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NEW YORK, SPECCHIO DELL’AMERICA INQUIETA: TRA IDEALISMO PROGRESSISTA E RESA DEI CONTI CON IL CAPITALISMO

di Melissa de Teffé da Washington, DC – Giornalista con Master in Diplomazia presso l’ISPI, esperta di politica statunitense, accreditata per START InSight presso il Dipartimento di Stato (US)

Gli USA piacciono perché sono sempre all’apice del cambiamento, hanno il coraggio di provare nuove strade, nuove ricette. Ma di questi tempi sembra di assistere a una tragedia greca: se voti per me sei mio amico, se non voti per me sei il mio nemico, un fondamentalismo cieco ed eversivo dove come nemico devi venire cancellato.

Le elezioni per la poltrona di sindaco di New York — caratterizzate da un’affluenza record, la più alta degli ultimi 50 anni — hanno generato forti reazioni, riflettendo la profonda polarizzazione politica e sociale della metropoli.

Zohran Mamdani, 33 anni, figlio del professore di origine ugandese Mahmood Mamdani — docente di Government alla Columbia University — e della regista indiana Mira Nair, autrice di film premiati come Monsoon Wedding e The Namesake, è finito al centro di un acceso dibattito politico e mediatico.

Leggendo le pubbliche affermazioni dei genitori di questo ragazzo, in effetti c’è da preoccuparsi. Il padre, Mahmood Mamdani, è noto per le sue posizioni fortemente critiche nei confronti dell’Occidente: in un libro e in diverse interviste ha sostenuto che dovremmo “capire” piuttosto che demonizzare figure estreme come l’Unabomber — ricordiamo che l’Unabomber, oltre ad aver ucciso tre persone e ferito più di venti, ha tenuto l’America in soggezione per mesi ogni volta che si riceveva un pacco non identificabile, per paura che ci esplodesse in faccia – mentre in un’altra occasione, lo stesso professore è stato accusato di aver paragonato il presidente Abraham Lincoln a Hitler, scatenando l’indignazione pubblica. (Anche qui ricordiamo che fu Lincoln a volere estendere il diritto al voto per i maschi di colore.)

La madre, Mira Nair, una delle più apprezzate registe del cinema indipendente, ha più volte espresso posizioni politiche molto nette, criticando la cultura americana contemporanea e appoggiando movimenti progressisti, ma soprattutto dimostrando quanto fosse orgogliosa che suo figlio, ventunenne all’epoca dell’intervista, non fosse assolutamente americano anzi un “vero desi” – ossia di origine indiana/pakistana.

Da un lato, i repubblicani hanno colto l’occasione per usare i profili dei genitori di Mamdani come simbolo di un’élite accademica e culturale lontana dalla vita reale dei newyorkesi; dall’altro, i progressisti difendono il giovane candidato come l’incarnazione di una nuova generazione di americani cosmopoliti, idealisti e pronti a sfidare lo status quo.

Mentre New York ha eletto il suo più giovane sindaco, di origine ugandese e musulmano, il resto del Paese sembra attraversare una stagione di contrasti e ombre.

È morto Dick Cheney, 84 anni, l’ex vicepresidente più lugubre che gli Stati Uniti abbiano avuto: l’architetto della guerra in Iraq, l’uomo che ideò e difese il programma di “interrogatori rafforzati” — il progetto torture che dopo l’11 settembre segnò la deriva morale dell’America. Quello che abbiamo fatto in Iraq era la cosa giusta da fare”, dichiarò senza esitazione. “Se dovessi raccomandarlo di nuovo, lo farei esattamente allo stesso modo.”
Un testamento politico, ma anche etico, che risuona come un’eco inquietante nel clima odierno.

Intanto, sul fronte economico, le notizie sono sempre più fosche. Milioni di americani vivono ancora di food stamps, o buoni alimentari: oltre 41,7 milioni di persone, cioè più del 12% della popolazione, dipendono da questo programma di sostegno economico. E mentre il numero di famiglie in difficoltà cresce, i più ricchi sono diventati ancora più ricchi: l’1% più abbiente detiene ormai circa il 30% della ricchezza nazionale, e le 20 famiglie più facoltose hanno visto la loro fortuna aumentare di oltre un trilione di dollari in un solo anno.

Ma la crisi non è solo nei numeri: è nelle persone che perdono il lavoro. È di ieri la notizia che Amazon ha annunciato 14.000 licenziamenti del personale d’ufficio, e molto probabilmente il numero supererà i 28.000, man mano che l’intelligenza artificiale verrà a sostituire alcune mansioni; Target (importante catena nazionale di grandi magazzini) taglierà 1.800 posti, General Motors più di 3.300 nel settore dei veicoli elettrici, Paramount Global circa 2.000 dopo la fusione con Skydance, e UPS ha già eliminato 48.000 posizioni ad oggi.
In totale, oltre 70.000 persone hanno perso il lavoro solo tra le grandi aziende citate.

Di fronte a questo scenario, la Federal Reserve ha tagliato i tassi d’interesse per la seconda volta consecutiva, e Jerome Powell ha parlato apertamente di un “mercato del lavoro in indebolimento”.
Il rallentamento è reale, ma anche il senso di smarrimento che si percepisce ovunque: l’America che da sempre si è reinventata, oggi deve rivedere le conseguenze della propria velocità, e le sue politiche.

Ed è qui che guardiamo al successo di Mamdami per capire se le idee, al di là delle facili etichette, troveranno esecuzione.

Le priorità del sindaco Zohran Mamdani

1. Casa accessibile e quartieri sostenibili
Mamdani punta a rendere New York una città dove vivere non sia un privilegio per pochi. Propone un blocco degli affitti per le abitazioni regolamentate e un piano decennale per la costruzione di 200.000 nuove case a prezzi accessibili. Intende inoltre combattere le frodi immobiliari e aumentare la densità edilizia intorno ai nodi di trasporto pubblico, favorendo una città più vivibile senza speculazioni immobiliari.

