Radicalizzazione 2025: il nuovo volto dell’estremismo in Europa
di Chiara Sulmoni, Presidente e coordinatrice editoriale, START InSight
Adolescenti e radicalizzazione, un coinvolgimento inarrestabile?
Nel Rapporto 2025 sulla sicurezza della Svizzera si legge che “i casi di minori e giovani adulti che si radicalizzano online e sviluppano intenzioni terroristiche continueranno ad aumentare” (1). Il fenomeno dei teenagers coinvolti in varie forme di estremismo violento caratterizza da almeno sei anni l’Europa in maniera diffusa, ma riguarda anche altri paesi come Stati Uniti e Australia. Non solo: in alcune nazioni asiatiche quali Filippine e Corea del Sud, si registra un aumento di ideologie di destra e misogine (2). La radicalizzazione giovanile si manifesta come un’epidemia sociale che attraversa confini, culture e matrici ideologiche.
Nel Michigan e nel New Jersey, nel novembre del 2025, sono stati arrestati diversi adolescenti in contatto fra loro, accusati di pianificare un attacco terroristico in nome dell’ISIS durante il weekend di Halloween (3). Negli stessi giorni a Canberra (Australia), è stato fermato un diciassettenne ritenuto responsabile di aver progettato attacchi ispirati a ideologie razziste ed estremiste: avrebbe scritto in una chat personale che questi piani gli davano uno scopo durante la depressione (4).
Il direttore dell’intelligence australiana in un discorso pronunciato nel febbraio 2025 menziona una casistica preoccupante: minorenni che avrebbero condiviso video di decapitazioni nel cortile della scuola; un dodicenne che avrebbe manifestato l’intenzione di far esplodere un luogo di culto. Oggi l’età media in cui i minori entrano per la prima volta nel radar dei servizi di intelligence australiani è di 15 anni. Ha inoltre sottolineato che, a breve, raggiungerà l’età più esposta alla radicalizzazione una generazione cresciuta interamente online e che, per molti di questi giovani, il mondo digitale costituisce ormai il principale riferimento per la costruzione della propria identità, del senso di appartenenza e della percezione della realtà (5).
Nel Regno Unito, tendenze analoghe sono state osservate con particolare anticipo rispetto ad altri paesi. Limitando l’analisi al periodo compreso tra aprile 2024 e marzo 2025, in Inghilterra e Galles la fascia d’età tra gli 11 e i 15 anni continua a rappresentare il gruppo più frequentemente segnalato per sospetta radicalizzazione (6). Nel 2024 sono state aggiornate le categorie utilizzate per classificare i casi, introducendo anche voci come “fascinazione per la violenza estrema o per gli at-tacchi di massa”, pensate per descrivere situazioni in cui non si riconosce una chiara ideologia sottostante, ma emerge un interesse ossessivo per atti violenti. La maggior parte rientra proprio in questa area grigia, in cui si osserva una vulnerabilità generica alla radicalizzazione. Il fatto che solo un numero limitato di queste segnalazioni venga poi selezionato per un intervento strutturato, induce a pensare che si tratti più di segnali di disagio psicologico/personale che dell’inizio di un vero e proprio percorso verso l’estremismo violento. Tuttavia, il caso di Axel Rudakubana – il diciassettenne che nel 2024 uccise tre bambine in una scuola di danza a Southport (GB) – ha messo in luce i limiti di valutazioni del rischio basate esclusivamente sulla presenza o sull’assenza di un’ideologia. Nonostante fosse stato attenzionato più volte per il suo interesse nei confronti della violenza, non fu preso a carico dal sistema di prevenzione in quanto non emergeva un movente ideologico chiaro; una scelta che, a posteriori, si è dimostrata inadeguata.
Anche nella Repubblica Ceca è emerso come la radicalizzazione dei minori avvenga principalmente online e senza che vi sia necessariamente un’adesione ideologica. La polizia interviene in media 10 volte a settimana a causa delle violenze a scuola (7).

Nell’UE, nel 2024, circa un terzo delle persone arrestate per reati legati al terrorismo aveva meno di 20 anni; in Belgio, un terzo circa dei soggetti che negli ultimi tre anni hanno pianificato attacchi non aveva ancora raggiunto la maggiore età (8); in Italia, nel luglio 2025, la Polizia di Stato ha eseguito ventidue perquisizioni nei confronti di adolescenti tra i 13 e i 17 anni legati a contesti estremisti di diversa matrice (9).
