Italia: il Documento Programmatico della Difesa (2025-2027)
Orientamenti strategici e sfide per la sicurezza nazionale
di Andrea Molle
Il Documento Programmatico Pluriennale della Difesa 2025–2027 si colloca in una fase di transizione geopolitica e strategica di grande complessità per l’Italia e per l’Europa. Dopo il consolidamento della postura NATO in Europa orientale e la crescente instabilità in Africa e nel Mediterraneo allargato, la Difesa italiana punta a un rafforzamento complessivo della propria capacità di deterrenza, interoperabilità e resilienza. Il DPP 2025 non introduce discontinuità rispetto agli anni precedenti, ma consolida una traiettoria già avviata: una modernizzazione graduale, tecnologicamente avanzata e sempre più interconnessa con l’industria nazionale della difesa.
Il documento insiste sulla necessità di mantenere una proiezione credibile e autonoma nel quadro europeo, pur riconoscendo la centralità del legame atlantico. L’obiettivo è duplice: rafforzare la partecipazione italiana ai programmi di difesa comuni UE (come l’EDF e il PESCO) e, al tempo stesso, garantire la coerenza con le esigenze operative NATO. Questa duplice appartenenza implica un aumento della spesa in conto capitale — non tanto in nuovi fondi, quanto nella stabilizzazione di quelli già approvati — destinata a piattaforme ad alta tecnologia, capacità cyber e spaziali, e infrastrutture di comando e controllo integrate.
Sotto il profilo economico, il DPP conferma un bilancio della Difesa che nel 2025 supera i 31 miliardi di euro, con una ripartizione che tende a privilegiare investimenti piuttosto che spese correnti. Tuttavia, dietro questo apparente consolidamento si cela una tensione tra necessità di sostenibilità finanziaria e ambizione strategica: la crescita della spesa militare resta ancorata a vincoli di bilancio complessivi, e gran parte dei programmi dipende dal mantenimento dei fondi già autorizzati dal Parlamento. La prospettiva di raggiungere il 5% del PIL richiesto dalla NATO è evocata come obiettivo politico, ma appare ancora più una traiettoria che un traguardo immediato.
L’accento sulla trasformazione digitale è un tratto distintivo del documento. Le Forze Armate vengono descritte come attori in un processo di “digitalizzazione operativa”, che comprende l’adozione di sistemi C4ISR avanzati, capacità di difesa cibernetica e integrazione dei domini spaziale e marittimo. In questo senso, il DPP prosegue nel solco dell’“integrazione multidominio”, non solo tecnologica ma anche concettuale: il futuro della difesa italiana passa per la capacità di agire simultaneamente su più teatri — terrestre, navale, aereo, cibernetico, cognitivo e spaziale — con coerenza dottrinale.
Sul piano politico, il DPP 2025 mostra un forte allineamento con la strategia del governo nel Mediterraneo e in Africa. L’Italia intende rafforzare la sua presenza militare e diplomatica nel “Mediterraneo allargato”, da Gibilterra al Mar Rosso, quale area vitale per la sicurezza energetica, le rotte commerciali e la stabilità regionale. Le missioni in Libano, Iraq, Sahel e Corno d’Africa sono confermate, ma con un progressivo riequilibrio in funzione della disponibilità di forze e risorse.
Non mancano però le ambiguità. Diverse analisi sottolineano che il DPP 2025 risulta meno trasparente dei precedenti: fornisce meno dettagli sulle allocazioni specifiche e riduce la granularità informativa sui singoli programmi d’armamento. Questa scelta, interpretata da alcuni come volontà di semplificare la comunicazione pubblica, è letta da altri come un passo indietro nella rendicontazione democratica della spesa militare.
L’Allegato tecnico, parte integrante del DPP, completa il quadro offrendo una mappatura dei programmi in corso e futuri. Vi si trovano i piani di sviluppo per l’Esercito (nuovi veicoli da combattimento e capacità anti-drone), la Marina (modernizzazione delle FREMM, sottomarini U212NFS, nuovi pattugliatori e unità anfibie) e l’Aeronautica (potenziamento della componente F-35, droni MALE e capacità di difesa aerea). A questi si aggiungono i programmi spaziali, in particolare per la sorveglianza e il posizionamento satellitare, ambiti in cui l’Italia mira a consolidare un’autonomia strategica parziale ma significativa.
In termini di filosofia generale, il DPP 2025 conferma la tendenza della Difesa italiana a considerarsi non solo strumento militare ma infrastruttura nazionale di sicurezza integrata, in grado di operare anche in ambiti civili (protezione civile, sanità, emergenze ambientali). Questa impostazione “dual use” risponde sia a esigenze di efficienza interna sia al tentativo di accrescere il consenso sociale verso la spesa militare, legittimandola come investimento per la collettività.
Nel complesso, il DPP 2025–2027 rappresenta dunque un documento di continuità e consolidamento, più che di rottura. Ambizioso nelle intenzioni, prudente nelle allocazioni, e orientato a mantenere l’Italia nel gruppo di testa europeo in termini di capacità tecnologiche e industriali della difesa. Resta aperta, tuttavia, la questione della trasparenza e del controllo democratico su una spesa che si muove ormai verso livelli strutturalmente elevati, e la cui giustificazione dipende sempre più da una narrativa di “emergenza permanente” nel contesto internazionale.
