Pax Silica, la Foundry School e i 1000 dollari del fondo Trump per i bambini americani
di Melissa de Teffé, da Washington, DC – Giornalista con Master in Diplomazia presso l’ISPI, accreditata per START InSight presso il Dipartimento di Stato (USA)
“PAX SILICA”, IL CLUB ESCLUSIVO DA 250 MILIONI SENZA LA CINA
Washington: “Se non si fosse ancora capito, alla guida degli Stati Uniti c’è Trump e la sua arte del fare business.” È con questo spirito che prende forma la Pax Silica: un’operazione che disegna un capitalismo di Stato senza lo Stato come regolatore. Niente vincoli normativi stringenti, niente architettura antitrust paragonabile a quella su cui l’Europa costruisce la propria politica tecnologica. Il Dipartimento di Stato, il ministero degli Esteri guidato da Marco Rubio, si trasforma in una grande agenzia di matchmaking geopolitico e commerciale. Lo Stato non impone paletti, fa da sceriffo e da garante per gli investitori amici.
L’obiettivo dell’iniziativa, affidata al sottosegretario Jacob Helberg, è semplice: blindare la filiera dell’intelligenza artificiale, dai minerali critici ai grandi data center. La base è una dichiarazione politica non vincolante. Il denaro arriva per canali bilaterali. A marzo l’amministrazione annuncia l’intenzione di destinare, d’intesa con il Congresso, 250 milioni di dollari di fondi per l’assistenza estera. È una fiche che serve da esca per attrarre capitali privati e, nelle intenzioni di Washington, fondi sovrani come quelli del Golfo.
IL CLUB DEI 24, IL SUD AMERICA E L’ITALIA IN EXTREMIS
Il club ha due livelli: il primo livello è quello dei firmatari, che sottoscrivono la Pax Silica Declaration. Al vertice inaugurale del 12 dicembre 2025 firmano Stati Uniti, Giappone, Corea del Sud, Singapore, Israele, Australia e Regno Unito. Seguono i Paesi Bassi a dicembre, Qatar ed Emirati Arabi Uniti a gennaio, l’India a febbraio, la Svezia a marzo, Finlandia e Filippine ad aprile, la Norvegia a maggio. Il 23 giugno entrano Unione Europea, Germania e Grecia. Il 26 giugno, al secondo vertice di Washington, arriva l’America Latina con Argentina, Cile, Costa Rica, El Salvador e Panama, insieme al Kazakistan. Con questo vertice i firmatari salgono a 24. L’Italia sale sul treno in corsa a Brindisi il 31 luglio, dopo che lo scontro tra Meloni e Trump sulla guerra con l’Iran aveva fatto saltare la firma prevista a Miami.
Il secondo livello, il cerchio esterno, è quello dei partecipanti che siedono al tavolo come osservatori senza firmare: Taiwan, Canada ed Estonia, più l’OCSE come organizzazione. Anche l’Unione Europea parte da qui e poi decide di passare nel primo cerchio. Taiwan no. L’isola che produce i chip più avanzati del mondo resta fuori dal nucleo del club che dovrebbe proteggerli.
Il funzionamento è l’esempio perfetto del nuovo corso: coordinare pubblico e privato per proteggere infrastrutture e le filiere delle forniture. Il mercato fa il suo corso, a patto che si muova nei confini tracciati da Washington. Le commissioni Bilancio di Capitol Hill sorvegliano i cordoni della borsa. Il messaggio a Pechino resta lo stesso: la nuova via della seta tecnologica la controlla Washington, con le regole del libero mercato “corretto” dalla Casa Bianca.
IL CASO KAZAKISTAN
A giugno il Kazakistan entra nella Pax Silica. Helberg festeggia la prima adesione di un paese dell’Asia centrale: Astana siede su riserve di minerali indispensabili per i chip avanzati. Un mese dopo, a Shanghai, 29 Paesi tra cui Russia, Pakistan e Indonesia fondano la World Artificial Intelligence Cooperation Organization, il blocco rivale voluto da Pechino. Tra i firmatari c’è anche il Kazakistan. È l’unico Paese ad avere i piedi in due scarpe. A Washington scatta l’allarme. Ad agosto Reuters rivela la bozza di una lettera del Dipartimento di Stato ai 35 firmatari dell’AI Opportunity Statement: l’adesione alla Pax Silica, si legge, è incompatibile con la partecipazione a un’iniziativa concorrente. La Cina non viene nominata, le sanzioni nemmeno. Ma il messaggio è chiaro: la Pax Silica non è una tessera da collezionare, è una scelta di campo e il più esposto è un Paese che finora ha giocato su due tavoli senza pagare alcun prezzo.
