Tik Tok, social media, radicalizzazione

di Chiara Sulmoni

In questa pagina trovate: “Intrappolati dall’algoritmo di Tik Tok”, la puntata della trasmissione Patti Chiari (Radiotelevisione svizzera di lingua italiana RSI) che indaga a 360 gradi sulla piattaforma digitale, con servizi di Nicola Agostinetti e Valerio Scheggia e vari ospiti in studio
Include un contributo di Chiara Sulmoni, START InSight sui contenuti estremisti (da 23′ c.)

Piattaforme, algoritmi e adesione emotiva
Negli ultimi anni, piattaforme quali TikTok si sono affermate come ambienti centrali nella costruzione dell’identità giovanile. Non sono semplici canali di comunicazione, ma spazi in cui i giovani interpretano il mondo, ampliano le relazioni e danno significato alla propria esperienza. In questo contesto, anche i contenuti estremisti si trasformano: non più solo propaganda esplicita, ma narrazioni integrate nei codici culturali della piattaforma, progettate per colpire l’emotività prima della riflessione critica.

Le logiche degli algoritmi hanno un ruolo decisivo: i sistemi di raccomandazione privilegiano contenuti capaci di catturare immediatamente l’attenzione, favorendo emozioni forti come rabbia, paura, indignazione o orgoglio. Questo meccanismo premia anche contenuti controversi, indipendentemente dalla loro natura, contribuendo alla loro diffusione e visibilità. Su TikTok, in particolare, la fruizione continua e automatica — un video dopo l’altro — riduce la scelta intenzionale e accelera l’esposizione, lasciando poco spazio alla riflessione.

Estetiche e codici dell’estremismo digitale
La forma dei contenuti è altrettanto determinante. Sequenze rapide, immagini suggestive (spesso create con l’apporto dell’IA), storytelling personale, domande e risposte, discorsi motivazionali: tutti formati familiari al pubblico giovane. Politica, religione, identità e intrattenimento si mescolano in un flusso continuo in cui i confini tra contenuto ideologico e contenuto neutro diventano sempre più sfumati. Tecniche come il bait-and-switch — contenuti virali usati come esca — o l’uso di audio di tendenza per “coprire” o rendere più allettanti messaggi problematici, permettono di inserire progressivamente narrazioni radicali all’interno di contenuti apparentemente innocui.

Un elemento centrale è la musica. Nei contesti islamisti, i nasheed — canti a cappella della tradizione religiosa islamica — creano un senso di solennità, comunità e destino condiviso, talvolta accompagnando richiami alla jihad. Negli ambienti della destra radicale, invece, si ricorre a generi vicini alle sottoculture giovanili — rap, pop, folk o elettronica — frequentemente remixati con meme e contenuti virali. In entrambi i casi, la musica diventa uno strumento di adesione identitaria, capace di alimentare un senso di appartenenza a realtà collettive che oltrepassano i confini geografici.

L’estetica è altamente curata e svolge anch’essa una funzione cruciale. Simboli, abbigliamento, gestualità, iconografie, codici visivi e lessico di sottoculture digitali come quello legato alla manosfera trasformano l’estremismo in un fenomeno non solo ideologico, ma anche culturale ed estetico. All’interno di questi ambienti, ad esempio, circolano espressioni e simboli tipici del gergo incel e della manosfera più ampia, come riferimenti alla “red pill”, alla “black pill” o categorie identitarie quali “alpha” e “beta”, che strutturano narrazioni semplificate delle relazioni sociali e di genere. Questa estetica non ha solo una funzione codificata, ma anche una forte capacità attrattiva: rende i contenuti immediatamente riconoscibili, visivamente coinvolgenti e spesso emotivamente seducenti, facilitandone la diffusione. Il linguaggio condiviso è immediatamente comprensibile per chi ne conosce le chiavi di lettura, ma opaco per genitori, insegnanti ed educatori. Le nuove generazioni partecipano attivamente a questa evoluzione, attribuendo continuamente nuovi significati a simboli e parole, e contribuiscono in modo diretto alla costruzione della propria esperienza algoritmica, orientando attraverso le proprie interazioni — like, commenti, condivisioni e tempi di visualizzazione — ciò che viene progressivamente mostrato sullo schermo.

