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Tra Antifa e polarizzazione: dentro il caos della politica americana

di Melissa de Teffé da Washington, DC – Giornalista con Master in Diplomazia presso l’ISPI, esperta di politica statunitense, accreditata per START InSight presso il Dipartimento di Stato (US)

ANTIFA: origini ed evoluzione

Una prima definizione di ANTIFA è una contrazione dell’espressione antifascista. Si riferisce a una rete decentralizzata di militanti/collettivi di estrema sinistra che si oppongono a quelli che ritengono fascisti, neo-nazi, suprematisti bianchi/razzisti o più in generale estremisti di destra. Mentre alcuni considerano gli Antifa un sottoinsieme degli anarchici, gli aderenti spesso mescolano opinioni anarchiche e comuniste.

Uno dei simboli più comuni usati dagli Antifa combina la bandiera rossa della Rivoluzione russa del 1917 e la bandiera nera degli anarchici del XIX secolo. I gruppi Antifa conducono spesso contro-proteste per interrompere raduni e manifestazioni di estrema destra, organizzandosi in black bloc (raduni ad hoc di individui che indossano abiti neri, passamontagna, sciarpe, occhiali da sole e altro materiale per nascondere i loro volti), usando ordigni esplosivi improvvisati e altre armi artigianali e ricorrendo al vandalismo. Inoltre, i membri Antifa pianificano le loro attività attraverso i social media, le reti peer-to-peer crittografate e i servizi di messaggistica crittografata come Signal.

Le origini storiche

Le origini di Antifa risalgono alla Germania dei primi anni ’30 e all’opposizione anti-nazista. I colori della sua bandiera provengono da quel contesto storico e non hanno alcun legame con i colori della bandiera palestinese, seppur simili.

L’evoluzione in Europa

Come i Black Block che un tempo colpirono l’immaginario comune perché composti da individui completamente vestiti di nero e mascherati per non essere identificabili, così Antifa ha adottato lo stesso stile, migliorando e perfezionando quanto appreso dai predecessori.

Se si è vissuto il periodo caldo italiano degli anni ’70, quando diversi piccoli partiti di estrema sinistra si scontravano con l’estrema destra quasi ogni sabato nei centri città — e non importa quale, poiché si trattava di un fenomeno diffuso su tutto il territorio italiano — e se si ricordano, dai primi anni 2000, le azioni violente dei Black Block che si infiltravano sistematicamente in numerose manifestazioni in tutta Europa, si capirà che ANTIFA non è un fenomeno nuovo. Chi li immagina come un gruppo di giovani che sfila contro decisioni politiche centrali, si sbaglia — e di molto.

Antifa negli Stati Uniti

 Negli Stati Uniti, ANTIFA si manifesta dapprima negli anni ’80, e in seguito emerge apertamente sulla scena a partire dal 2016. Insieme al movimento Black Lives Matter, non trova una definizione univoca tra i vari think tank, siano essi conservatori o liberali: c’è chi la considera un movimento, chi una rete di individui che condividono opinioni simili e protestano contro i suprematisti bianchi — spesso vandalizzando proprietà altrui — e chi invece ritiene che sia un’organizzazione ben strutturata e sovvenzionata. Viene generalmente considerata come un insieme di gruppi violenti.

Il ricercatore Andrea Molle (START InSight) scrive che  “Antifa non costituisce un’entità strutturata, provvista di un minimo livello di leadership centralizzata, di un’appartenenza ben definita o di un apparato finanziario coerente”;  “è più appropriato descriverla come un movimento sociale decentralizzato, contraddistinto da un’auto-proclamata ideologia antifascista, da reti locali e da un repertorio eterogeneo di pratiche che spaziano da forme di protesta pacifica fino a modalità di confronto violento”. 

