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LE DUE FACCE DELL’AMERICA

Un impero sfinito tra conti in rosso e rivoluzioni di una sinistra senza méta

di Melissa de Teffé da Washington, DC – Giornalista con Master in Diplomazia presso l’ISPI, esperta di politica statunitense, accreditata per START InSight presso il Dipartimento di Stato

Il progressivo declino delle Nazioni Unite non coincide con un singolo atto formale, ma con una sequenza di eventi che ne hanno progressivamente svuotato l’autorità. Per molti osservatori, il punto di rottura simbolico può essere individuato nell’invasione russa della Crimea nel 2014 e, successivamente, nel conflitto nel Donbas: violazioni evidenti del principio di integrità territoriale che non hanno incontrato una risposta efficace da parte del sistema di sicurezza collettiva internazionale. L’incapacità dell’ONU di intervenire in modo vincolante — anche a fronte di una sostanziale accettazione di fatto da parte delle grandi potenze occidentali — ha reso manifesto il limite strutturale dell’organizzazione. Questo processo di delegittimazione si è ulteriormente consolidato oggi con il nuovo decreto presidenziale di Donald Trump, che sancisce il disimpegno degli Stati Uniti da numerose agenzie delle Nazioni Unite.

Eppure, l’idea di un ordine internazionale fondato sulla cooperazione e sulla risoluzione pacifica dei conflitti affonda le sue radici nel primo dopoguerra. La Società delle Nazioni, ispirata dal progetto wilsoniano del 1919, nacque dal tentativo di evitare il ripetersi delle devastazioni della Prima guerra mondiale attraverso la diplomazia multilaterale. Il suo fallimento, dovuto all’assenza di poteri coercitivi e alla riluttanza degli Stati a vincolarsi realmente, portò nel 1945 alla nascita delle Nazioni Unite, concepite come un’architettura più solida per garantire la sicurezza collettiva.

Tuttavia, anche l’ONU si è sviluppata all’interno del paradigma westfaliano della sovranità statale: gli Stati restano gli unici detentori del potere ultimo e l’organizzazione può operare solo sulla base del loro consenso. In assenza di una reale delega di sovranità, l’ONU ha progressivamente mostrato la propria incapacità di agire come autorità super partes proprio nei momenti in cui sarebbe stata chiamata a farlo. È in questa contraddizione strutturale — tra l’ambizione di prevenire la guerra e l’impossibilità di imporre decisioni vincolanti agli Stati — che risiede il suo fallimento operativo. Non è mai esistita una reale delega della sovranità statale.

Quindi la notizia di questi giorni secondo cui Donald Trump ha deciso di ritirare la partecipazione degli Stati Uniti da 66 agenzie delle Nazioni Unite non rappresenta una sorpresa. Essa si inserisce in una linea di critica ormai consolidata nei confronti delle organizzazioni internazionali che, nate come strumenti pragmatici di cooperazione tra Stati per garantire pace, stabilità e coordinamento, si sono progressivamente evolute in strutture di governance globale sempre più complesse, tecnocratiche e autoreferenziali. Secondo questa prospettiva, molte di esse tendono ad allontanarsi dagli interessi e dalle priorità democraticamente definite a livello nazionale, promuovendo invece agende normative e valoriali spesso percepite come ideologicamente orientate e scarsamente negoziabili.

Tali dinamiche sono lette come il risultato dell’influenza crescente di élite transnazionali, reti di esperti e attori non eletti che, pur operando in nome di beni pubblici globali, finiscono per ridurre gli spazi di autodeterminazione degli Stati. In questo contesto, la decisione americana di non continuare a investire risorse, capitale diplomatico e legittimazione politica in istituzioni ritenute inefficaci o in conflitto con i propri interessi appare coerente. A rafforzare tale posizione contribuiscono scandali che hanno minato la credibilità dell’ONU e delle sue agenzie, come quello che ha coinvolto l’Organizzazione Mondiale della Sanità, accusata di aver sottovalutato e gestito in modo opaco le prime fasi dell’epidemia di Covid-19 nonostante la consapevolezza della sua gravità. Episodi di questo tipo alimentano la percezione di un fallimento sistemico più che di singole inefficienze.