In questo contesto, anche le cosiddette logiche di gamification assumono un ruolo rilevante. La violenza è spesso attenuata, simbolica o inserita in una cornice ludica. Può essere presentata come una “sfida” o una “missione”, secondo schemi tipici dei videogiochi, in cui azioni e obiettivi sono organizzati in livelli e ricompense. Questo produce uno slittamento percettivo: la violenza non è più percepita come evento reale, ma come prestazione o prova di valore, creando una distanza dalle sue conseguenze.

Particolarmente insidiosi sono i messaggi stratificati e subliminali. Meme, ironia e ambiguità consentono una fruizione inizialmente leggera, che può però normalizzare progressivamente contenuti polarizzanti. L’esposizione ripetuta orienta la percezione del mondo senza che l’utente ne sia pienamente consapevole. Fenomeni come l’“Alt-Jihad” o “Islamogram” – mutuati dall’“Alt-right” e dal “Terrorgram” nell’universo della destra radicale – rappresentano un esempio emblematico: contenuti nativi digitali che fondono narrativa jihadista, cultura memetica, estetiche da videogiochi e riferimenti anime, creando una forma di propaganda ibrida adattata ai codici della Generazione Z.

Confine tra digitale e reale
Questo ecosistema estetico e narrativo non resta confinato allo spazio simbolico. In alcuni casi, infatti, può contribuire a orientare percezioni e comportamenti nel mondo reale, soprattutto quando si innesta su condizioni di isolamento e vulnerabilità individuale. In questa prospettiva si inserisce il caso del quindicenne che, nel marzo 2024 a Zurigo, ha accoltellato un ebreo ortodosso. Il ragazzo, descritto come fortemente attivo online, soprattutto su TikTok e Instagram, interagiva con ambienti riconducibili a una subcultura islamista digitale, dove consumava e contribuiva alla circolazione di contenuti estremisti.

Dinamiche simili emergono anche in contesti differenti e su scala più ampia, a conferma della natura multipiattaforma dei percorsi di esposizione. Un caso emblematico è quello di un adolescente nel Regno Unito condannato per terrorismo nel 2026, che faceva parte di 25 diverse chat online di estrema destra su piattaforme come Telegram, Snapchat, TikTok e Wire. Il ragazzo ha descritto questa attività di costruzione della propria identità digitale come una forma di evasione dalla realtà.

Un ulteriore esempio, sempre nel 2024, proviene da alcuni cantoni svizzeri, dove si sono verificate minacce di attentati o stragi nelle scuole, spesso tramite scritte sui muri degli edifici scolastici. Secondo autorità e direzioni degli istituti, nella maggior parte dei casi non si trattava di intenzioni reali, ma di episodi legati a un trend circolato su TikTok, una sorta di sfida virale tra giovani. Nonostante l’assenza di un progetto concreto, questi episodi hanno comunque richiesto interventi della polizia ed evacuazioni preventive. Il punto critico sta nello scarto tra gesto e intenzione: anche azioni nate come imitazione o gioco virale producono effetti reali, generano allarme e contribuiscono ad abbassare la soglia di tolleranza verso l’idea di violenza, rendendola più presente e “normale” nello spazio sociale.

Fenomeni di questo tipo non restano isolati. In modo più ampio, dinamiche simili emergono quando eventi globali — come conflitti internazionali o crisi geopolitiche — vengono reinterpretati in chiave personale, trasformandosi in possibili “chiamate all’azione”. In questi casi, la distanza tra dimensione globale ed esperienza individuale si accorcia, e ciò che accade altrove può essere percepito come un impulso diretto all’azione nel proprio contesto.

