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IL GIGANTE DI CARTA – Considerazioni a margine del summit di Anchorage

di Melissa de Teffé da Washington, DC – Giornalista con Master in Diplomazia presso l’ISPI, esperta di politica statunitense, accreditata per START InSight presso il Dipartimento di Stato (US)

Lo spiegamento di Stealth B-2 appoggiati sull’asfalto della base militare di Anchorage Elmendorf-Richardson è l’unico senso di potenza a cui abbiamo assistito per il peace summit tra Russia e USA.

Se stavamo aspettando di vedere un miglioramento “tecnico” nelle capacità americane di negoziare con i russi, beh, anche questa volta ne usciamo delusi.

Trump, apparso stanco, serio e taciturno, è risultato quasi irriconoscibile. La conferenza stampa seguita al vertice, priva di domande e risposte, ha segnato un inedito silenzio che stride con la consuetudine diplomatica. Del resto, Putin non si sarebbe mai lasciato incalzare o mettere in difficoltà come accaduto in passato a Zelensky o a Cyril Ramaphosa.

Per noi europei, l’altro scivolone è arrivato ancora prima dell’atterraggio in Alaska: la telefonata di Trump al presidente bielorusso Aleksandr Lukašenko. L’occasione era il ringraziamento per la liberazione di 16 prigionieri politici e la promessa di ulteriori 1.500 scarcerazioni. Una mossa che, sul piano diplomatico, non può dirsi “smart”, poiché proprio la Bielorussia è stata tra i principali alleati di Putin in questa guerra. Come premessa al summit, ha assunto il sapore di un ritorno a Canossa. Ma a beneficio di chi? Forse non solo di Putin, bensì di tutte le politiche espansionistiche americane in Europa orientale, da Clinton fino a Biden.

Il racconto quasi tolstojano di Putin, di come due vicini di casa si debbano trattare, appare surreale ma tradisce una preparazione e un approccio mentale sofisticato.

L’America di Trump raccoglie due sconfitte, quella militare in primis. Nonostante abbia costretto i Paesi membri della NATO ad aumentare le spese in armamenti, sappiamo tutti che nessun governo europeo avrebbe la forza politica di mandare soldati in Ucraina. Alcuni ministri e leader hanno lasciato intendere disponibilità teoriche — dal Regno Unito fino a Parigi — ma l’opinione pubblica europea resta contraria, e qualsiasi tentativo in quella direzione scatenerebbe una vera e propria rivolta politica interna.

La seconda sconfitta è quella economica. La scelta di mettere in ginocchio Mosca economicamente non ha avuto le conseguenze sperate. Infatti, già dal 2022, Stati Uniti, Unione Europea e partner G7 hanno imposto un pacchetto senza precedenti di sanzioni: il congelamento di oltre 300 miliardi di dollari di riserve della Banca Centrale russa, l’esclusione delle principali banche dal sistema SWIFT, l’embargo sul petrolio e il gas (USA nel 2022, UE dal 2022–2023 con il blocco al greggio via mare e ai derivati), e il tetto al prezzo del petrolio russo fissato dal G7 a 60 dollari al barile.

A queste misure si è aggiunto nel 2025 il “Sanctioning Russia Act, con cui Washington ha alzato il livello della guerra economica introducendo sanzioni secondarie fino al 500% di tariffe sui Paesi che continuano ad acquistare energia russa.

Eppure, nonostante la durezza delle misure, la Russia non è crollata economicamente. Dopo un iniziale contraccolpo, Mosca ha mostrato una resilienza inattesa: ha riconvertito le esportazioni energetiche verso l’Asia, sfruttando una “flotta ombra” di petroliere per aggirare i controlli, ha attivato canali alternativi per i pagamenti internazionali e ha trovato nella Cina il principale partner strategico. Pechino ha infatti aumentato le importazioni di gas e petrolio a prezzi scontati, ha sostenuto Mosca con forniture tecnologiche critiche e ha contribuito a creare circuiti finanziari paralleli che hanno limitato l’effetto delle sanzioni occidentali.

Oggi, dal punto di vista economico, la Russia non è isolata ma ancorata all’asse con Pechino, che le garantisce sbocchi energetici e accesso a beni strategici. Una dipendenza che ha permesso al Cremlino di reggere il colpo delle ritorsioni occidentali, ma che al tempo stesso rischia di legare in modo irreversibile il futuro russo agli interessi cinesi.

