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IL RAN: ieri, oggi e domani. La rete europea per le pratiche di prevenzione e l’Italia: un bilancio tra luci ed ombre

di Luca Guglielminetti, RAN Ambassador for Italy

QUESTO ARTICOLO APPARIRÀ NEL RAPPORTO #REACT2024 SUL TERRORISMO E IL RADICALISMO IN EUROPA, ATTUALMENTE IN CORSO DI LAVORAZIONE. VIENE QUI ANTICIPATO IN OCCASIONE DELLA CHIUSURA DELLE ATTIVITÀ DEL RADICALISATION AWARENESS NETWORK (RAN).

Quest’anno terminerà l’attività del “Radicalisation Awareness Network – RAN”, la rete europea per le pratiche di prevenzione istituita nel 2011 della DG Home della Commissione Europea, che sarà sostituito dall’ “EU Knowledge Hub on Prevention of Radicalisation”. È quindi tempo per un bilancio di questa esperienza, in particolare nel nostro paese, e di aprire un dibattito sul futuro e il consolidamento di queste politiche e pratiche atte a prevenire e contrastare la radicalizzazione che porta all’estremismo violento e al terrorismo (P/CVE). Politiche e pratiche che implicano una impegnativa e fattiva collaborazione tra attori, ambiti e approcci diversi, come quelli della sicurezza e della resilienza, della repressione e della costruzione di fiducia, della segretezza e della trasparenza, della giustizia retributiva e di quella riparativa, delle istituzioni statali e della società civile, delle autorità nazionali e di quelle locali, dei mass-media e dell’accademia, degli ex terroristi e delle vittime. Esemplificativi binomi che già singolarmente rappresentano delle sfide tutt’altro che risolte e che talvolta, in tutta Europa, hanno indotto dispute, anche aspre, verso queste politiche e pratiche. Tuttavia, almeno le pratiche di P/CVE, sono ormai sedimentate anche in Italia. Il punto è se in futuro si riuscirà a passare dall’attuale stato di frammentazione a quello di una loro valorizzazione strategica.

1. COSA È IL RAN

Poiché l’Italia, come vedremo nel secondo capitolo, è uno di pochissimi Stati Membri dell’Unione Europea (EU) a non aver adottato una strategia o una legislazione nazionale in materia di P/CVE, è opportuno iniziare presentando cosa sia e come funzioni il Radicalisation Awareness Network (RAN), a beneficio di chi non lo conoscesse[1].

Il Radicalization Awareness Network, in breve RAN, è una rete europea orientata alla pratica per la prevenzione dei fenomeni di estremismo violento e terrorismo con oltre 6.000 partecipanti. Il RAN è stato lanciato nel 2011 dalla Commissione Europea ed è da questa finanziata al 100%. Dal punto di vista organizzativo, ha sede presso il Dipartimento per la Migrazione e gli Affari Interni (DG HOME) della Commissione Europea, ma la sua attività è implementata e coordinata, per conto della Commissione EU, da un consorzio che ogni 4 anni è stato rinnovato con gara d’appalto.

Lo scopo delle varie attività e offerte dal RAN è quello di creare reti e scambiare informazioni tra esperti provenienti da diversi settori della pratica di prevenzione e da diversi paesi per prevenire e combattere l’estremismo violento. L’obiettivo è raccogliere conoscenze empiriche e pratiche, insieme a nuove scoperte scientifiche, e renderle disponibili agli operatori professionali, attraverso i seguenti nove gruppi di lavoro:

Comunicazione e narrazioni (RAN C&N) è focalizzato sugli sviluppi e le tendenze nella comunicazione estremista online e offline, nonché sui modi per contrastarle

Gioventù ed educazione (RAN Y&E) è incentrato sul rafforzamento degli insegnanti e del settore dell’istruzione nella gestione della radicalizzazione

Riabilitazione (RAN REHABILITATION) si concentra sui programmi di deradicalizzazione e di uscita, nonché sui servizi di risocializzazione all’interno e all’esterno del carcere

Famiglie, comunità e assistenza sociale (RAN FC&S) affronta il modo migliore per sostenere i giovani, le famiglie e i gruppi etnici o religiosi che si trovano ad affrontare la radicalizzazione o che potrebbero essere particolarmente vulnerabili

Autorità Locali (RAN LOCAL) è focalizzato sullo scambio di approcci e strategie che coinvolgono diversi attori locali che perseguono il coordinamento della prevenzione nella sicurezza urbana

Carcere (RAN PRISONS) è incentrato sull’analisi dell’impatto dei sistemi carcerari, dei programmi di reinserimento e d’intervento mirati ai terroristi condannati

Polizia e forze dell’ordine (RAN POL) identifica approcci di polizia efficaci, tra cui la formazione, l’uso dei social media e la creazione di fiducia e approcci basati sulle relazioni per lavorare con famiglie, comunità, ambienti e quartieri

Vittime/sopravvissuti al terrorismo (RAN VoT) mantiene una rete di vittime del terrorismo interessate alle attività di P/CVE e organizza la Giornata europea della memoria e del ricordo delle vittime del terrorismo l’11 marzo di ogni anno

• Salute mentale (RAN HEALTH) sensibilizza gli operatori sanitari e sociali sul loro ruolo nell’identificazione e nel sostegno delle persone a rischio di radicalizzazione

La partecipazione ai gruppi di lavoro funziona attraverso pubblici bandi ai quali gli interessati possono candidarsi e la loro selezione avviene sulla base della competenza, dell’esperienza operativa e del paese d’origine. Gli incontri sono sempre interattivi, orientati all’esempio, all’esperienza e alla pratica. Dopo ogni incontro vengono pubblicati i cosiddetti documenti conclusivi con i risultati principali.

Il RAN pubblica non solo i risultati degli incontri ma anche paper che forniscono informazioni sulle novità della ricerca e delle politiche sui temi della radicalizzazione, dell’estremismo, del terrorismo e della prevenzione. In questo modo divulga le conoscenze pratiche, anche attraverso una collezione di pratiche nei vari paesi europei, agli esperti ed operatori, coinvolti o meno nella rete, aiutandoli a migliorare il proprio lavoro.

I focus tematici principali della rete e gli argomenti dei gruppi di lavoro sono sviluppati nel Comitato di Pilotaggio del RAN in combinazione con sondaggi online inviati ai partecipanti e alla all’incontro plenario annuale del RAN.

Nel corso del tempo si sono aggiunte ulteriori articolazione della rete: nel 2016 “RAN Young”, dedicato giovani europei coinvolti delle attività di prevenzione; il “Poll of Experts” per la scrittura dei “RAN papers” e la revisione delle pratiche collezionate; il programma CSEP indirizzato a finanziare campagne di comunicazione della società civile per contrastare le propagande estremiste. Nel 2021, è stata creata una seconda sezione della rete, “RAN Policy Support”, dedicata principalmente ai decisori politici e ai responsabili negli Stati membri, differenziandosi da “RAN Practitioners” che ha mantenuto la pregressa natura di rete di operatori professionali che lavorano sul campo. Inoltre, sempre nel 2021, una ulteriore articolazione è costituita da “RAN in the Western Balkans” con l’obiettivo di sostenere la prevenzione della radicalizzazione in una regione particolarmente vulnerabile. Infine, sono stati nominati dei “RAN Ambassador”, per alimentare la conoscenza della rete negli Stati Membri della UE.

Anche la comunicazione del RAN si è sviluppata nel tempo. Dal solo sito web di presentazione con i gruppi di lavoro, i paper e la raccolta di “Inspiring Practices”, si sono aggiunti via via i canali sui principali social network, la newsletter, i video e i podcast, le infografiche, i webinar e una rivista trimestrale, “RAN Spotlight”, che in ogni numero presenta un argomento diverso.

2. IL RAN E L’ITALIA: EVOLUZIONI E PRIME VALUTAZIONI

Questa seconda parte è in gran parte in forma di testimonianza perché il sottoscritto si è trovato, come unico italiano, ad aver seguito il RAN fin dalla sua fase di progettazione, quando cioè la DG HOME stava svolgendo incontri con gli stakeholders nella prima metà del 2011.  Ero allora parte interessata allo sviluppo di questa nuova rete in quando, nei cinque anni precedenti, avevo seguito i lavori di un’altra rete promossa dalla Commissione Europea: quella delle associazioni delle vittime del terrorismo (NAVT)[2].

Nel 2005 le strategie europee di lotta al terrorismo iniziarono a inserire in agenda il tema della radicalizzazione violenta e la sua prevenzione. Queste strategie, e in particolare il Programma di Stoccolma per il periodo 2010-2014[3], pur riconoscendo che le azioni contro la radicalizzazione e il terrorismo rientrano principalmente nelle competenze e le responsabilità degli Stati membri dell’Unione europea, rilevava l’importanza e il valore aggiunto sia di creare una struttura a livello Europeo, sia di sviluppare un ruolo attivo della società civile, delle comunità e amministrazioni locali. Tale struttura prese la forma del RAN che nel settembre 2011 a Bruxelles fu pubblicamente lanciata alla presenza della Commissaria europea per gli affari interni, Cecilia Malmström. Era l’anno dell’incerta Primavera araba, ma in sala era ancora forte l’eco delle stragi di Anders Breivik a Oslo e sull’isola di Utøya.

