IL GIOCO REPUBBLICANO
Casse piene, maggioranza nelle Camere, ma tutti appesi a un filo, quello di Trump ovviamente.

di Melissa de Teffé, da Washington, DC – Giornalista con Master in Diplomazia presso l’ISPI, accreditata per START InSight presso il Dipartimento di Stato (USA)
La scorsa settimana sono stata al comizio di Donald Trump a sostegno di Darline Graham. Darline è la sorella del celebre senatore Lindsey Graham, morto improvvisamente per un malore dopo un viaggio in Ucraina. Com’è consuetudine negli USA quando un seggio si rende vacante, un familiare stretto viene designato per completare il mandato: in questo caso la sorella ne ha preso il posto per i cinque mesi rimanenti, con il pieno appoggio dei vertici del partito. Poi ha deciso di candidarsi davvero, e a novembre ci sarà il suo nome sulla scheda per i repubblicani.
In questo contesto ho potuto analizzare nuovamente la politica dei Repubblicani oggi, con i mid-term in arrivo e le presidenziali dietro l’angolo. Se da un lato abbiamo i Democratici che litigano fra di loro per la nascita di una seconda corrente molto di sinistra e contraria ai fondamentali americani (come visto nell’articolo “Tra i due litiganti“), i Repubblicani hanno a loro volta una serie di problemi non indifferenti.
Sul fronte finanziario non c’è partita: il comitato nazionale repubblicano (RNC) ha 129 milioni in cassa e zero debiti, mentre quello democratico (DNC) è ufficialmente in rosso con 16 milioni in cassa e 18 milioni di debiti. Eppure, il denaro non compra il consenso: a luglio il 43% degli elettori registrati dichiarava che avrebbe votato un candidato democratico al Congresso, contro il 37% per un repubblicano.
Tuttavia, la decisione di Trump di combattere contemporaneamente su così tanti fronti — economico, giudiziario, interno e internazionale — sta logorando la coesione stessa del Partito Repubblicano. Dal punto di vista interno, non sarà probabilmente possibile veder passare il SAVE America Act: il provvedimento che introduce l’obbligo di documentare la cittadinanza al momento dell’iscrizione alle liste elettorali e di esibire un documento con fotografia per votare alle elezioni federali, ha superato la Camera per 218 voti contro 213, ma è bloccato al Senato per la mancanza dei 60 voti necessari. Il capogruppo repubblicano John Thune ripete da mesi che quei voti non esistono, e il suo gruppo si è persino rifiutato di abolire il filibuster come chiesto da Trump per sbloccarlo.
Questo stallo legislativo costringe il partito a muoversi per decreti e vie legali, esponendosi alle decisioni della Corte Suprema. Se il 24 agosto la Corte ha dato via libera alle restrizioni sul voto per posta, lo scorso 29 giugno ha invece inflitto una dura sconfitta a Trump, stabilendo che gli Stati possono validare le schede spedite entro il giorno del voto anche se arrivano dopo. A pesare, in quella decisione, non è stata la minoranza liberal ma la defezione dei giudici Roberts e Barrett: la seconda nominata da Trump stesso. Il presidente l’ha definita una sconfitta enorme.
Poi ci sono i prezzi. A luglio l’inflazione è al 3,4%, in leggero calo, ma i salari crescono meno: 3,2%. Tradotto, da quattro mesi gli aumenti di stipendio spariscono prima di arrivare in tasca, e la benzina costa ancora un quarto in più rispetto a un anno fa. Ecco perché il messaggio sul carovita non attecchisce: gli americani non leggono le statistiche, guardano lo scontrino.
Scott Bessent, il segretario al Tesoro, ripete che il carovita l’amministrazione l’ha ereditato, non creato. Intanto però il debito pubblico ha superato i 40.000 miliardi di dollari, e i soli interessi sono costati 963 miliardi in dieci mesi: un dollaro ogni sette spesi dal governo federale serve a pagare gli interessi sul debito, prima di qualunque politica. Alla domanda su come se ne esca, Bessent risponde che gli Stati Uniti cresceranno abbastanza da rendere quel debito sostenibile: non ripagandolo, ma facendo crescere l’economia più in fretta di quanto cresce il debito, così che il peso relativo si riduca da solo.
La frattura più profonda si consuma però sulla politica estera, dove il Partito Repubblicano si spacca letteralmente in tre.