Poi circolano altre voci che ritengono che Trump stia cercando disperatamente risultati tangibili su questo fronte, anche per distogliere l’attenzione dalla vicenda Epstein, che sta prendendo dimensioni quasi ingestibili. È stato infatti appena pubblicato il libro di Andrew Lownie: “Entitled: the rise and fall of the house of York” che contiene informazioni scottanti e magistralmente riportate. Dal volume emergono tre dinamiche centrali che chiariscono il ruolo incrociato di Epstein, Trump e il principe Andrew:

Primo: Jeffrey Epstein e Donald Trump, desiderosi di consolidare affari e legittimazione sociale nei circoli che contano, individuano nel Duca di York Andrew, lo strumento ideale per accedere  ad ambienti di prestigio.

Secondo: Ghislaine Maxwell, già frequentatrice della casa reale (come figlia del magnate nell’editoria britannica oltre che parlamentare Robert Maxwell,) e compagna di Epstein, crea l’anello di congiunzione ed è fondamentale nella sua funzione di mediatrice e “facilitatrice” nel creare il ponte tra il mondo di Epstein e Trump e quello della famiglia reale britannica attraverso Andrew che ha enormi appetiti sia sessuali che di denaro.

Terzo: il sodalizio formato intreccia interessi economici e mondani con la soddisfazione di tutti i partecipanti – Epstein e Trump da un lato ed Andrew dall’altro, il quale per altro viene ulteriormente danneggiato dai resoconti documentati e dalle testimonianze che narrano, oltre agli incontri con Virginia Giuffré, dei plurimi viaggi esotici contraddistinti da eccessi di natura sessuale.

Invece secondo il biografo Michael Wolff, Trump, avrebbe sollecitato a ripetizione i suoi collaboratori per trovare (creare?) «qualcosa d’importante» – (“a big thing”) che distragga e devii i riflettori dal suo legame con Jeffrey Epstein. Questa mossa disperata potrebbe includere concessioni all’Ucraina in cambio di una copertura mediatica positiva sul tavolo negoziale con Putin. Wolff afferma che Trump considera la sua base –MAGA- da cui alcuni membri si sono allontanati proprio per lo scandalo Epstein — come la vera minaccia, e sarebbe pronto a compiere gesti drastici pur di riconquistarne il consenso.

Fonti conservative britanniche e statunitensi non informate direttamente da Wolff evocano l’uso del summit con Putin come una “distraction”, un modo per catturare l’attenzione dei media e ricostruire la sua immagine pubblica. Una pubblicazione considera il summit quasi una “reality TV spectacle” chiamato in extremis per oscurare la narrativa Epstein.

Nel frattempo, Reuters sottolinea quanto siano diventate inefficaci le solite tecniche di distrazione di Trump: allontanare il tema Epstein con commenti contro-reporters o accusando il nemico politico di turno si sta rivelando più complicato che in passato. Il clamore intorno alle richieste di trasparenza sulla vicenda è ormai alimentato anche all’interno della sua coalizione.

Conclusione

Il vertice di Anchorage si è chiuso con un’impressione che molti osservatori definiscono un vero anticlimax. The Times parla apertamente di un summit che, nonostante la coreografia dei B-2 schierati sull’asfalto di Elmendorf-Richardson, non ha prodotto risultati concreti: nessun cessate il fuoco, nessuna rotta, nessun accordo di principio. Solo dichiarazioni generiche e una conferenza stampa senza domande, che hanno lasciato più dubbi che risposte. In questo vuoto di sostanza, l’unica immagine rimasta impressa è quella della potenza militare esibita come simbolo, più che come reale strumento politico.

Il Financial Times sottolinea come, al di là del palcoscenico mediatico, sia in corso un gioco sotterraneo di pressioni e manipolazioni. Stati Uniti, Europa e Ucraina stanno tutti cercando di orientare Trump, consapevoli che il presidente appare più vulnerabile di fronte alla necessità di ottenere un risultato immediato da spendere sul piano interno. La diplomazia occidentale si muove dunque in modo tattico, ma l’impressione è che Mosca abbia già guadagnato margine. Putin, infatti, ha capitalizzato la scena imponendo la sua narrativa di “vicino di casa” e ritraendosi come il leader paziente e strategico, mentre Trump è apparso affaticato, persino difensivo, impegnato più a gestire le ombre del caso Epstein che a consolidare la posizione americana.