Nell’occasione fu subito chiaro il principale iato esistente tra paesi europei nell’approccio culturale alla sicurezza. I paesi nordici puntavano sul fatto di prevenire che un individuo giungesse a forme di devianza sociale che lo portasse a diventare un criminale; mentre nei paesi del sud Europa, come il nostro, l’approccio era incentrato sul fatto di prevenire che un certo crimine avvenisse. Fu il Regno Unito e le politiche del suo programma “Prevent”[4], maturato in seguito agli attentati di Londra del 7 luglio 2005, a fornire alla Commissione Europea il know-how per un approccio ‘olistico’ che integrasse la prevenzione della radicalizzazione con la prevenzione dell’atto terroristico.

PRIMO CICLIO: 2012-2015

Nel corso del primo ciclo del RAN, tra il 2012 e il 2015, coordinai, con un collega francese[5], il gruppo di lavoro sulla “voce delle vittime del terrorismo”, partecipando anche agli incontri del Comitato di Pilotaggio, a quelli di altri gruppi di lavoro, alle plenarie annuali e alle due Conferenze di alto livello che allora la DG HOME organizzava per promuovere i risultati del RAN ai decisori politici degli Stati membri della Ue.

Nel corso del primo Comitato di Pilotaggio del RAN, fummo informati che la Commissione Europea avrebbe inserito il tema della prevenzione della radicalizzazione in pressoché tutti i sui programmi e bandi a progetto: da quelli educativi e culturali, a quelli di ricerca e sviluppo, da quelli su sicurezza e giustizia, a quelli per la cittadinanza e la promozione sociale.

Una prima valutazione giunge da questa scelta che fu veramente strategica perché, almeno in Italia, da quel periodo in poi, le opportunità di finanziamento dei bandi europei portò il tema della prevenzione della radicalizzazione all’attenzione di università, di autorità nazionali e locali, e delle organizzazioni della società civile, con una modalità forse più efficace del RAN[6].

L’aspetto certamente più innovativo del RAN fu il suo modus operandi. L’intento della Commissione era quello di far delineare le politiche e le pratiche in materia di P/CVE agli operatori che lavorano sui terreni della prevenzione, tramite i “RAN paper” e la collezione di pratiche del RAN, per poi promuoverli ai vertici politici degli Stati membri in occasione delle conferenze “High Level”. Un circolo virtuoso dal basso verso l’alto per ottimizzare l’efficacia di politiche e pratiche di cui beneficiarono molto paesi europei che in quegli anni si andarono dotando di strategie nazionali in materia di P/CVE.

Il numero di partecipanti italiani al RAN era allora di poche decine, a fronte dei 2000 raggiuti nel primo ciclo in tutta la Ue. Del resto, in quel periodo, lo stesso termine radicalizzazione, nell’accezione qui utilizzata[7], era riservato agli addetti del comparto sicurezza, ma completamente alieno ai mezzi di comunicazione italiani, così come ai nostri decisori politici.  Ciò nonostante, in occasione del seminario finale del primo progetto italiano di prevenzione nelle scuole, “Counter-narrative to Counter-terrorism (C4C)”, che organizzai a Torino del Novembre 2014[8], con gli italiani del RAN provammo a gettare le basi di un “RAN Italia”, stilando un documento e aprendo interlocuzioni con il Ministero della Giustizia, il cui Dipartimento dell’Amministrazione penitenziaria aveva avviato da qualche anno l’attività di formazione del personale penitenziario in tema di radicalizzazione[9]. Il RAN allora offriva, infatti, assistenza e supporto agli Stati Membri della Ue per la creazione di reti nazionali sul tema, dietro semplice richiesta via email di un ministero. Quell’email non fu mai inviata.

SECONDO CICLIO: 2016-2019

Il secondo ciclo del RAN, tra il 2016 e il 2020, sembrò aprire una svolta per l’Italia. Il conflitto siro-irakeno stava raggiungendo il culmine di ripercussioni anche sul terreno europeo, a partire dall’attentato alla redazione di Charlie Hebdo e poi, al suo declino, avrebbe lasciato il gravoso problema dei foreign-fighters e le loro famiglie di ritorno in Europa.

L’eco dell’attentato parigino del 7 gennaio 2015 aprì anche in Italia il tema della prevenzione della radicalizzazione e per la prima volta mi capitò di rilasciare un’intervista sul RAN e i finanziamenti europei relativi. Non penso sia causale il fatto che sia stato il quotidiano cattolico Avvenire a prendere l’iniziativa[10]. Allora non coordinavo più un gruppo di lavoro, ma ero entrato nel Pool di esperti del RAN e il titolo, annunciato dall’occhiello “Gli esperti denunciano”, era: “La Rete Ue anti-radicalismo. Ma l’Italia è in ritardo”[11]. Nell’intervista sottolineai come nel nostro paese il terrorismo restasse una questione solo securitaria di polizia ed intelligence, senza aprirsi all’uso del “soft power” delle politiche europee di P/CVE. Seguirono altre interviste e interventi sui media nazionali, ma questa prima mi condusse a Stefano Dambruoso, a sua volta intervisto nello stesso articolo.

L’allora ex magistrato di prestigio internazionale per la sua inchiesta su al Qaeda in Europa già prima dell’11 Settembre, e parlamentare al lavoro sul nuovo decreto antiterrorismo – poi convertito nella legge 17 aprile 2015, n. 43 – era convito sostenitore che, insieme all’inasprimento penale, servisse far seguire anche il lavoro educativo di prevenzione della radicalizzazione. Convincimento che ebbe esito in una proposta di legge intitolata “Misure per la prevenzione della radicalizzazione e dell’estremismo jihadista”[12], di cui fu primo firmatario insieme all’on. Andrea Manciulli.

Nell’estate del 2016 iniziarono parallelamente, da una parte, la discussione e poi le audizioni della proposta di legge Dambruoso-Manciulli alla commissione Affari Costituzionali della Camera; e dell’altra, ad agosto, fu istituita, promossa dall’allora Sottosegretario agli Interni, Marco Minniti, una commissione di studio indipendente sul fenomeno della radicalizzazione jihadista presieduta da Lorenzo Vidino, cioè il primo ricercatore ad aver lavorato sulla dimensione italiana del fenomeno jihadista[13].

Ho avuto occasione di collaborare con entrambe le commissioni e quindi osservare gli eventi da vicino. L’inizio del 2017 si aprì – il 5 gennaio – con la conferenza stampa da Palazzo Chigi del nuovo presidente del Consiglio dei Ministri, Paolo Gentiloni, del ministro agli Interni Minniti e da Lorenzo Vidino che presentarono il risultato dei lavori della Commissione. Il paradosso di quell’operazione è che non ci furono documenti pubblici. La relazione finale della Commissione, che contiene, nella sua seconda parte operativa e per la prima volta in italiano, la descrizione dettagliata delle politiche e degli approcci promosse dal RAN, comprese le poche attività svolte a livello locale dai suoi membri italiani, viene secretata e, i giorni seguenti, venne distribuito per i giornalisti solo un breve sunto assai generico. Si giunse così al paradosso che, mentre la Camera dei Deputati nei mesi a venire avrebbe discusso e approvato una proposta di legge in materia, il documento governativo che avrebbe potuto informare i parlamentari sull’argomento fu loro precluso, essendo stato fatto divieto ai membri della Commissione Vidino di distribuirla a chicchessia, poiché, nella sua prima parte, conteneva dati ministeriali riservati.

Come noto, la proposta di legge Dambruoso-Manciulli fu approvato solo alla Camera dei Deputati e la fine di quella legislatura avvenne poco prima della sua approvazione al Senato. Nella legislatura successiva (2018-2022), il testo riproposto a prima firma dell’on. Fiano nel 2018 – poi unificato ad analoga proposta a firma dell’on. Perego di Cremnago nel testo unificato: “Misure per la prevenzione dei fenomeni eversivi di radicalizzazione violenta, inclusi i fenomeni di radicalizzazione e di diffusione dell’estremismo violento di matrice jihadista (A.C. 243​-3357-A)[14] – non ebbe miglior fortuna.

