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NATO – Cosa implica quel 5% di spesa per l’Italia

di Andrea Molle dagli Stati Uniti

L’adozione, al vertice dell’Aia del 24-25 giugno, del nuovo obiettivo NATO di spesa al 5% del PIL non è un mero aggiornamento contabile: segna una svolta strategica che ridefinisce il concetto stesso di difesa. La formula 3,5% + 1,5% — tre punti e mezzo per “hard defence” in senso classico e un punto e mezzo per investimenti dual-use a sostegno della resilienza nazionale — cristallizza la lezione della guerra in Ucraina: senza vie di comunicazione rinforzate, scorte energetiche sicure e cyberspazio protetto, i carri armati non arrivano al fronte e i droni non decollano.

Per l’Italia la sfida è doppia. Da un lato, il governo Meloni si è impegnato a onorare il nuovo target pur mantenendo un sentiero di rientro del deficit; dall’altro, parte da un livello “puro” di circa 1,57%, ben al di sotto del 3,5% richiesto per la componente militare tradizionale. Tradotto in cifre, significa trovare nell’arco di dieci anni fra i 32 e i 42 miliardi di euro aggiuntivi l’anno solo per armamenti, addestramento e readiness operativa, a cui si sommano gli investimenti per infrastrutture e cyber-resilienza. Tuttavia, la stessa Alleanza ha chiarito che l’obiettivo del 5% è da raggiungere in modo progressivo: 3,5% per la difesa militare e 1,5% per la sicurezza civile, entrambi spalmati su un orizzonte decennale. L’aumento effettivo richiesto è quindi contenuto, pari a un massimo dello 0,3% del PIL all’anno. Si tratta di un impegno oneroso, ma non insostenibile.

Il Ministero della Difesa non potrà più diluire gli incrementi fra le tre Forze Armate come in passato. Per l’Esercito, relegato per anni al terzo posto dietro Marina e Aeronautica, l’occasione è irripetibile: colmare il ritardo su mezzi corazzati, artiglieria a lunga gittata, munizioni di precisione e capacità contro-UAS, garantire poligoni moderni e manutenzione, dotarsi di sensoristica strategica oggi appannaggio quasi esclusivo degli Stati Uniti. Senza questa svolta, gli impegni sul fianco Est resteranno nominali.

La quota dell’1,5% apre invece un terreno di politica industriale. Porti come Gioia Tauro, i corridoi ferroviari TEN-T e la dorsale 5G/quantum italiana possono essere co-finanziati dall’UE sotto l’ombrello “Military Mobility”, veicolando investimenti che valgono sia per la Difesa sia per la competitività logistica nazionale. Qui l’Esercito può diventare attore-ponte con Protezione Civile e infrastrutture critiche, ridefinendo il proprio ruolo di “forza-territorio” nel disegno di una difesa totale.

L’orizzonte 2035 offre una gradualità che attenua lo shock sul bilancio, ma non deve illudere: il procurement terrestre richiede cicli decennali. I contratti per Ariete, Dardo, PzH 2000 e SAMP/T NG vanno firmati ora se si vuole evitare un nuovo decennio di eterne mezze soluzioni. È un banco di prova anche politico: se Roma non riuscirà a trasformare il 5% in occasione di modernizzazione industriale e deterrenza credibile, il nuovo criterio rischierà di ridursi a un ulteriore indicatore-tabù come il vecchio 2%.

La posta in gioco, insomma, non è solo soddisfare Washington né evitare future minacce di dazi; è dimostrare ai partner che un’Italia con 5 milioni di riservisti virtuali, ma senza munizioni né strade percorribili da un Leopard, è un anello debole. Se la Penisola saprà invece coniugare ambizione europea, realismo contabile e impulso al proprio esercito, il 5% potrà diventare il volano di una sicurezza finalmente integrata fra caserme, fabbriche e ponti.

Questo nuovo paradigma impone anche una riscrittura del rapporto tra Forze Armate e società civile, dopo decenni di separazione culturale e funzionale. L’investimento nella resilienza nazionale, nella protezione delle infrastrutture critiche e nella risposta alle minacce ibride restituisce ai militari un ruolo visibile, concreto, integrato nel tessuto del Paese. Non più solo professionisti di missioni all’estero, ma attori centrali della sicurezza collettiva, custodi del territorio e partner della cittadinanza. È un’occasione storica per ricucire quel legame, fondandolo non sulla retorica ma sull’utilità strategica e sulla trasparenza democratica.




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