LA SOVRANITÀ COME BUSINESS
Per l’amministrazione la Pax Silica è prima di tutto una questione di sovranità. Rubio la presenta come la garanzia che gli Stati Uniti “never depend on other countries for things we need to prosper” (non dipendano mai da altri Paesi per ciò che serve a prosperare). Il Congresso repubblicano segue la stessa linea. Il capogruppo alla Camera, Steve Scalise, descrive l’iniziativa come il lavoro con partner fidati come Giappone, Corea, Taiwan e India per “strengthen those supply chains and reduce our dependence on China” (rafforzare quelle filiere e ridurre la nostra dipendenza dalla Cina).
Il metodo, lo spiega Helberg, dal palco dell’Hudson Institute. Nessun trattato e nessuna burocrazia comune, ma “joint ventures at every layer of the supply-chain stack” (joint venture a ogni livello della filiera). La leggerezza della struttura, per i sostenitori, è un pregio, non un difetto e leggero non significa senza vincoli. Nella bozza della lettera ai 35 firmatari dell’AI Opportunity Statement rivelata da Reuters, il Dipartimento di Stato avverte che firmare la Dichiarazione “is not merely a membership subscription, but a commitment” (non è una semplice iscrizione, ma un impegno).
Anche a destra c’è chi chiede più rigore. Per la Foundation for American Innovation, think tank vicino alla destra tecnologica, la Pax Silica deve essere un club selettivo. Dentro solo chi porta capacità reali e taglia i legami con Pechino: niente WAICO, niente debiti con la Cina, niente reti cinesi. L’esempio negativo è il Kazakistan. I membri, inoltre, dovrebbero contribuire al fondo comune e adottare regole condivise sull’AI, a scapito dell’AI Act europeo.

I CRITICI: D’ACCORDO SUL FINE, NON SUL METODO
Nel dibattito americano non risultano prese di posizione democratiche contrarie all’iniziativa. La linea dura sulla Cina in materia di chip e minerali è uno dei rari terreni di convergenza tra i due partiti. Le critiche riguardano il metodo, non l’obiettivo. Già a gennaio Politico raccoglie le perplessità di ex funzionari americani: lo stile imprevedibile e conflittuale di Trump rende la Pax Silica difficile da vendere ad alleati che vedono Washington come un fattore di instabilità. L’amministrazione replica indicando l’entusiasmo dei partner del Golfo e nei mesi successivi le danno in parte ragione, con l’arrivo di Unione Europea, Germania e mezza America Latina. Taiwan e Canada, però, restano nel secondo cerchio.
Dal fronte transatlantico il giudizio è più severo. Per il Center for European Policy Analysis l’idea di coordinare gli alleati è solida, ma “the Pax Silica architecture looks shaky” (l’architettura della Pax Silica appare fragile): criteri di adesione poco chiari, impegni vaghi e un’impostazione America First che offre poche garanzie a chi cerca un’alleanza alla pari. L’Atlantic Council resta costruttivo, ma individua 3 vuoti. Mancano incentivi alla raffinazione dei minerali nei Paesi produttori, standard comuni per esportare i prodotti dell’AI e soprattutto una “coordinated human-capital strategy” (strategia coordinata sul capitale umano).
La critica più lucida arriva da Manila. Diwa Guinigundo, ex vicegovernatore della banca centrale filippina, riconosce che la Pax Silica, con 25 firmatari e 35 economie legate alla dichiarazione sull’AI, è ormai parte di una ristrutturazione globale delle filiere e proprio per questo pone condizioni: autonomia strategica, valore aggiunto locale, energia e acqua, diritti delle comunità, trasparenza. Il Paese non deve temere la nuova economia tecnologica, avverte, ma nemmeno entrarci “merely as a provider of land, labor, minerals, electricity and water” (soltanto come fornitore di terra, lavoro, minerali, elettricità e acqua).
LA FAGLIA DELLE REGOLE: VELOCITÀ CONTRO PRECAUZIONE
La governance dell’IA è ormai una linea di faglia geopolitica. Da un lato, Washington accelera sullo sviluppo e sul controllo dei nodi chiave della filiera (memoria, energia, macchinari); dall’altro, l’Europa punta sulla precauzione e sugli obblighi vincolanti del suo AI Act. Secondo Uri Gabai (RISE-Israel), firmare la Pax Silica significa accettare il passo e le regole imposte dagli Stati Uniti, tanto che la Foundation for American Innovation chiede apertamente di neutralizzare l’AI Act tra i membri del club. Bruxelles, tuttavia, ha siglato l’accordo a giugno solo “con riserva”, inserendo una clausola che ne tutela l’autonomia decisionale interna.
