse destinate all’enforcement migratorio per compiti di sicurezza civile per i quali il personale non è né addestrato né legalmente autorizzato. Secondo i legali dei ricorrenti, questa sovrapposizione non solo aggrava il rischio di profilazione razziale e violazioni del Quarto Emendamento, ma crea un clima di intimidazione che trasforma gli hub di trasporto in zone di controllo migratorio de facto. La battaglia in tribunale si concentra sulla richiesta di un’ingiunzione d’emergenza, sostenendo che l’ordine esecutivo supera i limiti della discrezionalità presidenziale in assenza di uno stato di emergenza nazionale formalmente dichiarato che giustifichi la militarizzazione dei servizi aeroportuali. Ovviamente si parla di “emergenza” nazionale non funzionale. Quella nostra, da passeggeri, 3 ore di coda sono un’emergenza, ma nel contesto giuridico deve esserci un’emergenza del tipo sanitario, o un’invasione di extraterrestri.

L’azione legale contro l’impiego dell’ICE negli aeroporti non è un caso isolato, ma si inserisce in una più ampia strategia del Partito Democratico di contrasto alle iniziative dell’amministrazione Trump, già visibile nelle cause avviate su altri fronti, come le restrizioni sull’identificazione al voto, considerate discriminatorie e potenzialmente lesive dei diritti costituzionali. Trump come già scritto ha richiesto l’introduzione della nostra Tessera elettorale, per intenderci, oltre a un documento d’identità per poter votare. I democratici in questa azione legale, affermano che questo sistema discriminerebbe persone come ex mogli che continuano a portare il nome del marito creando confusione, o la difficoltà a mostrare due documenti d’identità, in quanto qui non esiste la carta d’identità, e non tutti hanno un passaporto, e altri ancora non hanno il certificato di nascita. A differenza dell’Italia o della Francia, gli Stati Uniti non hanno un’anagrafe centrale. Il diritto di voto è gestito dai singoli 50 Stati, ognuno con le sue regole. Introdurre una “tessera federale” obbligatoria è visto dai critici come un tentativo del governo centrale di scavalcare l’autonomia degli Stati, un tema sensibilissimo per la Costituzione americana. In molti paesi europei i documenti sono economici o gratuiti. In America, ottenere i documenti necessari per una tessera federale (come certificati di nascita originali) può costare tempo e denaro. La Corte Suprema ha storicamente vietato le “tasse sul voto” (Poll Taxes, abrogate nel 1966 con il 24mo emendamento); i Democratici sostengono che obbligare qualcuno a pagare per ottenere documenti per la tessera elettorale sia una forma illegale di tassa sul voto.

Mentre in Europa la tessera elettorale è un simbolo di cittadinanza, ordine e inclusione garantito dallo Stato, nel caos amministrativo americano del 2026 rischia di trasformarsi in un’arma di esclusione. Senza un’anagrafe nazionale centralizzata, l’imposizione di un documento unico federale finisce per scontarsi con la realtà di milioni di cittadini che si ritrovano intrappolati in discrepanze burocratiche impossibili da sanare mentre gli uffici del DHS restano paralizzati dallo shutdown.




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