GUERRA O NO GUERRA: IL DILEMMA SENZA FINE
di Melissa de Teffé da Washington, DC – Giornalista con Master in Diplomazia presso l’ISPI, esperta di politica statunitense, accreditata per START InSight presso il Dipartimento di Stato (US).

TRUMP, NETANYAHU, L’OMBRA DELL’IRAN E UN’EUROPA SILENZIOSA
L’Unione Europea è nata per scongiurare altre guerre, nucleari e non e Trump ha giurato sin dal 2015 che gli Stati Uniti non sarebbero entrati più in guerra, soprattutto visti i persistenti e gravi problemi interni di cui ha promesso dare precedenza. Eppure, già dal primo mandato del 2015 non si può certo dire che sia stato un pacifista. Ha ordinato l’uccisione del generale iraniano Qassem Soleimani e di Abu Bakr al-Baghdadi, leader dell’ISIS, ha lanciato attacchi in Siria in risposta alla morte di soldati americani e ha sganciato la MOAB BOMB (the Mother Of All Bombs), una bomba potentissima in Afghanistan. Non si può dire, insomma, che non abbia fatto ricorso all’uso della forza militare. Anche oggi, sostiene — e lo ha ribadito più volte — di non aver dichiarato guerra a nessuno. Le sue azioni, dice, sono state mirate esclusivamente a colpire le infrastrutture nucleari iraniane, sulla base di recenti rapporti, secondo cui, Teheran avrebbe aumentato l’arricchimento dell’uranio dal 3,5% al 60%. Un salto che, secondo lui, porta l’Iran pericolosamente vicino alla soglia per la costruzione di armi atomiche, e questo non può essere ignorato. Se poi decidesse di inviare truppe di terra, il discorso cambierebbe radicalmente. Ma Trump ha parlato di un possibile cambio di regime, riferendosi a un cambiamento interno — come avvenuto in Siria, a dicembre, quando furono gli stessi cittadini a scendere in piazza chiedendo di mandar via Assad. E se un’insurrezione popolare portasse a un nuovo corso, perché dovrebbe essere visto come negativo?
Certo non possiamo che porci domande, a iniziare dalle dichiarazioni di guerra che di norma, erano precedute da un ultimatum, ossia una richiesta esplicita con un termine preciso. Se l’ultimatum veniva rifiutato o ignorato, seguiva la dichiarazione formale.
📜 Notifica diplomatica
- L’atto veniva consegnato tramite un ambasciatore o inviato diplomatico alla controparte. A volte veniva anche reso pubblico tramite stampa ufficiale o proclami.
📚 Diritto consuetudinario e convenzioni
- La Convenzione dell’Aia del 1907 (Convenzione III) stabilì che le ostilità non potessero iniziare senza una dichiarazione formale di guerra o un ultimatum motivato con dichiarazione di guerra. Questo fu uno dei tentativi di regolare l’inizio dei conflitti armati.
Oggi non si dichiara più guerra, oggi si parla di interventi militari, operazioni speciali o azioni difensive senza alcun atto ufficiale.
Un’altra domanda è: chi vuole veramente un cambio di regime in Iran? Secondo una parte del movimento MAGA (Make America Great Again), il vero motivo per cui gli Stati Uniti puntano a un cambio di regime in Iran non ha radici nella sicurezza nazionale, ma nelle pressioni esercitate da Benjamin Netanyahu. È questa, dicono, la spiegazione dietro alla spaccatura sempre più evidente all’interno dello stesso fronte conservatore americano.
Da un lato ci sono i neoconservatori che da decenni spingono per guerre infinite in Medio Oriente, sempre allineati con le priorità della politica estera israeliana. Dall’altra, c’è una generazione di americani cresciuta all’indomani dell’11 settembre — “la generazione 9/11” — a cui era stato promesso un Paese più sicuro e più stabile, a patto di appoggiare guerre come quella in Iraq, motivata, allora, dalle armi di distruzione di massa.
Oggi, osservano alcuni sostenitori del mondo MAGA, si sta riproponendo la stessa retorica di una volta e con gli stessi metodi: etichettare chi si oppone all’intervento in Iran come filo-jihadista, accusandolo di voler indebolire la sicurezza americana, e giustificare così l’azione militare, come parte della crociata per la democrazia liberale internazionale. Ma — sottolineano — non c’era alcuna minaccia imminente per gli Stati Uniti quando Trump ha deciso di bombardare.
E proprio qui arriva l’accusa più pesante: “Non è stata una decisione di Trump, ma di Netanyahu,” affermano. “È stato lui a volerla, e noi sappiamo bene che Israele sta dettando la nostra politica estera. Ed è ora di dire basta.”
Secondo alcuni commentatori conservatori americani, quella che si sta preparando non è solo una crisi diplomatica, ma un’escalation potenzialmente nucleare. L’amministrazione Trump, spiegano, aveva lasciato intendere che avrebbe aspettato almeno due settimane prima di intervenire. Ma poi sono arrivate prima le bombe. Ancora ci poniamo un’ennesima domanda: perché? Secondo la stampa israeliana — se vogliamo crederle — è stato Netanyahu a insistere: ‘Non aspetteremo due settimane. Vogliamo che si faccia subito’,” afferma l’intervistato.

