Il Venezuela dopo “Absolute Resolve”
Petrolio, Cina e l’illusione delle operazioni “giuste”
di Andrea Molle dagli Stati Uniti
La mattina del 3 gennaio 2026, gli Stati Uniti hanno lanciato un’azione militare spettacolare in Venezuela, denominata Operation Absolute Resolve, che ha portato alla cattura del presidente Nicolás Maduro e di sua moglie Cilia Flores. In poche ore, il leader venezuelano è stato trasferito negli Stati Uniti per affrontare accuse federali di narcotraffico e “narco-terrorismo”, mentre il presidente Donald Trump annunciava che Washington avrebbe “gestito” il paese fino a una transizione “sicura e giudiziosa”.
Sul piano internazionale, quella mossa rappresenta solo l’ultimo atto di una strategia di massima pressione. Ma se si guarda ai numeri, alla geoeconomia dell’energia e alla competizione globale tra grandi potenze, ciò che è accaduto va ben oltre un semplice blitz giudiziario o un’operazione di law enforcement “mirata”.
Prendiamo l’energia, ad esempio. Nel 2024 la Cina ha importato 553,4 milioni di tonnellate di greggio, pari a circa 11,0 milioni di barili al giorno; i suoi principali fornitori sono stati Russia e Arabia Saudita, con quote di gran lunga superiori a quelle venezuelane. I dati disponibili per il 2025 mostrano che tra gennaio e novembre Bijin ha già importato oltre 520 milioni di tonnellate, suggerendo che l’energia resta centrale nella sua economia e che l’anno finirà almeno ai livelli del 2024.

Il petrolio venezuelano, per quanto strategico, non è il perno di questa dinamica: nel 2025 circa 470.000 barili al giorno sono arrivati in Cina, una quota stimata attorno al 4–5% delle importazioni seaborne cinesi. In altre parole: Bijin non dipende dal Venezuela per il suo fabbisogno energetico, mentre Caracas dipende moltissimo dalla Cina come sbocco commerciale. Infinite variabili geopolitiche a parte, su questo punto la relazione è asimmetrica.
Eppure l’interesse americano non è primariamente quello di “stoppare” l’energia altrui; è quello di aumentare costi e rischi per determinate rotte, certi flussi e certi regimi di ordine globale, mostrando una capacità di intervento che va oltre le normali sanzioni economiche. È un messaggio indiretto, in piena coerenza col modus operandi di Trump, a Beijin, ma anche – indirettamente – a Mosca, Teheran e altri centri di potere: gli Stati Uniti non esitano a ridefinire l’applicazione del diritto internazionale quando lo percepiscono come un ostacolo alla loro sicurezza nazionale o ai propri interessi strategici.
In questo senso, la narrazione di operazioni come questa che emergono in alcune discussioni editoriali italiane finisce per restare parziale se non si contestualizza la portata sistemica del gesto: non si tratta più di un’azione “legale” o “moralmente giustificata” in astratto, ma di una reinterpretazione della sovranità e delle eccezioni giuridiche nel contesto di una competizione globale dalle regole sempre più elastiche.
Le critiche internazionali non si sono fatte attendere. La Cina ha definito la cattura di Maduro una violazione del diritto internazionale e una “grave aggressione”. L’ONU, per bocca del segretario generale António Guterres, ha espresso preoccupazioni sulla destabilizzazione regionale e sulla legittimità delle azioni condotte senza un chiaro mandato multilaterale.
E qui torniamo a un nodo cruciale: la normalizzazione delle eccezioni erode l’universalità delle regole. Quando Stati Uniti, Ue o altre potenze rivendicano il diritto di operare unilateralmente “per proteggere la sicurezza nazionale”, si crea un precedente che può essere agitato contro di loro domani. Non solo da Bijinn: anche da Mosca, Ankara, o New Delhi. Il diritto internazionale, per sua natura, dipende da una reciprocità implicita che si basa sulla prevedibilità delle regole. Quando questa prevedibilità viene meno, la forza diventa legge e la legge diventa arbitrio.
Infine, resta la questione interna venezuelana. Sotto la superficie delle dichiarazioni ottimistiche, Caracas resta divisa, con milizie paramilitari in strada, figure istituzionali che rifiutano l’interferenza esterna e una complessità politica che nessuna operazione militare può dissolvere in una notte.
La rimozione di Maduro, e la promessa di una transizione, non risolvono le profonde fratture interne né offrono una soluzione sostenibile senza un processo politico inclusivo. E se l’operazione americana è stata etichettata come un esempio di “giustizia transnazionale”, il rischio è che resti soprattutto un monito: quando le regole sono piegate per i nemici, possono essere piegate anche per gli amici, e lo scenario globale ne diventa più instabile.






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