L’esito delle vicende legate a queste proposte di legge è stato quello di rendere l’Italia uno dei pochissimi paesi europei senza una legislazione nazionale o una strategia in materia di prevenzione della radicalizzazione. Tuttavia, il dibattito intorno a quel tentativo si è fin da subito posto, tra gli addetti ai lavori, in termini di merito. La proposta di legge aveva dei limiti, a partire dal parziale recepimento dei risultati della Commissione Vidino, che inducevano alcuni, tra i quali il sottoscritto, a domandarsi se la sua approvazione fosse utile o meno. Uno dei limiti principali era il fatto che il testo fosse focalizzato solo sulla radicalizzazione di matrice jihadista[15]. Il secondo che avesse comunque un impianto securitario che ancorava le attività al Ministero degli Interni e alle Prefetture in sede locale; quando, in quasi tutta Europa, il perno operativo delle attività di P/CVE più efficaci erano le autorità locali, a partire dal famoso modello della città danese di Aarhus, per passare alle “safety-house” delle città olandesi, o ai centri di prevenzione dei lander tedeschi e quelli cittadini di Belgio e Regno Unito. Fu da questa considerazione, e dall’impasse nel 2014 di avviare una rete nazionale (“RAN Italia”) con i ministeri, che nel 2016 ebbero origine i tentativi di avviare delle reti di prevenzione locali nelle città di Torino, Milano ed Udine da parte dei partecipanti italiani del RAN. Delle tre città solo a Torino, dopo alcuni anni di incontri informali tra amministrazione cittadina, forze dell’ordine, amministrazione penitenziaria e organizzazioni della società civile, si giunse nel 2020 all’istituzione di un Tavolo di lavoro sulla prevenzione degli estremismi violenti e all’approvazione di linee guida operative[16] che seguivano gli approcci del RAN.

I quegli anni l’attenzione sui temi si diffuse, come già sottolineato, grazie soprattutto ai progetti europei, condotti o partecipati da partner italiani, nei vari ambiti di prevenzione della radicalizzazione: dalle scuole alle carceri; dai settori della sicurezza urbana, a quelli della resilienza delle comunità religiose; dallo sviluppo di campagne di comunicazione contro la propaganda on line, a quello delle competenze alla cittadinanza delle nuove generazioni. L’esito di questi progetti europei, oltre a un moltiplicarsi di convegni, seminari e pubblicazioni anche in lingua italiana[17], è stato un’ampia attività di formazione verso i tutti settori coinvolti nel fenomeno: le polizie locali, i docenti delle scuole, gli attivisti e i volontari del terzo settore, gli operatori penitenziari, i garanti dei diritti dei detenuti, le guide spirituali religiose.

Ci fu poi un incremento significativo di partecipanti italiani al RAN e quando nel 2016 viene lanciato “RAN Young”, il sottoscritto può segnalare decine di giovani italiani interessati a parteciparvi.

Anche l’ambito accademico italiano sviluppò un interesse per il tema sempre più ampio. Nascono alla fine dello scorso decennio due master universitari a Bergamo e Bari focalizzati sui fenomeni di terrorismo e radicalizzazione[18]. Sia i progetti europei del programma Horizon che quello del Ministero dell’Istruzione, dell’università e della ricerca, come PriMED[19], avvicinano decine di professori e ricercatori di diverse discipline alle riflessioni e alle pratiche di prevenzione e contrasto della radicalizzazione.

TERZO CICLIO: 2020-2023

Il terzo ciclo del RAN, tra il 2020 e il 2023, è stato caratterizzato principalmente dallo sviluppo degli strumenti di comunicazione esterna del RAN e dalla creazione del secondo ramo dedicato al supporto ai decisori politici. Naturalmente sono entrati in agenda i nuovi temi legati alle forme di radicalizzazioni connesse alla pandemia da Covid19 e le relative derive estremiste, populiste e antisistema dalle cornici ideologiche sempre più fluide.

Il numero di partecipanti, anche italiani, è continuato a crescere, ma molti incontri si svolgevano ormai a distanza via “call-conference”, con una minore efficacia in termini di networking. Inoltre, la separazione troppo netta tra le attività dell’ambito operativo (“RAN Practitioners”) e quello politico (“RAN Policy Support”) creava uno iato di comunicazione e coordinazione piuttosto controproducente. In questo quadro è significativo il cortocircuito verificatosi con l’introduzione nel 2020 dei “RAN Ambassadors” per alcuni Stati membri. Selezionati, come il sottoscritto per l’Italia, tra i “practitioners” per diffondere i risultati del RAN, ma inabilitati a mantenere relazioni con il contesto politico-istituzionale nel proprio paese.

Infine, l’esempio torinese del Tavolo di lavoro e delle Linee guida per un approccio locale alla P/CVE, ufficializzato nel 2020, non diventerà mai operativo per mancanza di fondi.

3.VALUTAZIONI FINALI E PROSPETTIVE

UN KNOW-HOW A RISCHIO

Abbiamo visto come le politiche europee in materia di prevenzione e contrasto all’estremismo violento abbiano avuto due strumenti principali: il RAN e i programmi con i loro bandi di finanziamento a progetti.

Oltre quanto già evidenziato in termini di ricadute sul nostro paese, vanno considerate e valutati ancora alcuni aspetti cruciali relativi allo scarso impatto che i progetti europei hanno avuto in Italia. Infatti, il profluvio di fondi sul tema nei vari programmi europei ha certamente permesso una buona disseminazione delle tematiche di P/CVE tra i vari stakeholders italiani. Tuttavia, lo scarso impatto dei risultati espressi dalla maggior parte di tali progetti si presta a diverse valutazioni a più livelli. In generale, il limite maggiore alla possibilità di produrre un impatto duraturo, risiede sicuramente nel vulnus creato dall’assenza di legislazione o strategie nazionali. Infatti, come evidenziato fin del 2019[20], il carattere pilota delle esperienze e dei risultati pratici o teorici dei progetti europei in Italia restava tale perché non si potevano evolvere, come un’economia di scala, in politiche e programmi di sistema. Quanto, allora, resta come dato inconfutabile è il fatto che la formazione di centinaia di operatori e ricercatori italiani nei vari ambiti della P/CVE, durante lo scorso decennio, sia un know-how che rischia di restare in gran parte svilito, privo di prospettive e valorizzazione.

IL MONDO CATTOLICO

Il ruolo del mondo cattolico italiano e il suo interesse per la P/CVE, a cui ho accennato in merio alla mia prima intervista sul RAN ad Avvenire, merita una valutazione particolare perché esso ha sempre svolto un ruolo nelle vicende di terrorismo fin dagli anni di piombo, seppur sottotraccia e poco studiato[21]. Come avevo potuto osservare durante la mia quindicennale collaborazione con l’associazionismo delle vittime del terrorismo, la chiesa e il mondo cattolico si erano sostanzialmente disinteressata a loro, con l’eccezione del Cardinal Martini, per oltre trent’anni, per concentrarsi sulla salvezza dei terroristi, cioè sul loro percorso riabilitativo passato per la riforma Gozzini e la cosiddetta ‘legislatura premiale’. Un percorso che di fatto anticipava il concetto di deradicalizzazione, come osserva Dambruoso: “…è bene precisare che il primo timido tentativo di formalizzare il concetto giuridico di deradicalizzazione risale alla legge 18 febbraio 1987, n. 34, incentrata sulla disciplina delle condotte di dissociazione dal terrorismo, definite all’articolo 1 come «il comportamento di chi, imputato o condannato per reati aventi finalità di terrorismo o di eversione dell’ordinamento costituzionale, ha definitivamente abbandonato l’organizzazione o il movimento terroristico o eversivo cui ha appartenuto, tenendo congiuntamente le seguenti condotte: ammissione delle attività effettivamente svolte, comportamenti oggettivamente e univocamente incompatibili con il permanere del vincolo associativo, ripudio della violenza come metodo di lotta politica»”[22].

Come è risultato poi chiaro dalla prime ricerche scientifiche in merito, l’interesse all’uscita degli anni di piombo fu centrale per il mondo cattolico «per promuovere il disimpegno dal terrorismo e nell’influenzare le politiche pubbliche in questo settore»[23], così come completo il disinteresse per le vittime[24].

Nel 2016 la situazione era decisamente cambiata. Il primo decennio del XXI secolo aveva sancito la centralità alle vittime del terrorismo nel discorso pubblico. Il Presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, aveva favorito un compromesso tra le vittime del terrorismo rosso e nero, intorno alla figura di Aldo Moro e la data del 9 Maggio, per celebrare il Giorno della Memoria[25]. Inoltre, nel 2015 era uscito, con vasta eco, il Libro dell’incontro[26]: il resoconto dell’esperienza del gruppo composto da vittime, ex terroristi e mediatori, patrocinata dalla chiesa e dall’università cattolica milanese, che diventerà il testo d’innesto all’introduzione della giustizia riparativa in Italia, fino alla recente riforma Cartabia in materia di mediazione penale[27].

Questo sintetico excursus ritengo spieghi come il fatto che le vittime del terrorismo siano state le prime a introdurre in Italia delle attività esplicitamente indirizzate alla prevenzione della radicalizzazione violenta[28], abbiano attirato l’interesse del mondo cattolico. Dai terroristi dissociatisi dalla lotta armata che si riabilitavano e ‘deradicalizzavano’ attraverso l’impegno sociale nelle organizzazioni del volontariato cattolico, e non solo, dalla metà degli ’80 del XX secolo, si stava integrando un paradigma nei quali erano presenti anche le vittime che si impegnavano sul terreno educativo per prevenire il formarsi di nuovi terroristi e che dialogavano con gli ‘ex’ per provare a riparare e restaurare relazioni riumanizzate e pacificate[29].

