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Meno guerre, più business: la strategia di Trump tra Sud America e Asia

Commento alla nuova Strategia di Sicurezza Nazionale USA – seconda e terza parte

(leggi l’articolo precedente qui – prima parte)


di Melissa de Teffé da Washington, DC – Giornalista con Master in Diplomazia presso l’ISPI, esperta di politica statunitense, accreditata per START InSight presso il Dipartimento di Stato (US)

SECONDA PARTE

SUD AMERICA – NSS (National Security Strategy) 2025

Washington – Pechino e Mosca quali i contendenti?

Preambolo – La presenza di Cina e Russia in Sud America

Negli ultimi due decenni Cina e Russia hanno ampliato in modo significativo la loro influenza economica, politica e militare in Sud America, trasformando la regione in un nuovo spazio di competizione strategica. La Cina è oggi il primo partner commerciale di molti paesi sudamericani e investe massicciamente in infrastrutture, energia, estrazione di minerali critici, porti e reti digitali, spesso attraverso laBelt and Road Initiative (noi la conosciamo come la Via della Seta). La sua presenza non è soltanto economica: include satelliti, telecomunicazioni avanzate e accordi con governi locali capaci di creare dipendenze strutturali a lungo termine. Per Washington, questa penetrazione rappresenta un rischio perché porta una potenza rivale nel cuore dell’emisfero occidentale, proprio dove gli Stati Uniti hanno storicamente esercitato la loro leadership.

La Russia, pur con capacità economiche inferiori, mantiene una presenza politica e militare simbolicamente importante: cooperazione di sicurezza con Venezuela, Nicaragua e Cuba, esercitazioni congiunte, fornitura di armamenti, intelligence e supporto tecnologico. Per Mosca, il Sud America rappresenta uno strumento di proiezione asimmetrica del potere come risposta asimmetrica alle pressioni occidentali in Europa e nel Medio Oriente.

La crescente influenza di entrambe le potenze — una economica e tecnologica, l’altra militare e politica — viene interpretata dagli USA come una sfida diretta al loro ruolo storico nell’area. Per questo il Sud America riemerge nella strategia americana come un fronte critico della competizione globale, dove sicurezza interna, migrazione, energia e stabilità geopolitica sono percepiti come interconnessi alla presenza di attori rivali.

Ma cosa dice la National Security Strategy 2025, a riguardo?

“The affairs of other countries are of concern to us only if their activities directly threaten the national interests of the United States.”

Nella NSS 2025 la Casa Bianca dichiara esplicitamente che gli Stati Uniti reindirizzeranno la loro politica estera a favore della difesa degli interessi immediati nel continente americano, affermando che “Gli affari di altri paesi sono di nostra preoccupazione solo se le loro attività minacciano direttamente i nostri interessi nazionali” (pag 1).  Il documento esplicita un nuovo approccio regionale, affermando la volontà di “assert and enforce a ‘Trump Corollary’ to the Monroe Doctrine (aggiunge un corollario alla dottrina Monroe) per mantenere l’Emisfero Occidentale libero da “hostile foreign incursion or ownership of key assets” (presenze ostili straniere sia in termini di incursioni, che di proprietà di infrastrutture strategiche) e per garantire stabilità sufficiente a “prevenire la migrazione di massa, contenere i flussi di droga e proteggere rotte chiave”.

Il testo critica apertamente l’approccio globalista delle strategie precedenti, e afferma che “i giorni in cui gli Stati Uniti sostenevano da soli l’ordine mondiale come Atlante sono finiti”. La nuova dottrina spinge per il controllo di rotte e frontiere nel proprio emisfero come elemento di sicurezza nazionale.

Per quanto riguarda la presenza cinese e della Russia, il documento modifica l’impostazione tradizionale: lo sforzo principale è di rebalance America’s economic relationship with China”, ovvero riequilibrare la relazione economica con Pechino su basi reciprocamente vantaggiose, mentre la competizione militare diretta è meno enfatizzata rispetto al passato.  Infine, la strategia sottolinea che il governo intende “controllare la migrazione, fermare i flussi di droga e rafforzare la stabilità e la sicurezza su terra e mare” attraverso una presenza rafforzata nel continente americano, includendo lo sviluppo delle capacità della Guardia Costiera e della Marina statunitense per contrastare traffici e infiltrazioni irregolari. Questa priorità strategica risuona profondamente con le parole pronunciate da María Corina Machado durante la cerimonia del Premio Nobel per la Pace 2025. Nel suo discorso, Machado ha denunciato come il regime venezuelano sia sostenuto non da una legittimità politica o popolare, ma da una rete di complicità criminali che lega il potere a narcotrafficanti, gruppi armati e interessi stranieri, descrivendo Maduro come il prodotto di un sistema in cui “la sovranità è stata svenduta a potenze esterne che utilizzano il Venezuela come piattaforma per le loro operazioni”. Pur senza usare formule sensazionalistiche, il messaggio è stato chiaro: la dittatura non sopravvive da sola, ma grazie al supporto di apparati cubani, milizie irregolari e reti di traffico che operano attraverso il territorio venezuelano e l’intera regione. (In questo contesto non va dimenticato che il narcotraffico che attraversa anche il Venezuela ha contribuito all’afflusso di droghe negli Stati Uniti, alimentando una crisi che, secondo i Centers for Disease Control and Prevention (CDC), ha causato oltre 600.000 morti per overdose da oppioidi dal 1999 a oggi).

