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La rivolta e la mano invisibile. Chi alimenta il caos nelle piazze europee? Il caso Siher.

di Claudio Bertolotti.

Dal Movimento 17 ottobre alle strategie di influenza di Russia e Iran. La destabilizzazione interna come possibile strumento della competizione geopolitica.

La protesta, la violenza e il sospetto di una regia esterna

Le piazze italiane ed europee tornano a essere attraversate da una violenza che sembra riproporre dinamiche conosciute, ma che oggi assume caratteristiche nuove. Cambiano i protagonisti, le parole d’ordine e le motivazioni dichiarate ma rimane la capacità di aggregare gruppi differenti attorno a una comune contrapposizione con le istituzioni, trasformando il dissenso in mobilitazione antagonista e, in alcuni casi, in violenza organizzata.

Dalle manifestazioni pro-palestinesi (pro-pal) alle mobilitazioni dell’antagonismo radicale, dalle proteste contro le politiche governative alle azioni contro le forze dell’ordine, emerge un fenomeno che merita di essere osservato oltre la dimensione dell’ordine pubblico.

L’inchiesta sul cosiddetto Movimento 17 ottobre, raccontata dalla stampa nazionale il 26 ottobre, offre un nuovo elemento di riflessione in cui la rete riconducibile a Youssef Siher, i canali digitali di mobilitazione, i messaggi destinati a orientare i partecipanti e il linguaggio rivoluzionario utilizzato delineano un modello organizzativo nel quale la piattaforma digitale diventa il luogo di preparazione dell’azione collettiva.

Il passaggio è significativo perché vi è un trasferimento dalla propaganda alla mobilitazione, e dalla mobilitazione alla possibilità di un’azione coordinata, sebbene sia soprattutto il contesto internazionale a rendere interessante questa vicenda in quanto le tensioni sociali europee diventano il terreno fertile per attori stranieri interessati a indebolire la coesione politica, istituzionale e sociale dell’Occidente. Ed è qui che il disordine interno incontra la competizione sul piano delle relazioni internazionali.

La guerra ibrida e il vantaggio di sfruttare le fragilità altrui

La guerra ibrida contemporanea si fonda su un principio relativamente semplice, ossia il perseguimento di effetti strategici attraverso strumenti che consentano di esercitare pressione sull’avversario senza ricorrere necessariamente al confronto militare diretto; ed è qui che la disinformazione, la manipolazione delle percezioni, l’amplificazione delle divisioni sociali, la pressione economica e il ricorso a intermediari si impongono quali strumenti di una competizione permanente, spesso condotta al di sotto della soglia del conflitto armato.

In questa prospettiva, le società democratiche offrono un terreno particolarmente favorevole in cui, la libertà di espressione, il pluralismo politico, la presenza di movimenti antagonisti e la diffusione delle piattaforme digitali costituiscono elementi strutturali di sistemi aperti: elementi che possono facilitare operazioni ostili di influenza in cui un attore esterno può individuare tensioni già presenti, selezionare le narrazioni più divisive, amplificarle attraverso reti digitali e favorire la radicalizzazione del confronto.

Uno scenario in cui l’obiettivo sarebbe quello di imporre un clima di instabilità permanente, costringendo le istituzioni a impiegare risorse crescenti nella gestione delle crisi interne e contribuendo a indebolire la fiducia dei cittadini nello Stato. E così facendo, la violenza nelle piazze si imporrebbe quale strumento di pressione indiretta.

Il modello iraniano: dall’influenza alla violenza per procura

In due miei studi dedicati alle capacità di influenza dell’Iran in Europa, pubblicati rispettivamente sulla rivista scientifica Sicurezza, Terrorismo e Società nel 2025 e nell’Osservatorio Strategico del CASD/SSUOS nel 2026, ho affrontato il tema della proiezione dell’influenza iraniana attraverso reti ideologiche, mediatiche, associative e operative.

Il primo studio, Dal pulpito al tweet. Pro-Pal, pro-Hamas e anti-semitismo: la strategia d’influenza “a spettro completo” dell’Iran e la resilienza europea, descrive un modello articolato su differenti livelli di intervento.

Il primo è quello narrativo, attraverso la diffusione di messaggi capaci di orientare le percezioni, alimentare contrapposizioni identitarie e mobilitare segmenti della società.

Il secondo riguarda la dimensione relazionale, attraverso reti associative, comunitarie e mediatiche che possono contribuire alla circolazione e alla legittimazione delle narrazioni promosse da Teheran.

Il terzo livello è quello operativo, nel quale l’influenza può assumere forme coercitive, attraverso intermediari locali e organizzazioni criminali.

È proprio quest’ultima dimensione a meritare particolare attenzione.

Il caso della rete criminale svedese Foxtrot, associata dalle autorità di sicurezza a operazioni condotte nell’interesse iraniano, rappresenta un esempio significativo del ricorso a soggetti criminali locali per realizzare azioni violente. Il meccanismo è quello del criminal outsourcing, ossia l’esternalizzazione della violenza in cui una potenza straniera può utilizzare capacità operative già presenti sul territorio europeo, riducendo i costi organizzativi, limitando l’esposizione dei propri apparati e aumentando la difficoltà di attribuzione delle responsabilità.

