La propaganda bellica iraniana: il ruolo della famiglia come arma nel dominio cognitivo
di Nicola Cristadoro.
1. Premessa
Leggendo alcuni documenti ufficiali divulgati dal governo iraniano nei primi giorni del conflitto contro la coalizione israelo – americana, colpisce in modo particolare la ridondanza del concetto del martirio ascritto non solo ai rappresentanti della leadership politico-militare eliminati nell’immediato dei primi attacchi subiti, ma soprattutto ai “figli” della nazione, strettamente correlati alla figura delle “madri”. La narrazione sottende un messaggio orientato a conquistare e consolidare l’accettazione di gravi lutti dovuti alla guerra da parte delle famiglie. Le “madri”, metonimia di forte impatto emotivo, assurgono a simboli della resilienza del popolo iraniano, presentato come coeso e monolitico contro l’odiato nemico. Accanto alle madri troviamo i “figli”, il cui destino escatologico eleva il sacrificio dei caduti iraniani alla dimensione religiosa, rafforzata dal concetto del martirio. Tutto questo per far metabolizzare l’idea che i morti dalla parte di Teheran sono destinati ad essere tanti, come sempre è stato nei conflitti che hanno visto coinvolto il regime degli ayatollah. Nella propaganda bellica iraniana, dunque, la famiglia non è solo un’unità sociale, ma un pilastro ideologico utilizzato per mobilitare la nazione, giustificare il sacrificio e consolidare l’identità rivoluzionaria. Il regime modella i ruoli familiari per servire gli obiettivi dello Stato attraverso diversi meccanismi.
Il primo è proprio l’idealizzazione del martirio e il ruolo della madre: la propaganda eleva la figura della “madre del martire” come l’ideale supremo di cittadinanza femminile. Le donne sono ritratte come madri o mogli che spingono con orgoglio i propri cari verso il fronte, trasformando il dolore privato in onore pubblico. Spesso raffigurate con simboli religiosi (come il Corano), le donne fungono da àncora morale che legittima la “guerra santa”. Il secondo riguarda la formazione del “cittadino guerriero” secondo cui il ruolo maschile nella famiglia è strettamente legato alla difesa della patria e dei valori islamici. Ai bambini viene insegnato fin da piccoli che la protezione dell’onore familiare coincide con la difesa dello Stato. La propaganda utilizza sovente immagini di fratelli maggiori o padri eroici per spingere i giovani a unirsi a forze paramilitari come i Basij. Un terzo aspetto è riferito all’istruzione e alla trasmissione culturale. Lo Stato integra la narrazione bellica direttamente nella vita domestica e scolastica. Recentemente, sono stati introdotti compiti che richiedono agli studenti di discutere la preparazione alle crisi con i genitori, normalizzando il conflitto come parte della realtà familiare. Il cinema e i media di stato, poi, lavorano per colmare il “divario generazionale”, presentando i valori dei combattenti degli anni Ottanta come il modello da seguire per i giovani di oggi.

Nella propaganda del regime, la dimensione vulnerabile della patria viene rappresentata in modo paradigmatico dalla rilevante immagine femminile della “madre del martire”, spesso raffigurata mentre tiene in mano l’immagine di un martire, lo seppellisce o gli rende omaggio. La “madre del martire” compare ripetutamente in una serie di materiali visivi, già a partire dalla guerra Iran-Iraq. La rappresentazione di questa figura e la volontà del regime di riconoscerla e promuoverla come icona-chiave dello Stato sono in linea con il trattamento che le viene riservato nella realtà: lo Stato fornisce alle famiglie dei martiri benefici sociali ed economici e capitale culturale, riconoscendole come una classe sociale a pieno titolo. Spesso beneficiano di agevolazioni fiscali, alloggi riservati e quote di ammissione all’università. Si tratta di una tendenza che si è estesa persino alle famiglie dei martiri della Brigata Fatemiyoun, l’unità interamente afghana che ha combattuto in Siria su mandato iraniano, nonostante né i combattenti né le loro famiglie possiedano la cittadinanza iraniana[1]. La campagna sviluppata nel 2022 dall’agenzia di produzione audiovisiva e di design Khatt Media, intitolata Madri e mogli dei martiri, rappresenta un tipico esempio della continua promozione dell’importante ruolo svolto dalle donne come sostenitrici e persone in lutto per i martiri maschi[2].
