TRUMP E LA VITTORIA DI PIRRO

di Melissa de Teffé da Washington, DC – Giornalista con Master in Diplomazia presso l’ISPI, esperta di politica statunitense, accreditata per START InSight presso il Dipartimento di Stato (USA)
Sicuramente è tempo di spegnere le fanfare trumpiane, perché questa è una vittoria di Pirro. Per chi non ricordasse la storia, la rammento: nel 279 a.C., in Puglia, Pirro, re dell’Epiro — sbarcato l’anno precedente con 19 elefanti indiani come arma segreta per terrorizzare i Romani — è sicuro di piegare la formidabile macchina bellica della Repubblica. Pirro stravince la battaglia, ma a un costo umano devastante: sul campo muore la stragrande maggioranza dei suoi soldati scelti e dei suoi generali più fidati. I Romani, dal canto loro, giocano in casa e applicano la spietata logica dei numeri. Sfruttando la leva di massa tra i propri cittadini e l’obbligo dei popoli alleati di fornire contingenti, Roma riesce a rimpiazzare le perdite nel giro di poche settimane.
Ma allora viene spontaneo chiedersi: a Washington qualcuno ha fatto i conti prima di compiere questa mossa? La risposta è imbarazzante, perché i conti li avevano fatti tutti, in anticipo, per iscritto e ad alta voce. Già a inizio marzo 2026, sul nascere della crisi, gli analisti di ING avvertivano che chiudere lo Stretto di Hormuz avrebbe potuto spingere il greggio fino a 140 dollari al barile nello scenario peggiore. Bloomberg, dopo aver interpellato oltre tre dozzine di trader, scriveva che il mondo non aveva ancora colto la gravità della situazione, evocando lo shock petrolifero degli anni Settanta e un prezzo che poteva toccare i 200 dollari. A maggio è entrata in scena l’artiglieria delle istituzioni: JPMorgan vedeva le scorte globali toccare livelli critici entro settembre; Rapidan Energy le dava per esaurite già tra luglio e agosto, prospettando un’economia destinata a “incepparsi”, mentre l’Agenzia Internazionale dell’Energia metteva in guardia su rincari in arrivo proprio alla vigilia del picco estivo. Persino il servizio studi del Congresso aveva acceso un faro, ricordando l’ovvio: per la gran parte del greggio che attraversa lo Stretto non esiste una via d’uscita alternativa. Il preventivo, insomma, era sul tavolo, firmato e controfirmato.
Allora dov’è l’errore? Non nel calcolo, ma in due scommesse perse. La prima: tutti davano per scontato che la chiusura sarebbe stata breve. Homayoun Falakshahi, capo dell’analisi sul greggio di Kpler, aveva avvertito che con lo Stretto chiuso il barile poteva volare a 120-130 dollari, ma “at least temporarily” (almeno temporaneamente), poiché si assumeva che nessuno potesse reggere a lungo quel blocco, che avrebbe ritorto il colpo contro Teheran tagliandole l’export e i legami con la Cina. Si era preventivato uno shock-lampo; è arrivato un logorìo di quattro mesi. Ed è qui che la pazienza del bazaar ha fatto la differenza.
L’Iran ha rovesciato proprio la premessa dei modelli occidentali: ha tenuto duro per mesi accettando di rimetterci in prima persona — meno greggio venduto, clienti spazientiti — ma sapendo di poter sopportare la ferita più a lungo di Washington. E mentre i serbatoi americani si svuotavano sul serio, l’allarme ha cambiato tempo verbale, passando dal futuro al presente. “We have to solve this problem in the Strait of Hormuz” (Dobbiamo risolvere questo problema nello Stretto di Hormuz), ha ammesso Mike Sommers, presidente dell’American Petroleum Institute, mentre le scorte statunitensi viaggiavano verso i minimi storici. Vince chi regge l’attrito, non chi colpisce più forte: l’aritmetica romana, misurata in barili anziché in legioni.
