LA VERA GUERRA DI TRUMP
di Melissa de Teffé da Washington, DC – Giornalista con Master in Diplomazia presso l’ISPI, esperta di politica statunitense, accreditata per START InSight presso il Dipartimento di Stato (US)

LA NUOVA GEOGRAFIA TRUMPIANA
Che dir si voglia, Trump ha rivoluzionato il mondo,
dando un calcio alla scacchiera internazionale e obbligando tutti a un cambio.
Seppur nei suoi modi da John Wayne, non possiamo non constatare che gli stalli
non fanno bene a nessuno e che provare nuove strade non è poi né disdicevole,
né infruttuoso. C’è sempre da imparare.
A Trump, tuttavia, resta da combattere la peggiore delle guerre: quella interna
agli Stati Uniti.
L’America che oggi si presenta agli occhi del visitatore è un Paese stanco, svuotato di entusiasmo e immaginazione. Una società che sembra aver perso la propria scintilla creativa, incapace di ridere di sé stessa e di rigenerarsi culturalmente. Persino la comicità — un tempo motore del pensiero critico — si è spenta: Jimmy Kimmel, un esempio tra tutti, protetto dal sistema hollywoodiano, nonostante le ingenti perdite finanziarie della Disney, suo datore, continua a rappresentare una satira prevedibile e autocompiaciuta, salvato più dal conformismo dell’ambiente che dal talento. “Cane non mangia cane”, si direbbe: chi appartiene al cerchio giusto non rischia mai.
Così come il panorama dell’intrattenimento (talk show ripetitivi, serie televisive popolate da eroi intercambiabili e una Hollywood ormai piegata alla logica del politically correct e dei supereroi riciclati, incapace di innovare), la stessa apatia attraversa il mondo universitario. Il campus americano, un tempo laboratorio di idee e di libertà, è divenuto il simbolo di una cultura che si autocensura, dove la diversità di opinioni è tollerata solo se conforme al pensiero dominante. Da sempre cuore pulsante dell’innovazione intellettuale americana, oggi le università, anche quelle più prestigiose, sono più impegnate a ridefinire i pronomi corretti che a coltivare un pensiero critico capace di misurarsi con la complessità del reale.
L’America oggi non è più la “terra dell’audacia”, ma un laboratorio di disillusione collettiva. La patria del “I have a dream” sembra incapace di sorridere o di sorprendere, imprigionata in una identità frantumata tra nostalgie, contraddizioni, e simulacri.
Rientrata da New York dopo la kermesse delle Nazioni Unite, ho trovato una città dove impera l’odore di marijuana, di urina e sporcizie. I mille negozietti da scoprire sono spariti, vuoti bui in cerca di nuovi affittuari; i grandi magazzini, stile Rinascente, una volta affollati di mercanzie made in the USA hanno qualche bancone con le solite firme che tutti conosciamo perché principalmente nostre, inavvicinabili per i prezzi e ancora una volta noiosamente ripetitivi. Infine, l’immagine più straziante, ad eccezione del quadrilatero ricco, i marciapiedi dal lato dei palazzi ospitano giovani maschi tra i 30 e i 40 buttati a terra, fatti o meno, dormienti, che non chiedono nemmeno le elemosine. Un quadro devastante.
Ma spostiamo ad altre realtà. Portland, dove Trump ha inviato la Guardia Nazionale non è diversa, anzi peggio. Negozi con le serrande a metà, scaffali mezzi vuoti, è una città fantasma. Denver, idem. La strada principale vuota, i palazzi in centro bui perché inutilizzati ad eccezione di quelli pubblici. La maggioranza degli impiegati lavora da casa e quindi, di conseguenza ristoranti e bar falliti o no hanno chiuso, e chi si è impadronito delle strade sono i senza tetto, di cui molti drogati.
LA DROGA IL MALE DI TUTTI I MALI
Diversi Stati, per ridurre o contenere lo spaccio di droghe leggere, come la marjuana, l’hanno legalizzata sperando di ottenere risultati soddisfacenti. Se da un lato la legalizzazione ha portato soldi alle casse dello Stato, diminuito gli arresti e quindi alleggerito polizia e tribunali, dall’altro ne è aumentato l’uso esponenzialmente. (Nuovo studio della Carnegie Mellon / dati da sondaggi (2008–2022). Tra il 2008 e il 2022, il tasso di segnalazione dell’uso di cannabis nell’ultimo anno è aumentato del 120%.