Inoltre, tra i molti progetti che ho potuto osservare o analizzare da vicino, non posso qui non citare quella ‘best practice’ nella prevenzione secondaria – indirizzato ai detenuti mussulmani nella Casa circondariale “Dozza” di Bologna – intitolata “Diritti, Doveri, Solidarietà”. Ideata da Ignazio De Francesco – monaco della Piccola Famiglia dell’Annunziata e fine islamologo, con l’appoggio dell’Assemblea legislativa della regione Emilia-Romagna e del Garante dei detenuti[30] – è probabilmente quando di meglio il mondo cattolico abbia espresso in termini progettuali nelle pratiche di P/CVE nello scorso decennio[31].

POLITICHE FRAMMENTATE

Occorre ora precisare cosa abbia inteso nello scrivere mancanza di una strategia nazionale di P/CVE. Al netto del fallito percorso della proposta di legge Dambruoso-Manciulli, nel 2017, presentando alla stampa la relazione della sua commissione, Lorenzo Vidino dichiarava che: «la comunità dell’antiterrorismo ha capito che un approccio basato solo sulla repressione non è più sufficiente», occorre affiancargli «strumenti di prevenzione, misure soft che vanno a prevenire processi di radicalizzazione in fase embrionale»[32]. Parole che non rimasero senza conseguenze.

Se non una vera e propria strategia, almeno dal 2016 furono attivate alcune iniziative istituzionali lungo tre linee d’intervento: quella delle contro-narrative, quella educativa nelle scuole e quella di deradicalizzazione di singoli soggetti. Al netto dell’attività del Ministero della Giustizia, e il suo Dipartimento d’Amministrazione Penitenziaria (DAP), che continuava a implementare le attività di formazione del personale penitenziario, da una parte, e ad affinare gli strumenti di valutazione del rischio radicalizzazione nella popolazione incarcerata, dall’altra, come nei progetti europei “Rasmorad” e “Train Training”, si sono potute osservare le seguenti iniziative:

1)  quelle della RAI, come del resto prevedeva la proposta di legge, che ha prodotto una serie di servizi di approfondimento relati al mondo islamico e carcerario, con una funzione di contro-narrativa verso il vittimismo della propaganda jihadista[33];

2) quelle dell’Ufficio Regionale Scolastico della Lombardia che, con il programma di formazione verso gli insegnati e gli studenti dei poli scolastici di quella regione oggi intitolato “Educazione alle differenze nell’ottica della prevenzione e contrasto ad ogni forma di estremismo violento”, dal 2016 a oggi ha sistematicamente implementato con continuità nelle scuole tale attività di prevenzione primaria[34];

3) quelle di deradicalizzazione, cioè di prevenzione terziaria, che sono state presentate nel numero speciale sul tema del 2018, della rivista dell’intelligence italiana Gnosis, con i primi due casi italiani a Bari e a Trieste, che prefigurano una forma di collaborazione tra l’organo istituzionale preposto all’“Analisi Strategica Antiterrorismo”, il C.A.S.A., e due realtà della società civile: la cooperativa sociale Exit e l’università di Bari.

Sicuramente, sul delicato terreno della deradicalizzazione, ci sono state altre iniziative con esiti incerti o inconclusi, in particolare quelle verso soggetti detenuti nei circuiti di alta sicurezza. Inoltre, nel quado della prevenzione primaria, l’amministrazione penitenziaria si è distinta con l’iniziativa pilota d’introduzione degli imam nelle carceri italiane per garantire il culto ai detenuti mussulmani e così prevenendo un pretesto di vittimizzazione che poteva portare questi a radicalizzarsi. L’accordo tra il DAP e UCOII del 2015[35], e la collaborazione con altre comunità islamiche italiane, è un buon esempio di prevenzione primaria e del carattere frammentato delle iniziative istituzionali messe in campo negli ultimi anni. Il limite, in questo caso, non è costituito tanto dall’assenza di strategie di P/CVE, quanto dall’assenza di una intesa tra lo Stato italiano e le comunità islamiche che definisca un ampio quadro di diritti e doveri reciproci, come avviene per le altre comunità religiose; e di rispetto dei diritti minimi previsti dalla Convezione europea dei diritti dell’uomo (CEDU) nelle carceri italiane[36].

L’APPROCCIO MULTIAGENZIA E LA SOCIETÀ CIVILE

Si può aggiungere che nel corso di questa fioritura di pratiche di P/CVE in Italia, tra quelle europee, quelle nazionali e quelle locali, tra quelle promosse da enti istituzionale e quelle promosse dalla società civile, ci siano state forme di competizione o di mancata collaborazione che hanno non solo contribuito a creare un quadro frammentato, ma soprattutto hanno limitato quello che nelle politiche europee del RAN viene chiamato approccio multi-agenzia. Cioè una collaborazione fattiva tra gli stakeholder che, in queste pratiche, afferiscono ad ambiti diversi, così come diversi sono gli approcci utilizzati e, pure, le loro competenze e responsabilità. Mentre la comunità dell’antiterrorismo ha una lunga e sedimentata collaborazione tra i suoi elementi (governo, forze dell’ordine, intelligence, magistratura e amministrazioni penitenziarie); l’attività di prevenzione della radicalizzazione determina un setting multi-agenzia allargato ai sistemi educativi formali e informali, il welfare pubblico e privato, le comunità e le autorità locali. L’intento della proposta di legge italiana, infatti, per usare le parole di Dambruoso, era quello: «di trovare una risposta al terrorismo che coniughi misure repressive e un approccio preventivo di collaborazione con attori della società civile e con le comunità di riferimento»[37].

Il ruolo delle società civile nelle pratiche di P/CVE è stato uno dei fulcri delle politiche del RAN e, non a caso, la grande maggioranza dei circa 150 partecipanti italiani ai lavori del RAN è sempre giunta dal terzo settore[38], erede di quelle organizzazioni caritatevoli del volontariato cattolico che, fin dal XIX secolo, in Italia si prendevano cura della marginalità sociale provocata della nascente industrializzazione. Un ruolo, quello delle organizzazioni della società civile, focalizzato su una cura della devianza sociale basata sulla (ri)costruzione di relazioni sociali fiduciarie[39].

Così, soprattutto intorno alla prevenzione terziaria di un fenomeno come il processo di radicalizzazione violenta che ha come esito reati di terrorismo, il setting allargato multi-agenzia può ben riflettere visioni e funzioni non facilmente conciliabili: come quelle tra le esigenze delle autorità statali competenti a prevenire gli attacchi terroristici attraverso il sistema penale e repressivo, da una parte; e quelle della società civile e delle istituzioni socio-educative competenti alla riabilitazione dell’ex terrorista – la funzione costituzionalmente definita ‘rieducativa’ della pena, e quanto nell’ambito della P/CVE è stato definito di volta in volta ‘deradicalizzazione’, ‘disimpegno’ o ‘uscita’ – dall’altra.

Si può quindi dire che l’approccio multi-agenzia delle politiche e pratiche promosse dal RAN sottende implicitamente un lungo elenco di sfide, che ripercorre le dicotomie presenti nella storia della criminologia, della giurisprudenza e, in ultima analisi, di tutte le scienze umane in merito alla riformabilità o meno dalla natura umana, la possibilità o meno che questa possa essere preventivamente educata o ex-post redenta. Alle quali si aggiungono le sfide relative al delicato equilibrio tra i doveri di repressione e controllo della sicurezza dello Stato, da una parte, e le libertà e i diritti civili degli individui, dei gruppi o dei movimenti sociali, dall’altra.

Il passaggio quest’anno dal RAN al “EU Knowledge Hub on Prevention of Radicalisation”, sicuramente manterrà l’approccio multi-agenzia e mi pare capire, dalla documentazione disponibile, che tra i suoi intenti più rilevanti ci sia quello di saldare gli ambiti degli operatori professioni con quello dei decisori politici e della ricerca scientifica, le cui pregresse separazioni ha probabilmente nuociuto all’efficacia del RAN. In ogni caso, quest’anno si aprirà una fase nuova in Europa verso la quale gli stakeholder italiani sono chiamati a riflettere e confrontarsi.

Per concludere. La lezione del RAN è in qualche modo erede della ‘exit strategy’ italiana dagli anni di piombo. Se allora la fase repressiva di inasprimento penale fu seguita da quella premiale di riabilitazione[40], la sfida sottesa alla proposta del RAN è quella di costruire un percorso non diviso in fasi successive, ma parallele e concomitanti, attraverso le quali provare a costruire un equilibrio tra necessità dicotomiche. Un’antinomia o un gioco cooperativo[41] che è certamente una sfida da accettare se si vuol valorizzare il patrimonio di esperienze e di know-how italiano cresciuto nel nostro paese in questi anni, per giungere a una strategia, magari flessibile, ma non più frammentata. Non dimentichiamo mai che tali politiche e pratiche hanno al centro la coesione delle comunità e la convivenza pacifica del nostro tessuto sociale. Inoltre, scommettere sulla prevenzione è anche economicamente più sostenibile che non gestire future emergenze con lunghe e tragiche conseguenze.