In tempi di dissenso interno o conflitti recenti, lo Stato utilizza le famiglie per scopi tattici. Il dolore delle famiglie vittime degli attacchi esterni viene amplificato dai media statali per alimentare il sentimento nazionalista e la ritorsione in forma di vendetta. L’aspetto peggiore del confezionamento della propaganda pro-regime, tuttavia, riguarda le autorità accusate di forzare i familiari di vittime a rilasciare interviste televisive in cui negano la responsabilità dello Stato nelle morti, attribuendole a cause accidentali. Va anche detto che, mentre la propaganda ufficiale promuove l’immagine una famiglia unita e devota, esiste una crescente frattura sociale tra i valori predicati dall’élite governativa e lo stile di vita occidentale dei loro stessi figli all’estero, un fenomeno spesso criticato come ipocrisia dai cittadini comuni.
2. Evoluzione del modello familiare in Iran
In Iran, il modello familiare dominante era quello della famiglia allargata patriarcale. I suoi membri, legati da vincoli di sangue e di alleanza, comprendevano la coppia iniziale, i figli e le famiglie di questi ultimi. Questo modello familiare era caratterizzato dal potere assoluto del padre, capofamiglia, da una forte solidarietà tra i figli maschi, che godevano di pari diritti di successione e da un’elevata frequenza di endogamia, solitamente tra cugini di primo grado, con l’ideale rappresentato dal matrimonio tra i figli di due fratelli.
I compiti e le responsabilità della famiglia tradizionale erano molteplici e sostanziali. La famiglia si occupava del benessere dei suoi membri dalla nascita alla morte, coprendo tutti gli aspetti della vita sociale. Oltre a fornire supporto emotivo, la famiglia provvedeva anche all’istruzione, all’assistenza medica e al sostegno finanziario dei suoi membri. Tra i molteplici incarichi nel nucleo famigliare vi erano anche quelli di trovare un impiego, di organizzare le nozze e di provvedere all’accumulo dei fondi pensionistici per i propri propri appartenenti. Il coinvolgimento familiare si basava sul primato della solidarietà di lignaggio e richiedeva una continua interdipendenza tra i suoi membri. Negli ultimi decenni, tuttavia, si è assistito a una modernizzazione delle condizioni socio-economiche in Iran, legata allo sviluppo di un’economia di mercato e del lavoro salariato, all’urbanizzazione e all’accesso all’istruzione e ai servizi sociali finanziati dallo Stato. Ciò sembra aver indotto cambiamenti sostanziali nelle dimensioni e nella struttura della famiglia, nonché nelle sue funzioni sociali.
In seguito alla Rivoluzione del 1979, furono create diverse fondazioni per sostenere e migliorare le condizioni di vita dei più indigenti, noti come mostaz’afin (espropriati). Queste fondazioni disponevano di considerevoli risorse finanziarie, derivanti in gran parte da sovvenzioni governative, tasse e donazioni religiose. Dopo i tumulti dei primi anni del nuovo regime – esacerbati dall’inizio della guerra contro l’Iraq e dal nuovo peso imposto dal conflitto – il Comitato di Soccorso Imam Khomeini (IKRC, fondato nel 1979) organizzò le proprie attività in servizi distinti. I più importanti erano l’assistenza finanziaria a individui o famiglie senza risorse, l’assicurazione sanitaria e l’assistenza medica, prestiti senza interessi, aiuti finanziari per la ristrutturazione di abitazioni, borse di studio e piccole pensioni concesse a persone di età pari o superiore a 60 anni residenti in zone rurali. Diversi milioni di persone appartenenti ai settori più svantaggiati della popolazione hanno beneficiato e continuano a beneficiare delle diverse forme di aiuto e dei servizi forniti da questa fondazione. La Fondazione è legata ad enti come la Setad (Esecutivo dell’Ordine dell’Imam) un colosso commerciale sotto la supervisione diretta