Tra il gennaio e il novembre del 2025, la Francia contava 17 minorenni incriminati per reati collegati al terrorismo, due dei quali avrebbero pianificato attacchi contro la Torre Eiffel e sinagoghe parigine (10); mentre tre giovani donne fra i 18 e i 20 anni sono state fermate con l’accusa di preparare un attentato jihadista nella capitale (11). Di fronte a questa tendenza preoccupante in atto da tempo, a inizio 2025 la Procura nazionale antiterrorismo pensava di istituire una sezione dedicata ai minori, per studiare e prevenire in modo più efficace la radicalizzazione precoce (12).
L’elenco continua: in Germania, nel maggio 2025 sono stati arrestati cinque adolescenti fra i 14 e i 21 anni, accusati di appartenere al gruppo terroristico di estrema destra “Letzte Verteidigungswelle”, che punterebbe a rovesciare il sistema democratico prendendo di mira in particolare strutture di accoglienza per richiedenti l’asilo e rappresentanti politici (13). Per farne parte, serve provare di aver commesso reati ideologicamente motivati, come aggressioni nei confronti di migranti o azioni violente e simboliche (14). Nel paese, l’estremismo di destra sta diventando più presente. Atteggiamenti razzisti e antisemiti, svastiche e saluti nazisti sono in aumento fra i giovani, con insegnanti che segnalano questo clima anche nelle scuole (15); simboli ed estetiche dell’estrema destra vengono assorbiti nei codici della cultura giovanile, contribuendo a una loro progressiva normalizzazione (16). La scena neonazista alimenta questa dinamica anche attraverso l’organizzazione di eventi informali in cui promuove musica suprematista bianca e commercializza merchandising, rendendo così i propri simboli visibili nello spazio pubblico e trasformandoli in strumenti di riconoscimento, identità e appartenenza (17).
Anche la Svizzera è alle prese con gli stessi trend europei. Nella primavera del 2025 è stato sventato un presunto attacco con coltello, di matrice islamista, da parte di un 18enne (18). Nel Canton Vaud, i dati dell’Unità di prevenzione delle radicalizzazioni (UPRAD) indicano che quasi la metà dei casi più difficili riguarda minori (45%), inclusi bambini a partire dai 10 anni (19). Particolarmente significativo è il fatto che, a differenza di quanto si osserva solitamente altrove, le ragazze sono colpite dal fenomeno nella stessa misura dei ragazzi (20). Secondo Serge Terribilini, alla testa dell’UPRAD da gennaio 2026, a preoccupare maggiormente sono oggi “ragazzi di 13-14 anni, con una spiccata propensione alla violenza, per i discorsi omofobi, antisemiti o misogini e con un forte coinvolgimento sui social network e nei videogiochi online” (21). Nel Canton Berna, nel 2024, il servizio di mentoring ha accompagnato 12 persone radicalizzate, di età compresa tra 11 e 20 anni (22). Il Rapporto ReaCT 2024 aveva già riportato come l’allora capo dell’intelligence elvetica avesse osservato che la Svizzera è colpita dal fenomeno jihadista tra i minori in misura persino superiore rispetto ad altri Paesi europei (23); più recentemente, il procuratore generale della Confederazione Stefan Blättler ha affermato che si tratta di un problema di natura sociale (24).
E se lo jihadismo continua a rimanere al centro dell’attenzione, in quanto si tratta della forma più letale di violenza estremista, un’indagine del magazine Republik mette in luce un fenomeno emergente altrettanto allarmante, presente in Svizzera ma anche altrove: quello di bande di adolescenti che si autodefiniscono “cacciatori di pedofili” e, fingendosi minori online, attirano i loro ‘bersagli’ in luoghi isolati per aggredirli, documentando il tutto in video (25). Minori, spesso, lo sono per davvero -nel Canton Ticino nel 2024 è stato fermato un gruppo simile composto da 19 giovani fra i 13 e i 18 anni (26). Ma un ulteriore aspetto, altrettanto inquietante emerso dall’inchiesta giornalistica è che nel contesto di queste aggregazioni si possono riscontrare atteggiamenti, simboli, linguaggi e figure di riferimento riconducibili all’estrema destra, retoriche d’odio, una logica di giusti-zia fai-da-te e talvolta un intento puramente criminale. Questa commistione, secondo gli esperti, rappresenta un rischio significativo sia sotto il profilo della sicurezza pubblica, sia per possibili percorsi di radicalizzazione giovanile.