La decisione, in linea con la politica di favorire investimenti proficui, potrebbe portare a una revisione dei mandati dell’Onu e chissà a un miglioramento delle sue funzioni. L’assenza dei fondi americani sicuramente obbligherà i vertici a rivedere le proprie politiche e speriamo a rivalutare come meglio spendere i soldi allocati.

Ma se Trump si affatica in creare nuove linee politiche internazionali, dove capovolge e stravolge il “si è sempre fatto così”, la vera e drammatica situazione non è fuori dai confini nazionali, bensì all’interno. Le tensioni sociali, le disuguaglianze economiche, la polarizzazione politica e la fragilità delle istituzioni democratiche rappresentano oggi una sfida ben più urgente per gli Stati Uniti rispetto agli equilibri della governance globale.

Ancora una volta il Minnesota è al centro della scena politica interna, un epicentro di tensioni sociali aggravate da una gestione dell’informazione parziale e frammentaria. Il caso della signora Good è divenuto oggetto di particolare attenzione mediatica: mentre i media hanno inizialmente diffuso una versione unidirezionale dell’evento, la successiva apparente presenza di un filmato attribuito a uno degli agenti coinvolti — nel quale, secondo le ricostruzioni circolate successivamente, la donna e la sua compagna verrebbero presentate come attiviste retribuite impegnate a ostacolare le operazioni federali — ha contribuito ad alimentare narrazioni contrapposte ma anche dubbi sull’accuratezza e sulla completezza della cronaca giornalistica.

Questa confusione informativa si innesta su un terreno politico già instabile. La presenza degli agenti ICE nello Stato è strettamente legata a indagini federali finalizzate al contrasto di presunte frodi sistemiche che avrebbero sottratto ingenti risorse pubbliche alla cittadinanza, in un contesto segnato, secondo tali indagini, da carenze nella vigilanza locale. In questo scenario, la reazione del sindaco — che ha indirizzato espressioni dal linguaggio particolarmente aspro alle autorità federali — è stata interpretata da parte di diversi commentatori come problematica sotto il profilo del decoro e dei rapporti di collaborazione tra enti. Tale retorica è inoltre un possibile fattore di polarizzazione, con il rischio di legittimare movimenti di piazza in aperto contrasto con le forze dell’ordine. Ad oggi, il governatore del Minnesota, Tim Walz, ha ordinato alla Guardia Nazionale di mettersi in stato di allerta e pronta a intervenire per supportare le forze dell’ordine locali nelle proteste e per proteggere infrastrutture critiche dopo la sparatoria dell’agente dell’ICE.

A conferma del clima di forte contrapposizione, si aggiunge la notizia di un hotel in franchising della catena Hilton che ha declinato le prenotazioni degli agenti ICE. Dopo l’eco mediatica iniziale, la sede centrale Hilton è intervenuta pubblicamente porgendo le proprie scuse e ritirando il marchio da quella struttura.

In questo clima di radicalizzazione emerge un aspetto raramente discusso: la professionalizzazione dell’attivismo. L’emergere di ipotesi secondo cui figure come la Good e la sua compagna svolgessero attività come “ICE tracker”, secondo quanto emerso dalle ricostruzioni successive, solleva interrogativi sulla natura di alcune mobilitazioni, spesso presentate come spontanee e popolari, ma ricondotte da alcuni analisti a circuiti organizzati e ideologicamente orientati. In questo quadro, secondo tali interpretazioni, la protesta tende a configurarsi come rappresentazione, mentre la narrazione ideologica finisce per prevalere sull’analisi dei fatti.

Nel tentativo di ammorbidire la situazione che vede molti americani furibondi per questo ladrocinio, sono arrivate delle pallide scuse pubbliche, attraverso i social, di alcuni imam del Minnesota, rivolte agli americani dopo giorni di silenzi e ambiguità. Un gesto che molti hanno percepito come tardivo e insufficiente: too little, too late. In una fase segnata da frodi, violenze e crescente sfiducia verso le istituzioni, le scuse formali non bastano a ricucire una frattura profonda, oltre ovviamente al grave danno economico.