È proprio questa fusione tra autoritarismo e criminalità transnazionale che, secondo Machado, minaccia non solo il suo Paese ma la sicurezza dell’intero emisfero — la stessa minaccia che la NSS 2025 intende affrontare rafforzando il controllo delle rotte marittime, la cooperazione con gli alleati e la pressione sui regimi che fungono da piattaforme per il narcotraffico e l’ingerenza straniera. In questo senso, le parole del Nobel e la strategia americana convergono su un punto cruciale: stabilità democratica e sicurezza regionale non possono essere raggiunte senza smantellare le reti che alimentano traffici illeciti e sostengono regimi autoritari.

Ma come farà Trump a sradicare la presenza cinese dal Sudamerica dopo gli investimenti miliardari già compiuti?

Nella National Security Strategy 2025, l’amministrazione Trump non parla di cancellare direttamente gli investimenti cinesi già presenti in Sud America — operazione realisticamente inattuabile — ma delinea una strategia multilivello per ridurne progressivamente l’influenza e limitarne l’espansione futura. Attraverso l’applicazione del cosiddetto Trump Corollary, Washington afferma di voler mantenere l’emisfero occidentale libero dal controllo di potenze ostili su asset critici, scoraggiando in particolare la presenza cinese nei porti, nel 5G, (reti militari e di sicurezza, sistemi di sorveglianza urbana, automazione industriale, trasporti intelligenti, telemedicina, porti, logistica, comunicazioni governative), nelle infrastrutture energetiche e nelle filiere dei minerali strategici. L’obiettivo è sostituire la Belt and Road Initiative con alternative finanziarie e infrastrutturali statunitensi, rafforzando nel contempo la cooperazione militare, l’intelligence e la sicurezza con governi chiave come Colombia, Panama, Brasile e Cile. Parallelamente, gli Stati Uniti intendono usare strumenti economici, diplomatici e regolatori — dagli incentivi per progetti alternativi alle restrizioni su aziende cinesi — per rendere gli investimenti di Pechino meno appetibili e più rischiosi per i governi locali. In questo modo, la strategia mira a riaffermare la leadership americana nella regione non attraverso la revoca forzata dei progetti cinesi, ma creando un ambiente geopolitico in cui l’opzione USA torni a essere la più vantaggiosa, sostenibile e sicura per i partner sudamericani. Alcuni esperti di relazioni internazionali avvertono che tale approccio può rischiare di riproporre dinamiche di ingerenza geopolitica, ignorare le priorità interne dei paesi latinoamericani e interpretare i rapporti commerciali sovrani come minacce strategiche, invece di opportunità di sviluppo. Tale critica riflette la cautela di analisti che sottolineano la necessità di rispettare la sovranità regionale e prioritizzare lo sviluppo sociale ed economico locale piuttosto che costruire una rivalità di egemonia in quest’emisfero fra grandi potenze. La politica Monroe ha profondamente segnato diverse generazioni, dove le “corporations”, soprattutto quelle del mondo minerario non hanno mai usato guanti bianchi nel trattare le popolazioni locali, sia dal punto di vista retributivo con tutti i suoi corollari sia dal punto di vista sociale. Tante sono le pubblicazioni che denunciano il saccheggio delle miniere e dei beni naturali di cui il Sudamerica e il Caribe sono ricchi.  Questo trattamento ha causato risentimenti e asti tramandati alle generazioni più giovani. Quale moneta di scambio può offrire Trump a Cina e Russia per scalzarli e stabilire invece la sua presenza in Sudamerica?

TERZA PARTE

ASIA E AFRICA – NSS (National Security Strategy) 2025

Lo sceriffo non va in trasferta. Meno guerre, più affari

Mentre Trump si appropria del petrolio venezuelano, passiamo all’ultima area geografica di rilievo descritta nella National Security Strategy 2025: l’Asia.

