GLI AMERICANI E IL DIBATTITO SUL PORTO D’ARMI
di Melissa de Teffé da Washington, DC – Giornalista con Master in Diplomazia presso l’ISPI, esperta di politica statunitense, accreditata per START InSight presso il Dipartimento di Stato (US)

IL SECONDO EMENDAMENTO – Tra sicurezza armata e libertà costituzionale
L’8 settembre 2025 è iniziato a Fort Pierce, in Florida, il processo che vede imputato Ryan Wesley Routh, 59 anni, accusato del tentato assassinio di Donald Trump. L’uomo, armato di un fucile SKS (acronimo di Samozaryadny Karabin sistemy Simonova, ossia “carabina semiautomatica sistema Simonov”, arma da fuoco semiautomatica progettata in Unione Sovietica da Sergej Simonov nel 1945), aveva cercato di colpire l’ex presidente il 15 settembre 2024 mentre quest’ultimo giocava a golf al Trump International Golf Club di West Palm Beach. L’attacco fu sventato dal pronto intervento dei Servizi Segreti, che lo trovarono nascosto fra i cespugli dove si era appostato per sparare.
Nel corso dell’udienza inaugurale, Routh ha ribadito la sua innocenza e ha scelto di difendersi da solo, rinunciando all’assistenza legale. Il giudice, Aileen Cannon, ha dato inizio alla selezione della giuria. Il processo è sotto i riflettori dei media locali, sia per la gravità delle accuse sia per le implicazioni politiche. Ma mentre in aula si cerca una possibile verità giudiziaria, l’America è scossa da un’ennesima ferita; infatti lo scorso 27 agosto durante la messa nella Annunciation Catholic School di Minneapolis, un uomo armato ha aperto il fuoco attraverso le vetrate della chiesa durante la cerimonia, uccidendo due bambini, di 8 e 10 anni, e ferendone 21, tra studenti e parrocchiani. L’assassino si è suicidato sul posto.
E mentre scrivo, un ennesimo assassinio scuote l’America: il 10 settembre, il noto attivista conservatore Charlie Kirk è stato colpito alla gola durante un evento alla Utah Valley University di Orem, nello Utah, e non è sopravvissuto alle ferite. Un attacco di natura politica che aggiunge un’ulteriore ferita al dibattito già lacerante sul diritto alle armi. Questi non sono episodi isolati, ce ne sono tanti altri che ogni volta forzano l’America a discutere all’interno dell’arena politica la questione della sicurezza nelle scuole e la diffusione della violenza armata.
Dal 1999 al 2022 negli Stati Uniti si sono verificati 417 episodi di violenza armata all’interno di scuole, con un bilancio di 203 vittime (tra studenti, insegnanti e personale scolastico) e 441 feriti. Il primo massacro fu quello della Columbine High School, in Colorado (1999), mentre l’ultimo, il 27 agosto 2025, si è consumato alla Annunciation Catholic School di Minneapolis, dove un uomo armato ha aperto il fuoco attraverso le vetrate della chiesa durante la messa, uccidendo due bambini di 8 e 10 anni e ferendo 21 persone, prima di togliersi la vita. Se si considerano i dati più estesi, tra il 2000 e il 2022 sono state registrate 1.375 sparatorie nelle scuole primarie e secondarie (K-12, incluse elementari, medie e licei), con un totale di 515 morti e 1.161 feriti. Un ulteriore rapporto del Center for Homeland Defense and Security School Shooting Database evidenzia come la frequenza e la letalità siano ai massimi storici: negli ultimi dieci anni si sono contati 141 decessi, un numero superiore ai 107 del decennio precedente. Questi numeri illustrano una realtà drammatica: non si tratta di casi isolati. Le scuole americane, luoghi deputati alla crescita e all’apprendimento, sono sempre più spesso teatro di violenza armata.

