La storia di un giovane che ha ridisegnato il volto del conservatorismo giovanile americano
di Melissa de Tefféda Washington, DC – Giornalista con Master in Diplomazia presso l’ISPI, esperta di politica statunitense, accreditata per START InSight presso il Dipartimento di Stato (US)
Se non sei americano, e se non vivi negli Stati Uniti, e se non sei universitario, è molto probabile che tu non abbia mai sentito parlare di Charlie Kirk. In Europa, pochissimi lo conoscevano, eppure è stato il più importante influencer dei giovani conservatori americani mai esistito. Fondatore di Turning Point USA, l’organizzazione che ha trasformato il conservatorismo giovanile in un fenomeno mediatico e politico senza precedenti, Kirk ha saputo costruire un movimento capace di parlare a milioni di studenti attraverso i campus, i social media e i grandi raduni dal sapore quasi evangelico.
La sua fama non era confinata alle università: Forbes lo
inserì nella lista “30 under 30” e divenne il più giovane speaker alla Convention
Nazionale Repubblicana del 2016, nonché speaker di apertura alla stessa nel
2020. Autore prolifico, ha scritto quattro libri, tra cui il best-seller del New
York Times e di Amazon The MAGA Doctrine: The Only Ideas that Will Win
the Future (HarperCollins, 2020). Nel 2022 pubblicò The College Scam:
How America’s Universities Are Bankrupting and Brainwashing Away the Future of
America’s Youth, un attacco frontale al sistema accademico americano, e nel
2024 diede alle stampe Rightwing Revolution: How to Beat the Woke and Save
the West, manifesto programmatico per la nuova generazione conservatrice.
Al di là dell’abilità comunicativa, la parabola di Kirk va
letta anche alla luce della sua fede: negli anni rivendicò con forza la
centralità di Gesù Cristo e del credere in Dio come fondamento della
vita personale e della vita pubblica, presentando la religione non come
etichetta, ma come bussola morale, il “mio modo di vivere e di essere”.
La decisione di rinunciare al college per dedicarsi all’attivismo prese forma nel 2012, quando appena diciottenne fondò Turning Point USA. L’idea era semplice ma radicale: creare un movimento giovanile conservatore capace di contrastare l’egemonia progressista nei campus americani. Con pochi mezzi iniziali, Kirk iniziò a organizzare conferenze, distribuire materiale informativo e parlare direttamente agli studenti, sostenendo che l’università aveva perso la sua bussola morale. La sua fede cristiana entrò da subito come parte integrante di questa missione: per lui il richiamo a Dio e a Gesù Cristo non era un accessorio ideologico, ma la condizione necessaria per restituire alle nuove generazioni un senso di responsabilità personale e di comunità. Nel giro di pochi anni, la sua creatura sarebbe diventata l’organizzazione studentesca conservatrice più influente degli Stati Uniti.
Molti critici conservatori — Charlie Kirk fra loro —
sostengono che la cultura accademica americana sia
oggi permeata da politiche DEI (Diversity, Equity, Inclusion) che
finiscono per alterare il curriculum, rimuovere o de-enfatizzare testi o autori
“classici” che non si adeguano alle sensibilità contemporanee. Secondo questi
critici, Shakespeare, Milton Friedman o altri pensatori tradizionali verrebbero
messi da parte o presentati in forma caricaturale, perché considerati “troppo
tradizionali”, “troppo europei”, “troppo capitalisti” o semplicemente
incompatibili con il discorso sull’ingiustizia storica e il privilegio.
Turning
Point USA non era soltanto un’associazione politica, ma un vero e
proprio ecosistema mediatico nato con l’obiettivo di raccontare ai
giovani un’altra storia: il lato conservatore della vita, fondato su
principi morali, patriottici e religiosi. Attraverso eventi nei campus,
campagne sui social e grandi raduni nazionali come lo Student Action Summit, Kirk e il suo team, proponevano
una contro-narrativa rispetto a quella dominante nelle università: libertà
individuale invece di assistenzialismo, identità nazionale invece di
multiculturalismo, fede e responsabilità personale invece di relativismo. In
pochi anni TPUSA si è trasformata in un movimento
culturale e politico nazionale, sostenuta da donatori privati e
riconosciuta come il principale punto di riferimento per la nuova generazione
conservatrice.
La notorietà di Charlie Kirk è cresciuta al punto da varcare
i confini americani. La sua capacità oratoria e la centralità conquistata nel
dibattito conservatore giovanile gli valsero infatti inviti nelle sedi più
prestigiose della cultura europea: Oxford Union e Cambridge Union, le società di dibattito più
antiche e rinomate del mondo accademico. Kirk si è confrontato con studenti,
docenti e intellettuali, difendendo posizioni conservatrici su temi come la
libertà di parola, la centralità della fede, il libero mercato e l’identità
nazionale.
Durante il dibattito tenuto a Cambridge Union, Kirk si è
trovato di fronte a una maggioranza di studenti “liberal left” che hanno
cercato di metterlo in difficoltà con domande puntute. Con il suo aplomb
diplomatico ha riconosciuto l’importanza storica delle università come luoghi
che hanno dato all’umanità scoperte epocali — da Newton a Watson a Crick — ma
allo stesso tempo ha denunciato con forza la situazione delle università
americane, accusandole di essersi trasformate in “fabbriche di debito e di
ideologia”. Ha sostenuto che molte facoltà hanno abbandonato i grandi classici
e le scienze dure per offrire invece corsi marginali o ideologizzati — “North
African lesbian poetry”, disse provocatoriamente — che secondo lui non
formano né il carattere né la competenza professionale necessari per il mondo
del lavoro.
Ha poi sintetizzato la sua visione
di ciò che l’università dovrebbe essere così:
“Colleges should be a place that lift you up to what
is good, true, and beautiful, to study the great things that have been, to
develop your soul and develop your character. Character in Greek literally
means like tattoo — to etch within you. Far too often, colleges create
ungrateful, pessimistic, and nihilistic revolutionaries that want to tear down
what was before and instead have no alternative to build the future. And the West is suffering because of
it.”
“Le università dovrebbero essere
luoghi che ci elevano verso ciò che è buono, il vero e il bello, dove si
studiano le grandi fatti del passato, dove l’anima evolve e si forma il
carattere. La parola ‘carattere’ in greco significa letteralmente ‘tatuaggio’ —
qualcosa che viene inciso dentro di te. Troppo spesso, invece, le università
generano rivoluzionari ingrati, pessimisti e nichilisti, desiderosi di
distruggere ciò che è stato, senza alternative per costruire il futuro. E
l’Occidente ne sta pagando le conseguenze.”