[1] Per approfondire quanto segue, si veda il sito web del RAN, https://home-affairs.ec.europa.eu/networks/radicalisation-awareness-network-ran_en

[2] Tale network era nato a seguito di quello che resta il maggior attentato terrorista sul suolo europeo a Madrid l’11 marzo 2004 e dell’attenzione che seguì da parte delle istituzioni europee verso le vittime del terrorismo, in particolare quella dell’allora Commissario europeo alla Giustizia, Libertà e Sicurezza, Franco Frattini.

[3] Si veda il capitolo “4.5. Terrorismo” del programma: https://eur-lex.europa.eu/LexUriServ/LexUriServ.do?uri=OJ:C:2010:115:0001:0038:it:PDF

[4] Parte integrata della sua strategia per contrastare il terrorismo (CONTEST). Si vedano le varie versioni di CONTEST a partire dal 2011: https://www.gov.uk/government/publications/counter-terrorism-strategy-contest

[5] Guillaume Denoix de Saint Marc, in rappresentanza delle due associazioni l’italiana AIVITER e la francese AfVT.

[6] Lo scarso impatto del RAN in Italia di quel periodo è addebitabile all’allora debole comunicazione esterna del RAN, ma anche della scarsa attenzione dei vertici ministeriali italiani inviatati alle “High Level Conference”.

[7] Termine che in verità è sempre rimasto oggetto di dispute sul significato. Qui è inteso come processo cognitivo/comportamentale e sottende (anche se omesso) l’aggettivazione “violenta”.

[8] Si vedano articoli, relazioni e materiali del progetto C4C promosso da AIVITER qui: https://hommerevolte2.blogspot.com/search/label/C4C e qui https://www.vittimeterrorismo.it/?s=C4C

[9] Nella dimensione formativa del suo personale penitenziario e nel monitoraggio del proselitismo tra la popolazione carceraria. Si veda: Cascini F. (2012). Il Fenomeno del proselitismo in carcere con riferimento ai detenuti stranieri di culto islamico, in “La radicalizzazione del terrorismo islamico. Elementi per uno studio del fenomeno di proselitismo in carcere”, Quaderni ISSP n. 9 (giugno 2012)

[10] Sul tema torno nella parte nelle conclusioni del cap.3 sul mondo cattolico.

[11] Si veda il testo dell’articolo di Avvenire del 15 gennaio 2015 a firma Vincenzo R. Spagnolo qui: https://hommerevolte2.blogspot.com/2015/01/europa-ed-italia-di-fronte-al.html

[12] Proposta di Legge 3558 presentata il 26 gennaio 2016.

[13] Vidino L. (2014). Il jihadismo autoctono in Italia. Nascita, sviluppo e dinamiche di radicalizzazione. ISPI

[14] Si veda il Dossier n° 301/2 – Elementi per l’esame in Assemblea 14 marzo 2022: https://documenti.camera.it/leg18/dossier/pdf/AC0367b.pdf

[15] Lo stesso programma ‘Prevent’ fu ampiamente criticato e dibattuto nel Regno Unito in quegli anni per la scelta di limitarsi ad affrontare la sola radicalizzazione jihadista, e fu quindi revisionato per includere altre forme di estremismo violento. Si veda ad es. l’articolo di Luciano Pollichieni su Limes del 2017: https://www.limesonline.com/limesplus/la-miopia-dell-antiterrorismo-di-sua-maesta-14681306/

[16] Si vedano le “Linee Guida del Tavolo di lavoro multi-agenzia della Città di Torino per la prevenzione degli estremismi violenti” elaborata dal Comitato scientifico istituito dalla città di Torino nel 2018 e approvate dal consiglio comunale nel 2020: http://www.comune.torino.it/cittagora/wp-content/uploads/2020/07/Linee-guida-istituzione-tavolo.pdf

[17] Si veda la raccolta di testi dal sottoscritto per gli operatori italiani del RAN: https://drive.google.com/drive/folders/0Bz7ceziVCVmBV0ZkQUJuNU5YMXc?resourcekey=0-A5HTj1-XheJgKyXqOn0pCQ&usp=drive_link

[18] Rispettivamente diretti dal Prof. Michele Brunelli e dalla Prof.ssa Sabrina Martucci.

[19] Si veda https://primed-miur.it/

[20] Berardinelli D., Guglielminetti L. (2018). Preventing Violent Radicalisation: The Italian Case Paradox. In “7th International Conference on Multidisciplinary Perspectives in the Quasi-Coercive Treatment of Offenders (SPECTO)”, pp 28-33, Filodiritto Publisher

[22] Dambruoso S. (2018). Prevenzione e repressione. La via italiana nel contrasto alla radicalizzazione jihadista. In «Gnosis», speciale Deradicalizzazione, edito dall’AISI.

[23] Cento Bull A., Cooke P. (2013). Ibid.

[24] Si vedano in particolare: Galfré M. (2014). La guerra è finita: L’Italia e l’uscita dal terrorismo 1980-1987. Bari: Laterza; e Guglielminetti L. (2017). La percezione sociale delle vittime del terrorismo. In “Rassegna Italiana di Criminologia” (RIC), n. 4, pp. 269-276

[25] In questo caso un percorso parallelo con quanto occorreva nelle politiche europee dopo l’attentato di Madrid del 2004, che porterà l’11 Marzo ad assurgere a giornata europea del ricordo delle vittime del terrorismo.

[26] Bertagna G., Ceretti A., Mazzucato C. (2015), Il libro dell’incontro. Vittime e responsabili della lotta armata a confronto. Milano: Il Saggiatore.

[27] Tra le novità introdotte con il d. lgs. 10 ottobre 2022, n.150, di attuazione della legge 27 settembre 2021, n. 134 (c.d. “riforma Cartabia”) si segnala in particolare l’introduzione di una disciplina organica della giustizia riparativa, contenuta negli artt. 42-67.

[28] Per un quadro esaustivo di quelle attività si veda: Guglielminetti L. (2018). P/CVE, lavorare coi giovani e le vittime del terrorismo: esperienze, criticità e prospettive in Italia. In “The Prevention of Radicalisation of Young People”, European Project “YEIP”

[29] Per un’analisi storica e dettaglia si veda Bull A. (2018). Reconciliation through Agonistic Engagement? Victims and Former Perpetrators in Dialogue in Italy Several Decades after Terrorism. In “Victimhood and Acknowledgement”, De Gruyter

[30] Si veda la descrizione e i due volumi sul progetto qui: https://www.assemblea.emr.it/garante-detenuti/iniziative/progetti/diritti-doveri-solidarieta/diritti-doveri-solidarieta

[31] Per la sua valorizzazione in ambito formativo si veda: Guglielminetti, L. (a cura di) (2019). Stato di diritto e prevenzione dell’estremismo violento: tra politiche e pratiche nei ristretti orizzonti italiani. Progetto “FAIR”, Ravenna: Fondazione Nuovo Villaggio del Fanciullo

[32] Spagnolo R. V. (2017). Terrorismo. «Rischio di radicalizzazione sul web e nelle carceri», Avvenire del 5 Gennaio 2017

[33] Significativa in questo senso la collaborazione dell’allora Direttrice della Direzione Editoriale per l’Offerta Informativa della RAI, Monica Maggioni, con l’ISPI che cura nel 2015 il volume Twitter e jihad: la comunicazione dell’Isis.

[34] Si veda la convenzione tra Regione Lombardia e Ufficio Scolastico Regionale https://usr.istruzionelombardia.gov.it/wp-content/uploads/2023/11/m_pi.AOODRLO.REGISTRO-UFFICIALEU.0005448.10-03-2022-5.pdf

[35] “Protocollo d’intesa per favorire l’accesso di mediatori culturali e di ministri di culto negli istituti penitenziari”, sottoscritto il 5 novembre 2015, tra il ministero della Giustizia, Dipartimento dell’amministrazione penitenziaria e l’Unione delle comunità ed organizzazioni islamiche in Italia (UCOII)

[36] Ravagnani L., Romano C. A.  (2017). Il radicalismo estremo in carcere: una ricerca empirica. In “Rassegna

Italiana di Criminologia” (RIC), n. 4, pp. 277-296. Si veda anche Guglielminetti, L. (2019). Ibid.

[37] Dambruoso S. (2018). Ibid.

[38] Dati ricavati del database dei partecipanti al RAN: https://home-affairs.ec.europa.eu/networks/radicalisation-awareness-network-ran/participant-database_en

[39] Si veda il mio contributo nel precedente numero di #REACT 2023 n.4 – Anno 4. Il ruolo delle organizzazioni della società civile nella prevenzione e nel contrasto all’estremismo violento. p. 37-38.

[40] Cento Bull A., Cooke P. (2013). Ibid.

[41] Definizione dal teorico della teoria dei giochi, il matematico statunitense John Nash, citato da De Mutiis C. (2018). Caso di studio. Verso una strategia italiana di prevenzione della radicalizzazione: una sfida globale che si vince a livello locale. Edito dalla Scuola dell’amministrazione dell’Interno.