La seconda scommessa persa è l’illusione dell’insularità. Gli Stati Uniti importano pochissimo dal Golfo Persico e a Washington la batosta sembrava un guaio confinato ad asiatici ed europei. Salvo poi riscoprire che il prezzo del petrolio è globale e che lo Stretto da cui passa circa il 20% del commercio mondiale di greggio e gas non manda il conto solo a Pechino. Il conto è arrivato puntuale alla pompa dell’Ohio: benzina a 4,11 dollari al gallone contro i 3,12 dell’anno prima e inflazione al 4,2%, la più alta in tre anni. Il peggio doveva ancora venire, perché le scorte usate per tamponare i prezzi rischiavano di prosciugarsi nel giro di settimane, proprio nel pieno della stagione dei viaggi estivi.
Ecco perché Trump è corso al tavolo delle trattative con il cronometro in mano. Nonostante la sfoggiata forza militare, si è ritrovato con una pistola economica puntata alla tempia, il cui grilletto è mosso dal calendario elettorale: a Teheran si contratta con la flemma del mercante, mentre a Washington i serbatoi si svuotano e le elezioni di metà mandato si avvicinano. La firma del memorandum d’intesa non spegne l’incendio: anche a Stretto riaperto, gli analisti avvertono che i flussi globali si normalizzeranno solo verso il quarto trimestre. Tra petroliere bloccate, scorte da ricostituire e infrastrutture danneggiate, l’inflazione continuerà a cavalcare le nostre vite.
Nessuno, dunque, potrà dire di non aver saputo. Pirro, almeno, poteva giurare di non aver previsto la tenacia di Roma; qui il preventivo lo avevano scritto gli analisti, mese per mese, cifra per cifra. Oltre alla beffa, però, rimane l’inganno. Infatti, dopo aver fatto credere per anni, a suon di dichiarazioni altisonanti, che il regime iraniano andasse radicalmente debellato in quanto minaccia globale — si ricordi l’8 aprile 2019, quando il New York Times titolava “Trump Designates Iran’s Revolutionary Guards a Foreign Terrorist Group”, riportando la storica decisione di bollare un’intera branca militare statale come organizzazione terroristica — ieri il presidente ha liquidato la questione dicendo: “I never cared about regime change. It was never a part” (Non mi è mai importato del cambio di regime. Non ne ha mai fatto parte).
Eppure, come in ogni accordo, il diavolo si nasconde nei dettagli. E i dettagli raccontano una storia diversa dalle fanfare. Il memorandum apre una finestra negoziale di sessanta giorni e promette, a regime, la fine dell’embargo: la rimozione di tutte le sanzioni, comprese quelle delle Nazioni Unite e quelle unilaterali americane sull’export di greggio. In cambio, Teheran ribadisce l’impegno a non dotarsi di armi atomiche, mentre il nodo dell’arricchimento viene rinviato al tavolo finale.
Il punto più clamoroso, però, riguarda i soldi. Il testo prevede la creazione di un fondo di 300 miliardi di dollari per la “ricostruzione e lo sviluppo economico” dell’Iran, da finanziare insieme ai partner regionali, le monarchie arabe del Golfo. Qui Washington gioca una partita sottile, perché non spende un dollaro. JD Vance, lo precisa in conferenza stampa, bollando come falsa la notizia di un investimento americano e giurando di “non investire nemmeno 10 cents”. Il ruolo degli Stati Uniti è quello di revocare tutte le sanzioni e consentire anche ad altri paesi d’investire. “Permetteremo investimenti nella ricostruzione del loro Paese”, spiega Vance, evocando l’immagine di una centrale elettrica costruita dagli Emirati in territorio iraniano. Il tutto, solo se ad accordi conclusi Teheran rispetta le condizioni.
