TRUMP A CANOSSA CON RUBIO?

di Melissa de Teffé da Washington, DC – Giornalista con Master in Diplomazia presso l’ISPI, esperta di politica statunitense, accreditata per START InSight presso il Dipartimento di Stato (US)
Al contrario di Trump che non conosce la storia come gli italiani, l’arrivo a Roma del Segretario di Stato Rubio suona tanto come un ritorno a Canossa, solo che l’allora Enrico IV rimase tre giorni nella neve, contrito, prima di venir perdonato dal Papa Gregorio VII. Ma Trump non è nemmeno Bismark (“Noi non andremo a Canossa, né con il corpo né con lo spirito”) che 800 anni dopo Enrico IV, riafferma il potere politico su quello religioso.
Infatti se nessuno contesta il fatto che il regime iraniano sia appunto un regime, sarebbe stato sicuramente meno complesso ottenere il supporto europeo se richiesto in modi oculati con strategie descritte e politiche chiare. D’altra parte i trattati vengono scritti e riscritti, stracciati e rimpiazzati come la carta, basta la volontà di riscriverli in modo più esauriente alle circostanze che viviamo. È sempre stato così. Il Trattato di Westfalia del 1648 ridisegnò l’intera architettura europea dopo trent’anni di guerra. Il Congresso di Vienna del 1815 ricostruì l’ordine dopo Napoleone. Ogni volta, non fu la volontà di conservare a prevalere, ma quella di riscrivere in modo più adeguato alle circostanze. (vedi Hans Morgenthau, Politics Among Nations 1948).
Lo stesso vale oggi per la NATO. Il CFR lo dice esplicitamente: il patto transatlantico è già in fase di rinegoziazione. Non significa uscire dalla NATO — ma significa una revisione profonda dei termini, con un ritiro progressivo delle forze americane dall’Europa. La National Defense Strategy 2026 è stata chiara: descrive gli alleati europei come “dipendenti a carico” e afferma che la difesa dell’Europa contro eventuali aggressioni russe sarà responsabilità della NATO stessa, con gli Stati Uniti come riserva.
Nel caso della guerra contro l’Iran, nessuno politico europeo contesta il fatto che il regime iraniano sia appunto un regime. Il Middle East Institute lo afferma senza ambiguità: “neutralizzare le minacce provenienti dall’Iran è nell’interesse per la sicurezza europea, e non è possibile preservare la sicurezza del continente senza gli americani.” Il punto non è il fine, ma il metodo. GLOBSEC lo ha documentato con precisione: Trump ha chiesto agli alleati di proteggere lo Stretto di Hormuz — dal quale dipende buona parte dell’energia europea — ma senza fornire chiarezza sugli obiettivi, la durata e la strategia d’uscita dell’operazione. La risposta degli alleati è quindi stata rapida e univoca:” questo non è il nostro modo di fare le cose.”
Fra le varie fonti statunitensi riguardo alla guerra contro l’Iran e la postura europea nel contesto NATO, la Carnegie Endowment lo dichiara in modo ancora più esplicito: “la fiducia degli alleati negli Stati Uniti e nel loro impegno verso l’Articolo 5 è già stata compromessa. Non ci sarà un ritorno alla normalità — né con questa amministrazione né con la prossima”. Un’alleanza si può rinegoziare, la fiducia no.
Da un lato Trump ha le midterm, e non può permettersi di fare a meno dei voti cattolici, soprattutto dopo aver licenziato tre donne — ma è solo una casualità — di grande rilievo.
Kristi Noem, a capo della sicurezza interna, è caduta su una campagna pubblicitaria da 220 milioni di dollari di fondi pubblici che la vedeva protagonista a cavallo davanti al Monte Rushmore — e sulla sua gestione delle morti di due cittadini americani a Minneapolis durante un’operazione di controllo dell’immigrazione. Pam Bondi, procuratrice generale, licenziata il 2 aprile dopo che Trump si era stancato della sua gestione dei file Epstein: aveva promesso la piena trasparenza, poi aveva trattenuto migliaia di documenti, tradendo sia i sopravvissuti che la base trumpiana. Lori Chavez-DeRemer, a capo del Dipartimento del Lavoro, è uscita nel mezzo di un’indagine interna per presunti abusi: una relazione con un membro della sua scorta, uso di fondi pubblici per viaggi personali, e il marito bandito dalla sede del dipartimento dopo denunce di comportamenti inappropriati verso giovani collaboratori.