L’accordo con l’Iran ha infranto la coalizione che portò Trump alla Casa Bianca. Da una parte si schierano gli isolazionisti del “basta guerre altrui“, contrari al conflitto fin dal principio. Dall’altra scalpitano i falchi, che vedono nell’intesa una resa incondizionata: sanzioni allentate, fondi scongelati, 300 miliardi concessi per la ricostruzione e sessanta giorni di trattative senza alcuna contropartita. Nel mezzo restano i fedelissimi, pronti ad approvare ogni decisione presidenziale. La vera novità è che gli ultimi a muoversi contro Trump sono stati proprio i falchi filo israeliani, ovvero i suoi storici alleati, come ho già raccontato in La Vittoria di Pirro. Tre anime, quindi, che sull’unica domanda che conta — quando vale la pena combattere — rispondono in tre modi opposti.
Sulla difesa, la contraddizione emerge dritta dagli atti del Congresso. La strategia militare approvata quest’anno stabilisce che la priorità assoluta dell’America sia la Cina e che il teatro principale resti il Pacifico. Durante un’audizione alla Camera, la deputata Marilyn Strickland ha domandato a Elbridge Colby, il sottosegretario autore di quel documento, se la linea fosse ancora quella: Cina al primo posto, Pacifico prioritario e risorse limitate da gestire con rigida disciplina. Colby ha risposto di sì per tre volte. Peccato che la domanda successiva riguardasse le operazioni navali e aeree condotte contro l’Iran nella settimana precedente. È l’esatta misurazione del vuoto strategico: una dottrina scritta che punta in una direzione e una flotta reale che naviga da tutt’altra parte.
Il nodo, tuttavia, non è esclusivamente militare. Come fa notare Rahm Emanuel — ex capo di gabinetto di Obama, poi sindaco di Chicago e ambasciatore a Tokyo, che non ha escluso una candidatura democratica alle presidenziali del 2028 — Trump sta sprecando la grande occasione di isolare Pechino. La mossa corretta sarebbe unire in un solo blocco economico Giappone, Corea, Australia, Taiwan, Unione Europea e America Latina, anziché colpire indistintamente tutti con i dazi.
La strategia cinese punta a rendere il mondo dipendente da Pechino e la Cina indipendente dal mondo. Se Washington blocca le esportazioni di soia, Pechino si limita a comprarla in Brasile o in Argentina. Se un singolo Paese alza la voce, viene punito economicamente in isolamento, senza che nessuno lo difenda. È un gioco che alla Cina riesce facile, finché tratta con un avversario alla volta. Un grande blocco alleato toglierebbe a Pechino proprio questo potere: la possibilità di scegliersi la vittima. Inoltre, offrirebbe all’Occidente il tempo necessario per ricostruire la capacità industriale e tecnologica persa negli ultimi trent’anni. Emanuel la definisce la strategia di “ isolate the isolator “. I dazi di Trump ottengono l’effetto opposto: colpiscono gli alleati insieme ai rivali, costringendo ogni singola nazione a negoziare per conto proprio.
Nel frattempo, la Cina alza il livello dello scontro con le Filippine nel Mar Cinese Meridionale e attorno alle isole Senkaku, dove conduce manovre militari congiunte con la Russia senza alcuna reazione visibile da parte americana. Il Giappone si ritrova così sotto una fortissima pressione economica, politica e militare. Questo accade proprio mentre Sanae Takaichi, prima donna alla guida del governo di Tokyo, ha pronunciato ad alta voce ciò che Washington chiedeva invano da tre decenni: che un attacco a Taiwan rappresenterebbe una minaccia diretta alla sicurezza nazionale giapponese. Ma dopo averlo dichiarato, Pechino si è infuriata e il più cruciale alleato asiatico degli Stati Uniti è solo.
In questo scenario si inserisce l’Europa nel ruolo del classico vaso di coccio. Nessuna delle tre correnti politiche americane la considera una priorità. La dottrina attuale la relega a teatro secondario. C’è chi difende lo storico impegno statunitense nel Vecchio Continente, ma è ormai in netta minoranza tra i Repubblicani: Mitch McConnell, che ha guidato il partito al Senato per vent’anni, ha votato contro la nomina di Colby e ha definito la sua linea un vero e proprio autolesionismo geostrategico: abbandonare l’Europa e l’Ucraina per concentrarsi solo sull’Asia non è una mossa astuta sullo scacchiere, ha avvertito, ma un autolesionismo che rende gli avversari più arditi e apre crepe fra l’America e i suoi alleati. McConnell, senatore del Kentucky dal 1985, ha guidato i repubblicani al Senato dal 2007 al 2025.