Ma alla base del suo linguaggio mediatico Kirk ha sempre usato parole e concetti fondati sulle “radici giudeo-cristiane” dell’America; un lessico religioso sul quale in seguito s’innescava il codice politico. In questo quadro il sostegno a Israele è divenuto parte integrante del pacchetto identitario del movimento: TPUSA si è schierato con decisione contro il movimento BDS (Boycott, Divestment, Sanctions) e nella maggior parte dei suoi eventi Kirk non mancava di presentare Israele come alleato strategico e culturale dell’Occidente. Per anni, questo filo conduttore ha garantito a Kirk non solo consenso negli ambienti evangelici, ma anche finanziamenti consistenti provenienti da fondazioni e reti vicine all’establishment pro-israeliano. (Tuttavia, ultimamente Kirk sembrava essersi allontanato dalla politica israeliana tradizionale: secondo un’inchiesta di The Grayzone, negli ultimi mesi aveva rigettato un’offerta di finanziamenti da parte di sostenitori israeliani, espresso dubbi sull’influenza politica che Netanyahu avrebbe esercitato sull’Amministrazione Trump, e ricevuto forti pressioni private da donatori pro-Israele per moderare il suo discorso critico.)
Titolo del Washington Post
Questa crescita è stata resa possibile da una macchina
organizzativa imponente: tra il 2016 e il 2017 TPUSA dichiarò entrate per oltre
8,2 milioni di dollari, con donatori come il magnate
Bernard Marcus (cofondatore di Home Depot), il miliardario Richard Uihlein e
l’ex governatore repubblicano Bruce Rauner. Nel 2018 le entrate hanno superato
i 28 milioni di dollari, segnalando una crescita esponenziale non solo
dei capitoli universitari (più di 3000 sezioni locali), ma anche della capacità
di attrarre fondazioni strutturate come la Bradley Foundation e il
network del Donors Trust, che da solo versò quasi 906.000 dollari
nel 2019.
Parallelamente, TPUSA è stata categorizzata controversa. Nel
2016 lanciò la Professor Watchlist, un sito che segnala docenti
accusati di “propagandare idee anti-americane” nei campus, vista da molti come
una forma di intimidazione. Un’inchiesta
del Guardian del 2021 descriveva
l’organizzazione come una “macchina professionale” di attivismo politico, con
ingenti risorse finanziarie e una strategia comunicativa aggressiva sui social
media, molto lontana dall’immagine di movimento spontaneo degli esordi.
Da notare inoltre che una parte
significativa del consenso a Charlie Kirk proveniva dai ragazzi attratti dal
suo richiamo a un recupero dell’identità familiare tradizionale. In questa
visione, al maschio spetta il ruolo di colui che provvede e protegge, simbolo
morale davanti alla comunità, patriota nel contesto nazionale e praticante del
credo cristiano insieme al proprio nucleo familiare. Pur senza negare la
partecipazione della donna attiva nel mondo del lavoro e custode dell’armonia
famigliare, Kirk rimetteva al centro la figura maschile come cardine della
famiglia e della società. Ma in questo clima culturale dominato dal linguaggio
woke e dalla messa in discussione dei ruoli di genere, la sua narrazione si è
posta in aperto contrasto, suscitando inevitabilmente polemiche e proteste.
In questo suo
linguaggio riecheggia quello del noto psichiatra, professore canadese Jordan
Peterson, celebre a livello planetario con il suo libro 12 Rules for
Life (2018), in cui invitava i giovani a “riprendersi in mano la vita” a
partire da gesti di responsabilità quotidiana come “rifatti il letto”.
Come Peterson, anche Kirk si
rivolgeva a una generazione di ragazzi spaesati, che percepivano di non avere
più un ruolo chiaro né un riconoscimento sociale, offrendo loro un racconto che
voleva trasformare l’insicurezza in una visione di vita costruttiva colma
d’amore per affrontare le difficoltà della vita quotidiana.
Se Peterson insisteva sul bisogno di ordine, disciplina e
responsabilità personale, Kirk traduceva quella stessa diagnosi in linguaggio
politico: l’università progressista e la cultura woke sarebbero le cause del
declino nei giovani, mentre il conservatorismo religioso rappresentava la via
per restituire alle nuove generazioni dignità e forza. Sia che si parli di
gioventù che di ricerca identitaria nei maschi, in entrambi i casi, la
mascolinità diventa il terreno simbolico di una crociata antropologica,
contro una società che da due decenni indebolisce e relativizza a favore di un
ritorno alla stabilità, alla fede e alla responsabilità.
Concludendo, il dibattito negli Stati Uniti, soprattutto in certi ambienti conservatori, o fra noti podcaster -influencer di pensiero- propende per l’idea che attorno alla morte di Kirk rimangano più domande che certezze.
Charlie Kirk è stato ucciso da un singolo ragazzo di ventidue anni, come raccontano le cronache giudiziarie, o dietro quel gesto si celano interessi più grandi? È stato colpito perché aveva iniziato a prendere le distanze dall’establishment pro-israeliano, o perché la sua predicazione sulla mascolinità e sulla fede cristiana aveva toccato nervi troppo scoperti in una società segnata dal relativismo woke? È stata la sinistra radicale a non tollerare la sua presenza in una delle sue roccaforti preferite come l’accademica progressista?
In realtà, Kirk è forse stato più semplicemente un predicatore religioso, un ragazzo divenuto uomo di fede un giorno sulla sua via per “Damasco”, autentico, che ha messo Cristo al centro della sua missione dove il messaggio politico è divenuto un mezzo di trasmissione? Ha davvero incarnato il bisogno delle nuove generazioni in cerca di identità e di mete, o ha dato voce a un malessere diffuso, traducendolo in una battaglia culturale coerente con le sue convinzioni?
Sono interrogativi che restano
aperti. E forse è proprio questo il punto: la vicenda di Charlie Kirk non si
chiude con la sua morte, ma continua come parabola — religiosa, politica e
culturale — che obbliga a riflettere su cosa significhi oggi crescere, credere
e combattere in Occidente.
Designare Antifa come un’organizzazione terroristica? Implicazioni legali, strategiche e politiche
di Andrea Molle dagli Stati Uniti
La recente decisione dell’amministrazione Trump di designare Antifa come organizzazione terroristica solleva DIVERSI interrogativi sull’uso degli strumenti dell’antiterrorismo nel contesto domestico. A differenza di gruppi stranieri tradizionalmente soggetti a tale designazione, Antifa non costituisce un’entità strutturata, provvista di un minimo livello di leadership centralizzata, di un’appartenenza ben definita o di un apparato finanziario coerente. È più appropriato descriverla come un movimento sociale decentralizzato, contraddistinto da un’auto-proclamata ideologia antifascista, da reti locali e da un repertorio eterogeneo di pratiche che spaziano da forme di protesta pacifica fino a modalità di confronto violento. Questa ambiguità strutturale è al centro delle sfide e delle controversie legate alla sua designazione.