Se da un lato gli USA si sentono così progressisti che da quest’anno sono riusciti a proibire l’uso di cellulari, ipad ecc. nelle ore di scuola, (National Center for Education Statistics 2025 – circa il 77% delle scuole pubbliche vieta l’uso dei telefoni durante le lezioni, mentre solo il 30% li proibisce in tutto l’edificio scolastico con il consenso del 74% degli americani) non si trova una soluzione per le armi. Le scuole spendono cifre ingenti per la sicurezza armata: si stima che fornire agenti armati a tutte le scuole costerebbe tra i 14,45 e i 17,3 miliardi di dollari all’anno, pari al 14–16,8% del budget del Dipartimento dell’Istruzione. A livello più ampio, la spesa per la sicurezza scolastica — che include metal detector, sorveglianza, guardie e tecnologia antintrusione — supera già i 3 miliardi di dollari all’anno.
Eppure, se vi ricordate, ci fu anche la famosa “March for our lives” nel marzo del 2018 susseguente a un’altra sparatoria del 14 febbraio, dopo che un ex studente aprì fuoco alla Marjory Stoneman Douglas High School di Parkland, in Florida, uccidendo 17 persone e ferendone altre 17. Protestarono tutti ovunque, persino in Europa. A Washington si pensa ci fossero intorno alle 800.000 persone, mentre in tutto il Paese (e anche in altre città in Europa), l’iniziativa sembra aver mobilitato oltre 1,2 milioni di cittadini, diventando una delle proteste giovanili più imponenti della storia americana. Lo sforzo non è valso a nulla: il secondo emendamento della costituzione (dicembre 1791), che recita così: “Essendo necessaria una milizia ben regolata per la sicurezza di uno stato libero, il diritto del popolo di tenere e portare armi non potrà essere violato” è stato reinterpretato per soddisfare più la libertà individuale che quella collettiva, anche se nato con un fine esattamente opposto.
I PRODROMI – L’Inghilterra
Le radici del Secondo Emendamento affondano nella storia inglese del XVII secolo, quando Giacomo II, ultimo re cattolico d’Inghilterra, cercò di consolidare il proprio potere disarmando arbitrariamente molti sudditi protestanti, mentre favoriva le milizie a lui fedeli. Questo abuso alimentò un diffuso malcontento che, nel 1688, sfociò nella Glorious Revolution e portò alla sua deposizione. L’anno successivo il Parlamento approvò il Bill of Rights del 1689, che riconosceva ai sudditi protestanti il diritto di tenere e portare armi per la propria difesa, ponendo un limite chiaro all’autorità monarchica e trasformando il possesso di armi in un diritto legato alla protezione della libertà da eventuali abusi di governo.

IL PROSIEGUO – I pellegrini e la giovane America
All’inizio della colonizzazione, la difesa delle comunità americane era affidata alle milizie locali: gruppi di cittadini armati, dove ogni uomo libero aveva il dovere di possedere un fucile e di mettersi al servizio della collettività. Questo modello, visto come garanzia di libertà contro il rischio di un potere centrale oppressivo, divenne presto insufficiente di fronte allo scontro con le forze armate britanniche. Per questo, nel 1775, il Congresso Continentale decise di istituire un vero esercito regolare, il Continental Army, guidato da George Washington, che combatté accanto alle milizie popolari durante la Guerra d’Indipendenza. Dopo la vittoria e la nascita della nuova repubblica, i Padri fondatori vollero preservare la tradizione della milizia e il diritto dei cittadini a portare armi, per impedire che un esercito permanente si trasformasse in strumento di tirannia. Così, nel 1791, con la ratifica del Secondo Emendamento, sancirono che “una milizia ben regolata” fosse considerata necessaria alla sicurezza di uno Stato libero e che, di conseguenza, il diritto del popolo di tenere e portare armi non potesse essere violato.
“A well regulated Militia, being necessary to the security of a free State, the right of the people to keep and bear Arms, shall not be infringed.” – “Una milizia ben regolamentata, essendo necessaria per la sicurezza di uno Stato libero, il diritto del popolo di tenere e portare armi, non sarà violato”.
Il testo mirava a garantire che il nuovo governo federale non potesse centralizzare troppo il potere militare e disarmare i cittadini, lasciando agli Stati e al popolo la possibilità di organizzarsi per difendere la loro libertà. Questa eredità derivava direttamente sia dalla tradizione inglese, sia dalla diffidenza verso un esercito permanente, percepito come strumento di tirannia.
Oggi
Per gran parte del XX secolo, la giurisprudenza statunitense ha interpretato il Secondo Emendamento come un diritto collettivo, legato alle milizie statali. A partire dagli anni Duemila, però, la Corte Suprema ha cambiato rotta, riconoscendo al diritto di possedere armi una dimensione individuale.