Chicago, altra metropoli di cui si parla da settimane, non è lontana da questa realtà, ma in più, rispetto a Portland soffre delle guerre tra gang. Dopo Washington DC, che è stata negli anni 90 la città con più assassinii del mondo (e io c’ero), Chicago oggi la segue, ma secondo il suo governatore, non è vero, anzi gli omicidi sono diminuiti. La polizia infatti che ha sempre compilato un rapporto annuale sullo stato delle cose, dal 2023 ha deciso di non registrare più nel suo database gli omicidi per mano di gangs. A guida democratica da più di 90 anni, (fu infatti il polo vincente per Kennedy durante le presidenziali del 1960) i repubblicani ne contestano la gestione, accusando il partito di aver trasformato la città in un laboratorio di politiche progressiste inefficaci, incapaci di affrontare in modo strutturale la criminalità, la povertà e la fuga della classe media.
Dopo la stagione dei diritti civili degli anni 60 dove giustamente l’esecutivo di Washington ha spinto per l’integrazione razziale a tutti i livelli, la sinistra americana, si è man mano, appropriata di questo canale per affondare radici lontane dal credo fondante statunitense, trasformandola in un campo di battaglia ideologico.
È di questo periodo, in cui il dibattito pubblico si irrigidisce e la politica tende a confondere giustizia con appartenenza, che Caroline Kennedy, seguendo le orme del padre, riporta l’attenzione sull’essenza autentica del coraggio civile pubblicando il libro “Profiles in Courage for Our Time “ – (2002): una raccolta di tredici saggi dedicati a uomini e donne che, in epoche diverse, hanno anteposto la coscienza e la verità morale al calcolo politico.

“Il coraggio politico non appartiene al passato. Ogni epoca produce uomini e donne disposti a rischiare tutto pur di rimanere fedeli alla verità.” — Caroline Kennedy, Introduzione (2002)
Ma negli anni successivi, il legittimo desiderio di giustizia e inclusione ha lasciato spazio a una nuova forma di radicalismo — il cosiddetto woke movement — che, pur nascendo da istanze egualitarie, ha finito per imporre regole e dialoghi che hanno reinterpretato la libertà di espressione in un terreno di scontro più che di progresso.
Ma è giusto l’uso della forza militare internamente ?
Il giuramento delle forze armate recita: “I do solemnly swear that I will support and defend the Constitution of the United States against all enemies, foreign and domestic; that I will bear true faith and allegiance to the same; and that I will obey the orders of the President of the United States and the orders of the officers appointed over me, according to regulations and the Uniform Code of Military Justice. So, help me God.”
L’uso dell’esercito per azioni di polizia all’interno del Paese è vietato dal Posse Comitatus Act (1878) per evitare che il governo federale possa usare le forze armate come strumento politico o repressivo (salvo eccezioni : Little Rock, 1957: Eisenhower per garantire l’integrazione scolastica; Los Angeles Riots, 1992: Bush Sr. autorizzò l’intervento dell’esercito per ristabilire l’ordine pubblico).
La realtà oggi è un’altra. Se da un lato la Guardia Nazionale è stata dislocata a Portland e a Chicago per difendere i palazzi dove risiedono gli impiegati ICE (l’Agenzia per l’immigrazione e le dogane) è perché l’amministrazione Trump ha giustificato tali interventi come azioni necessarie per proteggere le infrastrutture federali e garantire la sicurezza del personale governativo, in risposta a episodi di vandalismo, disordini e proteste anti-immigrazione che avevano preso di mira questi uffici.
Secondo la Casa Bianca, l’obiettivo non è reprimere il dissenso politico, ma difendere la sovranità delle istituzioni federali di fronte a governi locali considerati “inerti” o “troppo permissivi” nel proteggere la presenza di immigrati illegali.
Tuttavia, per la sinistra americana e gran parte dell’opinione pubblica, tali azioni rappresentano una grave forzatura del principio di autonomia statale e un uso politico della forza federale. In molti hanno denunciato la presenza della Guardia Nazionale e di agenti armati non identificati come una deriva autoritaria, tesa più a intimidire che a proteggere, in netto contrasto con lo spirito del Posse Comitatus Act, che limita l’impiego delle forze armate in ambito civile.