Antifa non è un’organizzazione strutturata ma piuttosto un movimento sociale decentralizzato contraddistinto da un’auto-proclamata ideologia antifascista, da reti locali e da un repertorio eterogeneo di pratiche che spaziano da forme di protesta pacifica fino a modalità di confronto violento.
Dal punto di vista legale, la decisione si muove su un terreno controverso. Il quadro legislativo federale conferisce chiaramente l’autorità per designare organizzazioni terroristiche straniere ai sensi della Sezione 219 dell’Immigration and Nationality Act. Non esiste invece un quadro normativo del tutto equivalente sul versante domestico, anche se sia l’amministrazione Obama che quella Biden, hanno considerato il terrorismo interno una priorità fondamentale per la sicurezza nazionale. La National Strategy for Counterterrorism del 2011 dell’amministrazione Obama riconosceva esplicitamente la potenziale minaccia della violenza ideologicamente motivata all’interno degli Stati Uniti, pur evitando di proporre un quadro formale per tale designazione. Piuttosto, privilegiava l’impegno comunitario e le iniziative di contrasto alla radicalizzazione. L’amministrazione Biden, a sua volta, nel 2021 ha pubblicato la prima National Strategy for Countering Domestic Terrorism, che individuava l’estremismo violento a motivazione razziale o etnica, così come i movimenti anti-governativi e anarchici, come sfide urgenti. Quel documento destinava risorse al miglioramento della condivisione di intelligence, al coordinamento tra forze dell’ordine e ai programmi di prevenzione ma -aspetto cruciale- ribadiva che la legge statunitense vigente non prevede alcun meccanismo per designare gruppi domestici come organizzazioni terroristiche nello stesso modo in cui le entità straniere possono essere inserite nella lista, ai sensi della Sezione 219 dell’Immigration and Nationality Act. Questa continuità evidenzia il gap strutturale: amministrazioni di entrambi i partiti hanno riconosciuto la rilevanza della violenza estremista interna ma non hanno cercato di creare un quadro legale per tale designazione, in gran parte a causa di vincoli costituzionali e politici.
Applicare la
designazione di “organizzazione terroristica” a un movimento informale interno
implicherebbe probabilmente il fatto di dover ampiamente reinterpretare statuti
già esistenti, come quelli relativi al sostegno materiale o alla cospirazione.
Il Primo Emendamento limita fortemente la portata dell’azione governativa in
quest’area: l’espressione di opinioni politiche, anche radicali o offensive, è
protetta. Per reggere sul piano giudiziario, le accuse dovrebbero dimostrare un
coinvolgimento concreto in atti di violenza o la fornitura di assistenza
materiale ad attività illegali. Questa soglia probatoria elevata limita
l’applicabilità pratica della designazione.
Sul piano
strategico, la designazione offre comunque alcuni vantaggi. Invia un segnale di
deterrenza, sia ai partecipanti sia a chi valuta un sostegno finanziario o
logistico. Espande la gamma di strumenti investigativi a disposizione delle
forze dell’ordine, tra cui un’autorità di sorveglianza ampliata e la
possibilità di perseguire canali di finanziamento. Fornisce inoltre una
vittoria simbolica a quei decisori politici che intendono dimostrare fermezza
contro la violenza politica.
Allo stesso tempo, l’approccio comporta diversi rischi. Poiché Antifa manca di coesione organizzativa, la designazione potrebbe rivelarsi più simbolica che operativa. Eventuali procedimenti basati sulle leggi antiterrorismo rischiano di incontrare ostacoli costituzionali e di generare precedenti controversi. L’applicazione estesa dell’etichetta terroristica a un movimento che include anche attività di protesta legittime rischia di raffreddare il dissenso legittimo ed espandere la sorveglianza statale in modi difficili da contenere. Esiste inoltre un costo strategico di disallineamento: dare priorità ad Antifa potrebbe distogliere risorse dall’affrontare altre minacce statisticamente più significative.
Poiché Antifa manca di coesione organizzativa, la designazione potrebbe rivelarsi più simbolica che operativa. L’applicazione estesa dell’etichetta terroristica a un movimento che include anche attività di protesta legittime rischia di raffreddare il dissenso legittimo ed espandere la sorveglianza statale in modi difficili da contenere.
Le implicazioni di policy si estendono anche agli ambienti digitali. Espressioni online di simpatia o identificazione con Antifa potrebbero, a seconda della discrezionalità dei procuratori, essere interpretate come “sostegno materiale”. Anche se i tribunali finissero per restringere la definizione, la percezione del rischio potrebbe scoraggiare individui dall’esercitare un diritto legittimo, producendo un effetto dissuasivo incompatibile con le norme democratiche. Questa dinamica evidenzia la tensione tra obiettivi di controterrorismo e protezione delle libertà civili quando strumenti concepiti per minacce estere vengono applicati al contesto interno.
Questa dinamica evidenzia la tensione tra obiettivi di controterrorismo e protezione delle libertà civili quando strumenti concepiti per minacce estere vengono applicati al contesto interno
In sintesi, dichiarare Antifa un’organizzazione terroristica mette in luce le difficoltà di adattare i quadri normativi antiterrorismo a movimenti diffusi, basati su reti e radicati all’interno di società democratiche. La policy potrà produrre benefici simbolici e in termini di deterrenza, ma si scontra con ostacoli giuridici, operativi e normativi rilevanti. L’impatto a lungo termine sarà determinato dall’interpretazione giuridica, dalle modalità di applicazione delle norme e dal fatto che questa misura riesca a contenere la violenza o finisca per accentuare la polarizzazione e compromettere le garanzie costituzionali.
Esistono le guerre civili a bassa intensità?
Un dibattito concettuale ed empirico
di Andrea Molle dagli Stati Uniti
immagine di copertina: alcuni titoli del New York Post
Introduzione
L’assassinio dell’attivista conservatore Charlie Kirk nel 2025 ha riacceso il dibattito sulla traiettoria della violenza politica negli Stati Uniti. Commentatori di diversi schieramenti politici hanno invocato il concetto di “guerra civile a bassa intensità” per descrivere un clima caratterizzato da polarizzazione, scontri armati sporadici ed erosione delle norme di civiltà politica. Pur non somigliando agli scenari della Siria nel 2012 o della Spagna degli anni ’30, la persistenza di attentati politici, l’attività di milizie armate e la crescente retorica di disumanizzazione degli avversari hanno alimentato la speculazione sul fatto che il paese stia entrando in una nuova fase di conflitto interno. Ciò solleva questioni teoriche ed empiriche rilevanti: è possibile che democrazie avanzate sperimentino forme di “guerra civile a bassa intensità”? E in tal caso, come distinguere tali fenomeni da terrorismo, crimini d’odio o semplice disordine politico? Collocare il caso statunitense all’interno del dibattito più ampio sulla definizione di guerra civile mette in luce al contempo i limiti e le potenzialità dell’uso di questa categoria nelle democrazie contemporanee.