Presentazione del Rapporto #ReaCT2023 a Lugano il 6 ottobre

Ad oltre venti anni dagli attentati dell’11 settembre 2001 che hanno aperto un lungo capitolo di lotta al terrorismo sotto varie forme, la minaccia non solo non è svanita, ma è oggi più diffusa, frammentata e complessa da affrontare.

In Occidente, lo scenario dell’estremismo violento è oggi caratterizzato da una varietà di ideologie, orientamenti, profili e motivazioni, spesso sovrapposte o indefinite, che rendono più difficile indicarne la portata, prevedere il rischio e tracciare l’evoluzione del fenomeno.

Le iniziative di contrasto e prevenzione implicano una collaborazione multidisciplinare fra attori diversi e un dialogo costante tra ricercatori, operatori sul campo, forze dell’ordine, legislatori e società civile. Di fronte alla capacità di adattamento del terrorismo e al ‘new normal’ della radicalizzazione che definisce l’epoca attuale, è importante aggiornare le conoscenze, gli approcci e gli strumenti a nostra disposizione.

Invito alla presentazione del
4° Rapporto sul Terrorismo e il Radicalismo in Europa
#ReaCT2023

Venerdì 6 ottobre 2023, ore 17.30    
Lugano, Università della Svizzera italiana
Auditorium, Palazzo Centrale

per annunciarsi scrivere a: info@startinsight.eu
SCARICA #REACT2023 QUI

PROGRAMMA
Introduce i lavori Jean-Patrick Villeneuve, Direttore dell’Istituto di Comunicazione e Politiche pubbliche, Università della Svizzera Italiana
Saluti istituzionali dell’On. Norman Gobbi, Dipartimento delle Istituzioni,
Cantone Ticino (videomessaggio)

Ore 17.45 INTERVENTI
“Terrorismi ed estremismi in continua evoluzione: il Rapporto #ReaCT2023”

Claudio Bertolotti, Direttore dell’Osservatorio ReaCT, ricercatore
Chiara Sulmoni, Presidente di START InSight, giornalista, analista
Marco Lombardi, Prof. e direttore del centro di ricerca ITSTIME, Università Cattolica del Sacro Cuore, Milano

Ore 18.15 TAVOLA ROTONDA
“Il contrasto e la prevenzione del terrorismo e dell’estremismo violento. Prospettive svizzere e italiane”  

On. Rocco Cattaneo, Consigliere nazionale, Commissione della politica di sicurezza
Martin von Muralt, Delegato della Rete integrata svizzera per la sicurezza
(intervento in francese)     
Diego Parente, Direttore centrale della Polizia di Prevenzione, Polizia di Stato
(in collegamento da Roma)
Michela Trisconi, Capo-progetto, Piattaforma cantonale di prevenzione della radicalizzazione e dell’estremismo violento

evento in collaborazione con

USI – Università della Svizzera italiana
e
Piattaforma di prevenzione della radicalizzazione e dell’estremismo violento, Cantone Ticino


La guerra in Ucraina arriva fino in Africa. Il commento di M. Cochi a RaiNews24

Mosca ha costruito nel tempo una rete di relazioni economiche e politiche con molti paesi del continente africano che non prendono posizione contro l’aggressione russa

Il servizio originale di RaiNews24 del 20 agosto 2022

https://youtu.be/NMKFP4BsmkQ

Se l’Occidente si è apertamente schierato contro l’invasione russa, nel continente africano Mosca continua a raccogliere consensi, rafforza i legami economici e politici e costruisce una strategia di pressione anche verso l’Europa. Ne abbiamo ripercorso le tappe e le ragioni con Marco Cochi, giornalista esperto di Africa. Insieme ad Andrea Segré, docente di Politiche Agrarie Internazionali all’Università di Bologna abbiamo spiegato come il cibo – i cereali, in questo caso – possa essere utilizzato come un’arma geopolitica e cercato di capire se le istituzioni sovranazionali hanno il potere di invertire la rotta. Leila Belhadj Mohamed, che si occupa di geopolitica per Life Gate, ha analizzato il ruolo della Turchia e l’importanza, per questi temi, di Paesi come il Mali e il Sudan. Conduce Veronica Fernandes


La nuova guerra dell’acqua in Burkina Faso. Nel Sahel al-Qaeda ora avvelena i pozzi


▶ Ascolta l’intervista di Marco Cochi: “La nuova guerra dell’acqua in Burkina Faso. Nel Sahel al-Qaeda ora avvelena i pozzi”. (“Africa oggi”, in collaborazione con Nigrizia).

di Marco Cochi

Dall’inizio dell’anno, i gruppi jihadisti attivi in Burkina Faso hanno distrutto o sabotato 32 impianti idrici nel nord. Tredici organizzazioni nazionali e internazionali, che forniscono assistenza umanitaria nel paese, hanno rilevato che gli attentati ai pozzi d’acqua e alle autocisterne hanno un grave impatto su 290mila persone. I ripetuti attacchi ai servizi idrici non costituiscono una conseguenza del conflitto, ma sono ormai un’arma di guerra che segna una nuova e spregevole svolta nelle violenze. La maggior parte delle distruzioni è avvenuta a Djibo, la città che ospita il maggior numero di sfollati in tutto il Paese, dove adesso la popolazione civile ha singolarmente accesso a meno di tre litri di acqua al giorno per coprire tutti i propri bisogni, dal bere all’igiene e alla cucina. Una disponibilità irrisoria rispetto agli almeno 50 litri a persona consigliati dall’Organizzazione Mondiale della Sanità per garantire condizioni di vita accettabili.



Ascolta l’intervista di Marco Cochi: “La nuova guerra dell’acqua in Burkina Faso. Nel Sahel al-Qaeda ora avvelena i pozzi”. (“Africa oggi”, in collaborazione con Nigrizia).

Two decades of terrorism trials in Switzerland #ReaCT2022

“Two decades of terrorism trials in Switzerland” – a discussion with Ahmed Ajil, criminologist and researcher at the University of Lausanne. This is episode 6 of a series that our Swiss-Italian think tank dedicates to the Annual Report on Terrorism and Radicalisation in Europe #ReaCT2022. In 20 minutes, #ReaCT2022 authors introduce their analyses and elaborate on the most relevant aspects


Estremismo di destra e deradicalizzazione – #ReaCT2022

Il Rapporto annuale dell’Osservatorio sul Radicalismo e il Contrasto al Terrorismo #ReaCT2022 è disponibile online in due lingue (italiano e inglese). Ogni settimana presentiamo i diversi contributi in un incontro LIVE con gli autori, della durata di 20 minuti. In questa puntata, gli ospiti sono Mattia Caniglia, docente affiliato all’Università di Glasgow e Luca Guglielminetti, membro del pool di esperti della rete RAN, Radicalisation Awareness Network. Si è parlato della crescita dell’estremismo di destra e di de-radicalizzazione nel contesto neo-nazista, sulla base di un caso italiano.


Radicalizzazione e terrorismo in Europa – tutti gli incontri con gli autori del Rapporto annuale #ReaCT2022

Il Rapporto è curato dall’Osservatorio ReaCT sul Radicalismo e il Contrasto al Terrorismo e traccia l’evoluzione di questi fenomeni in Europa. A scadenza annuale, è in grado di segnalare tempestivamente le nuove tendenze e di approfondire tematiche e contesti correlati.

La terza edizione è disponibile online dal 24 febbraio 2022 in due lingue, italiano e inglese; include 15 contributi fra cui 2 casi studio sulla de-radicalizzazione.

Scarica qui il Rapporto #ReaCT2022

Ogni settimana dal 17 marzo fino al 28 aprile START InSight incontra gli autori dei diversi articoli per discutere i vari argomenti trattati nel Rapporto nel corso di dirette streaming di 20 minuti. Su questa pagina, in costante aggiornamento, potete trovare tutte le puntate della serie.

17 marzo 2022 – Il primo incontro con gli autori di #ReaCT2022. In questa puntata si è parlato del libro “Understanding radicalisation, terrorism and de-radicalisation.
Historical, socio-political and educational perspectives from Algeria, Azerbaijan and Italy
” (a cura di M. Brunelli) con Andrea Carteny, direttore del CEMAS (Centro di Ricerca e Cooperazione con l’Eurasia, il Mediterraneo e l’Africa sub-sahariana, Università La Sapienza, Roma) e Elena Tosti Di Stefano, ricercatrice all’Università la Sapienza e al CEMAS; mentre Chiara Sulmoni, analista, giornalista e presidente di START InSight, ha spiegato quali sono i nuovi orizzonti della radicalizzazione.

24 marzo 2022 – In questa puntata si è discusso dell’evoluzione del terrorismo jihadista in Europa con Claudio Bertolotti, analista strategico e direttore dell’Osservatorio ReaCT; e della gestione dei minori radicalizzati in Italia (caso studio) con Alessandra Lanzetti, Vice-Questore aggiunto della Polizia di Stato.