LA FAGLIA DELLE ALLEANZE: DAI VALORI ALLA LEVA
La seconda frattura ridisegna i rapporti internazionali, spostando il baricentro dai valori condivisi alla leva tecnologica reciproca: l’accesso alle risorse USA si scambia direttamente con chip, minerali e capacità produttiva degli alleati. Se per l’analista Anton Leicht questa mutua dipendenza può rendere l’alleanza persino più solida dei vecchi patti di principio, il rischio è che i partner la percepiscano come un modo per trasferire in America le loro eccellenze industriali.” Inoltre, il perentorio aut-aut del “o dentro o fuori” resta un’arma spuntata: il Kazakistan continua a sedere sia nel club americano sia in quello cinese (WAICO), mentre la lettera ufficiale di Washington per costringerlo a scegliere è ancora sulla scrivania al Dipartimento di Stato.
FOUNDRY SCHOOL: LA FUCINA DEI QUADRI DELL’INDUSTRIA AMERICANA
A ridosso della Pax Silica e con l’urgenza di ridurre la dipendenza dalle pesanti importazioni internazionali, sostenendo al tempo stesso la base industriale dell’alleanza, nasce la Foundry School. Il sottosegretario Jacob Helberg la annuncia il 25 giugno, al vertice Pax Silica di Washington. Il vicepresidente J.D. Vance e il segretario di Stato Marco Rubio la inaugurano il 3 settembre. È un sistema nazionale di formazione per imprenditori, ingegneri, tecnici e dirigenti industriali, gestito dal Dipartimento di Stato insieme al Dipartimento del Lavoro. Gli ambiti sono manifattura avanzata, semiconduttori, difesa ed energia. L’obiettivo è colmare un fabbisogno stimato in 3,8 milioni di lavoratori specializzati entro il 2033.
La rete conta 8 università americane. Stanford progetta il curriculum e tiene i corsi avanzati. Le sessioni regionali sono affidate ad altri 7 atenei: Arizona State, Georgia Tech, Ohio State, Penn State, Kansas, Vanderbilt e Washington University di St. Louis, che apre con i corsi base dell’autunno. In cattedra salgono fondatori e amministratori delegati americani e dei Paesi chiave della Pax Silica, cioè Giappone, Corea del Sud, Taiwan e India. Il compito è formare i tecnici e i manager che dovranno far funzionare le nuove fabbriche americane. Resta però un punto aperto: Washington lavora con il Congresso per aprire il programma ai tirocinanti dei Paesi partner, ma non ha reso pubblico alcun finanziamento dedicato.
Ha ragione il Presidente del Consiglio, Giorgia Meloni, quando, all’assemblea di Assolombarda del 12 ottobre, dice che sulla physical AI, l’intelligenza artificiale che entra nelle macchine e nelle linee di produzione, “gli algoritmi non bastano, qui servono le macchine”. Servono sensori, meccatronica e la conoscenza dei processi che si accumula in decenni di fabbrica. “Ed è esattamente quello che l’Italia ha”. Sui grandi modelli generalisti la partita si gioca tra Stati Uniti e Cina. Sulla manifattura intelligente, invece, l’Italia “è tra i principali produttori mondiali di macchine e automazione industriale”. Meloni la chiama la “via italiana all’intelligenza artificiale”.
Ed è qui che le due strade si incontrano. L’Italia, per ora, non compare tra i Paesi che portano i propri imprenditori nelle aule della Foundry School. Ma la porta è aperta: da firmataria della Pax Silica, Roma rientra tra le economie che Washington intende coinvolgere. Per l’Italia è una grande opportunità. L’America ha le fabbriche da riempire e i capitali, ma le mancano i tecnici e il sapere dei processi produttivi. Roma ha proprio quello. Entrare nella Foundry School significherebbe portare le imprese italiane della meccatronica e dell’automazione dentro la filiera che l’America sta ricostruendo, da fornitori ad anche docenti.
I TRUMP ACCOUNTS: 1.000 DOLLARI AI NEONATI
L’ultima tessera del mosaico è anche la più popolare, e punta a legare il destino delle prossime generazioni al successo del modello americano. Con i Trump Accounts, ogni bambino americano nato tra il 1° gennaio 2025 e il 31 dicembre 2028 riceve un versamento pubblico iniziale di 1.000 dollari. Non è un sussidio ma un conto d’investimento, legato per legge all’andamento della Borsa americana. I genitori possono aggiungere fino a 5.000 dollari l’anno, i datori di lavoro fino a 2.500. Al lancio a luglio, le famiglie iscritte superano i 6 milioni, e il Tesoro ha già versato i primi 1.000 dollari su oltre 500.000 conti.
Anche qui lo Stato fa da innesco e lascia al capitale privato il lavoro pesante, ridisegnando il welfare in chiave di mercato. Michael e Susan Dell promettono 6,25 miliardi di dollari per accreditare altri 250 dollari ai primi 25 milioni di bambini sotto i 10 anni che vivono in zone a reddito medio e basso, cioè nei codici postali con reddito mediano inferiore a 150.000 dollari. Si aggiunge Micron, colosso dei semiconduttori, con un impegno da 250 milioni. È la chiusura del cerchio trumpiano. La Pax Silica blinda la filiera all’estero, la Foundry School forma i tecnici in patria, i Trump Accounts trasformano i bambini americani in futuri azionisti dell’economia americana.