AP News osserva che Putin esce dal summit con uno status rafforzato. Il leader del Cremlino ha ottenuto di presentarsi nuovamente come attore imprescindibile della scena globale, senza concedere nulla di sostanziale in cambio. Anzi, è stato Trump ad allentare la pressione, rinunciando a ventilare nuove sanzioni e abbandonando quel tono minaccioso che aveva caratterizzato gli anni precedenti. In altre parole, il vertice ha consentito a Putin di migliorare la sua immagine internazionale senza costi immediati, e anzi con l’avversario americano che ha finito per riprendere e rilanciare argomenti vicini alla retorica del Cremlino.

Il giudizio più netto arriva dal Washington Post, che definisce Anchorage non un disastro, ma una vera e propria sconfitta diplomatica per gli Stati Uniti. L’editoriale mette in luce l’incongruenza di un presidente che, nel tentativo di inseguire un risultato simbolico, finisce per elogiare Putin – un leader incriminato dalla Corte Penale Internazionale – senza ottenere nulla in cambio per l’Ucraina. Nessuna riduzione delle ostilità, nessuna apertura reale: solo la sensazione che l’America abbia perso un’occasione, mostrando debolezza più che determinazione.

In questo scenario, il vertice di Anchorage diventa quasi un paradosso: voleva essere il momento in cui l’America riaffermava la sua leadership globale, ma ha finito per mostrare la distanza tra ambizione e realtà. Putin si è presentato con una strategia narrativa coerente, capace di sfruttare l’occasione per riaffermare la resilienza russa e il nuovo asse con la Cina. Trump, al contrario, è apparso indebolito, logorato dagli scandali interni e dalla pressione di dover offrire all’opinione pubblica “una grande cosa” da esibire.

Il risultato finale è un quadro di fragilità americana. Le sconfitte militari e l’inefficacia delle sanzioni hanno ridotto lo spazio di manovra di Washington, mentre l’Europa resta riluttante a un impegno diretto e la Russia si lega sempre più a Pechino. L’immagine che rimane, come hanno osservato diversi commentatori, è quella di un presidente che gioca la partita della propria sopravvivenza politica più che quella degli equilibri geopolitici globali.

Gli organismi creati dopo la Seconda guerra mondiale — dalle Nazioni Unite alla NATO, fino all’OSCE — possono sembrare in questo contesto, progressivamente svuotati del loro ruolo e della loro capacità di incidere. Strutture nate per garantire stabilità, pace e cooperazione si trovano oggi paralizzate da veti, divisioni interne e strategie di potenza che ne hanno eroso l’autorevolezza.

È evidente che non bastano più riforme di facciata: occorre ricominciare, ridisegnando un’architettura di governance globale che risponda davvero alle sfide del nostro tempo e che restituisca credibilità agli strumenti della diplomazia e della sicurezza internazionale.


Gaza: il punto di C. Bertolotti a SKY TG24.

di Claudio Bertolotti.

VAI ALL’INTERVISTA DI C. BERTOLOTTI A SKY TG 24 (Puntata dell’8 settembre 2025): https://video.sky.it/news/mondo/video/sky-tg24-mondo-puntata-dell8-agosto-1028275

L’operazione israeliana a Gaza City, così come delineata dalle autorità di Tel Aviv, si muove in un territorio grigio in cui il diritto alla difesa si scontra con il dovere di limitare l’impatto sulla popolazione civile. Sul piano strettamente legale e strategico, le misure proposte possono essere considerate legittime, a condizione che vengano adottati tutti gli strumenti possibili per ridurre il numero delle vittime innocenti e prevenire danni sproporzionati. È questa, però, una condizione tanto chiara in teoria quanto difficile da realizzare nella pratica.

La realtà operativa è che Hamas non rinuncerà alla propria strategia di utilizzare la popolazione come scudo umano. Ospedali, scuole e asili resteranno obiettivi ambigui, luoghi in cui l’infrastruttura civile si sovrappone a funzioni militari. Ciò crea un contesto urbano in cui la distinzione tra combattenti e civili è volutamente confusa, trasformando ogni intervento militare in un dilemma etico e operativo.

In questo scenario, il rischio principale per Israele non è solo il costo immediato dell’operazione, ma la sua trasformazione in un pantano prolungato. La guerra urbana, con il suo logoramento quotidiano, può diventare il preludio a una fase insurrezionale in cui il conflitto si estende oltre il controllo territoriale, alimentato da risentimento, vendetta e un senso diffuso di occupazione.