della “guida suprema”, con una partecipazione in quasi tutti i settori dell’economia iraniana, inclusi quello energetico, quello delle telecomunicazioni e quello dei servizi finanziari. L’istituzione opera all’interno del sistema teocratico iraniano, caratterizzato da un’impronta fondamentalista sciita e, sebbene si presenti come un ente benefico, viene descritta come uno strumento di “espansione ideologica” e soft power, con attività che talvolta si estendono ad altre aree di influenza iraniana[3]. Nel marzo 2026, si sono verificate segnalazioni di attacchi (inclusa un’esplosione) contro le sedi del Comitato di Soccorso Khomeini a Chenaran, nel Razavi Khorasan, da parte di unità di resistenza che avversano il regime khomeinista[4]. Altri importanti enti sono la Fondazione dei Martiri (creata nel 1980) e la Fondazione 15 Khordad (creata nel 1981), che si occupano delle famiglie di coloro che sono morti per la Repubblica Islamica, intese come vittime del periodo rivoluzionario e della guerra contro l’Iraq, degli ex militari disabili, dei prigionieri di guerra e dei dispersi, nonché dei bisognosi. Il sostegno finanziario e le pensioni erogate da queste fondazioni sono estremamente modesti, ma tale assistenza ai più bisognosi, soprattutto nelle aree rurali, ha sancito il loro diritto alla protezione sociale.
Se ipotizziamo che queste fondazioni abbiano sostituito i gruppi familiari e le reti locali, assistiamo ad una graduale riduzione del ruolo della famiglia nel sostegno ai propri componenti. Con la loro influenza sull’organizzazione tradizionale della solidarietà familiare, queste fondazioni hanno certamente contribuito a minare il principio di interdipendenza familiare e hanno favorito l’emergere dell’autonomia individuale[5].
3. Donne e bambini icone della propaganda
Nel precedente paragrafo abbiamo detto delle vittime della Rivoluzione e della guerra contro l’Iraq. Vediamo, allora, in riferimento alla guerra, situazione che oggi si riproponte prepotentemente sullo scenario mediorientale, in che modo la narrazione propagandistica di Teheran già negli anni Ottanta confezionasse messaggi tesi ad esaltare la sacralità della figura femminile e dei giovanissimi descritti come eroi votati al martirio per il neonato Stato teocratico.
Mentre i combattimenti infuriavano, l’intera società iraniana fu esortata a partecipare allo sforzo bellico. I manifesti giocarono un ruolo fondamentale nella mobilitazione e nel conforto del popolo iraniano, comprese donne e bambini. Ragazzi iraniani anche di soli dodici anni venivano reclutati nei Basij, forze paramilitari volontarie che combattevano al fianco dell’esercito nazionale. I Basij sono ricordati soprattutto per i loro assalti a ondate umane, in cui gruppi di ragazzi attraversavano a piedi i campi di battaglia disseminati di mine per consentire il passaggio successivo di altre unità dell’esercito. In questo atto mortale di indipendenza, sfida e fervore salvifico si celava il reale desiderio dei giovani iraniani di proteggere la propria patria e le proprie famiglie con ogni mezzo necessario, inclusa la perdita degli arti e il sacrificio della vita.
Gli artisti commemoravano il coraggio dei bambini in guerra, lamentando al contempo la loro tragica e prematura morte. Ad esempio, un manifesto, intitolato Questi sono i nostri eroi, raffigura un ragazzino che si prepara a unirsi alla battaglia; le granate legate alla sua cintura simboleggiano la sua inevitabile autodistruzione in un assalto di massa, mentre la sorella in lacrime stringe il Corano. Una scritta graffitata sul muro dietro le due figure esalta altri ragazzi come “guide” che si sono già sacrificati per la causa. Il manifesto simboleggia la perdita dell’innocenza per la giovane generazione, così come per la stessa nascente Repubblica Islamica.