Il successo dei conti dipende da chi versa. Per il Council of Economic Advisers, un bambino nato nel 2026 può arrivare a 303.800 dollari a 18 anni con i contributi massimi. Senza versamenti aggiuntivi il saldo si ferma a 5.800. Per l’Urban Institute la struttura favorisce le famiglie benestanti, le uniche in grado di alimentare davvero i conti. Brookings riporta il giudizio del tesoriere del Connecticut, che gestisce un programma statale per i bambini poveri: i conti federali “advantage families who already have the ability to save” (avvantaggiano le famiglie che già possono risparmiare). Le obiezioni arrivano anche da destra. Sul Washington Examiner c’è chi sostiene che, con il calo delle nascite, servirebbe un bonus subito ai genitori, non un conto intoccabile fino ai 18 anni.
CONCLUSIONE
L’ALGORITMO DEL BUSINESS DI TRUMP: IL MONDO ALLE SUE CONDIZIONI
La Pax Silica, la Foundry School e i Trump Accounts non sono iniziative isolate, ma tessere di uno stesso disegno politico ed economico. Se non si fosse ancora capito, alla guida degli Stati Uniti c’è Trump con la sua “arte di fare business”, una dottrina che oggi tiene insieme il fronte interno e quello internazionale. Non è la geopolitica classica dei trattati e delle burocrazie, ma un ecosistema transazionale in cui Washington fissa le condizioni d’ingresso. Chi vuole partecipare al futuro della filiera tecnologica è spinto ad aderire, per non rischiare di restare tagliato fuori.
Ma spinto non significa costretto. Taiwan e Canada restano a guardare dal secondo cerchio. Mezza America Latina sceglie Pechino. Il Kazakistan siede in entrambi i club senza pagare alcun prezzo, e Bruxelles firma solo dopo aver messo al riparo le proprie regole. La forza del modello è anche il suo limite: quasi tutto poggia su impegni volontari. Per l’Italia la lezione è chiara. Il club di Washington non si subisce, si negozia. E Roma ha qualcosa da mettere sul tavolo: le macchine, l’automazione e il sapere di fabbrica che l’America oggi deve ricostruire.
FONTI
- U.S. Department of State – Pax Silica Summit (fact sheet, dicembre 2025)
- The Art of the Deal – Wikipedia
- Il Sole 24 Ore – Cos’è la Pax Silica che l’Italia è pronta a firmare
- U.S. Department of State – Accession of the European Union, Germany, and Greece to Pax Silica
- U.S. Department of State – Outcomes of the Second Pax Silica Summit
- Reuters via Internazionale – Italy to join Pax Silica despite Trump row
- U.S. Department of State – U.S. Welcomes Italy Into Pax Silica Initiative
- The Next Web – The US is about to tell 35 countries to choose
- Fast Company Middle East – 29 nations establish WAICO
- Asianet / ANI – Rubio touts Pax Silica
- Scalise – Foundry School will help America out-build China
- AGBI – US will trust but verify in Pax Silica coalition
- The Next Web – The US is about to tell 35 countries to choose
- Foundation for American Innovation – Pax Silica shouldn’t be open enrollment
- Politico – Trump’s brash foreign policy casts pall on Pax Silica
- CEPA – Pax Silica: can it stop China?
- Atlantic Council – Three elements Trump’s Pax Silica needs to succeed
- BusinessMirror – Diwa has tough questions on Pax Silica
- E-International Relations – Between Pax Silica and WAICO
- Vice President JD Vance, Secretary of State Marco Rubio at the Opening Remarks of the Critical Minerals Ministerial – U.S. Embassy & Consulates in China
- GIS Reports – Pax Silica
- Anton Leicht – Forging a Pax Silica
- Executive Gov – Foundry School to address skilled worker gap
- Stanford Daily – Stanford partners with Trump administration on manufacturing school
- Latin Times – Inside Foundry School
- New Kerala / ANI – Trump administration launches Foundry School
- Assolombarda – Assemblea generale 2026.
- White House CEA – Trump Accounts give the next generation a jump start on saving
- White House – Landmark Dell gift supercharges Trump Accounts
- Ground News – Trump says 500,000 children receive first $1,000 deposits
- States Newsroom – $1,000 Trump Accounts skewed toward the wealthy
- Brookings – What are Trump accounts? What are Baby Bonds?
- Washington Examiner – Trump’s baby bonds miss the mark






There are no comments
Add yours