Un passaggio cruciale è stata la sentenza District of Columbia v. Heller (2008), con cui la Corte ha stabilito che il possesso di armi rientra tra i diritti individuali, in particolare in relazione all’autodifesa personale. Poco dopo, in McDonald v. Chicago (2010), questa garanzia è stata estesa anche agli Stati e ai governi locali, che non possono eluderla attraverso leggi restrittive.
L’orientamento è stato ulteriormente rafforzato dalla decisione New York State Rifle & Pistol Association v. Bruen (2022). In questo caso la Corte ha esaminato una legge di New York che richiedeva ai cittadini di dimostrare una “motivazione giustificabile” (proper cause) per ottenere il porto d’armi fuori casa. Con una maggioranza di 6–3, la Corte ha dichiarato la legge incostituzionale, affermando che il diritto di portare un’arma per autodifesa non può dipendere da una valutazione discrezionale delle autorità. Inoltre, ha stabilito che eventuali limitazioni devono avere un chiaro fondamento nella tradizione storica del Paese.
Questa evoluzione giurisprudenziale ha consolidato in modo definitivo l’interpretazione del Secondo Emendamento come diritto individuale, segnando un distacco dalla precedente visione collettiva legata alle milizie.

Parallelamente all’evoluzione giuridica, un ruolo cruciale è stato giocato dalla National Rifle Association (NRA), storicamente nata come organizzazione per la promozione del tiro sportivo, ma trasformatasi nel corso del XX secolo in una delle lobby più potenti e influenti degli Stati Uniti. A partire dagli anni ’70 la NRA ha costruito una strategia politica e di comunicazione volta a promuovere un’interpretazione individualista del Secondo Emendamento. Attraverso campagne mediatiche, pressione sui legislatori e contributi finanziari alle campagne elettorali, l’Associazione è riuscita a consolidare l’idea che la difesa del diritto alle armi sia sinonimo di difesa della libertà personale. Negli ultimi decenni, questa narrativa ha influenzato direttamente non solo l’opinione pubblica, ma anche la giurisprudenza: molti esperti sostengono che la svolta della Corte Suprema nel caso Heller sia stata favorita da decenni di sensibilizzazione culturale e politica da parte della NRA e di think tank collegati.
Oggi, quindi, il Secondo Emendamento rappresenta una delle libertà individuali più dibattute della Costituzione americana: da un lato è percepito come un baluardo della libertà personale, dall’altro è visto come un ostacolo a misure di sicurezza più restrittive in un Paese che continua a essere segnato da alti tassi di violenza armata e sparatorie di massa, in particolare nelle scuole. Il dibattito politico è polarizzato: ogni tentativo di regolamentazione incontra la resistenza compatta della lobby delle armi e dei suoi sostenitori, mentre le famiglie delle vittime e gran parte dell’opinione pubblica chiedono soluzioni concrete per ridurre il numero di morti e feriti.
Qui di seguito, il commento di Donald Trump sull’ultima sparatoria nella scuola di Minneapolis:
“Due settimane fa a Minneapolis, un assassino demoniaco ha sparato a 21 persone e ha ucciso due preziosi bambini in una scuola cattolica. I nostri cuori sono spezzati per le famiglie di quei bambini bellissimi. Il procuratore Generale Pam Bondi sta lavorando con impegno per capire le cause di questi attacchi ripetuti, e stiamo lavorando molto, molto intensamente su questo problema.”
Ecco un riassunto articolato della politica di Donald Trump rispetto alle armi e alle sparatorie scolastiche, sia durante la sua prima amministrazione sia oggi.

Foto di Tim Mudd su Unsplash
La prima amministrazione (2017–2021)
Durante il suo primo mandato, Trump si trovò ad affrontare diverse sparatorie di massa – tra cui Parkland (2018), Santa Fe (2018) ed El Paso (2019). In risposta, propose più volte di armare gli insegnanti, sostenendo che la presenza di personale armato nelle scuole avrebbe potuto fermare gli aggressori più rapidamente. Questa idea fu accolta con favore da alcuni sostenitori della National Rifle Association (NRA), ma respinta da gran parte del mondo educativo e da molte famiglie delle vittime, che la giudicavano una soluzione pericolosa e inefficace. Trump ha inoltre limitato la vendita dei cosiddetti bump stocks (dispositivi che trasformano fucili semiautomatici in quasi automatici), ma non ha mai promosso una vera riforma restrittiva del settore, mantenendo un approccio sostanzialmente favorevole alla tutela del Secondo Emendamento.