Convergenze pericolose fra criminalità ed estremismi
I rischi appena evidenziati si inseriscono in una dinamica più ampia: negli ultimi anni, l’intreccio tra criminalità ed estremismo si è rafforzato, parallelamente a un aumento dello sfruttamento di giovani e minorenni. A destare particolare preoccupazione c’è il famigerato ‘764’, un network internazionale -che rientra in quelle che Europol definisce comunità settarie digitali- presente su piattaforme di gioco e social media come Telegram, Discord, Roblox e suddiviso in innumerevoli cellule decentralizzate, i cui adepti condividono però la stessa ‘devianza’ e lo stesso modus operandi: manipolano individui giovani e vulnerabili attraverso pressioni psicologiche, minacce e stalking online, spingendoli a riprendersi in atteggiamenti sessualmente espliciti e umilianti. Questo materiale diventa uno strumento di ricatto: sotto la minaccia della sua diffusione, le vittime vengono progressivamente costrette a comportamenti sempre più estremi verso sé stesse o verso gli altri, che includono auto-mutilazioni e tentativi di suicidio. Nella spirale sono rimasti intrappolati anche bambini di nove anni (27). Nato dalla mente di un 15enne texano ma ormai diffuso ad ogni latitudine, le autorità statunitensi definiscono 764 un gruppo “nichilista” con tratti accelerazionisti, che non persegue un’ideologia politica coerente, ma mira a generare caos, sofferenza e distruzione come forma di dominio, a cui unisce riferimenti e simbologia satanica e apocalittica. Al suo interno, immagini e video cruenti vengono scambiati come “valuta” per ottenere influenza. In questo contesto, la violenza diventa parte di una dinamica di potere e sopraffazione, esercitata spesso dagli stessi adolescenti. Nel suo Rapporto 2025, Europol segnala la crescente presenza di elementi dell’estrema destra in queste comunità occultiste violente.
In Italia a inizio 2025, un quindicenne è stato fermato dalla Sezione Antiterrorismo della questura di Bolzano con l’accusa di essere affiliato al network e di avere l’intenzione di uccidere un senzatetto o un disabile con lo scopo di diffondere il video online (28). Un altro giovane di 21 anni arrestato a novembre 2025 negli Stati Uniti, secondo gli inquirenti, oltre a ricattare adolescenti, avrebbe pensato di portare avanti attacchi jihadisti e deteneva libri sulla fabbricazione di bombe (29).
L’Institute for Strategic Dialogue (ISD) ha potuto osservare chat su Telegram che raggiungono anche 15.000 utenti alla volta (30), mentre l’FBI nel novembre 2025 registrava almeno 350 inchieste attive (31) legate a questi contesti. Il 30 ottobre 2025, l’agenzia americana ha incriminato per terrorismo un giovane attivo nel gruppo fin da teenager che, fra le altre cose, ha pubblicato una guida online su come identificare, adescare e ricattare minori vulnerabili e con problemi di salute mentale (32).
Per la complessità delle sue dinamiche e per la fusione tra abuso, manipolazione psicologica e riferimenti pseudo-ideologici, 764 è oggi considerato una minaccia emergente all’intersezione tra criminalità online ed estremismo giovanile, contraddistinta dalla centralità e glorificazione della violenza (33).
Anche altri circuiti transnazionali puntano al coinvolgimento di adolescenti, per spingerli a commettere reati gravi, fra cui aggressioni e delitti (34). Si tratta di organizzazioni criminali che hanno dato origine a un fenomeno noto come violence as a service, in cui esternalizzano l’esecuzione di attività illecite e atti violenti a minorenni, fornendo loro compensi economici, istruzioni operative e supporto logistico. I ‘reclutatori’ adescano gli ‘esecutori’ su social network, piattaforme di gioco e servizi di messaggistica criptata sfruttando linguaggi e dinamiche tipiche della cultura digitale giovanile e presentando gli atti violenti come fossero delle missioni da portare a termine, sfide o livelli da superare, simili a quelli, appunto, dei videogio-chi. Questo meccanismo, noto come gamification, attenua la percezione dei rischi reali. Di conseguenza, molti adolescenti finiscono per essere coinvolti in crimini organizzati senza coglierne le conseguenze concrete e irreversibili. Se da un lato le reti criminali cercano deliberatamente di arruolare minorenni, perché più facilmente influenzabili e perché il loro coinvolgimento riduce l’esposizione dell’organizzazione a conseguenze penali, dall’altro esiste una significativa disponibilità da parte di questi giovani a farsi coinvolgere, sedotti dalla prospettiva di guadagni rapidi, visibilità e potere – una prospettiva che, sebbene illusoria, esercita un forte richiamo su chi cerca identità e gratificazione immediata. Queste dinamiche non sono marginali né episodiche. Dati forniti a Europol rivelano che la presenza di minorenni si estende ormai a più del 70% degli ambiti criminali (35) mentre, prima della sua chiusura, un canale Telegram finalizzato al reclutamento di sicari sotto la maggiore età raccoglieva circa 11.000 utenti (36).
