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QUANDO IL POTERE CAMBIA FACCIA

di Melissa de Teffé da Washington, DC – Giornalista con Master in Diplomazia presso l’ISPI, esperta di politica statunitense, accreditata per START InSight presso il Dipartimento di Stato

È iniziato il secondo anno di questa presidenza americana, che continua a lasciarci senza fiato e senza tregua. Una sequenza serrata di decisioni, contraddizioni, ritrattazioni, minacce e azioni che rompono con molte delle coordinate politiche e diplomatiche che hanno caratterizzato l’ordine occidentale dalla fine della Seconda guerra mondiale a oggi. Di fronte a questa apparente discontinuità permanente, emergono due linee di pensiero che possono aiutare a dare una chiave di lettura agli eventi e a fare maggiore chiarezza sulle logiche che guidano queste scelte.

Donald Trump, in risposta al dispiegamento di forze militari questa settimana da parte di Francia, Germania, Svezia e Norvegia in Groenlandia, effettuato in coordinamento con la Danimarca, ha annunciato che fisserà dazi del 10% su tutte le merci importate negli Stati Uniti provenienti da questi Paesi.

Il dispiegamento militare è stato presentato dai governi europei come un’azione dimostrativa di solidarietà e sicurezza, volta a riaffermare che la Groenlandia è un territorio autonomo sotto sovranità danese e rientra quindi nel perimetro geopolitico europeo ed euro-atlantico, anche in quanto parte dell’area di interesse della NATO. La risposta di Trump utilizza la leva commerciale come strumento di pressione politica nei confronti dei Paesi coinvolti.

La sequenza degli eventi mette in luce una dinamica ormai ricorrente nei rapporti transatlantici: ogni tentativo europeo di affermare una propria autonomia strategica viene letto da Trump come un dissenso netto, da contrastare non sul piano diplomatico, ma su quello economico. Il dispiegamento militare in Groenlandia, pur limitato nei numeri e dichiaratamente difensivo, assume un valore simbolico sproporzionato rispetto alla sua portata operativa, diventando il catalizzatore di una risposta commerciale punitiva.

La decisione di colpire quei Paesi europei che hanno inviato supporto militare — rafforza l’interpretazione di una strategia divisiva, volta a indebolire il fronte europeo più che a negoziare un accordo strutturato. In questo quadro, i dazi non sono concepiti come misura temporanea o tecnica, ma come strumento politico di deterrenza, utile a scoraggiare ulteriori iniziative europee in aree considerate di interesse strategico statunitense.

Al tempo stesso, l’episodio evidenzia le fragilità dell’Europa: pur mostrando una crescente volontà di coordinamento in materia di sicurezza, l’Unione resta esposta quando il confronto si sposta sul terreno economico, dove la leva commerciale statunitense continua a rappresentare un fattore di pressione efficace. La Groenlandia diventa così non solo un nodo geopolitico artico, ma il punto di frizione visibile di un riequilibrio incompiuto nei rapporti di forza tra Stati Uniti ed Europa.

In prospettiva, la questione va oltre Trump e oltre la Groenlandia. Ciò che emerge è uno scontro strutturale tra due visioni: da un lato, un’Europa che tenta faticosamente di costruire una postura strategica comune; dall’altro, una leadership americana che concepisce le alleanze come rapporti condizionati e reversibili, costantemente da rinegoziare attraverso la minaccia economica. In questo contesto, il rischio è che l’Artico diventi il primo banco di prova di una relazione transatlantica sempre più instabile e transazionale.

Esistono due teorie che aiutano a spiegare questo rivolgimento. La prima si rifà al pensiero di Curtis  Yarvin, secondo il quale la democrazia, intesa come reale espressione della volontà politica attraverso i meccanismi democratici, sarebbe di fatto superata. Negli Stati Uniti, sostiene l’autore, il potere effettivo risiederebbe oggi nelle mani dei grandi attori economici e industriali.

Il discorso si apre dall’osservazione che il conflitto politico contemporaneo ruota attorno a una parola chiave: democrazia, intesa come fonte ultima di legittimità del potere. Oggi, secondo l’autore, populismo e meritocrazia si contendono il significato di questo termine. Il populismo sostiene che la democrazia coincida con il controllo del governo da parte di rappresentanti eletti, espressione diretta della volontà popolare; la meritocrazia, invece, identifica la democrazia con un sistema in cui le decisioni sono prese dai più competenti, spesso appartenenti a élite tecniche, culturali o istituzionali. Entrambe le visioni rivendicano di essere democratiche, ma propongono criteri di legittimazione radicalmente diversi.

Per comprendere meglio questo scontro, l’autore richiama le categorie classiche di Aristotele e suggerisce che non si tratti di un conflitto tra modelli politici moderni, bensì di una tensione strutturale tra democrazia e oligarchia. In questa lettura, molte delle istituzioni contemporanee funzionerebbero come oligarchie, pur continuando a legittimarsi attraverso il linguaggio democratico. La democrazia diventa così una parola “magica”, utilizzata più per giustificare il potere che per descriverne il reale funzionamento.