31 marzo 2022 – In questa puntata si è affrontato il tema del terrorismo jihadista in Africa Sub-Sahariana con Luciano Pollichieni, ricercatore e Fellow del think tank statunitense Critica (Washington).

7 aprile 2022 – In questa puntata si discute di complottismo e militanza NoVax con Andrea Molle, docente di Relazioni Internazionali alla Chapman University (California) e membro del team di START InSight; e di aggiornamento degli strumenti di analisi del rischio con riferimento ai processi di radicalizzazione insieme a Barbara Lucini, ricercatrice all’Università Cattolica di Milano e per ITSTIME.

14 aprile 2022 – In questa puntata, si è parlato della crescita dell’estremismo di destra con Mattia Caniglia, docente affiliato all’Università di Glasgow; mentre Luca Guglielminetti, membro del pool di esperti della rete europea RAN (Radicalisation Awareness Network) ha raccontato un caso italiano di de-radicalizzazione nel contesto neo-nazista.

21 aprile 2022 – In questo episodio con Ahmed Ajil, criminologo e ricercatore all’Università di Losanna, la discussione si è focalizzata sul contesto svizzero e su due decenni di processi per terrorismo – una panoramica dei casi di cui si è occupato il Tribunale Penale Federale dall’11 settembre 2001.

28 aprile 2022 – In questa puntata si discute di guerre future e terrorismo con Marco Lombardi, Prof. di sociologia all’Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano e direttore del Centro di ricerca ITSTIME, e con Claudio Bertolotti, analista strategico e direttore dell’Osservatorio ReaCT sul radicalismo e contrasto al terrorismo.


Cospirazionismi, militanza NoVax e strumenti di valutazione del rischio #ReaCT2022


Il Rapporto annuale dell’Osservatorio sul Radicalismo e il Contrasto al Terrorismo (ReaCT) è disponibile online in due lingue (italiano e inglese). Ogni settimana presentiamo i diversi contributi in un incontro LIVE con gli autori, della durata di 20 minuti. In questa puntata, gli ospiti sono Andrea Molle, docente di Relazioni Internazionali alla Chapman University (California) e membro del team di START InSight e Barbara Lucini, ricercatrice all’Università Cattolica di Milano e per ITSTIME.


Terrorismo jihadista in Africa Sub Sahariana – Rapporto #ReaCT2022

Il Rapporto annuale dell’Osservatorio sul Radicalismo e il Contrasto al Terrorismo (ReaCT) è disponibile online in due lingue (italiano e inglese). Ogni settimana presentiamo i diversi contributi in un incontro con gli autori. In questa puntata, discutiamo di terrorismo jihadista in Africa Sub-Sahariana con il ricercatore Luciano Pollichieni.


Terrorismo in Europa: minaccia lineare in evoluzione e partecipazione individuale

di Claudio Bertolotti

Dall’Africa all’Afghanistan: l’Europa guarda preoccupata all’esaltazione jihadista

Lo Stato islamico non ha più la forza di inviare terroristi sul suolo europeo perché si è vista azzerare la propria effettiva capacità operativa in conseguenza della perdita di territorio, di una rilevante consistenza finanziaria e di reclute. Tuttavia, la minaccia rimane significativa anche attraverso la presenza e l’azione di attori isolati, spesso improvvisati e spinti dall’emulazione e senza un legame diretto con l’organizzazione.

Mentre il gruppo dello Stato Islamico continua a imporsi su un piano ideologico come la principale minaccia jihadista, è però improbabile che sia in grado di riproporre il travolgente richiamo che ebbe il “califfato” nel periodo 2014-2017, poiché ha perso il vantaggio della novità, e di conseguenza l’appeal, che ne rappresentava il punto di forza, in particolare nei confronti dei più giovani. Inoltre, sia dal punto di vista legislativo che da quello operativo, l’Europa ha saputo ridurre in maniera rilevante le proprie vulnerabilità, sebbene vi siano maggiori risultati più in termini di contrasto al terrorismo che di prevenzione. Permangono, nel complesso segnali di incertezza legate agli effetti emulativi e alla “chiamata alla guerra” connessa a eventi sul piano internazionale in grado di indurre singoli soggetti ad agire in nome del jihad: l’evento più importante nel 2021, che ha dato e continuerà a dare un impulso agli effetti del jihad transnazionale è la vittoria dei talebani in Afghanistan che, da un lato tende ad alimentare la variegata propaganda jihadista attraverso il messaggio della “vittoria come risultato della lotta continua” e, dall’altro lato, da vita a una forma di competizione dei “jihad” tra gruppi impegnati in forme di lotta e resistenza esclusivamente locali e chi, come lo Stato islamico, recepisce e propone il jihad esclusivamente come strumento di lotta a oltranza a livello globale.

In tale quadro complessivo e in continua evoluzione, dobbiamo prestare attenzione alla crescente forza estremista in alcune parti dell’Africa, in particolare le aree dell’Africa sub-sahariana, il Sahel, il Corno d’Africa e, ancora, il Ruanda e il Mozambico, al fine di contrastare l’emergere in questo continente di nuovi “califfati” o “willayat” che potrebbero minacciare direttamente l’Europa.

Nella prolifica propaganda jihadista, lo Stato Islamico si vanta della propria diffusione nel continente africano e pone in evidenza come l’obiettivo di contrastare la presenza e la diffusione del cristianesimo porterà il gruppo a espandersi in altre aree del continente. Se altrove, come nel Maghreb, nel Mashreq e in Afghanistan l’attività dello Stato islamico è incentrata sulla lotta settaria intra-musulmana, in Africa la sua presenza si impone come parte di un conflitto tra musulmani e cristiani, rafforzata da una propaganda che insiste sulla necessità di fermare la conversione dei musulmani al cristianesimo attuata attraverso i “missionari” e “il pretesto” degli aiuti umanitari. In tale quadro si inseriscono le violenze, i rapimenti e le uccisioni di religiosi missionari, attacchi contro le Ong e le missioni internazionali, dal Burkina Faso al Congo e, ancora, gli attacchi agli abitanti dei villaggi cristiani in particolare in occasione delle festività di Natale e Capodanno.

Scendono i numeri, ma permane la minaccia del terrorismo

Guardando all’ultimo triennio, da un punto di vista quantitativo l’incidenza degli attacchi terroristici si presenta lineare. Dal 2017 al 2020 sono stati registrati nell’Unione Europea, nel Regno Unito e in Svizzera 457 attacchi, compresi quelli falliti e sventati: erano 895 nel 2014-2017.

Nel 2020 sono stati 119 di cui 62 nel Regno Unito e 2 in Svizzera. Secondo Europol (TeSat 2020), il 43% sono attribuiti a movimenti della sinistra radicale (passati da 26 a 25), il 24% a gruppi separatisti ed etno-nazionalisti, il 7% a gruppi di estrema destra (aumento percentuale ma diminuzione in termini assoluti rispetto al 2019), il 26% sono azioni di matrice jihadista. Sebbene la violenza jihadista sia una parte marginale del totale delle azioni associate a ideologie violente, essa si conferma per essere la più rilevante in termini di risultati e vittime provocate il cui totale, passando dalle 16 del 2020 alle 13 del 2021, conferma la maggior pericolosità del terrorismo jihadista in termini di effetti diretti.

Sulla scia dei grandi eventi terroristici in Europa nel nome del gruppo Stato islamico, sono stati registrate 165 azioni in nome del jihad dal 2014 al 2021, delle quali 34 esplicitamente rivendicate dallo Stato islamico: 219 i terroristi che vi hanno preso parte (63 morti in azione), 434 le vittime decedute e 2.473 i feriti (database START InSight).

Nel 2021 gli eventi sono stati 18, in lieve flessione rispetto ai 25 attacchi dell’anno precedente ma con un aumento di azioni di tipo “emulativo”, ossia ispirate da altri attacchi nei giorni precedenti: dal 48% del totale di azioni emulative nel 2020 al 56% nel 2021 (erano il 21% nel 2019). Il 2021 ha inoltre confermato la predominanza delle azioni individuali, non organizzate, in genere improvvisate e fallimentari che hanno progressivamente sostituito le azioni strutturate e coordinate caratterizzanti il “campo di battaglia” urbano europeo negli anni 2015-2017.

L’anagrafica dei terroristi “europei”

L’adesione all’azione terroristica continua a confermarsi come scelta esclusivamente maschile: su 207 attentatori il 97% sono maschi (7 le donne); contrariamente al 2020, quando 3 donne presero parte ad attacchi terroristici, il 2021 non ha registrato la partecipazione diretta di attentatrici.

I 207 terroristi (uomini e donne) hanno un’età mediana di 26 anni: un dato che varia nel corso del tempo (dai 24 nel 2016, ai 30 nel 2019). I dati anagrafici di 169 soggetti di cui si hanno informazioni complete hanno consentito di definire un quadro molto interessante da cui si evince che il 10% è di età inferiore ai 19 anni, il 36% ha un’età compresa tra i 19 e i 26, il 39% tra i 27 e i 35 e, infine, il 15% è di età superiore ai 35 anni.