Le analisi più recenti indicano che i casi di radicalizzazione online tra minori sono destinati ad aumentare; anche in Svizzera, le autorità segnalano una crescita del fenomeno. Questo sviluppo va letto in un contesto più ampio: i social media non sono solo canali di trasmissione, ma ambienti formativi in cui si intrecciano esposizione ai contenuti, dinamiche algoritmiche e bisogni identitari.

Contrastare queste dinamiche richiede un approccio realistico e multidisciplinare. Eliminare completamente i contenuti estremisti è impraticabile: i messaggi sono spesso ambigui e in grado di cambiare forma e linguaggio per rimanere efficaci e visibili dentro ambienti digitali in continua evoluzione. Allo stesso tempo, demonizzare le piattaforme è controproducente, poiché esse rappresentano anche spazi di creatività e partecipazione. Le strategie di moderazione e deplatforming sono necessarie, ma mostrano limiti evidenti e possono spingere gli utenti verso ambienti meno regolati.

In definitiva, la radicalizzazione online non è il prodotto di un singolo contenuto, ma di un ecosistema complesso e cumulativo. Comprenderlo significa riconoscere l’intreccio tra tecnologia, società e vulnerabilità individuale — ed è proprio in questo spazio che si gioca una delle sfide più rilevanti del presente.

Per approfondire i casi svizzeri summenzionati:
https://ctc.westpoint.edu/from-tiktok-to-terrorism-the-online-radicalization-of-european-lone-attackers-since-october-7-2023/
https://www.srf.ch/news/schweiz/amokdrohungen-an-schulen-ein-tiktok-trend-der-fuer-aufwand-und-aerger-sorgt



Guerra Iran/Israele, Claudio Bertolotti ne parla a Ticinonews sera

Edizione del 16 giugno 2025 condotta da Sacha Dalcol


‘After the Bridge’ – Film e testimonianze sulla vita dopo un attentato terroristico

OtherMovie Lugano Film Festival 2025
programma completo del Festival QUI

Come si ricostruisce e come prosegue la vita dopo un attentato terroristico? Ricordi, riflessioni, speranze e il valore della testimonianza.

È questo l’argomento affrontato da OtherMovie Film Festival
sezione “Culture e conflitti”
domenica 30 marzo 2025
Cinema Iride, Lugano
inizio ore 20.00

Sullo sfondo, il terrorismo jihadista, protagonista e istigatore di innumerevoli tragedie negli ultimi venti anni. Un fenomeno in continua evoluzione che in Europa -come anche altri estremismi violenti – continua oggi ad attrarre ragazzi sempre più giovani. 

Dopo una breve introduzione sul tema a cura di Chiara Sulmoni (START InSight), la serata prevede due importanti momenti di riflessione con le testimonianze (pre-registrate) di Valeria Collina, madre di uno degli attentatori entrati in azione sul London Bridge nel 2017, e di Morena Pedruzzi, che ha vissuto in prima persona l’attacco avvenuto al Caffè Argana di Marrakesh nel 2011. Da due prospettive diverse, hanno dovuto fare i conti con le conseguenze dolorose del terrorismo e trovare la forza di reagire e andare avanti con la propria vita.

La storia di Valeria Collina è anche il tema del documentario ‘After the Bridge’ (Italia, 2023), la cui proiezione va a completare il programma della serata.

 ‘After the bridge’, di Davide Rizzo e Marzia Toscano | Italia | 2023 | 66’ | v.o. |

Trama
Valeria Collina, italiana convertita all’Islam, torna a vivere in Italia dopo vent’anni trascorsi in Marocco. Nel giugno del 2017, la sua vita è sconvolta dalla morte del giovane figlio Youssef, ucciso dalla polizia. Youssef era membro del commando jihadista che a Londra, sul London Bridge, ha provocato otto morti. Dopo l’attentato, la piccola casa di Valeria sui colli bolognesi è invasa da giornalisti provenienti da tutto il mondo. Superata la confusione di quei giorni, Valeria si ritrova sola, nella quiete di casa sua, cercando di rimettere insieme la sua vita e affrontando il dolore del peso delle azioni del figlio e della sua perdita.