In tutti questi contesti, la violenza viene progressivamente normalizzata all’interno di ambienti digitali quotidiani, favorendo la nascita di forme di radicalizzazione non strutturate. A tale processo contribuisce in modo significativo l’esposizione a contenuti cosiddetti “gore”, cruenti e grafici, che includono immagini e video di atti terroristici, torture e uccisioni, scene di guerra e abusi, in particolare contro le donne. Si tratta di materiale spesso accessibile anche in assenza di una ricerca intenzionale, grazie a meccanismi di viralità e sistemi di raccomandazione algoritmica, e che può circolare sia su piattaforme dedicate sia su servizi mainstream, comparendo nei feed o venendo condiviso all’interno di gruppi privati. Per dare un’idea delle proporzioni del fenomeno, un’analisi condotta da Human Digital su 24 siti di questo genere ha rilevato che a livello globale, tra aprile 2023 e marzo 2024, la media delle visite mensili è aumentata del 28,5%, passando da 29,5 milioni a 37,9 milioni37. In Australia, una ricerca promossa dall’autorità per la sicurezza digitale (e-security) indica che il 22% dei ragazzi di età compresa tra i 10 e i 17 anni è stato esposto online a scene di violenza reale. Pur sottolineando la necessità di ulteriori studi scientifici per chiarire gli effetti a lungo termine dell’esposizione ripetuta a questi contenuti e il loro eventuale legame con comportamenti violenti, la letteratura esistente mostra che possono avere un impatto significativo sul benessere psicologico di bambini e adolescenti. Tra le possibili conseguenze figurano ansia, processi di assuefazione o desensibilizzazione, condotte di evitamento (38); inoltre, l’interiorizzazione di questi materiali può favorire lo sviluppo di una fissazione per la violenza: un fattore oggi riconosciuto come rilevante nei percorsi di radicalizzazione giovanile. Alcuni autori di attacchi o sparatorie di massa nelle scuole sono risultati consumatori di ‘gore’. Europol osserva fra l’altro che l’interesse degli adolescenti verso questo tipo di azione -le stragi scolastiche- è in aumento.
Uno degli aspetti più critici e delicati nello studio e nella comprensione di queste dinamiche consiste nel dover riconoscere che, pur provenendo spesso da contesti di fragilità psicologica, sociale o familiare che li rendono vulnerabili e, in molti casi, vittime di manipolazione o sfruttamento, i giovani possono anche assumere il ruolo di esecutori attivi e consapevoli di atti violenti. Questa compresenza di vulnerabilità e iniziativa personale impone di superare letture semplicistiche del fenomeno, che tendono a riconoscere negli adolescenti coinvolti come dei semplici soggetti passivi o strumentalizzati.

Comprendere l’epidemia di violenza estrema nell’epoca degli attori solitari
Benessere e salute mentale: la nuova sfida per la prevenzione della radicalizzazione
Secondo Europol, l’intreccio tra isolamento sociale, disagio psicologico e uso intensivo delle tecnologie digitali costituisce oggi uno dei terreni più fertili per la radicalizzazione precoce (39). In questo contesto, la salute mentale non è un tema secondario: condizioni come ansia, depressione, solitudine, senso di inutilità o esperienze traumatiche possono rendere alcuni giovani più ricettivi a narrazioni polarizzanti che offrono risposte semplici e immediate a bisogni profondi, come la voglia di rivalsa, il desiderio di potere e riconoscimento, lo sfogo dalle frustrazioni personali.