La negabilità plausibile diventa così parte integrante della strategia. E il modello iraniano suggerisce una possibile evoluzione dell’influenza ostile: dalla costruzione del consenso alla mobilitazione ideologica, fino all’eventuale ricorso a soggetti capaci di esercitare violenza.

Russia e Iran: interessi convergenti nella destabilizzazione europea

Il tema dell’influenza esterna non riguarda soltanto l’Iran. E infatti, l’altro importante attore internazionale, la Russia, ha sviluppato nel tempo un articolato sistema di operazioni informative e di influenza orientato a sfruttare le fratture politiche, sociali e culturali delle società occidentali in cui la competizione con la NATO, il confronto con l’Unione europea e la guerra in Ucraina hanno rafforzato l’interesse di Mosca verso ogni dinamica capace di indebolire la coesione del fronte occidentale.

In questo quadro, le mobilitazioni antagoniste, le proteste contro i governi e le campagne di delegittimazione istituzionale possono costituire opportunità da sfruttare in cui il metodo russo, che privilegia frequentemente la manipolazione dell’ambiente informativo, opera attraverso la selezione dei contenuti, l’amplificazione artificiale, la diffusione di narrazioni polarizzanti e l’utilizzo di reti digitali capaci di raggiungere pubblici differenti.

L’Iran dispone di strumenti e priorità diversi, ma presenta un interesse convergente nell’indebolimento della capacità occidentale di esercitare pressione politica, economica e militare. Il conflitto mediorientale offre un terreno particolarmente favorevole: la causa palestinese rappresenta un potente fattore di mobilitazione transnazionale in cui la sua centralità emotiva e politica consente di aggregare ambienti ideologicamente differenti, dall’attivismo umanitario all’antagonismo radicale, fino a gruppi che adottano una visione apertamente rivoluzionaria e antioccidentale.

In questo scenario, Russia e Iran potrebbero trovare vantaggioso il medesimo risultato: un’Europa politicamente frammentata, socialmente polarizzata e impegnata nella gestione di tensioni interne sempre più frequenti.

Il Movimento 17 ottobre e la nuova organizzazione digitale della protesta

Il caso del Movimento 17 ottobre presenta caratteristiche particolarmente interessanti per comprendere l’evoluzione delle mobilitazioni radicali in cui la rete digitale diventa il centro dell’organizzazione attraverso i canali di comunicazione che permettono di diffondere rapidamente messaggi, costruire un’identità collettiva, individuare obiettivi simbolici e orientare la partecipazione. E la dimensione virtuale assume così una funzione operativa.

I due messaggi destinati ai canali del movimento, secondo quanto riportato dalle inchieste giornalistiche, avrebbero dovuto fornire indicazioni per il concentramento dei partecipanti, le tecniche, tattiche e procedure per agire e reagire alla repressione delle forze di polizia, ma la loro mancata diffusione, conseguente all’intervento investigativo, avrebbe interrotto una fase del processo di mobilitazione.

È una dinamica che richiama alcuni elementi delle forme contemporanee di radicalizzazione e organizzazione attraverso le piattaforme digitali in cui la velocità di aggregazione, la circolazione di contenuti rivoluzionari e la possibilità di coordinare iniziative territoriali attraverso strutture relativamente leggere modificano profondamente il rapporto tra organizzazione e azione.

Un nuovo, e ormai consolidato approccio in cui un numero ristretto di soggetti può tentare di esercitare un’influenza su una platea molto più ampia; una rete digitale che potrebbe risultare particolarmente permeabile a operazioni esterne di amplificazione, infiltrazione informativa o sostegno indiretto. E il punto strategico è proprio questo, ossia il fatto che una rete locale possa trasformarsi in un moltiplicatore di effetti geopolitici, soprattutto quando le sue parole d’ordine coincidono con gli interessi di attori ostili.

Dalla piazza al sistema: il rischio della destabilizzazione permanente

La violenza politica ha accompagnato la storia europea attraverso fasi differenti.

Le rivolte popolari, i movimenti rivoluzionari, l’antagonismo radicale e il terrorismo ideologico hanno spesso rappresentato manifestazioni estreme di fratture sociali e politiche. Ma la novità contemporanea risiede nella connessione tra questi fenomeni e un ambiente internazionale caratterizzato da competizione permanente, strumenti digitali e crescente interdipendenza. Qui, le tensioni locali possono essere immediatamente proiettate su scala globale e un episodio di violenza in una città italiana (o europea) può diventare materiale propagandistico per reti transnazionali, alimentare campagne informative e contribuire alla costruzione di una narrazione più ampia contro le istituzioni occidentali.

