Nucleare e Guerra Irregolare: escalation reale nel conflitto tra Israele e Iran
di Andrea Molle dagli Stati Uniti
Il conflitto tra Israele e Iran non è più una guerra per procura né un confronto limitato al dominio cibernetico o all’azione clandestina. A partire dal 13 giugno 2025, il Medio Oriente ha assistito a uno degli scontri più gravi della sua storia recente: oltre 400 missili balistici e più di 1.000 droni sono stati lanciati dall’Iran e dai suoi alleati diretti contro infrastrutture civili e militari israeliane in risposta all’attacco avviato da Gerusalemme contro le infrastrutture militari del paese. Tra gli obiettivi colpiti dagli iraniani figurano l’ospedale Soroka di Beersheba, le centrali elettriche nel Negev e strutture aeroportuali in Galilea. Le Forze di Difesa Israeliane hanno risposto con un’offensiva aerea senza precedenti, colpendo più di 100 obiettivi militari in Iran, inclusi i siti nucleari di Natanz, Fordow e Arak, basi dell’IRGC e impianti energetici strategici. L’intervento americano ha complicato ulteriormente questa equazione.
Questa nuova fase del conflitto, ormai esplicitamente cinetica, ha dissolto la distinzione tra guerra convenzionale e guerra irregolare. La presenza di proxy come Hezbollah, Houthi e milizie sciite in Iraq e Siria resta cruciale, ma si affianca ora a un coinvolgimento diretto e dichiarato tra Stati, con Israele e Iran che si colpiscono reciprocamente sui rispettivi territori nazionali. La guerra ibrida si è trasformata in guerra ad alta intensità, pur conservando al suo interno gli elementi irregolari che l’Iran ha saputo integrare sistematicamente nella propria dottrina militare.
In questo contesto, il tema del nucleare iraniano assume una valenza operativa immediata. Le ispezioni recenti dell’AIEA confermano che Teheran possiede circa 9 tonnellate di uranio arricchito, con materiale al 60% e oltre, sufficiente – secondo le stime – per produrre fino a nove testate. Il “breakout time”, ovvero il tempo necessario a produrre un ordigno pronto all’uso, è ormai ridotto sebbene gli esperti siano divisi su quanto in realtà questo si traduca realmente in un arco di pochi mesi o addirittura settimane come sostenuto da Gerusalemme. Parallelamente, l’Iran ha ridotto la cooperazione con l’Agenzia, ostacolando l’accesso degli ispettori a Fordow e ad altri siti chiave.
La possibilità che Teheran ricorra a un impiego diretto dell’arma atomica in ambito convenzionale resta remota, per via del principio di sopravvivenza strategica che guida anche i regimi più ostili. Tuttavia, la minaccia dell’uso nucleare si inserisce perfettamente in una logica di guerra irregolare. L’atomica, anche solo nella sua forma latente, diventa uno strumento politico: uno scudo strategico che consente all’Iran di intensificare le attività dei suoi proxy regionali, dissuadendo Israele e gli Stati Uniti dal continuare a colpirli direttamente per timore di un’escalation atomica.
Questo scenario, già ipotizzato in ambito dottrinale come “deterrenza inversa”, ha oggi riscontri concreti. Israele è costretto a operare sotto la minaccia esplicita che un attacco troppo profondo al cuore del sistema iraniano possa causare una reazione nucleare, o accelerare un passaggio da deterrenza a compellence. A sua volta, Teheran usa la propria ambiguità nucleare per garantire libertà d’azione ai suoi attori non statali, alimentando un’instabilità sistemica.
Un secondo rischio, meno discusso ma altrettanto realistico, riguarda la possibilità che l’Iran trasferisca materiali radiologici a gruppi alleati per costruire ordigni impropri, le cosiddette “bombe sporche”. L’uso simbolico e psicologico di un’arma del genere, anche in assenza di un impatto distruttivo su larga scala, provocherebbe una paralisi politico-sociale e una crisi diplomatica globale, alterando radicalmente l’equilibrio strategico in Medio Oriente e nel Mediterraneo.
Infine, va considerata l’ipotesi estrema: l’adozione, da parte dell’Iran, di una strategia di “ultima spiaggia” nel caso in cui il regime percepisse una minaccia esistenziale. In tale scenario, la leadership potrebbe minacciare o impiegare un ordigno a basso rendimento in un’area simbolica (come lo Stretto di Hormuz) per costringere le controparti a un cessate il fuoco immediato o addirittura in un territorio terzo di un paese beligerante come gli Stati Uniti. Un’escalation del genere, benché non inevitabile, è compatibile con la logica di “escalate to de-escalate” già teorizzata da altre potenze nucleari come la Russia.
Israele continua a rispondere attraverso una dottrina di deterrenza attiva, basata sulla capacità di colpire preventivamente le infrastrutture critiche e i centri di comando iraniani. Le forze aeree israeliane, il Mossad e le unità cyber collaborano in operazioni integrate che mirano a ritardare, sabotare o neutralizzare la capacità iraniana di costruire e impiegare un’arma nucleare. Gli ultimi conflitti, da Gaza al Libano, hanno ampiamente dimostrato che Israele è disposto a superare i limiti di una guerra di contenimento, adottando una postura offensiva multilivello.
Per l’Italia e i Paesi europei, questa evoluzione impone una rivalutazione delle priorità strategiche nella regione. Il conflitto non è più limitato a uno scontro per l’egemonia locale: coinvolge direttamente le rotte commerciali, le linee di approvvigionamento energetico, le missioni navali internazionali, le relazioni con le monarchie del Golfo e la tenuta dell’intero sistema euro-mediterraneo di sicurezza. Un Iran nuclearizzato, pienamente inserito in una strategia di guerra ibrida, rappresenta oggi una minaccia transnazionale e multi-dominio, ma un conflitto ad alta intensità o un repentino, quanto caotico, cambio di regime a Teheran comportano rischi.
Rispetto all’evoluzione della dottrina della guerra irregolare, l’integrazione del nucleare non è più una deviazione teorica ma un processo in atto, osservabile nelle dinamiche attuali del conflitto. Se fino a pochi mesi fa si trattava di un’ipotesi strategica, oggi è un dato operativo da cui dipendono le scelte tattiche di Israele, degli Stati Uniti e, indirettamente, anche dell’Europa. La bomba non è (ancora) esplosa, ma già pesa come una leva politica e psicologica, mutando la natura stessa della guerra. Il caso iraniano, sotto questo profilo, rappresenta il primo vero banco di prova di una nuova realtà del conflitto ibrido globale in un’epoca che ormai è sempre più chiaramente svincolata dal diritto internazionale.
Copertina: foto di Pavellllllll da Pixabay






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