I fenomeni di corruzione e collusione tra politica e gestione illecita dei fondi dei contribuenti non sono circoscritti a un singolo Stato, ma si estendono a diverse realtà degli Stati Uniti, dall’Ohio al Maine, dal Massachusetts all’Arizona. Tuttavia, per dimensione e impatto economico, la situazione più grave sembra essere quella della California. Qui l’intreccio tra grandi programmi pubblici, apparati amministrativi complessi e una supervisione spesso inefficace ha favorito nel tempo sprechi sistemici, frodi diffuse e un utilizzo distorto delle risorse fiscali, con conseguenze dirette sulla qualità dei servizi, sugli investimenti pubblici e sul carico fiscale che grava sui cittadini. La gravità del caso californiano non risiede solo nella presenza di illeciti, ma nella loro scala, che rende il problema strutturale e non episodico.

A confermare che il problema non è solo contabile ma di fiducia sistemica, arriva la reazione del capitale privato. Dopo Tesla, anche ambienti direttamente riconducibili a Google hanno ridotto la propria esposizione in California. Secondo documenti pubblici e ricostruzioni giornalistiche, Larry Page, co-fondatore di Google, ha trasferito fuori dallo Stato diverse entità societarie legate ai propri asset, rendendo nota la decisione solo dopo che i trasferimenti erano già avvenuti, nel contesto del dibattito sulla possibile introduzione di una tassa una tantum del 5% sui patrimoni superiori al miliardo di dollari. La scelta non è stata preceduta da annunci politici o negoziazioni pubbliche, ma comunicata ex post, come atto di tutela preventiva rispetto a una governance percepita come fiscalmente imprevedibile.

Ecco che l’amministrazione Trump decide di avviare una verifica federale rafforzata (“audit”) sulla gestione dei fondi pubblici da parte dello Stato della California, con particolare attenzione ai programmi sociali e assistenziali finanziati con risorse federali. Nei primi giorni di gennaio, il Dipartimento della Salute e dei Servizi Umani (HHS) ha annunciato il congelamento di miliardi di dollari di fondi federali, chiedendo allo Stato di fornire documentazione dettagliata sui beneficiari e sull’uso delle risorse, a fronte di rischi concreti di frode e di uso improprio. Il presidente Trump ha dichiarato pubblicamente che “l’indagine per frode è iniziata”, collegando l’intervento federale ai ripetuti scandali emersi negli ultimi anni nella gestione di programmi per l’assistenza sociale, i senza tetto e l’assistenza sociale (welfare). La California ha respinto le accuse, definendo la misura politicamente motivata, ma l’amministrazione federale ha ribadito che l’obiettivo è garantire che i soldi dei contribuenti vengano spesi in modo legale, tracciabile ed efficace, soprattutto alla luce dei precedenti audit federali e delle indagini penali già in corso su frodi multimilionarie.

Nonostante la California venga spesso presentata come un colosso economico globale, con un PIL nominale che ha superato i 4.000 miliardi di dollari durante la governance di Gavin Newsom, la forza dell’economia non si è tradotta automaticamente in solidità dei conti pubblici. È vero che lo Stato ha visto una crescita significativa del PIL rispetto agli anni precedenti, anche grazie al peso dei settori tecnologico, finanziario e dell’intrattenimento, ma questa crescita è stata in larga parte nominale, non sempre accompagnata da un ampliamento strutturale della base fiscale né da una distribuzione equilibrata dei benefici economici. In altre parole, la California è più ricca sulla carta, ma non necessariamente più sostenibile dal punto di vista della finanza pubblica. Infatti, i conti dello Stato sono tornati in rosso. Dopo aver ereditato un consistente surplus di bilancio all’inizio del suo mandato, l’amministrazione Newsom ha progressivamente ampliato la spesa pubblica, facendo leva anche su entrate straordinarie e fondi federali legati alla pandemia. Con l’esaurirsi di queste risorse, sono emersi deficit strutturali rilevanti, stimati in decine di miliardi di dollari nei prossimi esercizi fiscali. Questo scollamento tra un PIL in crescita e un bilancio statale in deficit evidenzia una fragilità di fondo: una governance che ha privilegiato l’espansione dei programmi e delle promesse politiche senza garantire un equilibrio duraturo tra entrate e uscite, scaricando il costo finale sui contribuenti e riducendo il margine per investimenti pubblici realmente produttivi.