L’88% degli attacchi, di cui abbiamo informazioni complete, sono stati portati a termine da “immigrati” di seconda e terza generazione e immigrati di prima generazione, sia regolari che irregolari.

Dei 154 su 207 terroristi analizzati attraverso il database START InSight, il 45% sono immigrati regolari; 24% sono discendenti di immigrati (seconda o terza generazione); gli immigrati irregolari sono il 19%: un dato, quest’ultimo, in crescita che passa al 25% nel 2020 e raddoppia, 50%, nel 2021. Significativa anche la presenza di un 8% di cittadini di origine europea convertiti all’Islam. Complessivamente il 77% dei terroristi sono regolarmente residenti in Europa, mentre il ruolo degli immigrati irregolari si impone con un rapporto di circa 1 ogni 6 terroristi. Nel 4% degli episodi è stata riscontrata la presenza di bambini/minori (7) tra gli attaccanti.

La mappa etno-nazionale del terrorismo in Europa

Il fenomeno della radicalizzazione jihadista in Europa affligge maggiormente alcuni gruppi nazionali/etnici. Vi è un rapporto di proporzionalità tra i principali gruppi di immigrati e i terroristi, come dimostrerebbe la nazionalità dei terroristi, o delle famiglie di origine, che è in linea con la dimensione delle comunità straniere in Europa. Prevale l’origine maghrebina: i gruppi etno-nazionali principalmente afflitti dall’adesione jihadista sono quelli marocchino (in Francia, Belgio, Spagna e Italia) e algerino (in Francia).

Stabili i recidivi e i soggetti già noti all’intelligence

Di rilievo il ruolo giocato dai recidivi – soggetti già condannati per terrorismo che compiono azioni violente a fine pena detentiva e, in alcuni casi, in carcere: dal 3% del totale dei terroristi nel 2018 (1 caso), al 7% (2) nel 2019, al 27% (6) nel 2020, al singolo caso del 2021. Ciò confermerebbe la pericolosità sociale di soggetti che, a fronte di una condanna detentiva, tendono a posticipare la condotta di azioni terroristiche; un’evidenza che suggerisce l’aumento della probabilità di atti terroristici nei prossimi anni, in concomitanza con la fine della pena della maggior parte dei terroristi attualmente detenuti.

Parallelamente ai soggetti recidivi, START InSight ha rilevato una tendenza significativa sulle azioni compiute da terroristi già noti alle forze dell’ordine o ai servizi di intelligence europei: 44% e 54% del totale rispettivamente nel 2021 e 2020, contro il 10% nel 2019 e il 17% nel 2018.

I soggetti con precedenti detentivi (anche per reati non associati al terrorismo) nel 2021 hanno confermato una certa stabilità nella partecipazione ad azioni terroristiche da parte di individui con un pregresso carcerario con un dato del 23% nel 2021, in lieve calo rispetto all’anno precedente (33% nel 2020) ma in linea con quello del 2019 (23% nel 2019, 28% nel 2018 e 12% nel 2017); un’evidenza che continua a confermare  l’ipotesi che vede nelle carceri luoghi di potenziale radicalizzazione e adesione al terrorismo.

Si riduce la capacità offensiva del terrorismo?

Una fotografia realistica del terrorismo necessita di un’analisi dei tre livelli su cui il terrorismo stesso si sviluppa e opera: strategico, operativo e tattico. La strategia, intesa come l’impiego dei combattimenti allo scopo della guerra; la tattica è l’impiego delle truppe ai fini della battaglia; il livello operativo si colloca tra le due. Una sintesi che, nella sua semplicità, coglie il punto: l’impiego degli uomini.

Il successo a livello strategico è marginale

Il 16% delle azioni ha ottenuto un successo a livello strategico, ossia ha avuto conseguenze strutturali: blocco del traffico aereo/ferroviario nazionale e/o internazionale, mobilitazione delle forze armate, interventi legislativi di ampia portata. Un dato molto elevato considerando il limitato sforzo organizzativo e finanziario da parte dei gruppi, o dei singoli attaccanti. L’andamento nel corso degli anni è stato discontinuo, ma ha messo in evidenza una progressiva riduzione di capacità ed efficacia: 75% di successo strategico nel 2014, 42% nel 2015, 17% nel 2016, 28% nel 2017, 4% nel 2018, 5% nel 2019, 12% nel 2020 e 6% nel 2021. Nel computo dei risultati strategici, gli attacchi hanno ottenuto l’attenzione dei media internazionali nell’79% dei casi, il 95% a livello nazionale, mentre le azioni organizzate e strutturate dei commando e dei team-raid hanno ottenuto la totale attenzione mediatica. Un evidente, quanto ricercato, successo mediatico che può aver influito sensibilmente sulla campagna di reclutamento di aspiranti martiri o combattenti del jihad, la cui entità numerica rimane elevata in corrispondenza della maggiore intensità di azioni terroristiche (2016-2017). Ma se è vero che l’amplificazione massmediatica ha effetti positivi sull’azione di reclutamento, è anche vero che tale attenzione tende a ridursi col tempo a causa di due ragioni principali: la prima è la prevalenza di azioni a bassa intensità in rapporto a quelle ad alta – in diminuzione – e quelle a bassa e media intensità – in sensibile aumento dal 2017 al 2021. La seconda è l’assuefazione di un’opinione pubblica emotivamente sempre meno toccata dalla violenza del terrorismo, in particolare dagli eventi a “bassa” e “media intensità”.

Il livello tattico preoccupa, ma non è la priorità del terrorismo

Partendo dal presupposto che il fine delle azioni sia di provocare la morte del nemico (nel 35% dei casi gli obiettivi sono le forze di sicurezza), tale obiettivo viene raggiunto nel periodo 2004-2021 in media nel 50% dei casi. È però opportuno tenere in considerazione che l’ampio periodo di tempo tende a influire in maniera significativa sul margine di errore; l’evoluzione dell’ultimo periodo preso in esame, 2014-2021, mostrerebbe infatti una tendenza al peggioramento negli effetti ricercati dai terroristi con una prevalenza di attacchi a bassa intensità e un aumento di azioni dall’esito fallimentare, almeno fino al 2019. I risultati degli ultimi sei anni, in particolare, mostrerebbero come il successo a livello tattico sia stato ottenuto, nel 2016, nel 31% dei casi a fronte di un 6% di atti formalmente fallimentari, mentre il 2017 si è stabilizzato su una percentuale di successo del 40% e di fallimento del 20%. Un andamento complessivo che, passando dal 33% di successo a livello tattico e un raddoppio degli attacchi fallimentari (42%) nel 2018 e consegnandoci un dato ulteriormente al ribasso del 25% di successo nel 2019, può essere letto come il duplice effetto della progressiva diminuzione della capacità operativa dei terroristi e dell’accresciuta reattività delle forze di sicurezza europee. Ma se l’analisi suggerisce una capacità tecnica che si è effettivamente ridotta, è altresì vero che l’improvvisazione e l’imprevedibilità del nuovo terrorismo individuale ed emulativo ha fatto registrare un nuovo aumento delle azioni di successo, passate dal 32% nel 2020 e al 44% nel 2021.

Il vero successo è a livello operativo: il “blocco funzionale

Anche quando fallimentare, un attacco terroristico ottiene un risultato altamente favorevole che consiste nell’impegnare in maniera straordinaria le forze armate e di polizia, distraendole dalle normali attività di routine o impedendo di intervenire a favore della collettività, nell’interrompere o sovraccaricare il servizio sanitario, nel limitare, rallentare, deviare o fermare la mobilità collettiva urbana, aerea e navale, nel limitare il regolare svolgimento delle attività quotidiane, commerciali, professionali, a danno delle comunità colpite e, inoltre, riducendo in maniera efficace il vantaggio tecnologico e il potenziale operativo o, ancora, la capacità di resilienza; infine, più in generale, nell’infliggere danni, diretti e indiretti, indipendentemente dalla capacità di provocare vittime. Coerentemente, la limitazione della libertà dei cittadini è un risultato misurabile che il terrorismo ottiene attraverso le proprie azioni.

In altri termini, il successo del terrorismo, anche quando non provoca vittime, consiste nell’imporre costi economici e sociali alla collettività e nel condizionarne i comportamenti nel tempo in relazione a misure di sicurezza o limitazioni imposte dall’autorità politica e di pubblica sicurezza ai fini della salvaguardia della collettività. Questo è il “blocco funzionale”.

Nonostante una sempre più ridotta capacità operativa del terrorismo, il “blocco funzionale” continua ad essere il più importante dei risultati ottenuti dai terroristi, indipendentemente dal successo tattico (uccisione di almeno un obiettivo).

A fronte di un successo tattico registrato nel 34% degli attacchi avvenuti dal 2004 a oggi, il terrorismo ha dimostrato di essere efficace ottenendo il “blocco funzionale” in media nell’82% dei casi, per attestarsi all’92% percento nel 2020 e all’89% nel 2021: un risultato, impressionante considerando le limitate risorse messe in campo dai terroristi, che conferma il vantaggioso rapporto costo-beneficio a favore del terrorismo.