Un elemento centrale dell’analisi è che ciò che muove oggi la maggior parte delle persone non è tanto l’adesione positiva a un modello politico, quanto la paura del modello opposto. Chi proviene da contesti culturali ed elitari tende a temere il populismo per la sua presunta irrazionalità e imprevedibilità; chi si riconosce nel populismo teme invece il potere opaco, non eletto e autoreferenziale delle élite. In questo senso, ogni parte coglie aspetti reali delle debolezze dell’altra, ma costruisce la propria identità soprattutto in opposizione, più che su una visione condivisa di governo.

Questa dinamica di contrapposizione e di legittimazione del potere non si esprime solo nel conflitto politico attuale, ma si riflette anche nel modo in cui, nel tempo, alcune categorie e identità politiche si sono trasformate, cambiando linguaggio più che struttura.

In questo passaggio storico assume un ruolo centrale il termine “progressista”, che l’autore descrive come un’etichetta volutamente ambigua. Nel tempo, questa parola avrebbe permesso di rendere accettabili posizioni politiche radicali senza nominarle esplicitamente. Molti soggetti che oggi si definiscono progressisti, secondo questa interpretazione, non avrebbero una reale consapevolezza delle origini ideologiche del termine, ma lo vivrebbero come un’identità spontanea, svincolata da una tradizione politica precisa.

La conclusione è che oggi, negli Stati Uniti, movimenti come il woke rappresentano un esempio di questa sinistra progressista, che si autodefinisce tale e che ha origine proprio dal contesto culturale americano. La provocazione finale risiede nell’ipotizzare una soluzione politica monarchica, che però non va letta come una proposta concreta, ma come un puro espediente retorico per mettere in discussione l’autenticità di sistemi che si definiscono democratici mentre operano, di fatto, secondo logiche oligarchiche.

Il punto centrale dell’autore non è che “nulla è autentico”, ma che il potere moderno raramente si presenta per ciò che è. Cambia linguaggio, cambia simboli, cambia portatori morali, ma tende a conservarsi attraverso reti competenti e organizzate. Quando una forma di potere perde legittimità, non scompare, ma si trasforma.

La tensione tra democrazia e oligarchia non è nuova, e la storia del Novecento mostra come ideali universalistici possano convivere – talvolta inconsapevolmente – con forme di governance élitaria. È questa ambiguità, più che una cospirazione, che l’autore invita a riconoscere.

A questo punto il passaggio cruciale è che la monarchia non viene difesa come sistema morale, ma come struttura organizzativa. L’autore sostiene che qualsiasi organizzazione efficiente – un’azienda, un esercito, una squadra creativa, perfino una cucina professionale – tende a funzionare secondo una logica verticale, con una leadership chiara. Se esistesse una forma di organizzazione più efficiente di una struttura gerarchica, sostiene, qualcuno l’avrebbe già scoperta e adottata.

Qui arriva l’analogia centrale: una democrazia, con divisione dei poteri, controlli incrociati e processi complessi, assomiglia più a una burocrazia che a un’organizzazione orientata ai risultati. Applicare una struttura “democratica” a un’azienda tecnologica o a un progetto industriale renderebbe impossibile costruire prodotti complessi. Per questo, secondo l’autore, le democrazie tendono a diventare lente, procedurali e incapaci di realizzare grandi opere.

Questo ragionamento si collega direttamente alla parte iniziale del discorso sulla democrazia come parola ambigua. Chiamare un sistema “democratico” non dice nulla su come il potere venga realmente esercitato. In pratica, anche nelle democrazie avanzate, il potere tende a concentrarsi in élite amministrative, tecniche o burocratiche: non è più una monarchia formale, ma oligarchia funzionale.

La Cina come specchio: il vantaggio della decisione centralizzata

Il caso della Cina viene portato come esempio estremo. L’autore descrive la Cina contemporanea come una monarchia di fatto, anche se non di nome: il potere è altamente centralizzato, la catena decisionale è breve e lo Stato è in grado di mobilitare risorse enormi in tempi rapidi. La transizione da Mao Zedong a Deng Xiaoping viene interpretata come il passaggio da una monarchia caotica e ideologica a una monarchia pragmatica e orientata allo sviluppo.

Il punto non è assolvere i costi umani di questo sistema, che riconosce come enormi, ma sottolineare che l’efficacia organizzativa della Cina ha permesso una trasformazione economica rapidissima, mentre le democrazie occidentali sarebbero bloccate da burocrazia, conflitti interni e incapacità decisionale. In questa chiave, la competizione geopolitica attuale viene letta come uno scontro tra strutture di potere, non tra ideologie.