Contatto: chiara.sulmoni@startinsight.eu


Il vertice di Parigi e le incognite europee. Il commento.

OFFICINA GEOPOLITICA di START InSight: il commento di Claudio Bertolotti sullo scenario internazionale.

Il vertice di #Parigi e le ambizioni francesi. La visione europea e le sue effettive capacità di incidere in un processo negoziale che sembra ormai definito, almeno nei giocatori: Stati Uniti e Russia, alias Donald Trump e Vladimir Putin. Come leggere la mossa di Emmanuel Macron? Non dovrebbe essere Ursula Von der Leyen a muoversi? Sull’Ucraina, l’Europa riuscirà a ritagliarsi un ruolo oppure no? È un vertice da cui potrebbe emergere qualcosa di concreto? L’Unione Europea conta sempre meno. È un problema di struttura dell’UE o di un’assenza di leader? Trump riuscirà ad arrivare ad un accordo con Putin? Quale sarà il prezzo per l’Ucraina? Per la Russia sarà una vittoria?

Claudio Bertolotti risponde a queste domande ponendo particolare attenzione al ruolo dell’Unione europea e alla sua debole posizione nell’arena internazionale.

Il vertice di Parigi del 17 febbraio 2025, convocato dal presidente francese Emmanuel Macron, ha riunito i leader di 8 paesi Europei, Francia, Germania, Regno Unito, Italia, Polonia, Spagna, Paesi Bassi, Danimarca, insieme al presidente del Consiglio europeo Antonio Costa, la presidente della Commissione europea Ursula von der Leyen e il segretario generale della Nato Mark Rutte, per discutere della situazione in Ucraina e della sicurezza europea. Questa iniziativa europea nasce in risposta ai negoziati tra Stati Uniti e Russia in corso a Riad, dai quali l’Europa e l’Ucraina sono state inizialmente escluse.

La presidente del Consiglio italiano, Giorgia Meloni, ha partecipato al vertice nonostante alcune riserve iniziali, sottolineando l’importanza di ascoltare i partner europei e di mantenere una posizione unitaria. L’Italia ha evidenziato la necessità di far leva sulle sanzioni imposte alla Russia come strumento per ottenere un ruolo nei negoziati e ha espresso preoccupazione per l’esclusione dell’Europa dalle trattative tra Washington e Mosca.

Tuttavia, non tutti i Paesi europei hanno sostenuto l’iniziativa di Macron. L’Ungheria, ad esempio, ha criticato il vertice, affermando che potrebbe ostacolare gli sforzi di pace in Ucraina e accusando i leader europei di alimentare l’escalation del conflitto.

In parallelo, il presidente Macron ha avuto una conversazione telefonica con il presidente degli Stati Uniti, Donald Trump, prima dell’inizio del vertice, nel tentativo di coordinare le posizioni e ribadire l’importanza di un approccio concertato tra Europa e Stati Uniti nella ricerca di una soluzione al conflitto ucraino.

Questo vertice rappresenta un tentativo dell’Europa di riaffermare il proprio ruolo centrale nei negoziati di pace e di garantire che gli interessi europei e ucraini siano adeguatamente rappresentati nelle future discussioni internazionali.


Terrorismo a 10 anni da Charlie Hebdo, con Claudio Bertolotti, Sky tg24


Azione di Israele in Libano via mare: perché? Il commento di C. Bertolotti a RaiNews 24

di Claudio Bertolotti.