In questo quadro, attaccare il Papa — primo pontefice americano della storia, con un indice di gradimento dell’84% tra i cattolici contro un Trump fermo al 40% a livello nazionale — si è rivelato un errore di calcolo. Alle elezioni del 2024, il 59% dei cattolici aveva votato Trump contro il 39% per Kamala Harris. Quella base oggi scricchiola. I cattolici rappresentano una quota significativa dell’elettorato nei collegi più competitivi e anche piccoli spostamenti potrebbero compromettere i margini repubblicani. Ryan Burge, ricercatore delle tendenze di voto tra i gruppi religiosi americani, è diretto: “Questo è sicuramente il fattore principale che danneggerà il GOP tra i cattolici alle elezioni di midterm.”
Mandare Rubio a Roma, dunque, non è diplomazia. È campagna elettorale.
Dalla parte italiana, Meloni non sta navigando in acque calme. Le prossime elezioni di fine mandato, il fallimento referendario, le ben accette dimissioni di Santanchè, le mancate riforme promesse durante la campagna elettorale, vedono, nel dietrofront meloniano dalle richieste di Trump, riguardo all’uso delle basi militari, come un appeasement verso la sinistra che sgranocchia minime percentuali di gradimento dall’elettorato. E sappiamo bene, quanto contino i numeri pre elezioni!
Ecco che l’incontro dell’8 maggio tra Rubio e Meloni vedrà sul tavolo essenzialmente tre dossier concreti: Il primo è Sigonella. Già a fine marzo, il ministro della Difesa, Crosetto, aveva negato l’accesso alla base navale ai velivoli militari americani diretti in Medio Oriente, sostenendo che Washington non aveva richiesto la necessaria autorizzazione preventiva né consultato i vertici militari italiani. La risposta di Rubio era arrivata immediata e tagliente. “Se la NATO significa solo che noi difendiamo l’Europa quando viene attaccata, ma poi ci negano i diritti di base quando ne abbiamo bisogno, non è un buon accordo”. E ad Al Jazeera ha aggiunto: “è difficile restare coinvolti e dire che questo è un bene per gli Stati Uniti. Tutto questo dovrà essere riesaminato.”
Il secondo dossier riguarda la spesa per la difesa. La National Defense Strategy 2026, analizzata dal CSIS, descrive gli alleati europei come “dipendenti a carico” con “carenze dovute alle scelte irresponsabili dei loro leader”, e afferma esplicitamente che la difesa dell’Europa contro eventuali aggressioni russe sarà responsabilità della NATO stessa, con gli Stati Uniti in un ruolo di riserva.
Infine, il terzo dossier è lo Stretto di Hormuz. Italia, Giappone e Australia, hanno già dichiarato esplicitamente che non avrebbero partecipato agli sforzi bellici per la riapertura dello Stretto. E persino la tanto criticata CNN ha definito il rifiuto italiano emblematico: “È significativo che anche un alleato percepito come vicino, come il governo di destra italiano, abbia negato una richiesta militare americana.”
Così Trump ha posto, come da sua consetudine, la questione in termini ultimativi. “È giusto che i beneficiari dello Stretto contribuiscano a garantire che non succeda nulla di brutto”, e al Financial Times ha dichiarato: “Se la risposta è negativa, penso che sarà molto negativo per il futuro della NATO.” Nel tentativo di salvare il salvabile, il Segretario Generale della NATO Rutte ha riferito che sempre più paesi europei stanno “pre-posizionando supporto logistico essenziale, ad esempio cacciamine, per la fase successiva” — un modo diplomatico per dire che gli alleati stanno cercando di recuperare terreno.
Sul tavolo, dunque, non ci sono solo buone intenzioni, ci sono conti da pagare. Il do ut des pesa. Enrico IV aspettò tre giorni nella neve prima di essere ricevuto. Almeno sapeva di avere torto. Trump attacca il Papa la mattina e manda il suo emissario a Roma il pomeriggio. Bismarck almeno aveva una strategia. Questa non è diplomazia, è gestione del danno — in diretta.






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