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Otto mesi per raccontare l’America: il nuovo visto stagionale per la stampa estera

Dal 15 settembre i corrispondenti esteri sono ammessi negli Stati Uniti per 240 giorni. Il rinnovo dipende da un ufficio con 11,3 milioni di pratiche arretrate.

di Melissa de Teffé, da Washington, DC – Giornalista con Master in Diplomazia presso l’ISPI, accreditata per START InSight presso il Dipartimento di Stato (USA)

Da metà settembre finisce l’entrata in territorio statunitense senza data di scadenza, nota anche come “duration of status”. Studenti, ricercatori e giornalisti stranieri potevano storicamente restare fino alla fine del corso di laurea, del programma di ricerca o dell’incarico come corrispondente estero. Il Foreign Press Center (FPC) dello State Department rilascia le tessere da Foreign Correspondent: la mia ha una validità di 4 anni, ma questi titoli di accreditamento stampa non regolano in alcun modo la permanenza legale. Per restare oltre gli otto mesi (240 giorni) fissati al momento dell’ingresso sul territorio, un giornalista deve ora richiedere una proroga di soggiorno al Department of Homeland Security e attendere che venga concessa. Non è un automatismo. Questa non rientra fra le leggi sui flussi migratori permanenti: è una norma tecnica focalizzata specificatamente sui visti temporanei e, in questo caso, su chi racconta l’America a chi la guarda da fuori.

IL CALENDARIO

Questa nuova regola riguarda tre categorie: i visti F degli studenti, i visti J degli scambi accademici e i visti I dei rappresentanti dei media stranieri. Per i giornalisti l’ammissione viene legata alla durata dell’incarico e non può superare i 240 giorni, con il tetto ridotto a 90 per i giornalisti cinesi, escluse Hong Kong e Macao, ma qui è un do ut des con la Cina.

Fino ad oggi il visto poteva arrivare a cinque anni e comunque il Congresso avrà l’ultima parola essendo uno di quei cambiamenti che cadono sotto la definizione di major rule, quindi soggette a vaglio e il Dipartimento è tenuto a pubblicare un avviso se la revisione dovesse spostare la data o annullare il provvedimento. Finché ciò non accade, il calendario è quello.

IL LIMBO

Qui il provvedimento smette di essere una scelta politica e diventa un problema di numeri. Chi vuole restare oltre il periodo assegnato deve chiedere una proroga, presentarla in tempo utile, il che vorrà dire quasi il giorno dopo essere atterrati, visto che gli uffici preposti hanno 11,3 milioni di pratiche da evadere, e questo provvedimento, ne aggiungerà 414mila l’anno secondo la stima del Dipartimento stesso. Certamente un sistema costruito su queste basi, produce ritardi, e il ritardo produce persone che restano in un limbo, senza sapere se possono restare o meno.

Per il governo si tratta di una misura necessaria a sanare una falla nel sistema, ripristinando verifiche regolari su chi risiede nel Paese anche a costo di sovraccaricare gli uffici immigrazione. La regola non riduce i diritti di nessuno: introduce una scadenza e una verifica, come avviene per quasi tutte le altre categorie di visto. Chi lavora davvero, e lavora per quello che ha dichiarato, ottiene il rinnovo.

LE PROTESTE

Il Reporters Committee for Freedom of the Press sostiene che una modifica apparentemente tecnica sulla durata dei visti abbia conseguenze profonde sulla libertà di stampa. L’obiezione riguarda chi decide il rinnovo. Chi si oppone teme che un corrispondente critico verso l’amministrazione possa trovarsi la proroga negata, e che nessuno sia in grado di dimostrarlo.

Quando la norma era ancora allo stadio di proposta, il senatore democratico dell’Oregon Ron Wyden scrisse al Dipartimento chiedendone il ritiro. Il provvedimento, secondo lui, avrebbe soffocato il giornalismo di merito, raffreddato la libertà di stampa, ridotto l’influenza americana nel mondo e sprecato risorse pubbliche in procedure inutili, con il rischio concreto di provocare ritorsioni contro i giornalisti americani che lavorano all’estero. Nella lettera osservava anche che il vecchio sistema consentiva ai corrispondenti di costruire una conoscenza profonda del paese, e che 240 giorni non bastano per un’inchiesta su una vicenda complessa o in evoluzione.

UN MILIONE IN MENO

La norma non riguarda solo qualche migliaio di corrispondenti, colpisce anche gli studenti stranieri, che nell’anno accademico 2024-25 erano oltre 1,1 milioni e hanno prodotto 42,9 miliardi di dollari e 356mila posti di lavoro. Il calo è già cominciato: nell’autunno 2025 le nuove iscrizioni erano scese del 17 per cento. L’11 agosto NAFSA – National Association of Foreign Student Advisers – ha proiettato per quest’ autunno fino a 111mila studenti in meno,  pari a $3,4 miliardi e quasi 40.000 posti di lavoro a rischio. Il 63% degli 585 atenei interpellati si aspetta un forte calo.