Ma il premier israeliano non sarebbe stato l’unico a influenzare la decisione. A pesare sarebbe stata anche Miriam Adelson, miliardaria, filantropa e la principale finanziatrice repubblicana. Vedova di Sheldon Adelson, magnate dei casinò e storico alleato di Trump, Miriam ha donato oltre 100 milioni di dollari alle sue campagne elettorali. “È sempre stata chiara: voleva l’annessione della Cisgiordania,” sostiene la commentatrice MAGA Candace Owen. “C’era un progetto imperialista ben preciso, e quando fai un patto con il diavolo, poi devi pagare il prezzo. Ecco cosa sta facendo oggi Trump.”
Ulteriori segnali arriverebbero da un altro episodio controverso: il tweet di Trump in cui ipotizzava la costruzione di un Trump Hotel a Gaza. Certamente per alcuni questa era comunicazione disumana, indelicata, per altri, invece, era un offrire ai palestinesi spiagge e alberghi, per ‘una vita migliore’. D’altra parte, non possiamo dimenticarci che questo è il suo vero mestiere, sviluppare proprietà. Ma a peggiorare la situazione ricordiamo quando Jared Kushner, suo genero, anche lui imprenditore immobiliarista apparve davanti alle telecamere, poco dopo il 7 ottobre, con un infelice commento soprattutto per l’entusiasmo espresso nei toni sul potenziale valore di quei territori: “Quella proprietà potrebbe valere moltissimo,” avrebbe detto; toni che imbarazzarono persino i più fedeli di Trump.
Ecco che il mondo conservatore americano si sta spaccando. MAGA non è più compatta. C’è chi continua a sostenere il movimento del presidente a prescindere, e chi denuncia l’infiltrazione di neocon e l’allineamento cieco a Israele. “Il vero MAGA,” insistono, “è quello che si è sempre opposto all’invio di soldati americani in Medio Oriente.” Chi è rimasto fedele a questa linea ora guarda con sospetto a chi festeggia questa nuova guerra — da Mark Levin a John Bolton — e chi si chiede se anche Alexandria Ocasio-Cortez (NY-D) sia contro l’intervento. E quindi ci interroghiamo ancora una volta: le etichette politiche vanno riviste, riguardo a chi stia davvero supportando America First?
Altri commentatori come Glenn Beck, invece, fedelissimi a Trump ha trovato una definizione che salverebbe tutti ossia il classificare e lo scindere dei peccatori: da un lato islamisti e dall’altro mussulmani.
“Lasciate che lo dica nel modo più chiaro possibile: non si tratta di musulmani, ma si tratta di islamisti.” Secondo Beck, l’Occidente rischia di essere trascinato in un conflitto ideologico e militare di lungo periodo senza aver nemmeno chiarito pubblicamente contro chi si stia combattendo. “Se non rompiamo questo ciclo,” ha ammonito, “continueremo a eleggere presidenti che, una volta in carica, si trovano a seguire sempre le stesse voci, senza reali alternative.”
Non è una guerra contro l’Islam. È uno scontro con l’islamismo.
A sostenere una distinzione analoga, ma in termini analitici, è anche Soner Cagaptay, ricercatore del Washington Institute for Near East Policy. In un saggio intitolato Muslims vs. Islamists, Cagaptay scrive:
“L’islamismo non è una forma della fede musulmana né un’espressione di devozione religiosa: è un’ideologia politica.”
In altre parole: i musulmani praticano una fede, gli islamisti promuovono un’agenda di potere. Mentre l’Islam è vissuto da oltre un miliardo di persone in tutto il mondo in modo pacifico e spirituale, l’islamismo mira a trasformare la religione in strumento di conquista, legittimando guerra, violenza e repressione.
Confondere le due cose — ammoniscono sia Beck sia Cagaptay — è un errore fatale, che non solo alimenta l’odio, ma impedisce di affrontare davvero il problema. La sfida, allora, è duplice: difendere la sicurezza senza rinunciare alla verità, e combattere l’islamismo senza cadere nell’islamofobia.
E l’Unione Europea? L’Europa guarda, ma non decide
Mentre Washington si divide e l’Iran si radicalizza, l’Unione Europea resta una spettatrice preoccupata, incapace di trasformare la propria retorica diplomatica in influenza concreta. I governi europei si sono limitati a inviti alla de-escalation e generiche dichiarazioni a favore della stabilità regionale, mentre Bruxelles si trincera dietro il ruolo di garante dell’accordo sul nucleare iraniano (JCPOA), ormai svuotato di efficacia.
Parigi ha condannato “ogni iniziativa unilaterale che possa compromettere la sicurezza collettiva”, Berlino si è detta “profondamente allarmata” per i raid preventivi, mentre Roma si è allineata alle posizioni atlantiche, pur con toni prudenti. Ma nessun Paese europeo ha esercitato un’influenza reale né su Teheran, né su Washington, né tantomeno su Tel Aviv.
In assenza di una visione comune, l’Europa si rifugia nel linguaggio della moderazione, ma questa neutralità apparente si traduce in irrilevanza. Eppure, è proprio sul suolo europeo che si moltiplicano le conseguenze indirette del conflitto: instabilità energetica, flussi migratori, polarizzazione interna tra comunità musulmane e movimenti identitari. L’Europa continua a invocare il diritto internazionale, ma non riesce a farlo rispettare — né a farsene garante. E se davvero vuole restare uno spazio di pace, non può limitarsi a condannare ciò che accade: deve cominciare a incidere su ciò che accadrà.






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