Questioni di definizioni
La guerra civile viene convenzionalmente definita come conflitto armato tra lo Stato e gruppi non statali organizzati che provoca almeno 1.000 morti in combattimento in un solo anno. Questa soglia, adottata da dataset come UCDP/PRIO o Correlates of War, garantisce comparabilità ma esclude numerosi conflitti prolungati e mortali. L’etichetta di “bassa intensità” viene solitamente applicata a situazioni in cui la violenza è politicamente motivata, sostenuta nel tempo e coordinata da organizzazioni, ma non degenera in campagne ad alta letalità. Il caso statunitense complica questo quadro: sebbene i decessi annuali da violenza politica restino ben al di sotto della soglia dei 1.000, la persistenza di assassinii mirati, l’attività di milizie e i complotti estremisti alimentano un senso di instabilità cronica. La questione è dunque se questo schema rappresenti una forma qualitativamente nuova di violenza politica interna o semplicemente episodi ricorrenti di disordine in una democrazia polarizzata.
screenshot da ABC News
Casi empirici
Diversi esempi storici mostrano l’ambiguità della categoria. In Irlanda del Nord, i “Troubles” causarono circa 3.500 morti in trent’anni, senza mai raggiungere la soglia annuale di una “vera” guerra civile, ma con gruppi armati organizzati e obiettivi politici chiari. In Colombia, l’insurrezione delle FARC durò decenni, con violenza distribuita in modo irregolare nel tempo e nello spazio. In Afghanistan, prima del crollo del 2021, si registrava una violenza concentrata in alcune province mentre altre rimanevano relativamente stabili. In tutti questi casi, lo Stato mantenne capacità istituzionale parziale pur fronteggiando sfide persistenti. Gli Stati Uniti del 2025 appaiono simili: il governo federale rimane pienamente funzionante, ma il tessuto sociale è logorato dall’ostilità partigiana, da episodi di violenza politica localizzata e dall’attivismo di gruppi estremisti. L’effetto cumulativo, pur lontano da una guerra civile convenzionale, corrisponde a ciò che alcuni studiosi e policy makers definiscono “conflitto a bassa intensità”.
Il dibattito
accademico
Il dibattito
riguarda fondamentalmente soglie quantitative e categorie analitiche. Fearon e
Laitin sostengono che la maggior parte delle guerre civili contemporanee assuma
la forma di insurrezioni caratterizzate da violenza dispersa e di basso
livello, piuttosto che da grandi battaglie, rendendo il confine tra “conflitto
minore” e “guerra civile” intrinsecamente poroso. Kalyvas sottolinea che la
violenza nelle guerre civili è spesso frammentata e localizzata, il che
significa che i dati aggregati nazionali possono occultare la realtà vissuta
dalle comunità colpite. Applicando questa lente al caso americano, si potrebbe
sostenere che, pur non assomigliando a una guerra civile su scala nazionale, le
comunità direttamente prese di mira dalla violenza estremista possano
sperimentare condizioni che di fatto equivalgono a un “conflitto a bassa
intensità”. I critici, tuttavia, avvertono che estendere troppo la definizione
rischia di confondere terrorismo, crimini d’odio e insurrezione organizzata,
riducendo la precisione analitica.
Conclusione
Le guerre civili a bassa intensità esistono come realtà empiriche, anche se non rientrano sempre nelle definizioni più rigide dei dataset. Esse dimostrano che un conflitto può rimanere politicamente rilevante senza mai raggiungere soglie di alta intensità. Il dibattito attuale negli Stati Uniti riflette questa tensione: alcuni sostengono che eventi come l’assassinio di Kirk segnalino una deriva verso una guerra civile irregolare e a basso livello, mentre altri li interpretano come manifestazioni di violenza estremista e polarizzazione democratica, ma ancora al di sotto della soglia cinetica. In definitiva, il caso americano sottolinea l’importanza della chiarezza concettuale. Gli studiosi devono bilanciare l’esigenza di definizioni comparabili con la sensibilità verso le forme emergenti di violenza politica, specialmente nelle democrazie avanzate che potrebbero affrontare conflitti prolungati ma sotto soglia.
Bibliografia
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(2003): 75–90.
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1946–2001: A New Dataset. Journal of Peace Research 39, no. 5 (2002):
615–637.
Kalyvas, Stathis N. The Logic of
Violence in Civil War. Cambridge: Cambridge University Press, 2006.
Sambanis, Nicholas. What Is Civil War?
Conceptual and Empirical Complexities of an Operational Definition. Journal
of Conflict Resolution 48, no. 6 (2004): 814–858.
Uppsala Conflict Data Program (UCDP). UCDP/PRIO
Armed Conflict Dataset. Uppsala University & PRIO, various years.
GLI AMERICANI E IL DIBATTITO SUL PORTO D’ARMI
di Melissa
de Tefféda Washington, DC – Giornalista con Master in Diplomazia
presso l’ISPI, esperta di politica statunitense, accreditata per START InSight
presso il Dipartimento di Stato (US)
IL SECONDO EMENDAMENTO
– Tra sicurezza armata e libertà costituzionale
L’8 settembre 2025
è iniziato a Fort Pierce, in Florida, il processo che vede imputato Ryan Wesley
Routh, 59 anni, accusato del tentato assassinio di Donald Trump. L’uomo, armato
di un fucile SKS (acronimo di Samozaryadny Karabin sistemy Simonova, ossia
“carabina semiautomatica sistema Simonov”, arma da fuoco semiautomatica
progettata in Unione Sovietica da Sergej Simonov nel 1945), aveva cercato di
colpire l’ex presidente il 15 settembre 2024 mentre quest’ultimo giocava a golf
al Trump International Golf Club di West Palm Beach. L’attacco fu sventato dal
pronto intervento dei Servizi Segreti, che lo trovarono nascosto fra i cespugli
dove si era appostato per sparare.
Nel corso
dell’udienza inaugurale, Routh ha ribadito la sua innocenza e ha scelto di
difendersi da solo, rinunciando all’assistenza legale. Il giudice, Aileen
Cannon, ha dato inizio alla selezione della giuria. Il processo è sotto i
riflettori dei media locali, sia per la gravità delle accuse sia per le
implicazioni politiche. Ma mentre in aula si cerca una possibile verità
giudiziaria, l’America è scossa da un’ennesima ferita; infatti lo scorso 27
agosto durante la messa nella Annunciation Catholic School di Minneapolis, un
uomo armato ha aperto il fuoco attraverso le vetrate della chiesa durante la
cerimonia, uccidendo due bambini, di 8 e 10 anni, e ferendone 21, tra studenti
e parrocchiani. L’assassino si è suicidato sul posto.