Azione di Israele in Libano via mare: perché? Il commento di C. Bertolotti a RaiNews 24 – Focus (puntata dell’8 ottobre 2024)

In primo luogo va detto che la capacità difensiva di Hezbollah si fonda su un sostegno militare e finanziario dell’Iran che sta facendo del Libano il fronte di scontro diretto con Israele, non volendo Teheran essere direttamente coinvolta. Un sostegno militare che garantisce a Hezbollah una capacità militare offensiva – messa in atto dal 7 ottobre di un anno fa a danno di Israele, in violazione della risoluzione 1701 del CdS dell’ONU – e una difensiva. E proprio la capacità difensiva, la resistenza di Hezbollah sul fronte terrestre a sud, ha suggerito alle forze israeliane di optare per l’apertura di un secondo fronte, non presidiato da postazioni organizzate, bunker e tunnel, lungo la costa. Questo offre un doppio vantaggio: il primo è la dispersione delle forze di Hezbollah, così costretto a dividersi e a diluirsi su due settori; il secondo è una minore esposizione delle forze israeliane alla difesa organizzata così come lo è a sud, riuscendo così a prendere le posizioni tenute da Hezbollah con minori rischi.

Le forze armate libanesi non sono coinvolte nel conflitto, che è uno scontro tra Israele e Hezbollah, e non contro il Libano. Come confermano la posizione del governo libanese e delle forze armate nazionali (il generale Joseph Aoun, ha fatto visita al presidente del parlamento Nabih Berri), che di fatto risponderanno solo nel caso in cui i soldati libanesi fossero oggetto del fuoco israeliano, di fatto dando carta bianca a Israele per contenere o eliminare Hezbollah. A ciò si contrappone però il rischio di un collasso dello stato libanese, poiché l’indebolimento di Hezbollah o la sua scomparse determinerebbe il riaccendersi di competizioni tra gruppi di potere su base settaria. Insomma il rischio di una nuova guerra civile.


Nasrallah morto nei raid israeliani. Intervista a C. Bertolotti

SkyTG24 del 28 settembre 2024.
L’intervista al Direttore di START InSight a partire dal minuto 11.21


Radicalizzati a 11 anni. È possibile?

Dopo la segnalazione di un caso nella Svizzera francese, il Presidente di START InSight Chiara Sulmoni ha parlato del tema con i servizi info della Radiotelevisione svizzera di lingua italiana.

Intervista a cura della giornalista Francesca Calcagno, SEIDISERA, 6 settembre 2024 (approfondimento radio)

LEGGI QUI LA TRASCRIZIONE DELL’INTERVISTA

Intervista a cura della giornalista Alessia Caldelari, TG RSI, 6 settembre 2024 (TV)


Medioriente: l’operazione antiterrorismo di Israele in Cisgiordania.

Il commendo del Direttore Claudio Bertolotti a TIMELINE SKY TG 24 (30 agosto 2024, dal minuto 13′).

Quanto sta accadendo oggi in Medioriente presenta due aspetti significativi. Il primo riguarda l’operazione militare anti-terrorismo avviata da Israele in Cisgiordania, un’operazione che è la conseguenza dell’attentato suicida a Tel Aviv, rivendicato da Hamas, e seguito dalla minaccia di Khaled Meshal (leader di Hamas all’estero) di lanciare una vasta campagna di attacchi suicidi in Israele, partendo proprio dalla Cisgiordania. Il secondo aspetto riguarda le tensioni interne tra i gruppi islamisti e terroristi palestinesi, con l’ipotesi di un possibile colpo di stato per destituire Hamas e porre fine al conflitto con Israele.

Due fattori che si sommano all’attesa rappresaglia iraniana (e l’attesa stessa è un’arma psicologica usata da Teheran per mantenere in apprensione l’opinione pubblica israeliana) e l’ipotesi di una tregua umanitaria nella Striscia di Gaza; una tregua, svincolata dall’ipotesi di cessate il fuoco in discussione a Doha, che però Hamas certamente utilizzerebbe per riorganizzare le proprie forze.

E, dal punto di vista tattico e operativo, Hamas starebbe dimostrando di aver perso in termini di capacità di colpire e coordinare il proprio sforzo contro Israele. Un aspetto non secondario, che confermerebbe l’efficacia dell’azione militare israeliana.