Come osserva Clare Allely in The Psychology of Extreme Violence, “la violenza nasce spesso dal tentativo dell’individuo di recuperare un senso di valore o significato personale perduto o minacciato” (4). Le forme di radicalizzazione rapide e violente con cui ci confrontiamo oggi, non sono solo una questione di ideologia, ma un meccanismo di compensazione.
Ricerche e dati statistici emergenti segnalano, inoltre, una presenza di condizioni neurodivergenti, come i disturbi dello spettro autistico, in contesti specifici di radicalizzazione (fra gli attori solitari, nei casi di auto-radicalizzazione online). Tali condizioni non rappresentano un fattore di rischio diretto né causale per l’estremismo; tuttavia, in situazioni di vulnerabilità, alcuni tratti caratteristici – come le difficoltà nell’interpretare norme sociali implicite o le emozioni altrui, il pensiero rigido/categorico e il bisogno di chiarezza e struttura – possono aumentare l’attrattiva esercitata da gruppi e ambienti virtuali dove vigono regole chiare e precise, confini netti, identità definite, linguaggio semplice e un senso di appartenenza immediato.
Per questo, si parla da tempo della necessità di un approccio di salute pubblica alla prevenzione della radicalizzazione, che integri le misure di sicurezza con interventi mirati al benessere mentale, al sostegno alle persone più fragili e al rafforzamento della capacità, da parte della società, di proteggere i propri membri, in particolare i più giovani.
In concreto, questo vuol dire tessere una rete elastica e duratura con chi già lavora sul territorio: psicologi, operatori sociali, educatori, scuola, famiglie e associazioni che seguono i ragazzi nel quotidiano. Rafforzare i legami di prossimità e il coordinamento tra questi attori permette di individuare per tempo le situazioni di disagio e di intervenire quando c’è ancora spazio per accompagnare, sostenere e orientare i giovani vulnerabili prima che scivolino verso percorsi estremi. Affinché il meccanismo funzioni serve una base comune: conoscenza aggiornata dei fenomeni, dei segnali precoci e dei fattori protettivi; formazione continua; linguaggio condiviso e dialogo. Senza questi elementi, la cooperazione resta frammentata e l’efficacia cala.
Questo approccio richiede anche la promozione di una cultura che riconosca il disagio giovanile come una responsabilità collettiva, e non come un problema indi-viduale, delegato a singoli servizi.
L’ecosistema digitale come laboratorio identitario
L’estremismo contemporaneo tende sempre più a configurarsi come un fenomeno “autonomo ed emancipato” (41), svincolato da leadership gerarchiche, da strutture organizzative tradizionali e da una propaganda centralizzata. Le narrazioni estremiste — intese come insiemi di interpretazioni che definiscono il mondo, individuano nemici e vittime e attribuiscono agli individui un ruolo eroico, una missione salvifica o una forma di appartenenza esclusiva— circolano oggi in modo orizzontale all’interno degli ecosistemi digitali, grazie alla partecipazione attiva di una pluralità di utenti ordinari. Questi contribuiscono, spesso in modo informale e non coordinato, alla produzione, diffusione e progressiva normalizzazione di idee e atteggiamenti riconducibili a visioni polarizzanti, implicitamente o esplicitamente antidemocratiche e violente. L’efficacia di tali narrazioni risiede nella loro capacità di agire sul piano identitario, intercettando bisogni individuali profondi e offrendo a soggetti vulnerabili, in crisi, in transizione, marginalizzati o predisposti, un senso di potere e di azione che spesso la vita reale non è in grado di soddisfare.