Anche le donne furono sfruttate per la propaganda bellica. La Repubblica Islamica incoraggiò le donne a seguire i modelli islamici di femminilità e umiltà. Come osserva Shirin Saeidi, “la descrizione di genere dei cittadini ideali da parte della Repubblica Islamica durante la guerra Iran-Iraq… raffigurava il cittadino maschio ideale come un guerriero e la donna ideale come una moglie o una madre che mandava volontariamente i propri cari in guerra“[6]. Nonostante la molteplicità dei ruoli svolti dalle donne durante la guerra, che hanno sfidato e al contempo minato i binarismi e le norme di genere promossi dallo Stato, le raffigurazioni delle donne nell’iconografia del regime postbellico si sono concentrate principalmente sul loro ruolo di testimoni, sostenitrici e generatrici di combattenti e martiri[7]. Tali raffigurazioni sono in linea con la classica rappresentazione sciita delle donne, che incarnano i ruoli svolti da Fatima (figlia del Profeta, moglie di Ali e madre di Husayn e Hasan) e da sua figlia Zaynab[8]. Fatima è un archetipo della virtù femminile sciita. Venerata come simbolo di rettitudine, pazienza, pietà e come madre del più importante martire sciita, l’Imam Husayn, Fatima è esaltata come madre di tutti i martiri. Per queste ragioni, i cimiteri creati per i soldati iraniani caduti durante la guerra Iran-Iraq portano il suo nome. Zaynab, invece, viene ricordata per il suo coraggio e la sua resilienza, dovuti alla sua leggendaria sfida a Yazid I dopo il massacro della sua famiglia nella battaglia di Karbala (680 d.C.). Come donna attiva e persino combattiva, il suo esempio ispirò le donne iraniane durante la Rivoluzione. Anche durante la guerra, i programmi artistici della Repubblica Islamica diffondevano l’immagine di Zaynab come donna a sostegno dei soldati sciiti.
L’artista di guerra Nasser Palangi realizzò degli schizzi di donne iraniane durante le prime fasi dell’invasione irachena della città iraniana di Khorramshahr. Intitolando uno dei suoi disegni Le eredi di Zaynab, Palangi mette in luce il legame tra l’eroina del VII secolo e le donne di Khorramshahr, che combatterono in difesa della città. La battaglia di Karbala si trasformò ancora una volta in un paradigma attraverso il quale anche le combattenti potevano emulare le eroine della storia sacra sciita. Vale la pena raccontare che nel 2021, in occasione della Giornata degli Infermieri in Iran, è stato presentato un murale intitolato L’esercito degli infermieri, che mostrava operatori sanitari uomini e donne nella lotta contro il COVID-19. Celebrata annualmente per riconoscere il contributo e i sacrifici degli iraniani che lavorano nel settore sanitario, la Giornata degli Infermieri cade nell’anniversario della nascita di Zaynab, nipote del Profeta, ricordata soprattutto per aver assistito, come detto, al martirio di suo fratello Husayn e di altri famigliari nella battaglia di Karbala. La coincidenza della Giornata degli Infermieri con il compleanno di Zaynab non è casuale: questo allineamento intende collegare le azioni degli operatori sanitari iraniani di oggi alla memoria e all’eredità di Zaynab, che non solo fu testimone della battaglia, ma si prese anche cura delle donne e dei bambini sopravvissuti dopo il conflitto[9]. Il murale in questione è un esempio di soft propaganda la cui peculiarità è quella di sovvertirele consolidate rappresentazioni delle norme di genere nella Repubblica Islamica. Mentre le rappresentazioni classiche enfatizzano il martirio e il sacrificio per la nazione come un’impresa prevalentemente maschile, questo murale si distingue per la presenza di un uomo che regge l’immagine di una martire . Tale inversione dei ruoli di genere indica come la posizione assegnata a uomini e donne nella produzione culturale statale incentrata sul martirio e sull’eroizzazione sia soggetta a una forma di rinegoziazione. La logica sostantiva a questa rinegoziazione risiede nella realtà delle donne che hanno prestato servizio in prima linea e sacrificato la propria vita durante la pandemia di COVID-19 nella Repubblica Islamica. Non riconoscere il loro ruolo nella protezione della patria e nel loro sacrificio significherebbe sminuire questa realtà. In altre parole, in Iran la “gerarchia del martirio” basata sul genere è stata adattata alle reali condizioni della pandemia di COVID-19, quando le donne hanno dovuto pagare un prezzo di sangue sempre più elevato.