A ciò si aggiunge una questione logistica e umanitaria di proporzioni imponenti: la gestione del deflusso e dell’assistenza a un milione di abitanti di Gaza. Fornire loro servizi minimi essenziali – acqua, elettricità, assistenza medica – in un contesto di distruzione infrastrutturale è un compito che metterebbe a dura prova qualsiasi forza armata o amministrazione civile. Per Israele, sarà un banco di prova quasi impossibile da superare senza il sostegno di attori esterni, sia sul piano umanitario che politico.

E allora, che accadrà? Con ogni probabilità, vedremo un’escalation lenta ma inesorabile, in cui l’obiettivo di neutralizzare Hamas rischia di cedere il passo alla gestione di una crisi umanitaria e di sicurezza sempre più complessa. La legittimità dell’operazione, pur riconosciuta in termini giuridici, sarà giudicata dall’opinione pubblica internazionale e regionale non solo dai risultati militari, ma dalla capacità – o incapacità – di Israele di garantire la sopravvivenza e la dignità della popolazione civile.

In definitiva, è in questo equilibrio precario tra forza e responsabilità che si giocherà il futuro della Striscia (e dell’intera regione).


LA CALDA ESTATE AMERICANA

di Melissa de Teffé da Washington, DC – Giornalista con Master in Diplomazia presso l’ISPI, esperta di politica statunitense, accreditata per START InSight presso il Dipartimento di Stato (US)

Se Trump mantiene a tutti i costi il sorriso sulle labbra recitando continuamente il rosario del successo, qui negli USA riecheggiano finalmente, dopo una lunga assenza, le notizie di giornalismo investigativo di singoli giornalisti non affiliati ad alcuna emittente nota, ma che condividono notizie spaventevoli – ahimé!

Ecco alcune storie.

Il caso Macron–Owens: una sfida tra disinformazione e diritto alla verità

Negli Stati Uniti, dove il confine tra libertà d’espressione e diffamazione è sottilissimo, sta esplodendo un caso giudiziario che unisce politica internazionale, complottismo mediatico e diritto all’identità personale. I protagonisti sono Emmanuel e Brigitte Macron, coppia presidenziale francese, e Candace Owens, commentatrice e podcaster americana nota per le sue posizioni provocatorie e conservatrici. Il motivo del contendere? L’accusa, definita “devastante e verificabilmente falsa”, secondo cui Brigitte Macron sarebbe nata uomo, parte di una presunta operazione di furto d’identità e insabbiamento orchestrato, che risale agli anni ‘60.

Dalla Francia agli USA: la teoria esplosiva

L’origine di questa teoria si fa risalire al giornalista francese Xavier Poussard, autore del libro Becoming Brigitte, un volume auto-pubblicato e controverso che sostiene, senza prove concrete, che Brigitte Macron sarebbe nata con il nome di Jean-Michel Trogneux -fratello della vera Brigitte- e che avrebbe assunto l’identità di quest’ultima. Il contenuto del libro, in un primo momento accolto con scetticismo in Francia, è stato poi rilanciato negli Stati Uniti da Candace Owens attraverso un podcast omonimo, anch’esso intitolato Becoming Brigitte.

Owens, in otto episodi diffusi tra la fine del 2024 e l’inizio del 2025, ha dato ampio spazio a questa narrazione, affermando – tra le altre cose – che Brigitte sarebbe coinvolta in un’operazione di manipolazione identitaria, incesto familiare, e perfino collegamenti con operazioni segrete della CIA. A nulla sono servite le tre lettere formali inviate dai Macron attraverso i loro avvocati chiedendo una smentita: la podcaster ha rifiutato ogni ritrattazione e ha continuato a monetizzare la vicenda attraverso contenuti promozionali e merchandising provocatori, come magliette con la scritta “Man of the Year”.

La denuncia nel Delaware e le difficoltà legali

Il 23 luglio 2025, la coppia presidenziale francese ha deciso di passare alle vie legali. La causa è stata depositata nello Stato del Delaware, giurisdizione scelta probabilmente per la sua permissività nei confronti delle cause civili e per la sede legale di molte società mediatiche statunitensi. L’atto giudiziario di 218 pagine accusa Owens di 22 reati, tra cui diffamazione, falsa rappresentazione e uso intenzionale di informazioni non verificate per trarne profitto e notorietà.

