L’America che fa pagare: dazi, globalizzazione e nuovi balzelli

di Melissa de Teffé da Washington, DC – Giornalista con Master in Diplomazia presso l’ISPI, esperta di politica statunitense, accreditata per START InSight presso il Dipartimento di Stato (US)
Nel suo primo discorso al Congresso del 1790, George Washington sottolineò che la sopravvivenza stessa della giovane repubblica dipendeva dalla capacità di sviluppare una produzione domestica solida e autonoma. Su quella linea si inserì Alexander Hamilton, che con il suo celebre Report on Manufactures tracciò una strategia ambiziosa: dazi sulle importazioni, sussidi alle imprese e persino la creazione di una banca nazionale, tutto per sostenere le industrie emergenti. Non fu un percorso semplice: per gli americani liberarsi dalla dipendenza economica dall’Inghilterra fu un’impresa lenta e difficile, a partire proprio dal settore tessile. Come vestirsi senza dover ricorrere a panni e tessuti tassati oltremisura dagli inglesi e senza macchine nè pecore? L’indipendenza politica, infatti, rischiava di rimanere monca priva di una corrispondente indipendenza economica. In questo contesto nacque il Tariff Act del 1789, che servì a finanziare il neonato governo federale, ma anche a difendere i produttori locali dalla concorrenza europea. Da allora i dazi non hanno mai smesso di essere uno strumento politico: a volte scudo per proteggere i lavoratori interni, altre volte come leva di pressione nelle relazioni internazionali, sempre in bilico tra apertura e chiusura, tra protezionismo e libero scambio.
Già nel suo primo discorso al Congresso nel 1790, George Washington mise in guardia il Paese: la sopravvivenza della giovane repubblica dipendeva dalla capacità di produrre in casa ciò di cui aveva bisogno, senza dipendere dalle importazioni straniere (“A free people ought not only to be armed, but disciplined; … and their safety and interest require that they should promote such manufactories as tend to render them independent of others for essential, particularly military, supplies.” — George Washington, First Annual Address to Congress, 8 gennaio 1790.
A raccogliere questa visione fu Alexander Hamilton, che nel Report on Manufactures (“The Secretary of the Treasury […] has applied his attention […] to the subject of Manufactures; and particularly to the means of promoting such as will tend to render the United States independent on foreign nations, for military and other essential supplies.” ) disegnò un programma ambizioso fatto di dazi sulle merci europee, sussidi governativi e persino la creazione di una banca nazionale, per sostenere un’industria americana ancora fragile. L’idea era chiara: l’indipendenza politica sarebbe rimasta un guscio vuoto senza un’indipendenza economica. Non fu semplice: gli inglesi continuavano a controllare il commercio tessile imponendo tasse elevate e impedendo alle colonie di sviluppare una propria manifattura, e ci volle tempo prima che lana e cotone potessero essere filati liberamente senza pagare dazi a Londra. Da quel momento i dazi diventarono un marchio di fabbrica della politica americana, uno strumento usato di volta in volta come scudo per difendere i lavoratori interni o come leva per esercitare pressione internazionale. Ma con l’avanzare del Novecento, questo equilibrio si incrinò: con Ronald Reagan e l’ascesa delle teorie di Milton e Rose Friedman, il linguaggio del libero mercato cominciò a sostituire quello del protezionismo, e in nome della globalizzazione vennero smantellati sindacati, controlli e tariffe. L’America entrava nell’era del “cheap stuff”, dove il prezzo basso sembrava contare più della solidità del suo tessuto produttivo.