La dinamica può svilupparsi attraverso una sequenza relativamente riconoscibile che possiamo leggere come strutturata in cinque passi: l’individuazione della frattura sociale (una crisi politica, economica, identitaria o internazionale alimenta il malcontento), primo passo; l’amplificazione narrativa (la tensione viene rappresentata attraverso messaggi polarizzanti e contenuti emotivamente mobilitanti), secondo passo; l’aggregazione digitale (le piattaforme favoriscono la costruzione di reti e la circolazione di indicazioni organizzative), terzo passo; la radicalizzazione della mobilitazione (segmenti più estremi cercano di orientare la protesta verso forme di contrapposizione violenta), quarto passo e, quinto passo, lo sfruttamento strategico (attori esterni possono amplificare gli effetti della crisi, contribuendo alla delegittimazione delle istituzioni e alla polarizzazione sociale).

Il risultato è un ambiente nel quale la violenza può produrre conseguenze politiche superiori alla sua dimensione materiale, anche attraverso episodi circoscritti e locali ma che possono acquisire un valore simbolico e comunicativo molto elevato. Ed è precisamente questa sproporzione tra risorse impiegate ed effetti prodotti a rendere la destabilizzazione interna uno strumento interessante nella competizione ibrida.

Il sostegno esterno: finanziamenti, reti e capacità operative

L’esistenza di un sostegno straniero alle mobilitazioni radicali europee potrebbe manifestarsi attraverso modalità differenti.

In primo luogo attraverso attività di finanziamento, diretto o indiretto, di strutture associative, reti militanti, strumenti di comunicazione e attività logistiche. A questo elemento si somma il sostegno informativo, attraverso campagne coordinate di amplificazione, diffusione di contenuti e costruzione di narrazioni convergenti. E ancora, un ulteriore fattore può trovare concretezza nella dimensione relazionale, fondata sull’impiego di intermediari, facilitatori e soggetti capaci di collegare ambienti ideologici differenti. Infine, vi è la dimensione operativa, quella della manifestazione violenta in cui si impone il possibile utilizzo di reti criminali o gruppi radicali per realizzare azioni coercitive.

Il modello analizzato negli studi sull’influenza iraniana in Europa evidenzia quanto queste dimensioni possano diventare complementari. Ad esempio, una rete di propaganda può contribuire alla costruzione di un ambiente favorevole alla mobilitazione, mentre una struttura relazionale può facilitarne la diffusione e, ancora, un intermediario può favorire il passaggio verso forme di pressione più aggressive.

La somma dei vari effetti si concretizza così in un’efficacia complessiva che è strettamente connessa alla capacità di utilizzare risorse già disponibili nel contesto locale, da cui il risultato finale, dato da una forma di competizione asimmetrica particolarmente vantaggiosa per attori che intendano esercitare pressione sull’Europa limitando il proprio coinvolgimento visibile.

Quali considerazioni sulla destabilizzazione come arma geopolitica?

Le violenze che hanno attraversato e stanno attraversando le piazze italiane ed europee si inseriscono in un contesto internazionale nel quale la distinzione tra sicurezza interna e competizione geopolitica appare sempre meno netta. In tale ampio quadro si inserisce l’inchiesta sul Movimento 17 ottobre, andando a sollevare interrogativi che superano la vicenda giudiziaria e investono il rapporto tra mobilitazione digitale, radicalizzazione politica e possibili interferenze straniere.

Le esperienze europee analizzate nei miei studi sull’influenza iraniana mostrano come propaganda, reti locali e capacità coercitive possano in questo modo concorrere alla costruzione di strumenti di pressione indiretta. Sull’altro fronte, quello russo, le operazioni informative di Mosca evidenziano l’importanza attribuita allo sfruttamento delle divisioni interne delle democrazie occidentali. E qui, alla ricerca di un possibile punto di convergenza, possiamo guardare alla volontà di destabilizzare le democrazie interne in cui gli elementi ostili possono guardare a un’Europa attraversata da tensioni sociali ricorrenti, polarizzazione politica e violenza nelle piazze, come a un obiettivo estremamente vulnerabile, meno coeso e potenzialmente meno capace di esprimere una posizione internazionale unitaria.

La sfida per gli apparati di sicurezza e intelligence consiste quindi nell’individuare le eventuali connessioni tra reti locali e interessi esterni, ricostruendo flussi finanziari, rapporti organizzativi, operazioni informative e possibili forme di sostegno operativo.

Il caso italiano potrebbe rappresentare un importante terreno di approfondimento, ma la questione è più ampia e riguarda la capacità delle democrazie europee di riconoscere una minaccia che tende a manifestarsi attraverso fenomeni apparentemente interni, in cui una rivolta sobillata da lontano si impone come condotta di una strategia di destabilizzazione da parte di un attore ostile esterno. E tali attori, sulla base di una strutturata e razionale capacità di alimentare una rivolta senza comparire tra coloro che la guidano, godono della collaborazione, consapevole o meno, di piccoli attori locali, marginali e minoritari, che si alimentano – e alimentano essi stessi – una narrazione offensiva che insiste su temi emotivamente coinvolgenti e motivanti, dal concetto di “genocidio palestinese perpetrato da Israele”, alla “resistenza anti-sionista” sino ad arrivare al sostegno alla guerra russa a danno dell’Ucraina o al gruppo terrorista Hamas.