Se la democrazia moderna funziona sempre più come un sistema oligarchico mascherato, lento e burocratico, e se le monarchie (o sistemi equivalenti) risultano più efficienti nel prendere decisioni e realizzarle, allora – provocatoriamente – l’autore suggerisce che la monarchia sia almeno più onesta. Non promette partecipazione universale, ma garantisce chiarezza su dove risiede il potere.

La conclusione implicita non è “dobbiamo tornare alla monarchia” ma che vista la crisi delle democrazie, il problema è strutturale e non morale. Quindi le monarchie, o strutture equivalenti, rendono più chiaro dove risiede il potere, mentre le democrazie moderne possono mascherare le oligarchie dietro procedure burocratiche e complessità, e questo è il nodo del problema.  E finché non si affronta il problema di come il potere è realmente organizzato, parlare di democrazia rischia di restare solo una formula legittimante.

La seconda interpretazione è più lineare e guarda alla continuità storica: per comprendere molte delle scelte attuali degli Stati Uniti è utile tornare alle modalità con cui il Paese si è formato e si è progressivamente espanso, spesso attraverso acquisizioni territoriali e decisioni centralizzate, più che tramite rotture improvvise con il passato.

Gli Stati Uniti nascono come una federazione di tredici ex colonie britanniche, unite dall’esperienza della guerra d’indipendenza ma non ancora da un’identità statale pienamente definita. Fin dall’inizio, il nuovo Paese non è concepito come uno Stato compatto, bensì come un progetto aperto, destinato ad allargarsi. La questione centrale diventa quindi come crescere territorialmente senza riprodurre il modello degli imperi europei.

Il primo passo è la gestione delle terre a ovest degli Appalachi, cedute dagli Stati al governo federale. Con l’Ordinanza del Nord-Ovest del 1787 viene stabilito un principio fondamentale: i territori non sono colonie permanenti, ma entità transitorie che, una volta soddisfatti determinati requisiti, entrano nell’Unione come Stati a pieno titolo e su base di uguaglianza. Questo crea una struttura federale flessibile, capace di assorbire nuove entità senza gerarchie formali.

Accanto a questo modello “interno”, gli Stati Uniti iniziano presto a espandersi attraverso accordi e acquisizioni tra Stati sovrani. L’acquisto della Louisiana dalla Francia nel 1803 raddoppia le dimensioni del Paese e introduce un principio cruciale: la sovranità territoriale può essere negoziata e comprata. È una decisione presa dal governo federale in modo fortemente centralizzato, giustificata da ragioni strategiche e di sicurezza, anche forzando una lettura rigorosa della Costituzione.

Un caso particolarmente significativo è quello della Repubblica del Texas. Dopo essersi separato dal Messico nel 1836, il Texas non entra subito negli Stati Uniti, ma è, per quasi dieci anni, uno Stato indipendente, con un proprio governo, una propria politica estera con ambasciate ufficiali a Londra e Parigi. Questo dato è importante perché mostra come l’espansione americana non avvenga semplicemente inglobando territori deboli, ma anche assorbendo entità politiche già sovrane, riconosciute a livello internazionale.

L’annessione del Texas nel 1845 è quindi una scelta politica e strategica, non un esito automatico. Ciò dimostra che l’Unione funziona come una struttura capace di integrare Stati preesistenti, negoziando condizioni e tempi d’ingresso. Lo stesso vale, in forme diverse, per l’espansione verso sud-ovest dopo la guerra con il Messico e per successive acquisizioni mirate, come il Gadsden Purchase (l’acquisto dell’Arizona e del New Mexico dal Messico), pensato per esigenze infrastrutturali, o l’acquisto dell’Alaska dalla Russia nel 1867.

Nel loro insieme, questi passaggi mostrano che gli Stati Uniti sono democratici soprattutto nel modo in cui integrano i nuovi Stati, ma molto meno nel modo in cui acquisiscono i territori. L’ingresso nell’Unione avviene attraverso procedure rappresentative e paritarie; l’espansione territoriale, invece, è guidata da decisioni centralizzate, prese da élite politiche sulla base di calcoli geopolitici, economici e di sicurezza.

Gli Stati Uniti nascono come repubblica fondata sul consenso, ma crescono come Stato capace di agire in modo fortemente centralizzato nelle scelte strutturali. È una tensione costitutiva, che aiuta a capire perché nella storia americana convivano, fin dall’origine, ideali democratici e pratiche di potere tipiche degli Stati forti.

In un mondo dove le forme di governo possono cambiare volto, resta essenziale mantenere uno sguardo critico e consapevole su come il potere viene esercitato, chi lo detiene davvero e come questo influisce sulle nostre società. È certo che l’attuale contesto storico sta vivendo un momento difficile, e sembra necessario un cambiamento importante da parte del campo politico internazionale, chi più chi meno, se vogliamo vedere una democrazia interpretata in modo utile e autentica.




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