Secondo Seth G. Jones, (presidente del Dipartimento per la Difesa e la Sicurezza e Harold Brown Chair presso il Center for Strategic and International Studies – CSIS), “Antifa non è un movimento monotematico, e i sostenitori di Antifa non si oppongono semplicemente al fascismo. “L’antifascismo”, scrive Mark Bray nel suo studio su Antifa, “è una politica illiberale di rivoluzione sociale applicata alla lotta contro l’estrema destra, non solo contro i fascisti letterali”. I simpatizzanti Antifa si concentrano su altre questioni, tra cui l’attivismo ambientale, la mobilitazione contro la guerra e l’antirazzismo.”

Nel 2020, durante le proteste seguite all’uccisione di George Floyd, Donald Trump scelse Antifa come bersaglio retorico per incarnare il caos e la minaccia interna. Senza alcun atto formale, annunciò via Twitter che gli Stati Uniti avrebbero designato il movimento, come “organizzazione terroristica”, pur sapendo che la legge americana non consente tale classificazione per gruppi domestici. Fu un gesto politico, non legale — un’arma di comunicazione. In un Paese già diviso, “Antifa” divenne un contenitore semantico: il volto dell’anarchia, per la destra, un capro espiatorio per giustificare una risposta securitaria alle proteste razziali. In realtà, nessun documento federale o rapporto dell’FBI provava l’esistenza di un coordinamento nazionale, ma la parola funzionò come marchio emotivo: bastava nominarla per evocare disordine e paura.


Foto di Moises Gonzalez su Unsplash

Cinque anni dopo, lo scorso settembre 2025, Trump ha trasformato quella minaccia simbolica in un atto di governo. Con l’Executive Order “Designating Antifa as a Domestic Terrorist Organization”, la Casa Bianca ha ordinato a tutte le agenzie federali di indagare e smantellare ogni attività “condotta da Antifa o da chi agisce per suo conto”. È la prima volta che un presidente tenta di applicare la designazione di terrorismo a un movimento interno — un passo che molti giuristi considerano incostituzionale e potenzialmente liberticida. Se nel primo mandato “Antifa” era un nemico immaginario, nel secondo è diventata un nemico di Stato. È il passaggio dal linguaggio della campagna al linguaggio del potere: la retorica si fa norma, e l’immaginario politico si traduce in sorveglianza reale. Così la pensa Faiza Patel del Brennan Center for Justice.

Sul fronte opposto rispetto alle critiche del Brennan Center, il think tank conservatore America First Policy Institute e diversi esponenti della sicurezza nazionale vicini a Trump, come Chad F. Wolf, ex segretario alla Homeland Security, hanno salutato con favore l’ordine esecutivo che designa Antifa come organizzazione terroristica domestica. In un editoriale pubblicato su Newsmax il 25 settembre 2025, Wolf descrive la misura come “una risposta necessaria e attesa da tempo” contro una rete di “militanti anarchici” che per anni avrebbero “terrorizzato le città americane nell’impunità quasi totale”. Citando i dati delle proteste del 2020 — oltre 500 episodi di violenza, 2 miliardi di dollari di danni e 1.000 agenti feriti — l’ex ministro dipinge Antifa non come un concetto astratto, ma come un “network organizzato e finanziato attraverso canali opachi”. L’ordine, secondo lui, consentirebbe finalmente alle autorità federali di “indagare, interrompere e perseguire le attività criminali di Antifa ai sensi delle leggi sul terrorismo”. Wolf accusa, inoltre, i media liberal e il Partito Democratico di aver “normalizzato la violenza politica” e di definire “attivismo” ciò che, a suo avviso, “gli americani chiamano anarchia”. In questa visione, il decreto di Trump diventa non un atto simbolico ma un segnale di forza: il tentativo di ripristinare l’ordine in un Paese che, secondo i suoi sostenitori, “ha tollerato troppo a lungo la violenza travestita da protesta politica”.

Fare politica oggi in America

Ma con tutte le problematiche attuali che affliggono questa nazione, da quelle economiche alle violenze per strada, fare politica oggi negli Stati Uniti non è semplice, perché la polarizzazione ha creato all’interno del discorso violenze che prima non esistevano. Ne ho parlato con Jolene, signora sui 40 anni che ha deciso di correre come assessore della sua cittadina nel sud est dell’America, ricca, perché ha un budget di 230 milioni di dollari e la cui popolazione è composta principalmente da pensionati del nord, e quindi senza debiti e felici di dedicarsi al golf, al caldo.