Il DPP 2025–2027 conferma dunque la tendenza della politica della difesa italiana a essere al tempo stesso reattiva e conservatrice piuttosto che pienamente strategica. È reattiva perché si adatta alle nuove minacce — guerra ibrida, cyber-attacchi, competizione nello spazio e nei mari — ma è conservatrice nella struttura decisionale e nei meccanismi di allocazione delle risorse. La pianificazione resta in larga misura incrementale, cioè basata sull’aggiustamento di programmi pluriennali già avviati più che su una ridefinizione strategica delle priorità. In questo senso, il DPP 2025 è più un documento di gestione che di visione.
Dal punto di vista strategico, la Difesa italiana continua invece a muoversi su un doppio binario: da un lato la piena integrazione nella NATO e nel suo dispositivo orientato alla deterrenza convenzionale verso la Russia; dall’altro, la volontà di preservare una specificità mediterranea che consenta all’Italia di restare un attore di primo piano nel Nord Africa e nel Medio Oriente. Questa duplice direttrice produce talvolta un effetto di dispersione: le forze e i bilanci vengono divisi tra teatri lontani e missioni di natura diversa (proiezione, stabilizzazione, deterrenza, sostegno civile). Il risultato è una postura globale coerente ma non sempre efficace in termini di concentrazione dello sforzo.
Dal punto di vista industriale, il DPP prosegue nella strategia di integrazione tra sistema militare e sistema produttivo nazionale. Il complesso della difesa viene descritto come un “ecosistema tecnologico” in cui le grandi imprese (Leonardo, Fincantieri, MBDA, Iveco Defence) assumono un ruolo di cerniera tra capacità operative e innovazione industriale. Questa scelta è coerente con la logica europea dell’EDF e della PESCO, ma comporta un rischio crescente di dipendenza politica dalle esigenze di mantenimento delle filiere e dei distretti industriali, più che dalle reali priorità strategiche. In altre parole, la pianificazione rischia di essere guidata dalla “logica dell’offerta” industriale piuttosto che da una domanda operativa chiara.
Un secondo elemento critico, che emerge in filigrana nel DPP 2025–2027, riguarda la persistente assenza di un paradigma di “difesa totale” o di sicurezza nazionale integrata, sul modello nordico. Nonostante la crescente consapevolezza delle minacce ibride — cyber, infrastrutturali, cognitive e sociali — il documento continua a leggere la resilienza quasi esclusivamente in chiave militare o tecnico-istituzionale, trascurando la dimensione sociale e civile della difesa. In altri termini, manca una visione che concepisca il cittadino, l’impresa e il territorio come parte attiva del sistema di sicurezza nazionale. In questo senso, gli investimenti restano concentrati sullo strumento militare e sulla sua proiezione esterna, ma poco si fa per costruire una resilienza diffusa, capace di rendere la società italiana meno vulnerabile alle crisi energetiche, informative e logistiche. Il riferimento al modello “total defense” — che in Paesi come Svezia, Finlandia o Norvegia integra difesa, protezione civile, comunicazione strategica e formazione civica — evidenzia quanto l’Italia sia ancora ancorata a una concezione verticale della sicurezza, affidata allo Stato più che condivisa con la società. Il rischio è quello di un sistema di difesa moderno, dual use, ma isolato dal suo tessuto civile, incapace di trasformare la sicurezza in una cultura collettiva.
Un terzo elemento critico riguarda la trasparenza e la legittimazione democratica. Rispetto ai DPP precedenti, quello del 2025 riduce il livello di dettaglio pubblico sulle spese e sui singoli programmi, rendendo più difficile un controllo parlamentare e civico. Ciò potrebbe derivare da ragioni tecniche — la semplificazione della comunicazione — ma sul piano politico è sintomo di un trend più generale: la normalizzazione di un livello di spesa elevato, giustificato dal contesto geopolitico, ma sottratto in parte al dibattito pubblico o da una strategia di resilienza diffusa. La difesa tende così a diventare un “ambito protetto” del bilancio, in cui il consenso viene costruito più attraverso la retorica della sicurezza che attraverso la verifica dei risultati.
Sotto il profilo europeo, il DPP 2025 riflette un tentativo di allineamento con il paradigma emergente del “re-armamento europeo” (ReArm Europe), ma resta timido nel promuovere una vera integrazione industriale o operativa. L’Italia si presenta come un contributore affidabile ma non come un leader concettuale: segue la traiettoria franco-tedesca, adattandola ai propri interessi nel Mediterraneo e nel settore navale-aerospaziale.
Nel complesso, il documento esprime un equilibrio pragmatico: un compromesso fra vincoli di bilancio, esigenze di interoperabilità e aspirazioni di autonomia strategica. Tuttavia, l’impressione generale è che manchi una visione coerente del ruolo dell’Italia nel sistema internazionale della sicurezza. L’aumento della spesa, la digitalizzazione e la cooperazione industriale sono strumenti, non fini: e il DPP 2025, pur ben strutturato tecnicamente, non articola in modo convincente quale debba essere il fine politico — se deterrenza, stabilità regionale, proiezione globale o solo continuità istituzionale.
In questo senso, il DPP 2025–2027 è un documento necessario, ma non ancora sufficiente. Segna il consolidamento di una politica di difesa moderna, tecnologicamente avanzata e integrata con l’Europa, ma lascia aperta la domanda più profonda: quale modello di potenza l’Italia intende essere nel mondo che si prepara alla competizione permanente tra grandi attori?






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