Negli anni Novanta questa ideologia trovò la sua consacrazione con gli accordi NAFTA, il libero scambio tra Stati Uniti, Messico e Canada, negoziato da George H. W. Bush e firmato nel 1993 da Bill Clinton. Presentato come una promessa di prosperità condivisa, il trattato accelerò il processo di deindustrializzazione: milioni di posti di lavoro manifatturieri ben pagati scomparvero, sostituiti da impieghi nel settore dei servizi a basso salario. Tra il 2001 e il 2003 il reddito medio degli operai scese da 40.000 a 32.000 dollari annui, mentre le grandi aziende americane spostavano la produzione oltre confine, prima in Messico e poi in Asia. Le scarpe sportive, i tessuti, i capi d’abbigliamento che un tempo erano simbolo dell’industria statunitense iniziarono a portare etichette “Made in Vietnam” o “Made in China”. Perfino il Pentagono, già nel 2009, mise in guardia sulla vulnerabilità derivante da questa dipendenza esterna, ma la logica del libero mercato continuò a prevalere. Per milioni di famiglie operaie, il “cheap stuff” significava salari più bassi, comunità svuotate e crescente disuguaglianza, mentre per le grandi multinazionali e i consumatori più abbienti rappresentava margini di profitto più alti e beni a basso costo. Quando nel 2020 il NAFTA venne sostituito dall’USMCA, ribattezzato da Trump ma sostanzialmente simile, l’illusione era ormai svanita: l’America si era già trasformata da potenza manifatturiera a potenza importatrice, dipendente da catene di fornitura globali che la pandemia avrebbe poi messo drammaticamente in crisi.
Da Hamilton al dopo NAFTA, la parabola americana sui dazi racconta una contraddizione che ancora oggi resta irrisolta. Hamilton immaginava un’America capace di emanciparsi dal dominio britannico attraverso dazi, incentivi e una banca nazionale che sostenesse le industrie nascenti: non un ripiego ma un progetto di indipendenza economica, per dare solidità a quella politica. Due secoli dopo, invece, il NAFTA ha segnato l’inizio della grande fuga: le manifatture hanno chiuso i battenti, milioni di lavoratori sono stati licenziati o ricollocati in occupazioni precarie e a basso salario, e la promessa di prosperità condivisa si è tradotta in disuguaglianza crescente. Il mito del libero mercato, alimentato negli anni Ottanta e Novanta, ha prodotto un’America che ha preferito il “cheap stuff” al lavoro ben pagato, accettando di dipendere da catene globali di approvvigionamento che la pandemia ha poi mostrato essere fragili e vulnerabili.
Il simbolo di questo passaggio, oggi è Amazon: con i suoi oltre 6.000 ordini al minuto e i picchi da 18.000 ordini nei giorni di saldi, rappresenta la faccia digitale di un’economia che consuma senza sosta, ma che produce sempre meno in casa. Dietro la promessa di consegne veloci e prezzi bassi si nasconde un meccanismo alimentato da migliaia di container che ogni giorno attraversano il Pacifico, colmi di prodotti fabbricati in Cina, Vietnam, India o Bangladesh. Nel 2024 il deficit commerciale con Pechino ha superato i 295 miliardi di dollari, mentre quello complessivo degli Stati Uniti ha toccato i 918 miliardi: numeri che fotografano un Paese che importa più di quanto esporti e che ha abbandonato gran parte della sua capacità manifatturiera. Così, il consumatore americano che ordina un paio di scarpe o un gadget online incarna in realtà il rovesciamento dell’originaria promessa hamiltoniana: non più dazi per proteggere chi lavora, ma tariffe e costi nascosti che finiscono per pesare sul carrello della spesa. Da Hamilton al dopo NAFTA, l’America è arrivata ad Amazon: dazi e globalizzazione si sono trasformati in un conto salato che, alla fine, paga sempre chi lavora e consuma.