Le ho chiesto cosa vuol dire offrire la propria candidatura per diventare amministratore di questo territorio. Mi racconta che la campagna elettorale, oggi, è divenuta una guerra culturale dove ogni parola si trasforma in una prova di fedeltà, un segnale di schieramento.

Negli Stati Uniti, questa dinamica si riflette sempre più chiaramente nelle strategie dei leader che si preparano alla prossima sfida presidenziale. Dalle primarie democratiche alle candidature emergenti — come quella di Gavin Newsom, governatore della California, che molti vedono già in movimento — la politica appare ormai come un gioco di identità più che di idee. Le piattaforme digitali hanno dissolto i confini tra dibattito e spettacolo, tra rappresentanza e influenza. Così, “fare politica” oggi è spesso costruire un’identità pubblica prima ancora di un programma, scegliere simboli più che soluzioni. I candidati non cercano solo voti ma visibilità e i movimenti — da Antifa ai gruppi pro-Trump — diventano specchi di un Paese che si definisce non per ciò che desidera, ma per ciò a cui si oppone. In questa America frammentata,  la politica non è più il luogo del compromesso, ma il teatro della contrapposizione, dove consenso e conflitto si confondono fino a diventare lo stesso linguaggio.

Parlando con Jolene, mi sembra di aver trovato una goccia preziosa in un mare magnum di contraddizioni. Giovane atletica, è entrata nell’arena politica dopo aver conosciuto un assessore della sua cittadina, che “sembra essere stata eletta più per beltà che per merito” – “e quindi mi sono chiesta, ma è tutto qua quello che possiamo fare?”-“da donna mi sono vergognata, dovremmo rappresentarci come persone preparate non belle statuine!”, e così si è buttata nella mischia.

Con due figli già grandi, uno pilota nell’aeronautica militare, l’altra che vive a New York e da vera millenial si è innamorata del candidato sindaco democratico Zohran Mamdani, Jolene mi racconta le dinamiche di chi governa e amministra la “cosa pubblica”, e ho l’impressione di ascoltare un’antica storia all’italiana. Intrighi, strategie di convenienza e clientelismi: ce n’è per tutti. Non si scoraggia nemmeno quando realizza che rimuovono i suoi cartelli pubblicitari esposti nelle aiuole del centro città.

Ma nel “magna magna” generale, la categoria che si staglia fra tutte è quella dei costruttori di case a basso costo, anonime, a schiera, stile Jugoslavia di Tito, che, visti i profitti, hanno fatto chiudere qualche occhio di troppo a chi è responsabile dei permessi. Infatti, non c’è un piano urbanistico, uno studio sulle infrastrutture necessarie, solo avidità per un guadagno facile, mentre centinaia di alberi vengono abbattuti senza pietà.

Jolene non ha né affiliazioni né sponsor, solo chi, qua e là, le vuole donare qualche dollaro da spendere per la sua pubblicità. Ogni giorno dedica due ore a bussare alle porte e a presentarsi.

Jolene non si illude, ma continua la sua campagna elettorale. “Voglio vincere!” dice. “E spero che parlando chiaro ci sia la possibilità di cambiare direzione perché questa non è crescita, è distruzione del territorio.”

Le sue parole riassumono il paradosso di molte comunità americane: territori svenduti a costruttori senza scrupoli, amministrazioni locali piegate agli interessi privati e cittadini ormai rassegnati a non contare. La politica diventa così un terreno di scontro tra chi costruisce per profitto e chi cerca di difendere un’idea di comunità.

Realizzo che il cambiamento, in una nazione che sembra vivere una guerra civile sotterranea — più silenziosa che dichiarata — può arrivare solo dal basso verso l’alto. Forse, con tante Jolene, il sogno americano può tornare a essere qualcosa di reale? Lo speriamo tutti.

Foto di copertina di Julian Wan su Unsplash




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