Tra i tanti manifesti, appare particolarmente toccante quello della Ragazza che imbraccia un fucile (1979). Una fotografia ritrae una bambina con il chador completo che impugna un fucile Kalashnikov con un fiore infilato nella canna. La didascalia del poster riporta una citazione dell’Ayatollah Taleqani: “Il nostro esercito non appartiene solo ai nostri fratelli nelle forze armate. Uomini e donne, giovani e anziani del nostro Paese sono membri dell’Esercito Islamico e sono i custodi dell’Islam“. La Repubblica Islamica incoraggiava tutti gli iraniani a condividere la responsabilità di salvaguardare il proprio Paese, sia combattendo in guerra, sia sostenendo lo sforzo bellico, sia difendendo l’Islam di fronte all’aggressione straniera. Mentre la ragazzina si prepara a difendere la sua patria, il gruppo di soldati alle sue spalle rimanda alla prontezza dei soldati iraniani a combattere per la Repubblica Islamica[10].
In generale, tuttavia, nonostante la capacità della propaganda di Stato di rinegoziare le norme di genere, questo processo rimane circoscritto dai meccanismi di costruzione del mito maschile e dall’archetipo maschile del martire. Di fatto, tali processi non implicano l’uguaglianza di genere, bensì rivelano come i discorsi sul martirio femminile siano ambivalenti: se da un lato alle donne viene attribuito un ruolo attivo nella storia, dall’altro viene ribadita la logica della gerarchia di genere. Tali osservazioni sull’iconografia visiva promossa dallo Stato nell’Iran contemporaneo contribuiscono allo studio delle tecniche di propaganda utilizzate dai regimi autoritari.
4. Conclusioni. Figli e figliastri
A partire dalla conclusione della guerra Iran-Iraq, i prototipi di genere del “fratello guerriero e della sorella velata” sono stati costantemente raffigurati e diffusi nell’iconografia della Repubblica islamica[11]. Questi prototipi appaiono come un insieme semi-fisso di motivi a cui gli organi di propaganda del regime attingono regolarmente e continuano a permeare il discorso quotidiano. Quando si parla di martirio e sacrificio, i prototipi di genere si distinguono tra l’atto maschile di combattere e morire e l’atto femminile di sostenere, assistere e infine piangere il martire. Queste rappresentazioni dicotomiche possono essere definite Husayn-ingeZaynab-ing, che, va notato, non sono solo rappresentazioni nella propaganda di stato iraniana, ma si allineano strettamente alla realtà della guerra stessa, quando le donne non venivano ufficialmente reclutate per combattere. L’esempio classico a questo proposito è quello dell’infermiera che sostiene il martire, spesso utilizzato per rendere visibile il contributo delle donne nei processi storici. L’effetto è duplice: da un lato, alle donne viene attribuito un ruolo attivo nella storia, dall’altro vengono ridotte a figure di supporto[12]
Il legame di lunga data tra norme di genere, martirio e protezione della patria permea l’iconografia odierna della Repubblica islamica. Nel dicembre 2021, un murale è apparso sul cartellone pubblicitario Vali Asr di Teheran raffigurante il comandante delle Guardie Rivoluzionarie Qassam Soleimani e il segretario generale di Katai’b Hezbollah iracheno Abu Mahdi al-Muhandis al centro, affiancati da un lato da un gruppo di bambini e dall’altro da un gruppo di soldati. Occupando ciascuna metà separata del murale, ogni gruppo intende simboleggiare un diverso elemento della nazione. I bambini, che appaiono in un verdeggiante paesaggio urbano, stringendo le immagini dei martiri, rappresentano l’idilliaca patria; i soldati, ritratti in piedi nell’arido paesaggio di battaglia mentre esprimono con gioia il cameratismo marziale, rappresentano l’idealizzata comunità di fratellanza desiderosa di proteggere la patria in territorio nemico. Mostrato una settimana prima del secondo anniversario dell’assassinio di Soleimani e Muhandis da parte di un attacco di droni statunitensi, il murale reca la didascalia: “La rabbia verso il nemico e l’amore per la patria, ecco cosa porta sicurezza alla tua casa“[13]. La rabbia e la lotta contro il nemico sono un’impresa esclusivamente maschile. Le donne sono le destinatarie di questi valorosi sforzi e hanno il solo compito di sostenerle. In quanto membri femminili della famiglia dei martiri, è loro dovere mantenere viva la memoria degli uomini defunti e del loro sacrificio. Il modello storico-mistico di questi ruoli di genere prototipici, lo ribadiamo,si trova nella coppia di fratelli martiri Husayn e Zaynab. È a Zaynab, dopotutto, che si dice derivino i rituali di lutto sciiti che commemorano la morte di Husayn nel 680 d.C. a Karbala[14], di cui abbiamo parlato in precedenza. Nelle raffigurazioni celebrative della battaglia di Karbala, sono gli uomini a combattere per un giusto ordine sociale, mentre le donne fungono da sostenitrici e testimoni delle loro gesta eroiche in battaglia.
