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Esistono le guerre civili a bassa intensità?

Un dibattito concettuale ed empirico

di Andrea Molle dagli Stati Uniti

immagine di copertina: alcuni titoli del New York Post

Introduzione

L’assassinio dell’attivista conservatore Charlie Kirk nel 2025 ha riacceso il dibattito sulla traiettoria della violenza politica negli Stati Uniti. Commentatori di diversi schieramenti politici hanno invocato il concetto di “guerra civile a bassa intensità” per descrivere un clima caratterizzato da polarizzazione, scontri armati sporadici ed erosione delle norme di civiltà politica. Pur non somigliando agli scenari della Siria nel 2012 o della Spagna degli anni ’30, la persistenza di attentati politici, l’attività di milizie armate e la crescente retorica di disumanizzazione degli avversari hanno alimentato la speculazione sul fatto che il paese stia entrando in una nuova fase di conflitto interno. Ciò solleva questioni teoriche ed empiriche rilevanti: è possibile che democrazie avanzate sperimentino forme di “guerra civile a bassa intensità”? E in tal caso, come distinguere tali fenomeni da terrorismo, crimini d’odio o semplice disordine politico? Collocare il caso statunitense all’interno del dibattito più ampio sulla definizione di guerra civile mette in luce al contempo i limiti e le potenzialità dell’uso di questa categoria nelle democrazie contemporanee.

Questioni di definizioni

La guerra civile viene convenzionalmente definita come conflitto armato tra lo Stato e gruppi non statali organizzati che provoca almeno 1.000 morti in combattimento in un solo anno. Questa soglia, adottata da dataset come UCDP/PRIO o Correlates of War, garantisce comparabilità ma esclude numerosi conflitti prolungati e mortali. L’etichetta di “bassa intensità” viene solitamente applicata a situazioni in cui la violenza è politicamente motivata, sostenuta nel tempo e coordinata da organizzazioni, ma non degenera in campagne ad alta letalità. Il caso statunitense complica questo quadro: sebbene i decessi annuali da violenza politica restino ben al di sotto della soglia dei 1.000, la persistenza di assassinii mirati, l’attività di milizie e i complotti estremisti alimentano un senso di instabilità cronica. La questione è dunque se questo schema rappresenti una forma qualitativamente nuova di violenza politica interna o semplicemente episodi ricorrenti di disordine in una democrazia polarizzata.

screenshot da ABC News

Casi empirici

Diversi esempi storici mostrano l’ambiguità della categoria. In Irlanda del Nord, i “Troubles” causarono circa 3.500 morti in trent’anni, senza mai raggiungere la soglia annuale di una “vera” guerra civile, ma con gruppi armati organizzati e obiettivi politici chiari. In Colombia, l’insurrezione delle FARC durò decenni, con violenza distribuita in modo irregolare nel tempo e nello spazio. In Afghanistan, prima del crollo del 2021, si registrava una violenza concentrata in alcune province mentre altre rimanevano relativamente stabili. In tutti questi casi, lo Stato mantenne capacità istituzionale parziale pur fronteggiando sfide persistenti. Gli Stati Uniti del 2025 appaiono simili: il governo federale rimane pienamente funzionante, ma il tessuto sociale è logorato dall’ostilità partigiana, da episodi di violenza politica localizzata e dall’attivismo di gruppi estremisti. L’effetto cumulativo, pur lontano da una guerra civile convenzionale, corrisponde a ciò che alcuni studiosi e policy makers definiscono “conflitto a bassa intensità”.

Il dibattito accademico

Il dibattito riguarda fondamentalmente soglie quantitative e categorie analitiche. Fearon e Laitin sostengono che la maggior parte delle guerre civili contemporanee assuma la forma di insurrezioni caratterizzate da violenza dispersa e di basso livello, piuttosto che da grandi battaglie, rendendo il confine tra “conflitto minore” e “guerra civile” intrinsecamente poroso. Kalyvas sottolinea che la violenza nelle guerre civili è spesso frammentata e localizzata, il che significa che i dati aggregati nazionali possono occultare la realtà vissuta dalle comunità colpite. Applicando questa lente al caso americano, si potrebbe sostenere che, pur non assomigliando a una guerra civile su scala nazionale, le comunità direttamente prese di mira dalla violenza estremista possano sperimentare condizioni che di fatto equivalgono a un “conflitto a bassa intensità”. I critici, tuttavia, avvertono che estendere troppo la definizione rischia di confondere terrorismo, crimini d’odio e insurrezione organizzata, riducendo la precisione analitica.

Conclusione

Le guerre civili a bassa intensità esistono come realtà empiriche, anche se non rientrano sempre nelle definizioni più rigide dei dataset. Esse dimostrano che un conflitto può rimanere politicamente rilevante senza mai raggiungere soglie di alta intensità. Il dibattito attuale negli Stati Uniti riflette questa tensione: alcuni sostengono che eventi come l’assassinio di Kirk segnalino una deriva verso una guerra civile irregolare e a basso livello, mentre altri li interpretano come manifestazioni di violenza estremista e polarizzazione democratica, ma ancora al di sotto della soglia cinetica. In definitiva, il caso americano sottolinea l’importanza della chiarezza concettuale. Gli studiosi devono bilanciare l’esigenza di definizioni comparabili con la sensibilità verso le forme emergenti di violenza politica, specialmente nelle democrazie avanzate che potrebbero affrontare conflitti prolungati ma sotto soglia.

Bibliografia

Fearon, James D., and David D. Laitin. Ethnicity, Insurgency, and Civil War. American Political Science Review 97, no. 1 (2003): 75–90.

Gleditsch, Nils Petter, Peter Wallensteen, Mikael Eriksson, Margareta Sollenberg, and Håvard Strand. Armed Conflict 1946–2001: A New Dataset. Journal of Peace Research 39, no. 5 (2002): 615–637.

Kalyvas, Stathis N. The Logic of Violence in Civil War. Cambridge: Cambridge University Press, 2006.

Sambanis, Nicholas. What Is Civil War? Conceptual and Empirical Complexities of an Operational Definition. Journal of Conflict Resolution 48, no. 6 (2004): 814–858.

Uppsala Conflict Data Program (UCDP). UCDP/PRIO Armed Conflict Dataset. Uppsala University & PRIO, various years.




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