Tuttavia, vincere una causa per diffamazione negli Stati Uniti è notoriamente difficile, soprattutto per personaggi pubblici. Secondo il principio sancito dal celebre caso New York Times v. Sullivan (1964), un funzionario pubblico che intenda dimostrare di essere stato diffamato deve fornire la prova dell’actual malice: non solo che le affermazioni siano false e dannose, ma che siano state fatte con intenzionale falsità o con una grave negligenza verso la verità. In altre parole, non basta dimostrare che Candace Owens abbia detto il falso: bisogna anche dimostrare che sapeva che fosse falso, o che ha ignorato consapevolmente prove contrarie.

Il precedente francese del 2022: una causa respinta

Prima di rivolgersi alla giustizia americana, Brigitte Macron aveva già cercato tutela in Francia. Nel dicembre 2021, aveva avviato un’azione legale contro due donne: Natacha Rey, attivista complottista molto attiva sui social, e Amandine Roy, una medium e youtuber, accusate di aver diffuso – durante una lunga intervista su YouTube – la teoria secondo cui Brigitte sarebbe in realtà un uomo, nato Jean-Michel Trogneux. Le stesse accuse che anni dopo sarebbero state riprese da Xavier Poussard e Candace Owens.

Il procedimento si è concluso nel marzo 2024, quando il tribunale di Parigi ha respinto la denuncia, ritenendo che le prove non fossero sufficienti a dimostrare l’intento doloso delle imputate. Secondo i giudici, le dichiarazioni – per quanto offensive – rientravano nel quadro della libertà di opinione, non superando la soglia necessaria per configurare la diffamazione ai sensi della legge francese del 29 luglio 1881.

Il confronto tra i due ordinamenti giuridici è significativo: la Francia, pur avendo una visione più rigida rispetto agli USA, tutela comunque la libertà d’espressione quando prevale l’interesse generale al dibattito pubblico. Negli Stati Uniti, il Primo Emendamento protegge anche affermazioni fortemente provocatorie, rendendo ancora più ardua la vittoria per i personaggi pubblici.

“Il Congresso non promulgherà alcuna legge per il riconoscimento di una religione di Stato o per proibirne il libero esercizio; né per limitare la libertà di parola, di stampa, il diritto del popolo di riunirsi pacificamente, e di presentare petizioni al Governo per la riparazione dei torti.”

Libertà di parola e strategia della difesa

La difesa di Owens si basa proprio su questo: il diritto costituzionale alla libertà d’espressione. Secondo la podcaster, il suo è un commento politico o se vogliamo un’inchiesta giornalistica, legittimamente protetta dalla Costituzione statunitense. In questo scenario, il tribunale sarà chiamato a stabilire se le sue affermazioni possano essere considerate fatti diffamatori oppure semplici opinioni, seppur estreme e infondate. Ma è da notare, ed è assai importante, che negli negli Stati Uniti l’onere della prova grava interamente sull’accusatore. Saranno i Macron a dover dimostrare ogni elemento della loro denuncia: dalla falsità delle affermazioni, al loro impatto lesivo, fino all’intenzionalità dolosa o negligente della Owens nel suo reportage. Il processo può essere lungo, molto costoso e, come spesso accade in casi ad alto profilo, politicamente e mediaticamente esplosivo. Sembrerebbe che l’intenzione dei Macron, sia di ridurre al lastrico la Owens con questa causa.

Il rischio della discovery e la privacy della coppia presidenziale

Uno degli aspetti più delicati di questa vicenda riguarda la cosiddetta discovery, la fase del processo in cui le parti sono obbligate a scambiarsi prove e documentazione. In questo contesto, Owens potrebbe legalmente richiedere l’accesso a documenti medici, scolastici e personali di Brigitte, nel tentativo di rafforzare la propria tesi o, più verosimilmente, per alimentare il dibattito pubblico intorno alla vicenda. La coppia presidenziale invece, potrebbe opporsi a tali richieste per tutelare la propria privacy, ma questo verrebbe interpretato come un segno di opacità o sospetto. È un terreno minato, dove la difesa della dignità personale rischia di diventare un’arma a doppio taglio.