D’altra parte, sappiamo bene in che acque noi europei stiamo navigando, e le critiche da oltre oceano su Bruxelles, come troppo burocratica, non ci vengono risparmiate. L’unico a essere citato con favore è Mario Draghi, il cui rapporto sulla competitività viene riconosciuto come il tentativo più serio di mettere a fuoco il problema. L’Europa, sostiene Emanuel, ha partecipato alla propria asfissia soffocando innovazione e competitività sotto il peso delle regole. Lui però smonta anche la tesi corrente secondo cui i guai europei nascerebbero da politiche di sinistra: la cancelliera che dopo Fukushima chiude le centrali nucleari, rendendo la Germania dipendente dal gas russo, e nel 2015 apre le frontiere, è Angela Merkel, e viene dalla CDU. Oggi l’industria tedesca perde 10.000 posti di lavoro al mese sotto i colpi della concorrenza cinese, 124.000 nel solo 2025, per metà nell’automotive. Washington, in tutto questo, invece di offrire sostegno, alimenta le tensioni interne europee.
Ultimo argomento, non certo per importanza: le presidenziali. Il partito ha un favorito ma non un erede. Trump indica JD Vance come successore naturale, salvo poi citare anche Marco Rubio nella stessa frase, e ventilare che si presentino insieme: una benedizione tenuta volutamente ambigua, perché finché non si pronuncia resta lui il centro di gravità del partito. Vance ha i vantaggi che contano — è presidente del comitato finanziario repubblicano, quindi in contatto quotidiano con i grandi donatori, e ha già dalla sua l’organizzazione giovanile più influente della destra americana — e ha fatto sapere che del proprio futuro parlerà con il presidente dopo il voto di novembre.
Ma la successione non è affatto chiusa. Il 21 agosto Ted Cruz ha dichiarato che i repubblicani non si sono compattati su Vance e ha chiesto un dibattito per capire quale direzione prendere. In New Hampshire, primo Stato a votare nelle primarie, il vicepresidente è dato al 36% contro il 26% di Rubio, che sale. Ken Griffin, tra i maggiori finanziatori del partito, ha fatto sapere che in una primaria sosterrebbe il segretario di Stato. Infine, c’è l’Iran, il dossier che nella corsa al 2028 pesa più di tutti: Vance viene dall’ala che le guerre altrui non le voleva, e sarà costretto a scegliere tra quella base e i falchi che finanziano le campagne.
Il punto è un altro, e guarda più lontano delle urne di novembre. I democratici litigano perché hanno due anime e prima o poi dovranno sceglierne una. I repubblicani gli aspiranti alla successione ce li hanno eccome, ma nessuno di loro propone una direzione diversa: aspettano tutti che sia Trump a indicare il nome. Rubio ripete che non correrà contro Vance, e ha ragione a farlo: da segretario di Stato costruisce un profilo senza logorarsi, mentre una primaria persa lo brucerebbe. Nel 2028 Trump non potrà ricandidarsi, e quel giorno il partito dovrà decidere da solo che cosa vuole essere. La domanda di novembre, in fondo, non è chi vince, ma quale America uscirà da questa presidenza: o quella che manda le portaerei nel Golfo o quella che aveva promesso di non mandarle più.
Fonti: rendiconti FEC di luglio, RNC e DNC; Bureau of Labor Statistics, indice dei prezzi al consumo di luglio; Congressional Budget Office sugli interessi netti; NPR, 29 giugno, sulla sentenza relativa alle schede per posta; Axios, 24 agosto, sull’ordine esecutivo e, 2 agosto, sul rapporto Vance-Rubio; CNBC, 19 e 20 agosto, sui riacquisti del Tesoro; Washington Post, 20 agosto; audizione Strickland-Colby, atti della Camera; statement di Colby alla commissione Forze armate del Senato; The Diplomat e USNI News, 14 agosto, sul discorso di Manila; Fox News sulle dichiarazioni di McConnell e sul sondaggio UNH in New Hampshire; The Hill, 21 agosto, su Cruz; All-In, 13 agosto, intervista a Rahm Emanuel; EY su dati Destatis per l’industria tedesca; Pew Research Center, 23 luglio, sulle intenzioni di voto.






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