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Così l’Italia può sconfiggere l’estremismo jihadista

di Claudio Bertolotti

Articolo originale pubblicato su Panorama.it, 3 settembre 2017

Un disegno di legge, ora al Senato, fornisce gli strumenti adatti per contrastare la radicalizzazione nelle carceri, attorno alle moschee illegali, sul web

Il terrorismo jihadista – incarnato soprattutto dall’Isis – in Europa è la manifestazione violenta di un radicalismo che cresce e si diffonde attraverso due canali paralleli, raramente collegati tra di loro.

I CANALI DI DIFFUSIONE DEL RADICALISMO

Il primo canale è quello, da un lato, degli ambienti marginali, non controllati – spesso intrisi di salafismo ultra-conservativo e fondamentalismo – come le moschee illegali; e, dall’altro lato, degli ambienti ad “alta permeabilità jihadista”, in particolare le carceri; queste ultime vera e propria fucina di radicali.
Il secondo canale di crescita e diffusione del radicalismo è il mondo virtuale, fatto di gruppi segreti e comunità invisibili ma aggressive nella propaganda e nel reclutamento online; si tratta, in questo caso, di una rapida radicalizzazione di giovani che trovano nell’ideologia religiosa virtuale una valvola di sfogo a frustrazioni personali.

LE RISPOSTE DEI PAESI EUROPEI

È questo un quadro in evoluzione in cui i paesi europei hanno sviluppato propri approcci e risposte.
Così, oltre alle misure repressive più tradizionali, alcuni governi hanno lanciato iniziative di riabilitazione “soft” per “combattere l’estremismo violento – countering violent extremism” (Cve).
Germania, Regno Unito e Belgio hanno sviluppato programmi incentrati sull’integrazione, sebbene tale approccio si sia dimostrato ovunque non produttivo. L’Arabia Saudita, al contrario, ha adottato una strategia basata sull’inserimento dei radicalizzati nel mondo lavorativo e sociale attraverso il matrimonio. Molti di questi programmi sono stati abbandonati.
In Francia e Spagna, paesi pilota del programma di de-radicalizzazione europeo, gli esperimenti si sono conclusi con la chiusura dei centri di recupero.

FRANCIA

Nel caso francese si è trattato di un progetto con metodo “socio-antropologico”, avviato nel centro di rieducazione di Pontourney a settembre del 2016 e conclusosi nel luglio 2017, basato sulla volontarietà dei soggetti a prendere parte al progetto di reinserimento civile, all’esterno alle strutture carcerarie. Ma solamente nove sono stati i partecipanti, di età compresa tra i 18 e i 30 anni, a fronte di 25 posizioni e un programma di dieci mesi: nessuno ha portato a termine il percorso riabilitativo.

SPAGNA

L’esperienza spagnola ha avuto un approccio prevalentemente “psicologico” ed è stata avviata all’interno delle strutture carcerarie di Burgos e Soto del Real. La presenza nelle stesse carceri di soggetti radicali non partecipanti ad attività di de-radicalizzazione potrebbe aver condizionato l’esito del progetto, a causa del condizionamento sociale e culturale.

RISULTATI FALLIMENTARI

  • Due differenti approcci, socio-antropologico e psicologico ed esterno-interno alle strutture carcerarie, che si sono conclusi con un risultato fallimentare, ponendo in evidenza due fattori sostanziali:
    • il primo è la conferma del ruolo chiave delle strutture carcerarie nell’alimentare lo jihadismo;
    • il secondo è l’inefficacia dell’approccio di breve-medio periodo, su soggetti in cui la devianza è fortemente radicata.

LA VIA ITALIANA

Stefano Dambruoso – deputato di “Civici e innovatori” (Gruppo misto), magistrato da sempre impegnato nel contrasto al terrorismo e relatore del disegno di legge per la “prevenzione della radicalizzazione e dell’estremismo jihadista”, insieme ad Andrea Manciulli, deputato del Partito Democratico – ritiene che l’Italia sia sulla strada giusta per dotarsi degli strumenti necessari al contrasto della radicalizzazione: “Il fallimento di due progetti non significa che la strategia sia sbagliata nel suo complesso. Anzi, possiamo dire che sia vero il contrario e che gli errori di Francia e Spagna saranno utili a definire protocolli condivisi e a raffinare un approccio al radicalismo islamico che sia davvero europeo. La legge che mi sto impegnando a far approvare fornisce un quadro normativo flessibile all’interno del quale saranno realizzati gli strumenti adeguati all’evolvere del fenomeno”.

La via italiana al recupero e di reinserimento sociale di soggetti radicalizzati prevede (una volta licenziata anche dal Senato; la Camera l’ha approvato nel luglio 2017):

  • corsi di formazione specialistica per le forze di polizia, tesi a riconoscere e a interpretare segnali di radicalizzazione e di estremismo jihadista;
  • e, al contempo, attività di formazione e aggiornamento degli insegnanti, al fine di prevenire episodi di radicalizzazione fra i giovanissimi in ambito scolastico.
  • A ciò si affiancherà una strategia comunicativa basata su un’efficace narrativa alternativa e contro-narrativa, in particolare sul Web;
  • sarà inoltre realizzato un “Sistema informativo sui fenomeni di radicalismo jihadista”, utile anche per la promozione di percorsi mirati di inserimento lavorativo dei soggetti a rischio.
  • Infine, un Piano nazionale per garantire ai soggetti condannatie internati, interessati da tali fenomeni, un trattamento penitenziario teso anche alle loro rieducazione e deradicalizzazione.

Dunque, dalle parole ai fatti.

E questo è importante poiché, oggi più che mai, il reclutamento online di potenziali radicalizzati europei e il ritorno degli jihadisti dalla Siria e dall’Iraq rendono tutto più pericoloso, tanto più che ci si riferisce ad un gruppo relativamente ampio di migliaia soggetti con differenti profili psicologici, percorsi, traumi e motivazioni. Per questi motivi si rende opportuno applicare strategie che non guardino solo ai singoli soggetti bensì alla grande comunità di cui sono parte.


Il radicalismo islamico è un fenomeno sociale che utilizza il terrorismo come tecnica di lotta violenta: riconoscerne le origini sociali è il primo passo verso una strategia di successo a lungo termine, pur nella consapevolezza che la radicalizzazione lascerà tracce indelebili nella mente degli ex-jihadisti. Con questo dovremo convivere.

Articolo originale pubblicato su Panorama.it




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