Conclusione: Un processo dal valore più simbolico che legale

Alla luce del sistema giuridico statunitense, le probabilità che i Macron vincano la causa sono oggettivamente basse. Ma il loro obiettivo potrebbe essere un altro. Anche in caso di sconfitta in tribunale, il processo può servire a lanciare un segnale chiaro: quello di non restare in silenzio di fronte alla disinformazione sistematica, e di combattere attivamente l’umiliazione pubblica costruita a tavolino. In questa cornice, la causa acquista un valore simbolico potentissimo. È un tentativo di ripristinare il principio di verità e di limitare l’uso spregiudicato delle piattaforme digitali come strumento di calunnia e profitto.

La vicenda Macron–Owens rappresenta una battaglia emblematica del nostro tempo: da un lato il diritto alla reputazione e alla verità, dall’altro la libertà d’espressione e il potere dei media digitali. In gioco non c’è solo la dignità di una coppia presidenziale, ma anche la tenuta etica e giuridica del discorso pubblico globale.

Il caso Maine: coltivazioni illegali, cartelli cinesi e il silenzio delle istituzioni

Nelle campagne tranquille e boscose del Maine, uno degli stati più remoti e apparentemente pacifici degli Stati Uniti, si nasconde un sistema criminale di proporzioni internazionali. A portarlo alla luce è stato Steve Robinson, giornalista investigativo del Maine che proprio per l’amore che porta per questo Stato, ci svela l’esistenza di centinaia di piantagioni illegali di marijuana, gestite da presunti cartelli cinesi, operanti sotto un velo legalizzato e nella totale indifferenza di quegli organi pubblici responsabili di controllare e punire chi infrange la legge.

L’inizio dell’indagine: un memo riservato e centinaia di indirizzi sospetti

Tutto ha inizio nel 2023, quando Jenny Tar, giornalista del Daily Caller News Foundation, ottiene un memo riservato dal Dipartimento per la Sicurezza Interna (DHS). Il documento menziona oltre 270 proprietà nel Maine collegate a organizzazioni criminali asiatiche. È il primo segnale che qualcosa di anomalo sta accadendo nelle aree rurali del Nord-Est.

Robinson decide di approfondire. Dopo mesi di lavoro meticoloso – analizzando registri catastali, richieste energetiche, documenti bancari e atti ipotecari – individua più di 300 coltivazioni illegali di marijuana, molte delle quali riconducibili a persone di origine cinese. Le proprietà sono sparse ovunque: ex scuole, ospizi dismessi, fabbriche abbandonate, case rurali isolate.

Il modus operandi: un copione invisibile e ricorrente

I segnali sono chiari per chi sa dove guardare: forte odore di cannabis, blackout elettrici causati da impianti sovraccarichi, finestre oscurate, traffico notturno e macchine con targhe newyorkesi. I mal capitati vicini di casa raccontano spesso quest’esperienza: “Si è presentata una giovane coppia asiatica che ha comprato la casa accanto, e ci regala una bottiglia di vino e poi scompare”. Da quel momento in poi, la casa si trasforma in un andirivieni di traffici illeciti e presenze misteriose: camion in affito (U-Haul) che arrivano a notte fonda, bidoni con scarti chimici, persone sconosciute che entrano ed escono senza sosta.

Nessuno denuncia. Il motivo? Paura. Paura di ritorsioni, ma anche di essere accusati di razzismo. Robinson parla di un tabù culturale: tutti sanno, nessuno parla.

Il paradosso della legalizzazione: più libertà, meno controlli

Secondo Robinson, la legalizzazione della marijuana ha offerto una copertura perfetta a queste operazioni illecite. Le forze dell’ordine sono riluttanti ad intervenire, il confine tra legale e illegale è diventato opaco, e la percezione pubblica del rischio è drasticamente diminuita. Il prodotto legale in loco, ha perso di valore (scendendo anche a $40 l’oncia (28 grammi), mentre quello illegale, esportato illegalmente in Stati come New York, continua a generare profitti elevati. I coltivatori illegali approfittano di ogni falla: manodopera sfruttata, uso di pesticidi vietati, totale esenzione da tasse e permessi. Anche se scoperti, il rischio è minimo: cauzioni irrisorie, pene leggere, quasi nessuna condanna.

Il documentario: “High Crimes” e la denuncia pubblica

Tutto il lavoro di Robinson è stato documentato nel video “High Crimes: The Chinese Mafia’s Takeover of Rural America”, pubblicato sulla piattaforma tuckercarlson.com. Il documentario denuncia non solo l’espansione silenziosa delle organizzazioni criminali cinesi, ma anche la fragilità del sistema migratorio americano, l’inerzia delle istituzioni locali e l’assenza di volontà politica nel voler agire. Secondo Robinson, la questione non è più agricola o di ordine pubblico: è una minaccia strutturale alla sovranità locale.