Questa dinamica di compartecipazione e amplificazione collettiva è favorita sia dagli algoritmi delle piattaforme digitali — che tendono a privilegiare contenuti emotivamente intensi, controversi e capaci di generare elevati livelli di interazione — sia dalla presenza di sottoculture digitali fluide: comunità virtuali i cui membri condividono interessi comuni, ma anche codici estetici, linguaggi e modelli comportamentali. Particolarmente diffuse su piattaforme frequentate da adolescenti e giovani adulti, come TikTok, Instagram, Discord, Telegram, Reddit o 4chan, tali comunità nascono spesso attorno a tematiche apparentemente ordinarie — fitness, auto-aiuto, relazioni sentimentali, stili di vita, format dedicati all’arricchimento personale — e non sono dichiaratamente estremiste. Tuttavia, attraverso i meccanismi di raccomandazione algoritmica, l’interazione tra gli utenti e le contaminazioni tra ambienti affini, esse possono innescare processi graduali di radicalizzazione sul piano cognitivo e discorsivo, senza necessariamente tradursi in forme di mobilitazione o di azione concreta. Analizzando il caso di un quattordicenne singaporeano che, nell’arco di meno di un anno, ha sviluppato forme di auto-radicalizzazione attraverso ambienti digitali eterogenei — spaziando dal jihadismo a contenuti riconducibili all’estrema destra, alla subcultura incel, alla misoginia, all’antisemitismo — le ricercatrici Yasmine Wong e Antara Chakraborthy spiegano come molte comunità online apparentemente distinte siano in realtà porose e interconnesse. Tale interconnessione deriva dalla convergenza di temi narrativi, cornici emotive e meccanismi algoritmici che facilitano il passaggio tra contenuti differenti. Questa contiguità favorisce il funzionamento di tali ambienti come spazi comunicanti, in cui l’esposizione a un determinato ambito aumenta la ricettività verso narrazioni estremiste provenienti da contesti paralleli. Ne risulta una moltiplicazione e diversificazione delle traiettorie di accesso all’estremismo, che tendono a svilupparsi al di fuori dei tradizionali canali di socializzazione politica (42).
Esempi ricorrenti di comunità digitali che possono radicalizzarsi includono le tipologie che promuovono modelli di mascolinità dominante (alpha male), che evol-vono verso forme di misoginia radicale; le trad wives (mogli tradizionali), le cui narrazioni incentrate sull’idealizzazione dell’ambiente domestico e del ruolo della donna nella famiglia possono spostarsi verso posizioni sempre più conservatrici, antifemministe o suprematiste; e in modo emergente, perfino alcune nicchie di true crime, in cui la ricerca di risoluzioni ai casi di cronaca criminale può portare alla spettacolarizzazione della violenza e all’idolatria degli autori.
La fluidità di queste sottoculture risiede nell’assenza di confini ideologici rigidi: simboli e linguaggi si contaminano, si ricombinano e migrano rapidamente da una piattaforma all’altra.
TikTok e la radicalizzazione come esperienza emotiva
All’interno di questo universo, TikTok rappresenta un caso emblematico. Sulla piattaforma circolano contenuti politici, religiosi, identitari, ma anche motivazionali o survivalisti, spesso percepiti come innocui o anche positivi. Non sempre questi messaggi invitano apertamente alla violenza; più frequentemente richiamano temi di forza, autodifesa, dignità, tradizione, veicolando una rappresentazione del mondo esterno come intrinsecamente ostile. Video incentrati su resilienza, crescita personale, mindset vincente, orgoglio, valori o speranza di riscatto si presentano come forme di ispirazione genuina, facendo leva su insicurezze reali — anche di natura fisica — per instaurare un legame immediato.
La caratteristica centrale di questi contenuti è la capacità di agire prevalentemente sul piano emotivo, più che di stimolare una riflessione razionale. Format brevi e virali, estetica curata, musica coinvolgente — come i nasheed (canti devozionali) nel contesto islamico o hit remixate in contesti extra-religiosi — e iconografia creativa potenziata dall’intelligenza artificiale generano un’attrazione immediata. Prima della piena comprensione, può instaurarsi un processo di identificazione: chi guarda si sente galvanizzato, senza interrogarsi sul significato più profondo dei messaggi veicolati.
Simboli, emoji, colori, gesti e posture funzionano come segnali di appartenenza difficilmente decifrabili per gli adulti, ma immediatamente riconoscibili per i più giovani. L’ideologia, in molti casi, passa senza essere nominata: viene comunicata attraverso allusioni, ironia o ambiguità. La violenza è presente, ma spesso in forma simbolica, così da non allarmare la piattaforma.
Questi materiali non mirano primariamente a reclutare individui pronti all’azione violenta, ma possono portare a una normalizzazione/accettazione graduale delle narrazioni radicali, rendendole familiari, condivisibili “per gioco” o perché presentate in modo ‘cool’. Le intenzioni serie e i piani operativi veri e propri non nascono solitamente sui social mainstream: emergono e si consolidano in gruppi privati e su piattaforme criptate.