Una finestra di sessanta giorni e un sollievo economico condizionato sono, in fondo, il terreno ideale per questi maestri dell’attesa. L’Iran porta a casa la firma, l’embargo cade, il greggio torna a fluire, e i dettagli che contano davvero — l’arricchimento, i missili, i tempi — restano consegnati a un negoziato futuro, dove la flemma del mercante può lavorare indisturbata.
Washington, dal canto suo, si prepara a rimuovere l’embargo, spalanca le casseforti delle monarchie del Golfo e rischia così di contribuire alla stabilizzazione economica di un regime che per anni aveva indicato come una minaccia da contenere. Un’altra voce, anch’essa, nel bilancio della vittoria di Pirro.
Questo quadro di condizioni storiche presenta analogie con la consolidata prassi diplomatica persiana, storicamente imperniata sulla dilazione temporale e sulla condotta ambigua. Nel corso del XIX secolo, la dinastia Qajar, minacciata dalle opposte pressioni degli imperi russo e britannico, garantì la propria continuità istituzionale attraverso una strategia di bilanciamento geopolitico, alternando concessioni asimmetriche a tattiche dilatorie. Il caso della crisi del tabacco del 1890, culminato nella rescissione formale della concessione britannica a seguito di pressioni interne, evidenzia come per Teheran i vincoli contrattuali rappresentino storicamente variabili negoziali e non esiti definitivi. Tale approccio traspone i meccanismi del bazar nelle relazioni internazionali: si formalizzano tempestivamente le intese utili a ottenere benefici immediati — quali l’allentamento del regime sanzionatorio e il ripristino delle transazioni finanziarie — differendo sine die i restanti impegni gravosi.
Questo drastico voltafaccia ha lasciato la popolazione e la diaspora iraniana intrappolate in un profondo dilemma emotivo e politico. Se da un lato gli iraniani in patria esprimono sollievo per lo scampato pericolo di una guerra totale con la possibilità di vedere nuovi investimenti senza embarghi, dall’altro vivono questo accordo come un doloroso tradimento. La decisione di Washington di abbandonare la linea del “cambio di regime” e di sbloccare miliardi di dollari in asset congelati è vista dagli attivisti come una formale legittimazione della teocrazia di Teheran, spegnendo le speranze di una svolta vicina e alimentando la convinzione che il futuro della transizione democratica dipenderà esclusivamente dalle forze della resistenza interna.
Di fronte alle trasformazioni violente dello scacchiere mediorientale, l’Unione Europea ha allineato la propria condotta a una logica di laissez-faire geopolitico: un non-intervento calcolato, che tollera le sistematiche violazioni dei diritti umani di attori chiave come l’Iran pur di salvaguardare una parvenza di stabilità nei mercati regionali. La rinuncia ai princìpi fondativi nasce da una fragilità anteriore alla crisi mediorientale: l’Europa è già claudicante, segnata dalla frattura — energetica, commerciale, geopolitica — consumatasi con la Federazione Russa. Ne deriva un’asimmetria etica evidente, in cui la difesa dei diritti universali cede il passo alle urgenze della sicurezza economica.
È in questa asimmetria etica che si consuma il declassamento delle cancellerie del vecchio continente, ridotte al rango di moderni valvassori della geopolitica contemporanea. Sospesa tra subalternità e realpolitik, Bruxelles si confronta intanto con l’amara consapevolezza di non poter azzerare i rapporti con Vladimir Putin. La necessità di riaprire canali diretti è emersa chiaramente anche nei recenti contatti diplomatici promossi dal Consiglio Europeo guidato da António Costa, mentre resta ancora l’incognita su chi assumerà formalmente il ruolo di emissario ufficiale.
Questa medesima urgenza costringe
l’Europa a subire le decisioni unilaterali delle grandi potenze a scapito della
propria autonomia strategica; il continente abdica così alla propria funzione
di garante internazionale, accettando una marginalità destinata a eroderne, nel
lungo periodo, la forza negoziale. La stabilità energetica temporanea rischia
di pagare il prezzo di un’irrimediabile irrilevanza storica.






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