Dexter, Maine: il disastro sociale firmato Warren Buffett

Per comprendere davvero il contesto del Maine rurale, Robinson riporta la storia della sua città natale: Dexter. Un tempo centro produttivo e orgoglioso, Dexter era celebre per la Dexter Shoe Company, una fabbrica calzaturiera che impiegava oltre 1.000 lavoratori sindacalizzati. Suo padre e suo nonno lavoravano lì, e la città prosperava intorno a quell’economia stabile e locale.

Tutto è cambiato quando, a metà degli anni ’90, Warren Buffett – già leggenda del mondo finanziario – acquistò la Dexter Shoe, promettendo stabilità. Invece, nel giro di pochi anni, trasferì la produzione all’estero. L’azienda fu smantellata e Dexter precipitò.  “Ha rovinato la città” dice Robinson. Il comune si è svuotato, la disperazione ha preso piede, e oggi tornare a Dexter è “straziante.” Il caso è diventato per lui simbolo di un capitalismo disinteressato all’impatto sociale, dove l’interesse degli azionisti prevale sul destino delle comunità reali.

Dopo Buffett: vuoto economico, afflusso straniero, infiltrazioni criminali

Nel vuoto lasciato dalla deindustrializzazione, sono subentrati nuovi investitori stranieri, attratti da immobili svenduti e incentivi federali: famiglie indo-americane (come i Patel) hanno acquistato empori e minimarket, mentre soggetti di origine cinese sono stati collegati a piantagioni illegali presenti anche in aree – come Dexter – che hanno scelto di non aderire alla legalizzazione statale della cannabis.

Robinson ha documentato almeno sette coltivazioni illegali attive nel comune. Nonostante i segnali evidenti – odore persistente, impianti elettrici modificati, attività notturna sospetta – la polizia locale non interviene mai.

Il volto oscuro del commercio locale

Insieme alla deindustrializzazione, Robinson descrive come si sia trasformato anche il commercio al dettaglio. Minimarket, distributori di benzina e negozi alimentari sono stati rilevati da nuovi proprietari stranieri e – secondo le testimonianze raccolte – sono trascurati, meno accoglienti, e potenzialmente pericolosi. Alcuni vendono prodotti scadenti, vaporizzatori illegali di produzione cinese, cannabis a base di canapa venduta anche a minorenni, accessori per droghe. Tutto ciò contribuisce alla degradazione dell’ambiente urbano e sociale.

Prestiti SBA, visti e trust: lo schema sistemico

Secondo Robinson, dietro tutto questo c’è uno schema finanziario e migratorio ben rodato. Molti di questi negozi sono acquistati grazie a prestiti agevolati della SBA (Small Business Administration), concessi anche a non cittadini. Le attività, una volta attive, servono per ottenere visti – che poi vengono rivenduti illegalmente – e le proprietà vengono trasferite in trust fittizi per sfuggire a controlli fiscali e legali. L’evasione è sistemica e il controllo reale dei beni è opaco.

Nessuna risposta dalle istituzioni

Robinson sottolinea con amarezza l’assenza totale di reazione da parte delle autorità pubbliche, sia locali che federali. Nessuna indagine approfondita, nessun investimento in sicurezza, nessuna iniziativa per contrastare o almeno regolare il fenomeno. Anche le attività benefiche – come una dispensa alimentare per i poveri – non ricevono donazioni dai nuovi imprenditori, che pure traggono profitto dalla comunità.

Conclusione: un modello di collasso annunciato

Secondo Robinson, Dexter è solo l’inizio, un laboratorio del declino americano. La città è vittima di un modello a tre fasi:

  1. Distruzione dell’economia locale da parte di operazioni finanziarie speculative e senza visione (come l’acquisizione e la delocalizzazione voluta da Buffett);
  2. Occupazione del vuoto economico da parte di investitori esterni, grazie a programmi federali male regolati e immobili a basso costo;
  3. Infiltrazione silenziosa di reti criminali favorite da un quadro normativo fragile, dalla legalizzazione confusa della cannabis, dalla complicità passiva di istituzioni e cittadini.

È, in definitiva, un’erosione lenta e sistemica dell’identità delle comunità rurali: un’America che, senza accorgersene, smette di riconoscersi.