Arriviamo a tempi più recenti. Nelle settimane successive alla guerra dei dodici giorni, il Ministero dell’Istruzione iraniano ha distribuito nuovi libri di testo alle scuole di tutto il paese, con l’obiettivo di introdurre gli studenti delle scuole elementari e medie a quelle che i funzionari definiscono lezioni fondamentali di difesa nazionale e resistenza. Il libro di testo per le elementari si apre con una citazione del 1980 dell’ayatollah Khomeini: “Vi prometto la vittoria. Non temete alcuna superpotenza e non abbiate paura di alcuna propaganda. Seguiremo la nostra strada, e quella strada è quella di Dio“. Tale operazione rappresenta l’impegno del Ministero nel plasmare la comprensione del conflitto da parte delle nuove generazioni attraverso storie, attività didattiche e immagini incentrate su missili, droni e prontezza militare. Dopo la fine del conflitto, i funzionari del ministero hanno dichiarato che “Il messaggio della guerra e le azioni del sistema politico devono essere trasmessi alle scuole il più rapidamente possibile“[15]. Nel testo, concepito nell’ambito del pacchetto didattico “Il nostro Iran” e integrato nei programmi scolastici obbligatori, roviamo dei capitoli intitolati “Eroe di quartiere“, “Soldato della patria“, “Solidarietà nei momenti difficili” e “Nemico comune“. Secondo i documenti del Ministero, l’obiettivo principale è quello di fornire “opportunità educative agli alunni di seconda elementare” per comprendere “i fattori determinanti per la vittoria in guerra e le sue diverse dimensioni” attraverso situazioni di apprendimento, dialogo e attività congiunte. Le istruzioni rivolte agli insegnanti sottolineano che l’obiettivo finale va oltre la semplice spiegazione di un singolo evento militare[16].
Fin qui appare tutto coerente con
le narrazioni storico-propagandistiche del regime degli ayatollah. Tuttavia
se guardiamo alla progenie dell’élite governativa iraniana qualcosa non
torna. Una narrazione così pervasiva del tessuto sociale e così orientata alla
vocazione al martirio, in linea di principio dovrebbe far vibrare nel cuore dei
leader iraniani l’orgoglio di avere figli e figlie pronti a immolarsi
per la patria e per la causa anti-sionista e anti-americana. La leadership
di Teheran continua a insistere sul fatto che il sistema instaurato dopo la
rivoluzione del 1979 sia giusto, indipendente e moralmente superiore
all’Occidente. Proclamano che l’Iran è autosufficiente e culturalmente immune
all’influenza straniera. Pretendono che i cittadini comuni rimangano leali,
sopportino le difficoltà e considerino l’isolamento una virtù. Eppure, quando si
tratta delle loro famiglie, la narrazione crolla. I figli delle figure
politiche, militari e religiose più potenti dell’Iran scelgono in stragrande
maggioranza di vivere all’estero, il più delle volte negli Stati Uniti, in
Canada, in Europa o in Australia. Studiano nelle università occidentali,
lavorano in aziende occidentali e godono delle libertà occidentali. Non si tratta né di un caso né di un’anomalia. È uno schema
talmente ricorrente che gli iraniani gli hanno dato un nome: la “diaspora del
privilegio”[17].