E mentre
scrivo, un ennesimo assassinio scuote l’America: il 10 settembre, il noto
attivista conservatore Charlie Kirk è stato colpito alla gola durante un evento
alla Utah Valley University di Orem, nello Utah, e non è sopravvissuto alle
ferite. Un attacco di natura politica che aggiunge un’ulteriore ferita al
dibattito già lacerante sul diritto alle armi. Questi non sono episodi isolati,
ce ne sono tanti altri che ogni volta forzano l’America a discutere all’interno
dell’arena politica la questione della sicurezza nelle scuole e la diffusione
della violenza armata.
Dal 1999 al 2022 negli Stati Uniti si sono verificati 417 episodi di violenza armata all’interno di scuole, con un bilancio di 203 vittime (tra studenti, insegnanti e personale scolastico) e 441 feriti. Il primo massacro fu quello della Columbine High School, in Colorado (1999), mentre l’ultimo, il 27 agosto 2025, si è consumato alla Annunciation Catholic School di Minneapolis, dove un uomo armato ha aperto il fuoco attraverso le vetrate della chiesa durante la messa, uccidendo due bambini di 8 e 10 anni e ferendo 21 persone, prima di togliersi la vita. Se si considerano i dati più estesi, tra il 2000 e il 2022 sono state registrate 1.375 sparatorie nelle scuole primarie e secondarie (K-12, incluse elementari, medie e licei), con un totale di 515 morti e 1.161 feriti. Un ulteriore rapporto del Center for Homeland Defense and Security School Shooting Database evidenzia come la frequenza e la letalità siano ai massimi storici: negli ultimi dieci anni si sono contati 141 decessi, un numero superiore ai 107 del decennio precedente. Questi numeri illustrano una realtà drammatica: non si tratta di casi isolati. Le scuole americane, luoghi deputati alla crescita e all’apprendimento, sono sempre più spesso teatro di violenza armata.
Se da un lato
gli USA si sentono così progressisti che da quest’anno sono riusciti a proibire
l’uso di cellulari, ipad ecc. nelle ore di scuola, (National Center for
Education Statistics 2025 – circa il 77% delle scuole pubbliche vieta l’uso dei
telefoni durante le lezioni, mentre solo il 30% li proibisce in tutto
l’edificio scolastico con il consenso del 74% degli americani) non si trova una
soluzione per le armi. Le scuole spendono cifre ingenti per la sicurezza
armata: si stima che fornire agenti armati a tutte le scuole costerebbe tra i
14,45 e i 17,3 miliardi di dollari all’anno, pari al 14–16,8% del budget del
Dipartimento dell’Istruzione. A livello
più ampio, la spesa per la sicurezza scolastica — che include metal detector,
sorveglianza, guardie e tecnologia antintrusione — supera già i 3 miliardi di
dollari all’anno.
Eppure, se vi
ricordate, ci fu anche la famosa “March for our lives” nel marzo del 2018
susseguente a un’altra sparatoria del 14 febbraio, dopo che un ex studente aprì
fuoco alla Marjory Stoneman Douglas High School di Parkland, in Florida,
uccidendo 17 persone e ferendone altre 17.
Protestarono tutti ovunque, persino in Europa. A Washington si pensa ci
fossero intorno alle 800.000 persone, mentre in tutto il Paese (e anche in
altre città in Europa), l’iniziativa sembra aver mobilitato oltre 1,2 milioni
di cittadini, diventando una delle proteste giovanili più imponenti della
storia americana. Lo sforzo non è valso
a nulla: il secondo emendamento della costituzione (dicembre 1791), che recita
così: “Essendo necessaria una milizia ben regolata per la sicurezza di uno
stato libero, il diritto del popolo di tenere e portare armi non potrà essere
violato” è stato reinterpretato per soddisfare più la libertà individuale
che quella collettiva, anche se nato con un fine esattamente opposto.
I PRODROMI –
L’Inghilterra
Le radici del Secondo Emendamento affondano nella storia inglese del XVII secolo, quando Giacomo II, ultimo re cattolico d’Inghilterra, cercò di consolidare il proprio potere disarmando arbitrariamente molti sudditi protestanti, mentre favoriva le milizie a lui fedeli. Questo abuso alimentò un diffuso malcontento che, nel 1688, sfociò nella Glorious Revolution e portò alla sua deposizione. L’anno successivo il Parlamento approvò il Bill of Rights del 1689, che riconosceva ai sudditi protestanti il diritto di tenere e portare armi per la propria difesa, ponendo un limite chiaro all’autorità monarchica e trasformando il possesso di armi in un diritto legato alla protezione della libertà da eventuali abusi di governo.
IL PROSIEGUO –
I pellegrini e la giovane America
All’inizio
della colonizzazione, la difesa delle comunità americane era affidata alle
milizie locali: gruppi di cittadini armati, dove ogni uomo libero aveva il
dovere di possedere un fucile e di mettersi al servizio della collettività.
Questo modello, visto come garanzia di libertà contro il rischio di un potere
centrale oppressivo, divenne presto insufficiente di fronte allo scontro con le
forze armate britanniche. Per questo, nel 1775, il Congresso Continentale
decise di istituire un vero esercito regolare, il Continental Army, guidato da
George Washington, che combatté accanto alle milizie popolari durante la Guerra
d’Indipendenza. Dopo la vittoria e la nascita della nuova repubblica, i Padri
fondatori vollero preservare la tradizione della milizia e il diritto dei
cittadini a portare armi, per impedire che un esercito permanente si
trasformasse in strumento di tirannia. Così, nel 1791, con la ratifica del
Secondo Emendamento, sancirono che “una milizia ben regolata” fosse considerata
necessaria alla sicurezza di uno Stato libero e che, di conseguenza, il diritto
del popolo di tenere e portare armi non potesse essere violato.
“A well
regulated Militia, being necessary to the security of a free State, the right
of the people to keep and bear Arms, shall not be infringed.” – “Una
milizia ben regolamentata, essendo necessaria per la sicurezza di uno Stato
libero, il diritto del popolo di tenere e portare armi, non sarà violato”.
Il testo mirava a garantire che il nuovo
governo federale non potesse centralizzare troppo il potere militare e
disarmare i cittadini, lasciando agli Stati e al popolo la possibilità di
organizzarsi per difendere la loro libertà. Questa eredità derivava
direttamente sia dalla tradizione inglese, sia dalla diffidenza verso un
esercito permanente, percepito come strumento di tirannia.
Oggi
Per gran parte del XX secolo, la
giurisprudenza statunitense ha interpretato il Secondo Emendamento come un
diritto collettivo, legato alle milizie statali. A partire dagli anni Duemila,
però, la Corte Suprema ha cambiato rotta, riconoscendo al diritto di possedere
armi una dimensione individuale.
