Il laboratorio identitario della destra europea
di Andrea Molle
Negli ultimi dieci anni i movimenti identitari di destra si sono affermati come una delle componenti più dinamiche – e controverse – dell’ecosistema della destra radicale europea. Nati all’incrocio tra attivismo politico, sottoculture giovanili e mobilitazione digitale, questi gruppi si definiscono come difensori dell’“identità” culturale, etnica e civile dell’Europa, presentata come minacciata da immigrazione, multiculturalismo e globalizzazione. A differenza delle tradizionali formazioni dell’estrema destra novecentesca, gli identitari tendono a rifiutare simboli e linguaggi apertamente nostalgici o neofascisti, privilegiando invece una comunicazione moderna, estetizzata e pensata per la circolazione sui social media.
Il concetto chiave attorno a cui ruota la loro visione è quello di remigrazione, intesa non solo come contrasto all’immigrazione irregolare, ma come progetto politico di inversione dei flussi migratori e di espulsione di soggetti ritenuti “non assimilabili”. Questa proposta viene spesso presentata come soluzione pragmatica e necessaria a una presunta crisi demografica e identitaria dell’Europa, ed è accompagnata da narrazioni cospirative come la cosiddetta “grande sostituzione”, secondo cui élite politiche, economiche e culturali favorirebbero deliberatamente il declino delle popolazioni europee autoctone.
Un tratto distintivo dei movimenti identitari è la centralità della comunicazione digitale. Piattaforme come Telegram, X, Instagram e servizi di video-sharing vengono utilizzate non solo per diffondere messaggi ideologici, ma per costruire un immaginario visivo coerente: video curati, azioni dimostrative spettacolari, raduni filmati come eventi epici, attenzione all’abbigliamento e allo stile. L’attivismo offline – flash mob, manifestazioni simboliche, incontri transnazionali – è spesso pensato in funzione della sua successiva amplificazione online. In questo senso, gli identitari agiscono come moltiplicatori culturali più che come movimenti di massa tradizionali.
Dal punto di vista sociologico, la base militante appare composta prevalentemente da giovani adulti, in larga maggioranza uomini ma con una presenza femminile non marginale, anche attraverso collettivi che rivendicano una forma di “femminismo identitario”. L’estetica e l’autonarrazione puntano alla rispettabilità: abiti eleganti, linguaggio formalmente misurato, rifiuto esplicito della violenza come strumento politico diretto. Questa scelta non implica una moderazione delle posizioni, ma risponde piuttosto a una strategia di normalizzazione, volta a rendere socialmente e politicamente accettabili idee radicali, spostando gradualmente i confini del dibattito pubblico.
Un altro elemento rilevante è la dimensione transnazionale del fenomeno. I movimenti identitari europei operano come una rete fluida, in cui attivisti, influencer e ideologi si muovono tra Paesi diversi, partecipano a eventi comuni e condividono repertori simbolici e narrativi. Questa cooperazione informale contribuisce a rafforzare il senso di appartenenza a una causa continentale e a superare i tradizionali confini nazionali, pur mantenendo declinazioni locali delle stesse istanze.
Nel complesso, i movimenti identitari di destra rappresentano meno una forza elettorale autonoma e più un laboratorio ideologico e comunicativo capace di influenzare partiti, media e dibattito pubblico. La loro rilevanza non risiede tanto nei numeri quanto nella capacità di immettere concetti, slogan e cornici interpretative che, una volta sdoganate, vengono riprese anche da attori politici istituzionali. Comprendere il funzionamento di questi movimenti è dunque essenziale per analizzare le trasformazioni contemporanee della destra europea e le nuove forme di radicalizzazione politica nell’era digitale.

In Europa, i movimenti identitari di destra operano come una galassia fluida: pochi “militanti” altamente connessi, capaci però di moltiplicare la propria presenza attraverso estetica, contenuti digitali e reti transnazionali. La loro forza non sta tanto nei numeri assoluti, quanto nella capacità di trasformare parole d’ordine radicali in lessico “presentabile”, spingendo alcuni temi (soprattutto sull’immigrazione) dal margine al centro del dibattito. Un tratto ricorrente è l’uso della comunicazione come strumento politico primario: azioni piccole e simboliche vengono progettate per essere filmate, montate e rilanciate come “epica” di gruppo, più che come mobilitazione di massa.
Sul piano della sicurezza, le istituzioni europee e nazionali segnalano un contesto in cui estremismo violento e polarizzazione online crescono di importanza. Nel quadro UE, l’EU Terrorism Situation and Trend Report (TE-SAT) 2025 di Europol registra nel 2024 un totale di 58 attacchi terroristici (completati/falliti/sventati) nell’Unione; l’Italia è indicata come il Paese che ha riportato un attacco di matrice right-wing (completato) e, nello stesso anno, un forte volume di attacchi attribuiti all’area left-wing/anarchica (Europol). Sul versante repressivo, Europol riporta 449 arresti per reati legati al terrorismo nel 2024 nei Paesi UE che hanno fornito dati, con 47 arresti riferiti al terrorismo di destra (in aumento rispetto all’anno precedente). Questi numeri non “misurano” direttamente i movimenti identitari (che non coincidono automaticamente con terrorismo), ma descrivono un ambiente in cui l’ecosistema radicale, soprattutto online, è parte della traiettoria di rischio.
Il caso svizzero è particolarmente istruttivo perché mostra come la dimensione transfrontaliera e la radicalizzazione digitale possano interagire con un territorio “cerniera”. Nel rapporto ufficiale «La sicurezza della Svizzera 2024» del Servizio delle attività informative della Confederazione (SIC) si sottolinea che i contatti degli ambienti dell’estremismo violento di destra con “colleghi dei Paesi vicini” sono noti e che alcuni membri di gruppi tedeschi potrebbero valutare di spostare parte delle attività in Svizzera, anche come conseguenza di divieti in Germania; il SIC indica misure come respingimenti e divieti di manifestazione per ridurre questo rischio di “trasferimento”. Nello stesso documento, il SIC dedica attenzione al tema dell’accelerazionismo come ideologia estremista di destra che mira a spingere verso atti terroristici, diffusa principalmente online e particolarmente rilevante nella radicalizzazione dei minori, con riferimento a dinamiche di auto-radicalizzazione digitale e fascinazione per la violenza. In altre parole: la minaccia non è solo “organizzativa”, ma anche “di ecosistema”, dove contenuti, estetiche e reti virtuali possono rendere scalabile un estremismo che sul terreno resta numericamente contenuto.
In Italia e in area alpina, la dimensione transnazionale è un moltiplicatore: pochi attivisti che si conoscono e si muovono tra Paesi diversi possono creare l’impressione di un fronte più vasto, soprattutto quando ogni evento diventa materiale audiovisivo e “prova” di crescita. La stima che circola nelle osservazioni di chi monitora questi ambienti parla di “qualche centinaio” di attivisti realmente operativi a livello europeo, giovani e mobili, capaci di fare rete e di presentare come “onda” ciò che spesso è una costellazione di nuclei coordinati. In questo senso, l’obiettivo strategico non è solo aumentare i ranghi, ma contaminare il linguaggio pubblico: spostare la finestra di ciò che è dicibile, presentando come “realismo” ciò che fino a poco tempo fa sarebbe stato percepito come estremismo.






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