Il documento della Casa Bianca evidenzia la necessità di prevenire conflitti nell’area indo-pacifica e di dissuadere comportamenti unilaterali suscettibili di alterare lo status quo regionale. Trump è un businessman e vuole fare affari. Non è interessato, nonostante la evidente corsa agli armamenti, la riorganizzazione delle forze armate, la creazione di una nuova branca spaziale, a usarle se non per “pacificare o dissuadere” possibili conflitti. Insomma, come tutti lo hanno già ampiamente definito, è uno sceriffo con la pistola e la pallottola in canna, ma non in trasferta.

Il vero tallone d’Achille dell’Indo-Pacifico è Taiwan: un territorio che la Cina rivendica come parte integrante della propria sovranità e che Washington difende de facto, pur senza un’alleanza formale, considerandolo un perno essenziale della stabilità regionale.

Gli Stati Uniti ribadiscono di non sostenere cambiamenti forzati dello status quo tra Cina e Taiwan, ma allo stesso tempo chiariscono che lavoreranno con i loro alleati regionali per mantenere una deterrenza credibile e una presenza strategica costante nell’area. In questo quadro, la cooperazione con partner come Giappone, Corea del Sud, Filippine e Australia è considerata essenziale per contenere l’influenza cinese e garantire stabilità lungo la cosiddetta First Island Chain, la linea geografica che costituisce il principale punto di equilibrio militare e strategico tra Stati Uniti e Cina nel Pacifico.

Questo approccio si riflette anche in iniziative operative come la Quad Indo-Pacific Logistics Network: dall’8 al 12 dicembre, Australia, India, Giappone e Stati Uniti hanno condotto a Guam la loro prima esercitazione congiunta sul campo, rafforzando l’interoperabilità e capacità logistiche comuni per la risposta rapida a disastri su larga scala nella regione Indo-Pacifico. Un segnale di come la deterrenza regionale passi sempre più attraverso il coordinamento, la prontezza e la cooperazione selettiva, piuttosto che tramite dispiegamenti militari permanenti.

First and Second Island Chain

Dal punto di vista cinese la First Island Chain rappresenta una linea di contenimento strategico costruita dagli Stati Uniti lungo le sue coste orientali. Questa catena di isole — che include Giappone, Taiwan e Filippine — è percepita a Pechino come un ostacolo strutturale alla libertà marittima della Cina, in grado di limitare l’accesso diretto al Pacifico e di vincolare le operazioni della Marina dell’Esercito Popolare di Liberazione.

L’analisi evidenzia come, per la leadership cinese — e in particolare per Xi Jinping — la neutralizzazione della First Island Chain rappresenti una condizione necessaria per trasformare la Cina in una potenza marittima a pieno spettro. Finché questa linea rimane sotto l’influenza degli Stati Uniti e dei loro alleati, Pechino resta strategicamente “compressa” nei mari costieri, con effetti diretti sulla credibilità della deterrenza nucleare, in particolare per la sopravvivenza operativa dei sottomarini strategici, sulla sicurezza delle rotte commerciali e sulla capacità di proiezione militare a lungo raggio.

In questo quadro, Taiwan assume un valore che va ben oltre la dimensione politica o identitaria: controllare Taiwan significherebbe spezzare il punto centrale della First Island Chain, aprendo alla Cina l’accesso operativo al Pacifico occidentale.

Nella dottrina marittima cinese, la First Island Chain è considerata un vincolo strategico che limita l’accesso della Cina al Pacifico e condiziona la sua sicurezza nazionale; superarla è visto come un passaggio necessario per affermarsi come potenza marittima (dottrina navale cinese in “China’s Vision of Its Seascape”).

Per quanto riguarda gli alleati il trattamento si allinea a quello dell’Europa, ossia, nel nuovo ordine di America First, gli Stati Uniti spingono gli alleati in Asia, incluse Corea del Sud e Giappone, ad aumentare significativamente la propria spesa per la difesa e a prendere un ruolo più ampio nella deterrenza regionale. Questo rientra nella logica del “burden sharing” – di alleggerire gli Stati Uniti dal “peso” di garantire la sicurezza globale, chiedendo ai partner di contribuire direttamente alla protezione delle rispettive aree.

A differenza delle strategie precedenti, il testo del 2025 non menziona esplicitamente la Corea del Nord o la denuclearizzazione della penisola coreana, nonostante l’importanza di Pyongyang per la sicurezza regionale e le preoccupazioni diffuse su missili e armamenti. Alcune fonti riportano che questo vuoto è significativo: il documento enfatizza il ruolo degli alleati e il concetto di deterrenza nei confronti della Cina, ma non articola più la denuclearizzazione come un obiettivo primario nella sezione asiatica.