Un passaggio cruciale è stata la
sentenza District of Columbia v. Heller (2008), con cui la Corte ha stabilito
che il possesso di armi rientra tra i diritti individuali, in particolare in
relazione all’autodifesa personale. Poco dopo, in McDonald v. Chicago (2010),
questa garanzia è stata estesa anche agli Stati e ai governi locali, che non
possono eluderla attraverso leggi restrittive.
L’orientamento è stato ulteriormente
rafforzato dalla decisione New York State Rifle & Pistol Association v.
Bruen (2022). In questo caso la Corte ha esaminato una legge di New York che
richiedeva ai cittadini di dimostrare una “motivazione giustificabile” (proper
cause) per ottenere il porto d’armi fuori casa. Con una maggioranza di 6–3, la
Corte ha dichiarato la legge incostituzionale, affermando che il diritto di
portare un’arma per autodifesa non può dipendere da una valutazione
discrezionale delle autorità. Inoltre, ha stabilito che eventuali limitazioni
devono avere un chiaro fondamento nella tradizione storica del Paese.
Questa evoluzione giurisprudenziale ha consolidato in modo definitivo l’interpretazione del Secondo Emendamento come diritto individuale, segnando un distacco dalla precedente visione collettiva legata alle milizie.
Parallelamente
all’evoluzione giuridica, un ruolo cruciale è stato giocato dalla National
Rifle Association (NRA), storicamente nata come organizzazione per la
promozione del tiro sportivo, ma trasformatasi nel corso del XX secolo in una
delle lobby più potenti e influenti degli Stati Uniti. A partire dagli anni ’70
la NRA ha costruito una strategia politica e di comunicazione volta a
promuovere un’interpretazione individualista del Secondo Emendamento.
Attraverso campagne mediatiche, pressione sui legislatori e contributi
finanziari alle campagne elettorali, l’Associazione è riuscita a consolidare
l’idea che la difesa del diritto alle armi sia sinonimo di difesa della libertà
personale. Negli ultimi decenni, questa narrativa ha influenzato direttamente
non solo l’opinione pubblica, ma anche la giurisprudenza: molti esperti
sostengono che la svolta della Corte Suprema nel caso Heller sia stata favorita
da decenni di sensibilizzazione culturale e politica da parte della NRA e di
think tank collegati.
Oggi, quindi, il Secondo Emendamento rappresenta una delle libertà individuali più dibattute della Costituzione americana: da un lato è percepito come un baluardo della libertà personale, dall’altro è visto come un ostacolo a misure di sicurezza più restrittive in un Paese che continua a essere segnato da alti tassi di violenza armata e sparatorie di massa, in particolare nelle scuole. Il dibattito politico è polarizzato: ogni tentativo di regolamentazione incontra la resistenza compatta della lobby delle armi e dei suoi sostenitori, mentre le famiglie delle vittime e gran parte dell’opinione pubblica chiedono soluzioni concrete per ridurre il numero di morti e feriti.
Qui
di seguito, il commento di Donald Trump sull’ultima sparatoria nella scuola di
Minneapolis:
“Due settimane fa a
Minneapolis, un assassino demoniaco ha sparato a 21 persone e ha ucciso due
preziosi bambini in una scuola cattolica. I nostri cuori sono spezzati per le
famiglie di quei bambini bellissimi. Il procuratore Generale Pam Bondi
sta lavorando con impegno per capire le cause di questi attacchi ripetuti, e
stiamo lavorando molto, molto intensamente su questo problema.”
Ecco un riassunto articolato della politica di Donald Trump rispetto alle armi e alle sparatorie scolastiche, sia durante la sua prima amministrazione sia oggi.
Durante il suo primo
mandato, Trump si trovò ad affrontare diverse sparatorie di massa – tra
cui Parkland (2018), Santa Fe (2018) ed El Paso (2019). In risposta, propose
più volte di armare gli insegnanti, sostenendo che la presenza di
personale armato nelle scuole avrebbe potuto fermare gli aggressori più
rapidamente. Questa idea fu accolta con favore da alcuni sostenitori della National
Rifle Association (NRA), ma respinta da gran parte del mondo educativo e da
molte famiglie delle vittime, che la giudicavano una soluzione pericolosa e
inefficace. Trump ha inoltre limitato la vendita dei cosiddetti bump stocks
(dispositivi che trasformano fucili semiautomatici in quasi automatici), ma non
ha mai promosso una vera riforma restrittiva del settore, mantenendo un
approccio sostanzialmente favorevole alla tutela del Secondo Emendamento.
Oggi
Nel suo nuovo ruolo
politico, Trump continua a difendere l’idea che il diritto al porto di armi sia
inviolabile. Dopo la recente strage di Minneapolis (2025), ha espresso
cordoglio per le vittime ma ha spostato l’attenzione su temi identitari, come
la difesa della religione a scuola e la critica all’“ideologia transgender”. Il
Dipartimento di Giustizia della sua amministrazione ha addirittura discusso –
senza ancora proporre formalmente – un possibile divieto di acquisto di armi
per le persone transgender, legando la violenza armata a presunti problemi
di salute mentale. Questa posizione è stata interpretata da molti osservatori
come un modo per spostare il dibattito dalle restrizioni generali sulle
armi a questioni culturali e di minoranza, preservando così il sostegno della
lobby delle armi e dell’elettorato conservatore.
Concludo menzionando un recente articolo
del prestigioso Pew Research Center, che evidenzia come le differenze tra Democratici e
Repubblicani, talvolta grandi, non su tutto appaiano così marcate. Il rapporto
offre uno sguardo aggiornato sul possesso di armi, sulle opinioni riguardo alle
leggi in materia e sulla percezione del problema della violenza armata negli
Stati Uniti.
Circa il 32% degli adulti americani dichiara di possedere una pistola, mentre un ulteriore 10% vive in un’abitazione in cui è presente un’arma (totale circa 42%), percentuali stabili rispetto al 2021 e 2017. Pew Research Center
La distribuzione del possesso varia significativamente per politica, genere e luogo di residenza: il 45% dei Repubblicani possiede un’arma contro il 20% dei Democratici; il 40% degli uomini ne possiede una, rispetto al 25% delle donne; e il 47% dei residenti nelle aree rurali dichiara di possedere un’arma, rispetto al 30% nei sobborghi e al 20% in città.
La motivazione principale dietro il possesso di armi è la protezione personale: il 72% dei possessori indica questo come motivo principale, rispetto al 32% che lo fa per caccia, 30% per sport e solo 15% per collezionismo.
Il 61% degli americani ritiene che sia troppo facile ottenere legalmente un’arma. Quasi tutti i democratici la pensano così (86%), mentre solo un terzo dei repubblicani (34%) è d’accordo.