Oggi
Nel suo nuovo ruolo politico, Trump continua a difendere l’idea che il diritto al porto di armi sia inviolabile. Dopo la recente strage di Minneapolis (2025), ha espresso cordoglio per le vittime ma ha spostato l’attenzione su temi identitari, come la difesa della religione a scuola e la critica all’“ideologia transgender”. Il Dipartimento di Giustizia della sua amministrazione ha addirittura discusso – senza ancora proporre formalmente – un possibile divieto di acquisto di armi per le persone transgender, legando la violenza armata a presunti problemi di salute mentale. Questa posizione è stata interpretata da molti osservatori come un modo per spostare il dibattito dalle restrizioni generali sulle armi a questioni culturali e di minoranza, preservando così il sostegno della lobby delle armi e dell’elettorato conservatore.
Concludo menzionando un recente articolo del prestigioso Pew Research Center, che evidenzia come le differenze tra Democratici e Repubblicani, talvolta grandi, non su tutto appaiano così marcate. Il rapporto offre uno sguardo aggiornato sul possesso di armi, sulle opinioni riguardo alle leggi in materia e sulla percezione del problema della violenza armata negli Stati Uniti.
- Circa il 32% degli adulti americani dichiara di possedere una pistola, mentre un ulteriore 10% vive in un’abitazione in cui è presente un’arma (totale circa 42%), percentuali stabili rispetto al 2021 e 2017. Pew Research Center
- La distribuzione del possesso varia significativamente per politica, genere e luogo di residenza: il 45% dei Repubblicani possiede un’arma contro il 20% dei Democratici; il 40% degli uomini ne possiede una, rispetto al 25% delle donne; e il 47% dei residenti nelle aree rurali dichiara di possedere un’arma, rispetto al 30% nei sobborghi e al 20% in città.
- La motivazione principale dietro il possesso di armi è la protezione personale: il 72% dei possessori indica questo come motivo principale, rispetto al 32% che lo fa per caccia, 30% per sport e solo 15% per collezionismo.
- Il 61% degli americani ritiene che sia troppo facile ottenere legalmente un’arma. Quasi tutti i democratici la pensano così (86%), mentre solo un terzo dei repubblicani (34%) è d’accordo.
- Il 58% degli adulti desidera leggi sulle armi più rigorose; solo il 15% ne vuole di meno restrittive e il 26% ritiene che quelle attuali siano adeguate.
- C’è ampio consenso bipartisan su alcune misure: l’88–89% degli adulti (Repubblicani e Democratici) sostiene la proibizione della vendita di armi a persone con malattie mentali; il 69% dei Repubblicani e il 90% dei Democratici è favorevole a innalzare l’età minima a 21 anni. Invece, il porto occulto senza permesso è respinto da 60% dei Repubblicani e 91% dei Democratici.
- Il Paese è diviso sull’equilibrio tra proteggere il diritto di possedere armi e controllarne la diffusione: complessivamente il 51% considera più importante proteggere i diritti, il 48% privilegia il controllo. Tra i Repubblicani, l’83% dà priorità ai diritti, mentre fra i Democratici il 79% preferisce il controllo.
- L’opinione sull’effetto delle armi sulla sicurezza pubblica è fortemente polarizzata: il 52% ritiene che la proprietà di armi aumenti la sicurezza, mentre il 47% la ritiene un elemento di insicurezza.
- Oggi il 49% degli americani considera la violenza armata “un problema grave”, dato in calo rispetto al 60% del giugno 2023.
- Tra gli insegnanti, il 59% teme almeno in parte un’eventuale sparatoria nella propria scuola (18% lo teme molto/estremamente). Tra i genitori, il 32% è molto o estremamente preoccupato, il 37% in parte, e il 31% per nulla.
Foto di copertina diChip Vincent su Unsplash






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