 “È tutto falso” – La versione di Hunter Biden

Secondo l’intervista rilasciata nel luglio 2025 da Hunter Biden al giornalista Andrew Callaghan sul canale Channel 5, la narrazione pubblica americana è una costruzione di comodo, fatta di ipocrisie, inganni e relazioni personali travestite da morale. In queste tre ore di conversazione sorprendentemente franche, il figlio del presidente racconta molto. Ci siamo soffermati su due episodi simbolici sulle vere manovre dietro i sipari politici e quindi di potere: la faida con George e Amal Clooney e il silenzio sul caso Epstein.

La verità su Clooney? Una vendetta personale, non un gesto morale

Secondo Hunter Biden, la rottura tra George Clooney e Joe Biden non ha nulla a che vedere con un improvviso risveglio morale o una reale preoccupazione per la lucidità mentale del presidente. Dietro l’editoriale pubblicato dal celebre attore sul New York Times — in cui suggeriva che Biden dovesse ritirarsi dalla corsa — si nasconderebbe invece una tensione personale, legata alla moglie di Clooney, Amal Clooney, avvocato internazionale per i diritti umani.

Amal sarebbe stata infatti tra le figure chiave dietro il mandato di arresto emesso dalla Corte Penale Internazionale nei confronti di Benjamin Netanyahu per crimini di guerra a Gaza. Quando a Joe Biden fu chiesto se gli Stati Uniti avrebbero arrestato Netanyahu in caso di visita sul suolo americano, il presidente rispose che non aveva né il potere né l’intenzione di eseguire tale azione. Equilibrio diplomatico? Forse, ma la risposta avrebbe fatto infuriare Amal Clooney.  Hunter racconta che George Clooney, infastidito dalla mancanza di sostegno pubblico alla moglie, minaccia quindi di ritirarsi da un importante evento di raccolta fondi, e che in seguito avrebbe deciso di colpire mediaticamente Biden per vendetta personale, con la scusa — secondo Hunter — che il presidente “non lo riconosceva più” e quindi non era in grado di continuare a governare. Un teatrino, dunque, in cui la moralità pubblica si piega alla dinamica privata. “È così che funziona la politica vera”, commenta Hunter, “non quella raccontata dal New York Times, ma quella in cui un attore scrive un editoriale perché sua moglie è arrabbiata”.

Il secondo racconto dell’intervista vede un cambiamento di tono e Hunter punta il dito sul cuore del problema: il potere non si esercita più attraverso il consenso, ma tramite il ricatto, il controllo e la costruzione della menzogna. “Tutto è falso”, dice più volte. Ed è in questo contesto che evoca Jeffrey Epstein, definendo quello che ha vissuto l’America come un sistema di ricatti incrociati, una “rete nera” di cui tutti sanno ma che nessuno ha il coraggio di raccontare.

Hunter non nega di conoscere il mondo dell’eccesso, del degrado, della dipendenza, ma dice chiaramente che il sistema, che ha protetto figure come Epstein, non è collassato: è ancora lì, attivo, difeso da media, procuratori e politici di entrambi gli schieramenti. Accusa la destra di averlo usato come bersaglio per attaccare il padre, e la sinistra di aver finto che nulla fosse mai successo. “Nessuno ha il coraggio di dire chi protegge davvero chi”, afferma, lasciando intendere che persino Trump ha coperto o ignorato aspetti centrali del caso. La morte di Epstein, per Hunter, non ha chiuso nulla. Al contrario: ha permesso al sistema di sopravvivere, senza più doversi giustificare. Hunter arriva perfino a evocare il “Lolita Express”, il jet privato usato da Epstein per trasportare celebrità, politici e presunti minorenni tra New York, la Florida e l’isola privata nelle Virgin Islands. Secondo lui: “Non basta dire che Epstein è morto. Bisogna dire chi c’era su quell’aereo. E perché.” Un’accusa che colpisce indistintamente l’amministrazione Trump e i vertici democratici, Biden incluso. “Credo che non ci sia una vera lista. Non penso che Epstein fosse così stupido.” Ma questo non significa, per lui, che non esistano prove.  “Tutti hanno qualcosa da perdere. E per questo nessuno parla.”Non si tratta, – dice –  di credere alle fantasie cospirazioniste sul sangue dei bambini e i rettiliani. Ma qualcosa è successo davvero. E il fatto che sia stato sepolto da entrambi gli schieramenti è il segno più chiaro che la verità è ancora troppo pericolosa per essere detta.”