Tanto per citare uno dei casi di frode, lo scorso ottobre sono stati arrestati due uomini di Los Angeles, costruttori, accusati di aver ottenuto in modo fraudolento milioni di dollari di fondi pubblici destinati alla costruzione di case a basso costo e che invece sono stati usati a uso personale per comprare beni di lusso o per riciclare denaro sporco e acquistare beni immobili sempre ad uso personale o come investimento. Il procuratore federale ha definito questi casi solo “la punta dell’iceberg” di un problema più ampio di denaro pubblico sprecato, mal gestito o sottratto indebitamente, con ricadute dirette sui contribuenti e sui servizi che quei fondi dovevano sostenere.

È proprio su temi come la gestione delle risorse pubbliche, la responsabilità delle istituzioni e la tutela dei contribuenti che il confronto politico tende ad intensificarsi in prossimità delle elezioni di metà mandato. In questo contesto, numerosi commentatori, giornalisti e opinion leader di primo piano si interrogano sul perché Donald Trump sembri concentrare la propria attenzione prevalentemente sulla politica estera, anziché affrontare con maggiore decisione le serie criticità interne, considerate da molti particolarmente urgenti.

Le midterm elections, che si terranno martedì 3 novembre, avranno ripercussioni politiche di enorme rilevanza. Si tratta delle elezioni di metà mandato che si svolgono due anni dopo le presidenziali e che servono a rinnovare tutti i 435 seggi della Camera dei Rappresentanti e un terzo del Senato. Pur non eleggendo il presidente, sono decisive perché determinano chi controlla il Congresso, l’organo che approva le leggi, il bilancio federale, i finanziamenti agli Stati e che può avviare, rafforzare o bloccare indagini e audit. Oggi la maggioranza repubblicana alla Camera è estremamente risicata, il che significa che pochi seggi guadagnati o persi possono ribaltare completamente gli equilibri di potere a Washington.

Per Trump, questo voto è cruciale. Una Camera a maggioranza favorevole gli consentirebbe di portare avanti la propria agenda, rafforzare audit e controlli federali, condizionare la spesa pubblica e utilizzare il Congresso come leva politica nei confronti degli Stati ostili, come la California. Al contrario, una Camera controllata dall’opposizione potrebbe bloccare fondi, rallentare le riforme e trasformare il Congresso in un’arena di scontro permanente, fatta di audizioni, indagini politiche e conflitti istituzionali continui. Le midterm non sono quindi un voto “secondario”, ma un vero referendum sulla capacità del presidente di governare negli ultimi anni del mandato.

Il nodo più delicato riguarda però i Democratici. Pur non essendo allineati a Trump, faticano — o scelgono deliberatamente di non farlo — a costruire un fronte trasversale credibile contro le frodi, soprattutto quando queste coinvolgono programmi sociali, politiche per i senza tetto e assistenza pubblica. La ragione è eminentemente politica: riconoscere frodi sistemiche significherebbe ammettere fallimenti di governance nei propri Stati, incrinare la narrazione morale che sostiene molte politiche progressiste e rischiare di perdere il sostegno di parti dell’elettorato e delle reti associative che beneficiano di quei fondi. Ne consegue che la battaglia contro gli sprechi e l’uso improprio del denaro pubblico resta, in larga misura, una bandiera repubblicana, mentre il dibattito interno ai Democratici tende a concentrarsi su temi come l’identità di genere, il cambiamento climatico e un approccio prevalentemente ideologico all’immigrazione, spesso privo di un serio confronto sui controlli e sulla sostenibilità. In questo modo vengono lasciati in secondo piano la responsabilità politica e giuridica di chi governa, l’uso dei soldi dei contribuenti e la qualità della spesa pubblica. In definitiva, sarebbe necessario che entrambi i partiti tornassero a lavorare insieme per la res publica, superando le divergenze ideologiche, in un Paese che mostra sempre più le caratteristiche di un sistema fragile e perforato — non diversamente da un gruviera svizzero.




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