Ma dopo anni di laissez-faire le immagini e le esperienze quotidiane portano conclusioni lontane dalle lamentazioni della sinistra.
Parlando con un veterano militare “William”, appartenuto alla US Army Airborne, forze d’assalto dietro le linee nemiche andato in missione in Iraq ben due volte, mi racconta che non si riconosce in questa America, polarizzata, drogata, e lontana dal credo di onore, coraggio, onestà e trasparenza. Gli chiedo se si immagina una guerra civile nello stile 2025 e mi cita l’insurrezione del 6 gennaio, sulla quale ridiamo ambedue perché quella, per noi, non è una insurrezione ma una mascherata da Halloween. E noi europei abbiamo visto ben altro il secolo scorso. E Charlie Kirk allora? Non resisto a chiedere. “Sicuramente un perfetto omicidio su commissione”. Pondero ma ambedue non sappiamo da chi? L’estrema sinistra che ha visto un mago (Charlie) trasformare i campus universitari in una possibile nuova America conservatrice? Il Mossad? Perché Charlie ha voltato le spalle a Netanyahu? Oppure gli stessi repubblicani perché Kirk chiese anche lui di mostrare i files di Epstein. Insomma, le teorie volano e noi le lasciamo correre.
In conclusione, la nuova geografia trumpiana non è soltanto una riedizione di vecchie battaglie politiche: è la fotografia di un Paese che si confronta con la rottura tra narrazione e realtà. Da un lato c’è la retorica della sicurezza, dell’ordine e del ritorno alla normalità; dall’altro c’è la vita quotidiana di città svuotate, quartieri senza negozi, veterani che non riconoscono più la patria per cui hanno servito. Quando le leve del potere vengono usate per proteggere istituzioni federali — e contemporaneamente vengono denunciate come strumento di intimidazione politica — la democrazia rischia di perdere la fiducia necessaria per funzionare. Il coraggio evocato da Caroline Kennedy rimane la bussola: non è nell’uso della forza fine a sé stessa, ma nella capacità dei leader di cambiare il discorso politico per ristabilire una normalità più che necessaria senza sacrificare libertà civili e autonomia locale.
Sul piano economico, il quadro è altrettanto complesso. L’inflazione, unita alle politiche di tassazione sulle importazioni e all’idea di “ricreare una manifattura statunitense”, rappresenta un lungo progetto di sovranità produttiva che però, nel breve periodo, tampona da un lato e soffoca dall’altro. Le tariffe introdotte per proteggere il mercato interno finiscono per alzare i costi: le imprese importatrici trasferiscono i sovrapprezzi ai cittadini, che vedono lievitare i prezzi quotidiani. Secondo la Federal Reserve Bank di San Francisco, un dazio uniforme del 25 % comporterebbe un aumento del 2,2 % dei beni di consumo e fino al 9,5 % dei beni d’investimento .
Lo Yale Budget Lab stima che le misure tariffarie introdotte nel 2025 abbiano già spinto i prezzi dell’abbigliamento dell’8 % solo per il provvedimento del 2 aprile e del 17 % considerando l’intero pacchetto dell’anno.
Anche la Boston Fed conferma che gli aumenti dei prezzi di importazione non restano confinati ai confini commerciali ma si propagano nel paniere dei beni di consumo, mentre J.P. Morgan avverte che le imprese americane, dopo aver inizialmente assorbito l’impatto, tenderanno inevitabilmente a scaricarlo sui consumatori finali.
Il Financial Times osserva che i rincari si fanno già sentire su hardware, abbigliamento e beni elettronici.
Di fatto, le misure pensate per “salvare” l’economia americana stanno colpendo chi la sostiene ogni giorno: i cittadini. La crisi dei centri urbani, aggravata dallo smart working, dalla chiusura di attività locali e dall’aumento del costo della vita, ha eroso la base fiscale e indebolito il tessuto sociale. Servono interventi strutturali: investimenti pubblici e privati per riqualificare infrastrutture e housing, incentivi fiscali che favoriscano la riconversione produttiva, programmi di sostegno per i lavoratori e per le comunità colpite. Possiamo solo sperare che queste nuove politiche economiche trasformino e restituiscano a questa “immensa isola” la dignità, l’autonomia e il dinamismo che l’hanno resa grande.
Questa è la vera guerra di Trump: troverà l’America la sua pace?






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