Oggi, nel giorno del Labour Day americano, il nostro 1° maggio, la promessa di proteggere i lavoratori attraverso i dazi sembra risuonare vuota: nel mirino non sono più soltanto i salari, ma i carrelli della spesa. Un recente sondaggio condotto dalla CNN evidenzia una netta inversione di tendenza: se a novembre 2024 il 52% degli elettori sosteneva i dazi di Trump, oggi il 60% li respinge convintamente — “li stanno sputando fuori”, commenta lapidario il guru dei sondaggi Harry Enten. Goldman Sachs avverte che, fino ad oggi, le aziende hanno retto il peso delle tariffe, ma presto saranno i consumatori a farsene carico per quasi il 70% in più. I dati del Pew Research Center rendono il quadro ancora più chiaro: il 61% degli americani disapprova le tariffe, contro solo il 38% che le approva, mentre un sondaggio AP-NORC indica che circa la metà teme aumenti significativi nei prezzi, con il 52% che boccia i dazi su tutte le merci importate. Perfino coloro che avevano creduto nella retorica protezionistica oggi si sentono traditi: un imprenditore dell’Indiana racconta che le sue tariffe sull’alluminio hanno fatto crollare gli ordini, causando licenziamenti e un calo tra il 35% e il 40% delle vendite. In sintesi, il Labour Day di quest’anno diventa l’occasione per fare i conti: i dazi, pensati per salvaguardare il lavoro, si ritorcono sui consumatori e quindi sui lavoratori stessi, trasformandosi da scudo ideologico fino ad essere una pessima sorpresa sul prezzo finale.

In sintesi, il Labour Day di quest’anno diventa l’occasione per fare i conti: i dazi, pensati per salvaguardare il lavoro, si ritorcono sui consumatori e quindi sui lavoratori stessi, trasformandosi da scudo ideologico fino ad essere una pessima sorpresa sul prezzo finale. Ma l’evoluzione non si ferma qui. Dalla tassazione dei beni si è passati a colpire direttamente le persone: oggi non sono solo le merci a pagare il prezzo del protezionismo, ma anche i viaggiatori stranieri che vogliono entrare negli Stati Uniti. Alla lista dei costi si aggiunge ora un’altra tassa, la Visa Integrity Fee da 250 dollari, che va a sommarsi alle tariffe già esistenti per i visti non-immigranti, in particolare i visti turistici o business B1/B2. Oggi la tariffa base per la domanda di visto B1/B2 è pari a 185 dollari. A questa si aggiungono alcuni costi accessori già in vigore, come il reciprocity fee (tassa di reciprocità), che varia da Paese a Paese: per alcuni cittadini può arrivare a 7 dollari o anche molto di più, mentre per l’Italia non è previsto. Con l’introduzione della nuova tassa fissa da 250 dollari, il totale minimo per molti turisti sale a 435 dollari. Alcune testate, come il Washington Post, hanno arrotondato a 442 dollari considerando ulteriori oneri di sistema, come spese di elaborazione e in certi casi la tassa SEVIS. In pratica, il costo di un visto turistico per entrare negli Stati Uniti raddoppia e supera i 400 dollari, collocandosi tra i più alti al mondo. Le associazioni del settore avvertono che questo balzello rischia di frenare la ripresa del turismo internazionale negli Stati Uniti, proprio alla vigilia di eventi globali come i Mondiali 2026 e le Olimpiadi 2028.
Dai dazi sui beni ai balzelli sulle persone: la nuova Visa Integrity Fee da 250 dollari viene presentata come misura per “rafforzare la sicurezza dei confini” e, nella retorica ufficiale, addirittura per arginare l’immigrazione clandestina, una exscusatio non petita che mostra tutta la fragilità dell’argomento, perché in realtà colpisce soltanto chi viaggia in regola, per turismo o per affari, mentre i flussi irregolari restano ben lontani dai consolati e dalle procedure ufficiali. Il risultato è che il costo di un visto turistico per gli Stati Uniti sale oltre i 435 dollari, trasformando il viaggio in un lusso e il Paese in una delle destinazioni più care al mondo già solo per l’ingresso. Di fronte a questa logica, viene spontaneo pensare a Liza Minnelli che canta “money, money, money”: il ritornello perfetto per un’America che continua a trasformare ogni barriera in una nuova occasione di incasso.







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