2. Trasporti pubblici gratuiti ed efficienti
Uno dei suoi cavalli di battaglia è l’introduzione di autobus gratuiti in tutta la città, seguito da un potenziamento del trasporto pubblico e un miglioramento dei collegamenti nelle zone periferiche.

3. Istruzione e infanzia
Asili nido e scuola dell’infanzia gratuiti per tutte le famiglie; investimenti nelle scuole pubbliche per renderle più sicure ed ecologiche.

4. Politica fiscale equa
Aumento delle tasse del 2% sui redditi superiori al milione di dollari e sulle grandi imprese destinando le nuove entrate a sanità, casa, istruzione e trasporto pubblico.

5. Città verde e resiliente
Promuove una visione di New York come città sostenibile: retrofit energetici, pannelli solari sui tetti e riconversione degli spazi urbani “fragili” in aree verdi.

New York City

6. Diritti e giustizia sociale
Vuole rafforzare lo status di “città santuario” per gli immigranti, garantendo assistenza legale gratuita inclusi quelli già detenuti o in procedimenti d’immigrazione. Sostiene l’estensione dell’assistenza sanitaria inclusiva per le persone LGBTQ+ e una riforma della giustizia penale centrata sulla prevenzione e l’uso dei servizi sociali più che sulla repressione.

Noi europei, abituati a politiche sociali e a un diverso equilibrio tra Stato e mercato, non ci spaventiamo di fronte a proposte come queste. Ma per gli Stati Uniti rappresentano quasi una tragedia ideologica: la visione di Mamdani viene già paragonata da molti alla Russia pre-1989.
Eppure, sulla carta, chi non vorrebbe un programma simile? In un Paese dove gli affitti hanno raggiunto livelli insostenibili e gli stipendi non tengono il passo con le spese di base, le sue proposte rappresenterebbero un netto miglioramento della qualità di vita, tanto per i meno abbienti quanto per la classe media.

Il problema è che Mamdani non ha fatto i conti con la mentalità americana: di fronte a condizioni sfavorevoli, molti preferiscono andarsene piuttosto che attendere un cambiamento. E New York, oggi, ne è la prova: secondo i dati ufficiali del New York City Department of Planning, la città ha perso circa 78.000 residenti tra il 2022 e il 2023, un calo dovuto soprattutto alla migrazione verso stati con costi più bassi.
Il Fiscal Policy Institute spiega che la maggior parte di chi lascia appartiene alla classe media o medio-bassa, famiglie con bambini piccoli e redditi insufficienti ad affrontare affitti e spese di base.
Nel frattempo, quasi mezzo milione di persone ha abbandonato lo stato di New York nello stesso periodo, secondo Business Insider, mentre i grandi patrimoni — quelli del top 1% — restano stabili, almeno per ora.

Ma per quanto ancora?
Secondo Bloomberg Wealth, diversi family office e fondi privati con sede a Manhattan stanno trasferendo residenza fiscale e sedi operative in stati come Florida, Texas e Nevada, dove la tassazione è più favorevole.
Un’analisi di SmartAsset e dei dati dell’IRS mostra che 1.800 contribuenti con redditi superiori al milione di dollari hanno lasciato New York nel 2023, spostando con sé quasi 4 miliardi di dollari di reddito imponibile.
La Tax Foundation avverte che, se la tendenza dovesse continuare, lo stato rischia di perdere oltre 10 miliardi di dollari di entrate fiscali entro il 2027.
Il motivo è semplice: a New York City la somma tra imposte statali, federali e municipali può arrivare al 14,8% sui redditi più elevati — una pressione che, unita al costo della vita e alla percezione di instabilità normativa, sta spingendo i capitali verso Sud.

E i ricchi, si sa, non ci mettono molto a reagire. Basta guardare alla California, dove il governatore Gavin Newsom — dopo aver aumentato le tasse sui redditi alti — è riuscito a far scappare persino l’ex democratico Elon Musk, insieme a qualche miliardo di dollari di entrate fiscali.

Resta da capire quanto i poteri forti permetteranno al giovane sindaco di attuare le sue politiche, perché New York, simbolo per eccellenza del capitalismo americano e del sogno di realizzazione individuale, è anche il luogo dove ogni riforma incontra la resistenza degli interessi economici più consolidati. L’America sta attraversando una crisi importante che non risparmia nessuno: non solo i ceti popolari, ma anche la classe media, schiacciata tra il costo della vita, gli affitti fuori controllo e per molti si aggiunge il peso dei debiti universitari.
L’America di Mamdani nasce da un’idea nobile — ridare equilibrio e dignità a un sistema che ha smarrito la misura umana — ma rischia di infrangersi contro la stessa logica che ha reso grande New York: quella della competizione sfrenata, della ricerca del successo individuale e dell’eterna fiducia nel mercato come soluzione di tutto. Eppure, se c’è un posto al mondo dove i sogni possono ancora sfidare il cinismo, è proprio New York. Mamdani lo sente: la sua battaglia è culturale più che politica.

I cambiamenti, a New York, cominciano sempre con un sogno — e spesso con quel “qualcuno” di abbastanza ostinato (e fortunato) da crederci. In una città che ha fatto della libertà individuale la sua religione, l’idea di un’equità collettiva resta un atto di fede e come ogni fede, avrà bisogno di tempo per diventare realtà. E noi, alla finestra, guardiamo ponderando se – come si dice qui “he is going to drink from a firehose” (bere da una manichetta antincendio – “riuscirà a non affogare in quel mare magnum newyorkese?).




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