Sebbene espressioni come “TikTok jihad” e il fenomeno della radicalizzazione accelerata sui social media riflettano preoccupazioni reali, le piattaforme digitali non agiscono come agenti ideologici autonomi. In quanto strumenti progettati per massimizzare l’engagement, abbassano la soglia di accesso a contenuti emotivamente intensi e amplificano dinamiche di imitazione e viralità. Gli adolescenti, a loro volta, non sono meri destinatari passivi: attraverso interazioni spesso inconsapevoli contribuiscono alla configurazione della propria bolla algoritmica, senza disporre degli strumenti necessari per comprenderne il funzionamento. È proprio questa opacità a costituire il principale fattore di rischio: contenuti che si presentano come positivi o motivazionali attirano l’utente sul piano emotivo, introducendo gradualmente visioni del mondo fondate su contrapposizione e ostilità. In questo senso, TikTok favorisce forme di radicalizzazione basate sull’assorbimento emotivo più che sul confronto critico.
Violenza simbolica, imitazione e attori solitari
Le piattaforme digitali diventano così spazi di socializzazione alternativa, nei quali la radicalizzazione si sviluppa meno su basi ideologiche consolidate e più attraverso interazioni online, dinamiche imitative e partecipazione a comunità ibride.
Come osserva il ricercatore Kevin McDonald, “le ideologie cedono il posto agli immaginari” e la radicalizzazione si configura sempre più come un’immersione in una narrazione online a più mani, simile a un gioco o a una cospirazione collettiva, dove contano estetizzazione della violenza e messa in scena” (43). Quasi come un grande palcoscenico accessibile a tutti.
In questo quadro, l’ideologia non scompare, ma si trasforma in una cornice che permette ai giovani di dare senso alla propria esperienza. Fragilità personali e disagi
psicosociali — isolamento, rifiuto, discriminazione, percezione di ingiustizia, mancanza di riconoscimento o realizzazione personale e anche situazioni di burnout (44) — rendono alcuni particolarmente suscettibili a narrazioni semplificate.
All’interno di tali contesti, la violenza assume un valore simbolico: da espressione di frustrazione individuale si trasforma in risorsa narrativa attraverso cui costruire identità, status e ruolo sociale, rendendo chi la compie potenziale fonte di identificazione e, in alcuni casi, di ispirazione o venerazione.
Emblematico è il caso di Luigi Mangione, il giovane che nel 2024 uccise a New York un dirigente della compagnia assicurativa sanitaria United Healthcare e che una (esigua) parte della Generazione Z americana, ha trasformato in un’icona pop/folk ribattezzata “San Luigi”. La violenza viene qui reinterpretata come atto di giustizia alternativa e come risposta alla frustrazione collettiva e alla perdita di fiducia nelle istituzioni.
Come scrive il ricercatore John Richardson, autore di Luigi: The Making and Meaning: “Cercare di individuare il movente di Luigi è fuorviante. Ciò che conta è la sua elusività. Per un numero crescente di giovani che vibrano di ansie esistenziali, è diventato uno schermo su cui proiettano le proprie paure e i propri sogni” (45).
È da casi simili che emerge come la violenza tenda a svolgere una funzione un tempo propria dell’ideologia: non tanto orientare l’azione collettiva, quanto produrre significato condiviso all’interno di comunità frammentate ma interconnesse. In questo quadro, l’ideologia assume una funzione prevalentemente individuale, di razionalizzazione e legittimazione dell’atto, mentre la violenza, attraverso la sua circolazione mediatica, opera come dispositivo collettivo di produzione di senso.
Anche l’arresto, nel 2025, di due adolescenti britannici sospettati di voler emulare (separatamente) l’attacco di Axel Rudakubana (46), mostra come la violenza possa diffondersi oggi lungo una di queste traiettorie emulative, trasformandosi rapidamente in modello replicabile.
Conclusione
Oggi la radicalizzazione giovanile non è solo una questione ideologica, ma il segnale di una crisi più ampia che attraversa la vita di molti ragazzi. L’estremismo contemporaneo non si presenta più in forme nette e riconoscibili, ma si articola in un insieme frammentato di esperienze, emozioni e identità, alimentato da solitudine, sfiducia nelle istituzioni, percezione di un futuro bloccato e da un mondo virtuale che diventa sempre più centrale come spazio di riferimento.
In questo contesto, l’ideologia non scompare, ma perde la funzione di progetto collettivo strutturato e assume il ruolo di cornice capace di offrire un significato personale immediato. I percorsi di radicalizzazione tendono così a essere più individuali e personalizzati: la dimensione collettiva resta, ma spesso rappresenta il punto di arrivo — e non di partenza — di traiettorie che nascono da vissuti di marginalità, frustrazione o ricerca di riconoscimento. All’interno di specifici ecosistemi digitali, la violenza può trasformarsi in una risorsa simbolica per la costruzione di identità, status e appartenenza, acquisendo un valore che va oltre l’atto in sé.