Mentre i comuni cittadini iraniani si trovano ad affrontare sanzioni,
inflazione, disoccupazione e severe limitazioni alla libertà di movimento e
alle opportunità, i figli degli alti funzionari aggirano agevolmente questi
ostacoli. Passaporti occidentali, visti di lunga durata, titoli di studio
prestigiosi e lavori ben retribuiti diventano accessibili grazie al denaro,
all’influenza e alla protezione politica. Non si tratta della diaspora generata
dalla repressione o dal collasso economico, il percorso intrapreso da milioni
di iraniani comuni per necessità. Si tratta di qualcosa di completamente
diverso: una diaspora della classe dirigente, nata dal privilegio e dalla
contraddizione.
[1] K. L. Schwartz, “Citizen Martyrs”: The Afghan Fatemiyoun Brigade in Iran, Afghanistan 5, n. 1, 2022.
[2] دیوارنگاره میدان ولیعصر (عج) به پیشواز روز مادر رفت (Il murale di Piazza Vali Asr (A.S.) è stato inaugurato in occasione della Festa della Mamma), Agenzia di stampa Mehr, 14/01/2022. https://www.mehrnews.com/news/.
[3] S. Cegalin, Iran, il soft power in Medio Oriente, la Redazione, 21/11/2023. https://www.laredazione.net/iran-il-soft-power-in-medio-oriente/#:~:text=Iran%2C%20il%20soft%20power%20in%20Medio%20Oriente.
[4] Unità di Resistenza Colpiscono IRGC e Basij in 20 Città Iraniane, CNRI, 05/03/2026. https://it.ncr-iran.org/notizie/resistenza-iraniana/unita-di-resistenza-colpiscono-irgc-e-basij-in-20-citta-iraniane/#:~:text=%E2%80%93%20Incendio%20di%20una%20base%20IRGC%20Basij,Khorasan%20%E2%80%93%20Attacco%20a%20un%20seminario%20del.
[5] M. Ladier-Fouladi, Iranian Families between Demographic Change and the Birth of the Welfare State, Population (English edition), 57ᵉ année, n°2, 2002. pp. 361-370.
[6] S. Saeidi, Women and the Islamic Republic: How Gendered Citizenship Conditions the Iranian State, Cambridge University Press, 2022.
[7] E. Koolaee, The Impact of the Iraq-Iran War on Social Roles of Iranian Women, Middle East Critique 23, n. 3, 2014.
[8] R. Wellman, Feeding Iran: Shiʿi Families and the Making of the Islamic Republic, Berkeley University of California Press, 2021.
[9] P. J. Chelkowski, The Iconography of the Women of Karbala: Tiles, Stamps, and Posters, in The Women of Karbala: Ritual Performance and Symbolic Discourses in Modern Shiʿi Islam, University of Texas Press, Austin, 2005.
[10] https://www.lib.uchicago.edu/collex/exhibits/graphics-revolution-and-war-iranian-poster-arts/women-and-children/.
[11] M. Moallem, Between Warrior Brother and Veiled Sister: Islamic Fundamentalism and the Politics of Patriarchy in Iran, Berkeley University of California Press, 2005.
[12] S. Saeidi, op. cit..
[13]بیلبورد «ولی عصر» با شعار «افتخار برای میهن» رونمایی شد (È stato inaugurato il cartellone pubblicitario “Vali Asr” con lo slogan Onore alla Patria), Mizan News, 28/12/2021. https://www.mizanonline.ir/003IDN
[14] K. Scot Aghaie, Gendered Aspects of the Emergence and Historical Development of Shiʻi Symbols and Rituals, in The Women of Karbala: Ritual Performance and Symbolic Discourses in Modern Shiʻi Islam, University of Texas Press, Austin, 2005.
[15] M. Tabriz, Iran introduces war curriculum to elementary students following 12 days conflict, Iran International, 25/11/2025. https://iranwire.com/en/features/146547-iran-introduces-war-curriculum-to-elementary-students-following-12-day-conflict/.
[16] Ibid.
[17] L. Bazargan, Iran’s rulers don’t mind the ship sinking, their brood jumped long ago, Iran International, 15/11/2025. https://www.iranintl.com/en/202511134705.