AFRICA

Anche sul fronte africano, tradizionalmente caratterizzato da elevata instabilità e complessità, la NSS 2025 conferma l’assenza di una strategia di coinvolgimento strutturato. La presidenza ribadisce il disinteresse per impegni militari estesi o di lungo periodo, come dimostrano anche i consistenti tagli ai programmi USAID. In quanto potenza prevalentemente marittima, gli Stati Uniti delineano un approccio selettivo, volto a limitare l’influenza di Cina e Russia senza assumersi oneri di stabilizzazione o sviluppo. L’Africa viene così declassata a spazio di competizione residuale, in cui Washington interviene in modo puntuale e strumentale, più per contenere i rivali che per costruire un ordine regionale.

Tuttavia, Washington è obbligata a mantenere una linea dura sul contrasto al terrorismo: gli Houthi, gruppo sostenuto dall’Iran e designato come organizzazione terroristica, hanno in ostaggio personale locale della Missione USA in Yemen.

In questo contesto si inserisce anche il cosiddetto “caso somalo del Wisconsin”, emerso a seguito delle indagini del Dipartimento del Tesoro statunitense sui fondi di assistenza legati alla pandemia di COVID-19. Le investigazioni hanno portato alla luce una frode di dimensioni eccezionali, con oltre un miliardo di dollari sottratti ai programmi pubblici di welfare. Secondo le autorità federali, parte di queste risorse sarebbe stata trasferita all’estero attraverso circuiti di money transfer, con flussi diretti verso la Somalia e reti riconducibili ad ambienti militanti, incluso Al-Shabaab, coinvolgendo segmenti della diaspora somala presenti in Stati come Wisconsin e Minnesota. Il caso ha sollevato interrogativi rilevanti sulla tracciabilità degli aiuti, sulla governance dei programmi pubblici e sui rischi di utilizzo distorto delle risorse destinate allo sviluppo e all’assistenza sociale.

“Per troppo tempo, la politica americana verso l’Africa si è concentrata prima sull’assistenza e poi sulla diffusione dell’ideologia liberale. Gli Stati Uniti dovrebbero invece puntare a partnership selettive con alcuni Paesi per attenuare i conflitti, favorire relazioni commerciali reciprocamente vantaggiose e passare da un paradigma di aiuto estero a uno basato su investimenti e crescita, capace di valorizzare le abbondanti risorse naturali e il potenziale economico latente del continente africano.

Le opportunità di coinvolgimento includono la negoziazione di soluzioni a conflitti in corso (come Repubblica Democratica del Congo–Ruanda e Sudan) e la prevenzione di nuovi conflitti (ad esempio nell’area Etiopia–Eritrea–Somalia), oltre a una revisione dell’approccio statunitense agli aiuti e agli investimenti, incluso l’Africa Growth and Opportunity Act (AGOA). Inoltre, gli Stati Uniti vogliono restare vigili rispetto alla ripresa dell’attività terroristica di matrice islamista in alcune aree del continente, evitando però qualsiasi presenza o impegno di lungo periodo. La strategia prevede quindi una transizione da una relazione basata sugli aiuti militari ed economici a una fondata su commercio e investimenti, privilegiando partnership con Stati affidabili e capaci, impegnati ad aprire i propri mercati a beni e servizi statunitensi. Un ambito immediato di investimento per gli Stati Uniti in Africa, con buone prospettive di ritorno economico, è il settore energetico e lo sviluppo dei minerali critici. Lo sviluppo di tecnologie energetiche sostenute dagli Stati Uniti — come il nucleare civile, il gas di petrolio liquefatto e il gas naturale liquefatto — può generare profitti per le imprese americane e rafforzare la competizione strategica per l’accesso a minerali critici e altre risorse”.

Con questa strategia, “Donald Trump ha consolidato la propria immagine di “Presidente della Pace”. Dopo il successo storico degli Accordi di Abramo nel suo primo mandato, nel secondo Trump ha fatto leva sulla sua capacità negoziale per ottenere risultati senza precedenti: otto conflitti risolti in soli otto mesi. Dalla normalizzazione tra Cambogia e Thailandia agli accordi tra Kosovo e Serbia; dalla mediazione tra Repubblica Democratica del Congo e Ruanda fino alla de-escalation tra Pakistan e India; dagli accordi tra Israele e Iran, Egitto ed Etiopia, Armenia e Azerbaigian, fino alla fine della guerra a Gaza con il ritorno di tutti gli ostaggi vivi alle loro famiglie”.

Al di là delle letture ideologiche, il messaggio della National Security Strategy 2025 è chiaro: meno interventismo, più negoziazione; meno esportazione di valori, più gestione degli interessi. La pace, in questa visione, non è il risultato di missioni infinite o di ordini morali globali, ma di accordi concreti, selettivi e funzionali alla stabilità. È questa la moneta politica che Trump rivendica come lascito: non un’America che domina ovunque, ma un’America che sceglie dove intervenire — e dove far parlare i “business deals”.





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