Il giorno stesso della pubblicazione della nuova norma, gli atenei si sono mossi. Ad esempio, l’ufficio internazionale di Harvard ha diffuso un avviso ai propri studenti e ricercatori stranieri pregandoli di trovarsi fisicamente negli Stati Uniti prima del 15 settembre: chi è sul territorio quando la norma entra in vigore conserva lo status fino alla fine del programma, chi esce e rientra dopo riceve un modulo I-94 con una data di scadenza.  Ma Harvard è andata oltre, infatti già l’anno scorso vista la presa di posizione della Casa Bianca,  quando l’amministrazione Trump tentò di impedire a Harvard di immatricolare studenti stranieri, la Business School si è data da fare e ha iniziato ad esplorare alternative, facendo accordi con altri istituti affinché questi ultimi ospitassero i suoi alunni ricevendo comunque il diploma di Harvard. Questi erano: la Nova School of Business and Economics di Lisbona, l’IMD di Losanna, la London Business School e l’Università di Toronto. Harvard comunque attraverso Mariano-Florentino Cuéllar, membro dell’organo di governo dell’ateneo e presidente del Carnegie Endowment, dice che l’ateneo sta esplorando l’apertura di sedi all’estero.

Ma gli atenei, pur di non vedere i loro ingenti profitti ridursi drasticamente, in coalizione con associazioni accademiche hanno depositato il 18 agosto un ricorso contro il Dipartimento davanti alla corte federale del Massachusetts. Nel 2025 questa scelta aveva dato i suoi frutti e i giudici bloccarono il divieto di immatricolazione e Harvard chiuse l’anno con la quota più alta di studenti stranieri dal 2002. Ma l’anno scorso si trattava di una proclamazione presidenziale, mentre questo è un regolamento adottato con procedura ordinaria, e per sospenderlo è tutta un’altra storia, assai complessa.

In sostanza gli studenti sono più fortunati, hanno rettori, associazioni, cifre economiche e un ricorso attivo, i corrispondenti hanno solamente una lettera dell’editore.

UN BOOMERANG

I visti non viaggiano su principi astratti, ma su regole, e le regole hanno la forma di una tabella. Si chiama Reciprocity and Civil Documents by Country, la pubblica il Dipartimento di Stato, e per ogni paese e ogni categoria di visto fissa tre numeri: costo, ingressi consentiti, mesi di validità. Sono numeri specchio, calibrati su quello che ciascun governo concede ai cittadini americani. Per decenni Washington ha negoziato a favore dei propri corrispondenti sfruttando un’asimmetria: gli Stati Uniti trattavano i giornalisti stranieri meglio di quanto molti paesi trattassero gli americani, e da lì partiva la richiesta di adeguamento. Quell’asimmetria era una carta di scambio che ora non c’è più. In questo scambio di “do ut des”, per esempio, Washington aveva limitato il personale delle testate statali cinesi negli Stati Uniti, Pechino quindi, revocò le credenziali ai corrispondenti di New York Times, Wall Street Journal e Washington Post, e Washington rispose riducendo a novanta giorni i visti dei giornalisti cinesi. Quella misura di rappresaglia diventa ora regola generale. E quando un governo straniero deciderà di ridurre il permesso di un corrispondente americano a pochi mesi rinnovabili, Washington non avrà più molto da obiettare, perché si sentirà rispondere che è la stessa durata che concede.

Infine, dal primo luglio, è stata introdotta una sorta di “corsia preferenziale a pagamento”: $750 aggiuntivi per fissare un colloquio entro dieci giorni. Una tassa che compra una data, ma non il lasciapassare, poiché l’istruttoria non viene accorciata, ma segue il suo normale iter. A coronare questa linea dura, il 6 agosto un ordine esecutivo ha formalizzato la caccia al “turismo delle nascite”, blindando i visti temporanei per evitare che vengano usati al solo scopo di partorire sul suolo americano. Messi tutti in fila, questi atti, delineano una chiara traiettoria: l’accesso agli Stati Uniti è temporaneo, rinnovabile su domanda e, in parte, acquistabile. Non è più una condizione: è una concessione.

CHI RACCONTA L’AMERICA

Per il lettore la questione non è la sorte di qualche centinaio di giornalisti. La norma non tocca quello che un corrispondente può scrivere, ma per quanto tempo può restare — e la permanenza è l’unica cosa che distingue un corrispondente da un inviato. Le conferenze stampa sono pubbliche e accessibili a tutti. Il vero valore sta nel retroscena: sapere chi chiamare quando esce un provvedimento e capire quali annunci di Washington non diventeranno mai realtà. È un’esperienza che si acquisisce solo restando sul campo, e che nessuna testata può comprare. Chi lavora con visti di appena otto mesi non farà mai in tempo a possederla.

Resta un effetto impossibile da misurare. Oggi non esistono casi di corrispondenti stranieri a cui sia stato negato il rinnovo a causa delle proprie opinioni, e non possono esistere: la norma entra in vigore tra pochi giorni. Il timore sollevato da chi si oppone è strutturale, e infatti non porta precedenti. Chi deve rinnovare la propria permanenza ogni otto mesi finisce per dipendere burocraticamente dall’amministrazione che costituisce il suo stesso oggetto di lavoro. Se questo vincolo cambierà il modo di fare informazione, nessuno lo ammetterà e nessuno potrà provarlo: un rifiuto può sempre essere motivato con l’arretrato o con un requisito ritenuto non dimostrato. Gli effetti che non lasciano tracce sono quelli su cui nessun controllo è possibile.

Fonti

Federal Register, 17 luglio 2026 — testo integrale della norma
Ogletree Deakins — durate di ammissione
Fragomen — proroghe e permanenza irregolare
Murthy Law Firm — regime transitorio per i visti I
Ron Wyden — lettera al Dipartimento
Reporters Committee — libertà di stampa
Time — cronaca del provvedimento
Washington Times — tetto dei 90 giorni

Financial Times, 27 agosto 2026 — i colloqui e la dichiarazione di Cuéllar
Harvard International Office — l’avviso del 17 luglio
NAFSA — proiezioni sulle iscrizioni, 11 agosto 2026




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