Il 58% degli adulti desidera leggi sulle armi più rigorose; solo il 15% ne vuole di meno restrittive e il 26% ritiene che quelle attuali siano adeguate.
C’è ampio consenso bipartisan su alcune misure: l’88–89% degli adulti (Repubblicani e Democratici) sostiene la proibizione della vendita di armi a persone con malattie mentali; il 69% dei Repubblicani e il 90% dei Democratici è favorevole a innalzare l’età minima a 21 anni. Invece, il porto occulto senza permesso è respinto da 60% dei Repubblicani e 91% dei Democratici.
Il Paese è diviso sull’equilibrio tra proteggere il diritto di possedere armi e controllarne la diffusione: complessivamente il 51% considera più importante proteggere i diritti, il 48% privilegia il controllo. Tra i Repubblicani, l’83% dà priorità ai diritti, mentre fra i Democratici il 79% preferisce il controllo.
L’opinione sull’effetto delle armi sulla sicurezza pubblica è fortemente polarizzata: il 52% ritiene che la proprietà di armi aumenti la sicurezza, mentre il 47% la ritiene un elemento di insicurezza.
Oggi il 49% degli americani considera la violenza armata “un problema grave”, dato in calo rispetto al 60% del giugno 2023.
Tra gli insegnanti, il 59% teme almeno in parte un’eventuale sparatoria nella propria scuola (18% lo teme molto/estremamente). Tra i genitori, il 32% è molto o estremamente preoccupato, il 37% in parte, e il 31% per nulla.
L’America che fa pagare: dazi, globalizzazione e nuovi balzelli
di Melissa de Tefféda Washington, DC – Giornalista con Master in Diplomazia presso l’ISPI, esperta di politica statunitense, accreditata per START InSight presso il Dipartimento di Stato (US)
Nel suo primo discorso al Congresso del
1790, George Washington sottolineò che la sopravvivenza stessa della
giovane repubblica dipendeva dalla capacità di sviluppare una produzione
domestica solida e autonoma. Su quella linea si inserì Alexander Hamilton,
che con il suo celebre Report on Manufactures tracciò una strategia
ambiziosa: dazi sulle importazioni, sussidi alle imprese e persino la creazione
di una banca nazionale, tutto per sostenere le industrie emergenti. Non fu un
percorso semplice: per gli americani liberarsi dalla dipendenza economica
dall’Inghilterra fu un’impresa lenta e difficile, a partire proprio dal settore
tessile. Come vestirsi senza dover ricorrere a panni e tessuti tassati
oltremisura dagli inglesi e senza macchine nè pecore? L’indipendenza politica,
infatti, rischiava di rimanere monca priva di una corrispondente indipendenza
economica. In questo contesto nacque il Tariff Act del 1789, che servì a
finanziare il neonato governo federale, ma anche a difendere i produttori
locali dalla concorrenza europea. Da allora i dazi non hanno mai smesso di
essere uno strumento politico: a volte scudo per proteggere i lavoratori
interni, altre volte come leva di pressione nelle relazioni internazionali,
sempre in bilico tra apertura e chiusura, tra protezionismo e libero scambio.
Già nel suo primo discorso al Congresso
nel 1790, George Washington mise in guardia il Paese: la sopravvivenza
della giovane repubblica dipendeva dalla capacità di produrre in casa ciò di
cui aveva bisogno, senza dipendere dalle importazioni straniere (“A free people ought not only
to be armed, but disciplined; … and their safety and interest require that they
should promote such manufactories as tend to render them independent of others
for essential, particularly military, supplies.” — George Washington, First Annual
Address to Congress, 8 gennaio 1790.
A raccogliere questa visione fu Alexander Hamilton, che nel Report on Manufactures (“The Secretary of the Treasury […] has applied his attention […] to the subject of Manufactures; and particularly to the means of promoting such as will tend to render the United States independent on foreign nations, for military and other essential supplies.” ) disegnò un programma ambizioso fatto di dazi sulle merci europee, sussidi governativi e persino la creazione di una banca nazionale, per sostenere un’industria americana ancora fragile. L’idea era chiara: l’indipendenza politica sarebbe rimasta un guscio vuoto senza un’indipendenza economica. Non fu semplice: gli inglesi continuavano a controllare il commercio tessile imponendo tasse elevate e impedendo alle colonie di sviluppare una propria manifattura, e ci volle tempo prima che lana e cotone potessero essere filati liberamente senza pagare dazi a Londra. Da quel momento i dazi diventarono un marchio di fabbrica della politica americana, uno strumento usato di volta in volta come scudo per difendere i lavoratori interni o come leva per esercitare pressione internazionale. Ma con l’avanzare del Novecento, questo equilibrio si incrinò: con Ronald Reagan e l’ascesa delle teorie di Milton e Rose Friedman, il linguaggio del libero mercato cominciò a sostituire quello del protezionismo, e in nome della globalizzazione vennero smantellati sindacati, controlli e tariffe. L’America entrava nell’era del “cheap stuff”, dove il prezzo basso sembrava contare più della solidità del suo tessuto produttivo.
Il 5 settembre 1882 la Central Labor Union organizzò la prima parata nazionale per celebrare il lavoro organizzato a New York City. La prima parata del Labor Day.
Negli anni Novanta questa ideologia
trovò la sua consacrazione con gli accordi NAFTA, il libero scambio tra
Stati Uniti, Messico e Canada, negoziato da George H. W. Bush e firmato nel
1993 da Bill Clinton. Presentato come una promessa di prosperità condivisa, il
trattato accelerò il processo di deindustrializzazione: milioni di posti di
lavoro manifatturieri ben pagati scomparvero, sostituiti da impieghi nel
settore dei servizi a basso salario. Tra il 2001 e il 2003 il reddito medio
degli operai scese da 40.000 a 32.000 dollari annui, mentre le grandi aziende
americane spostavano la produzione oltre confine, prima in Messico e poi in
Asia. Le scarpe sportive, i tessuti, i capi d’abbigliamento che un tempo erano
simbolo dell’industria statunitense iniziarono a portare etichette “Made in
Vietnam” o “Made in China”. Perfino il Pentagono, già nel 2009, mise in guardia
sulla vulnerabilità derivante da questa dipendenza esterna, ma la logica del
libero mercato continuò a prevalere. Per milioni di famiglie operaie, il “cheap
stuff” significava salari più bassi, comunità svuotate e crescente
disuguaglianza, mentre per le grandi multinazionali e i consumatori più
abbienti rappresentava margini di profitto più alti e beni a basso costo.
Quando nel 2020 il NAFTA venne sostituito dall’USMCA, ribattezzato da
Trump ma sostanzialmente simile, l’illusione era ormai svanita: l’America si
era già trasformata da potenza manifatturiera a potenza importatrice,
dipendente da catene di fornitura globali che la pandemia avrebbe poi messo
drammaticamente in crisi.