In questo laboratorio identitario digitale, la prevenzione non può limitarsi al controllo dei contenuti, ma deve intervenire sulle condizioni che rendono queste narrazioni attraenti, intercettando i bisogni profondi che esse sfruttano.
Implicazioni per la prevenzione e il dibattito pubblico
- Legislatori / policy maker
– Le leggi solo repressive o limitate alla rimozione di contenuti sono insufficienti: non affrontano le radici emotive e identitarie della radicalizzazione contemporanea.
– La radicalizzazione è un processo complesso; spesso inizia prima che emerga un’ideologia strutturata o che si commetta un reato. Non basta chiedersi ‘quali idee professa questa persona?’: bisogna osservare il rapporto con la violenza — simbolica, estetizzata o performativa — spesso visibile nei segnali trapelati online o in comportamenti precoci.
– I criteri di rischio vanno ripensati in chiave multidimensionale: includere vulnerabilità emotive, fascinazione per la violenza e ossessione per figure “giustizialiste” o mitizzate, non solo adesione ideologica esplicita.
– Servono politiche integrate e non settoriali: combinare salute mentale, scuola, comunità locali, regolazione delle piattaforme e sicurezza, privilegiando interventi precoci prima che emergano reati.
– La prevenzione efficace avviene prima della soglia penale: investire in percorsi di supporto tempestivi evita escalation e alleggerisce il carico sul sistema giudiziario.
Promemoria pratico:
Leggi e repressione non bastano: investire in prevenzione precoce, supporto psicosociale e politiche integrate aumenta l’efficacia complessiva. - Chi si occupa di prevenzione (educatori, operatori sociali, scuola, associazioni giovanili)
– Non aspettare l’adesione ideologica esplicita: molti percorsi iniziano da segnali emotivi o simbolici, prima che emerga una convinzione ideologica.
– Osservare segnali deboli e ambigui: fascinazione per la violenza, estetizzazione dei gesti violenti, ironia ambigua, simboli condivisi in subculture digitali (meme, reel, challenge).
-Prestare attenzione ai contenuti “motivazionali”: narrazioni apparentemente positive o di empowerment possono costruire mondi ostili e dicotomici (“vittimismo → vendetta”, “ingiustizia → contrapposi-zione”).
– Intervenire precocemente su vulnerabilità emotive e bisogno di riconoscimento: rafforzare resilienza affettiva, senso di appartenenza positiva e capacità critica prima che la violenza diventi “risorsa narrativa”.
– Fare distinzione tra violenza giovanile e radicalizzazione violenta: i percorsi possono intrecciarsi, ma hanno cause, dinamiche e soluzioni diverse; non tutti i ragazzi attratti dalla violenza sono radicalizzati.
Promemoria pratico:
Riconoscere segnali pre-ideologici e agire precocemente riduce il rischio di escalation e previene la trasformazione della violenza in identità condivisa. - I media e il dibattito pubblico
– Evitare letture moralistiche → Non ridurre tutto a “mostri”, “devianze” o “mele marce”: semplifica e oscura le dinamiche sociali ed emotive.
– Evitare il panico tecnologico → Le piattaforme non “creano terroristi”, ma amplificano vulnerabilità già presenti; il focus deve essere sulle condizioni che rendono attraenti le narrazioni violente.
– Spostare la domanda centrale → Non solo “da dove viene l’odio?”, ma “perché queste narrazioni funzionano così bene oggi?”: indagare il vuoto esistenziale, la ricerca di senso e il ruolo degli algoritmi.
– Responsabilità narrativa → Il modo in cui la violenza viene raccontata può mitizzarla, renderla imitabile o trasformarla in simbolo.
Promemoria pratico:
Ogni racconto pubblico può rafforzare o indebolire il valore simbolico della violenza: scegliere parole, immagini e cornici con consapevolezza aiuta a prevenire emulazione e normalizzazione.
Note:
- https://www.vbs.admin.ch/it/sic-sicurezza-della-svizzera-2025
- https://thesoufancenter.org/intelbrief-2025-september-9/
- https://abcnews.go.com/US/new-jersey-teens-arrested-halloween-terror-plot-michigan/story?id=127177705
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