Da Hamilton al dopo NAFTA,
la parabola americana sui dazi racconta una contraddizione che ancora oggi
resta irrisolta. Hamilton immaginava un’America capace di emanciparsi dal
dominio britannico attraverso dazi, incentivi e una banca nazionale che
sostenesse le industrie nascenti: non un ripiego ma un progetto di indipendenza
economica, per dare solidità a quella politica. Due secoli dopo, invece, il
NAFTA ha segnato l’inizio della grande fuga: le manifatture hanno chiuso i
battenti, milioni di lavoratori sono stati licenziati o ricollocati in
occupazioni precarie e a basso salario, e la promessa di prosperità condivisa
si è tradotta in disuguaglianza crescente. Il mito del libero mercato,
alimentato negli anni Ottanta e Novanta, ha prodotto un’America che ha
preferito il “cheap stuff” al lavoro ben pagato, accettando di dipendere da
catene globali di approvvigionamento che la pandemia ha poi mostrato essere
fragili e vulnerabili.
Il simbolo di questo passaggio, oggi
è Amazon: con i suoi oltre 6.000
ordini al minuto e i picchi da 18.000 ordini nei giorni di saldi,
rappresenta la faccia digitale di un’economia che consuma senza sosta, ma che
produce sempre meno in casa. Dietro la promessa di consegne veloci e prezzi
bassi si nasconde un meccanismo alimentato da migliaia di container che ogni
giorno attraversano il Pacifico, colmi di prodotti fabbricati in Cina, Vietnam,
India o Bangladesh. Nel 2024 il deficit commerciale con Pechino ha superato i 295
miliardi di dollari, mentre quello complessivo degli Stati Uniti ha toccato
i 918 miliardi: numeri che fotografano un Paese che importa più di
quanto esporti e che ha abbandonato gran parte della sua capacità
manifatturiera. Così, il consumatore americano che ordina un paio di scarpe o
un gadget online incarna in realtà il rovesciamento dell’originaria promessa
hamiltoniana: non più dazi per proteggere chi lavora, ma tariffe e costi
nascosti che finiscono per pesare sul carrello della spesa. Da Hamilton al dopo
NAFTA, l’America è arrivata ad Amazon: dazi e globalizzazione si sono
trasformati in un conto salato che, alla fine, paga sempre chi lavora e
consuma.
Oggi, nel giorno del Labour Day americano, il nostro 1° maggio, la promessa di proteggere i lavoratori attraverso i dazi sembra risuonare vuota: nel mirino non sono più soltanto i salari, ma i carrelli della spesa. Un recente sondaggio condotto dalla CNN evidenzia una netta inversione di tendenza: se a novembre 2024 il 52% degli elettori sosteneva i dazi di Trump, oggi il 60% li respinge convintamente — “li stanno sputando fuori”, commenta lapidario il guru dei sondaggi Harry Enten. Goldman Sachs avverte che, fino ad oggi, le aziende hanno retto il peso delle tariffe, ma presto saranno i consumatori a farsene carico per quasi il 70% in più. I dati del Pew Research Center rendono il quadro ancora più chiaro: il 61% degli americani disapprova le tariffe, contro solo il 38% che le approva, mentre un sondaggio AP-NORC indica che circa la metà teme aumenti significativi nei prezzi, con il 52% che boccia i dazi su tutte le merci importate. Perfino coloro che avevano creduto nella retorica protezionistica oggi si sentono traditi: un imprenditore dell’Indiana racconta che le sue tariffe sull’alluminio hanno fatto crollare gli ordini, causando licenziamenti e un calo tra il 35% e il 40% delle vendite. In sintesi, il Labour Day di quest’anno diventa l’occasione per fare i conti: i dazi, pensati per salvaguardare il lavoro, si ritorcono sui consumatori e quindi sui lavoratori stessi, trasformandosi da scudo ideologico fino ad essere una pessima sorpresa sul prezzo finale.
In sintesi, il Labour Day di quest’anno
diventa l’occasione per fare i conti: i dazi, pensati per salvaguardare il
lavoro, si ritorcono sui consumatori e quindi sui lavoratori stessi,
trasformandosi da scudo ideologico fino ad essere una pessima sorpresa sul
prezzo finale. Ma l’evoluzione non si ferma qui. Dalla tassazione dei beni si è
passati a colpire direttamente le persone: oggi non sono solo le merci a pagare
il prezzo del protezionismo, ma anche i viaggiatori stranieri che vogliono
entrare negli Stati Uniti. Alla lista dei costi si aggiunge ora un’altra tassa,
la Visa Integrity Fee da 250
dollari, che va a sommarsi alle tariffe già esistenti per i visti
non-immigranti, in particolare i visti turistici o business B1/B2. Oggi la tariffa base per la
domanda di visto B1/B2 è pari a 185 dollari. A questa si aggiungono alcuni
costi accessori già in vigore, come il reciprocity fee (tassa di
reciprocità), che varia da Paese a Paese: per alcuni cittadini può arrivare a 7
dollari o anche molto di più, mentre per l’Italia non è previsto. Con
l’introduzione della nuova tassa fissa da 250 dollari, il totale minimo per
molti turisti sale a 435 dollari. Alcune testate, come il Washington Post, hanno
arrotondato a 442 dollari
considerando ulteriori oneri di sistema, come spese di elaborazione e in certi
casi la tassa SEVIS. In pratica, il costo di un visto turistico per entrare
negli Stati Uniti raddoppia e supera i 400 dollari, collocandosi tra i più alti
al mondo. Le associazioni del settore avvertono che questo balzello rischia di
frenare la ripresa del turismo internazionale negli Stati Uniti, proprio alla
vigilia di eventi globali come i Mondiali 2026 e le Olimpiadi 2028.
Dai dazi sui beni ai balzelli sulle persone: la nuova Visa Integrity Fee da 250 dollari viene presentata come misura per “rafforzare la sicurezza dei confini” e, nella retorica ufficiale, addirittura per arginare l’immigrazione clandestina, una exscusatio non petita che mostra tutta la fragilità dell’argomento, perché in realtà colpisce soltanto chi viaggia in regola, per turismo o per affari, mentre i flussi irregolari restano ben lontani dai consolati e dalle procedure ufficiali. Il risultato è che il costo di un visto turistico per gli Stati Uniti sale oltre i 435 dollari, trasformando il viaggio in un lusso e il Paese in una delle destinazioni più care al mondo già solo per l’ingresso. Di fronte a questa logica, viene spontaneo pensare a Liza Minnelli che canta “money, money, money”: il ritornello perfetto per un’America che continua a trasformare ogni barriera in una nuova occasione di incasso.
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