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Principali eventi nell’area del Maghreb e del Mashreq – Agosto

La Redazione

Algeria: risposta alla crisi. L’Algeria apre al settore privato: banche, compagnie aeree, società di trasporto marittimo

L’Algeria apre al settore privato che potrà dar vita a banche e società di trasporto aereo e marittimo di merci e passeggeri: una scelta volta a ridurre la spesa, ormai non più sostenibile, di uno stato storicamente onnipresente nell’economia del paese. Una scelta che dovrebbe portare da una fallimentare e non sostenibile economia monopolistica di stato a un’econimia aperta al mercato: queste le intenzioni annunciate il 18 agosto dal presidente Abdelmadjid Tebboune. La decisione è parte di riforme più ampie per far fronte ai problemi finanziari causati dal forte calo dei proventi delle esportazioni di energia, la principale fonte di finanziamento statale. Eletto a dicembre 2019, Tebboune vuole incoraggiare gli investitori privati ​ nel tentativo di sviluppare il settore non energetico e ridurre la dipendenza da petrolio e gas. Le riserve di valuta estera dell’Algeria sono scese a 57 miliardi di dollari da 62 miliardi di gennaio, mentre i ricavi delle esportazioni di energia dovrebbero raggiungere 24 miliardi di dollari alla fine del 2020 rispetto ai 33 miliardi nel 2019. I guadagni energetici rappresentano attualmente il 94% delle esportazioni totali e il governo mira a portare tale cifra all’80% dal prossimo anno, aumentando il valore delle esportazioni di prodotti non energetici a 5 miliardi dagli attuali 2 miliardi. Per raggiungere questo obiettivo, il governo stanzierà circa 15 miliardi di dollari per aiutare a finanziare progetti di investimento (MEMO – Middle East Monitor, 2020).

Egitto: accordo con la Grecia per la designazione di una nuova zona economica esclusiva (EEZ)

Il 6 agosto al Cairo, Grecia ed Egitto hanno firmato l’accordo per la designazione parziale di una zona economica esclusiva (EEZ) nel Mediterraneo orientale. Per Atene, l’accordo ha effettivamente annullato un accordo marittimo tra la Turchia e il GNA dello scorso anno. Questo accordo fa parte di una più ampia strategia di risoluzione di questioni bilaterali, volta a costruire alleanze con terze parti in modo da promuovere gli interessi nazionali dei due paesi, nel rispetto del diritto internazionale. È al tempo stesso un accordo che vuole porsi in linea con il diritto del mare delle Nazioni Unite, un atto di diritto internazionale in cui la Turchia è uno dei 15 paesi al mondo a non avere firmato o ratificato. L’accordo con l’Egitto è arrivato dopo che la Grecia ha firmato un precedente accordo con l’Italia, il 9 giugno, che ha di fatto esteso un accordo del 1977 tra i due stati in merito alle piattaforme continentali nel Mar Ionio.

Israele: un accordo di pace con gli Emirati Arabi Uniti

Il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu e il principe ereditario degli Emirati Arabi Uniti (UAE) Mohammed bin Zayed hanno siglato un accordo di pace: Israele “sospenderà” temporaneamente l’estensione della sovranità israeliana sulla Cisgiordania, come parte di un nuovo accordo di pace. L’accordo è stato annunciato dal presidente degli Stati Uniti Donald Trump.

Gli Emirati Arabi Uniti e Israele, in base all’accordo, scambieranno proprie ambasciate e ambasciatori. Gli UAE saranno così il terzo Paese arabo ad avviare relazioni ufficiali con Israele, dopo Egitto e Giordania. Netanyahu ha formalmente ringraziato il presidente egiziano Adel-Fattah el-Sisi e i governi di Oman e Bahrain per il loro sostegno alla normalizzazione delle relazioni tra Abu Dhabi e Gerusalemme.

Ma il presidente dell’Autorità Palestinese (AP) Mahmoud Abbas ha rigettato l’accordo di pace definendolo “un tradimento di Gerusalemme”. In una dichiarazione letta alla televisione palestinese, il portavoce di Abbas, Nabil Abu Rudeineh, ha detto: “La leadership palestinese rifiuta quanto fatto dagli Emirati Arabi Uniti e lo considera un tradimento di Gerusalemme, della moschea di Al-Aqsa e della causa palestinese. Questo accordo è un riconoscimento de facto di Gerusalemme come capitale di Israele”. L’AP ha anche annunciato che avrebbe ritirato immediatamente il proprio ambasciatore negli Emirati Arabi Uniti (Fonte: agenzia di stampa palestinese Wafa). Funzionari dell’Organizzazione per la liberazione della Palestina (OLP) hanno respinto l’accordo, così come il gruppo militante palestinese Hamas.

Libano: l’esplosione di Beirut una svolta per il Libano?

Nel pomeriggio del 4 agosto 2020, due esplosioni sono avvenute nel porto della città di Beirut, capitale del Libano. La seconda esplosione è stata estremamente potente e ha causato almeno 177 morti, 6.000 feriti e 10-15 miliardi di dollari di danni, lasciando circa 300.000 persone senza casa. L’incidente è stata provocato dall’esplosione di 2.750 tonnellate di nitrato di ammonio – un materiale altamente combustibile utilizzato per produrre fertilizzanti e bombe. La spaventosa negligenza che ha lasciato più di 2.750 tonnellate di nitrato di ammonio immagazzinate nel porto in condizioni climatiche inadatte, senza la supervisione di esperti, per più di sei anni è la conferma di un paese afflitto da corruzione endemica e incompetenza, devastato da decenni di conflitti settari, assenza di governance e cinici giochi politici la cui regia è nelle mani degli Stati regionali in collaborazione con gli attori interni. Aggravata dalla pandemia, la corruzione endemica e il malgoverno hanno portato l’economia nazionale alla rovina: l’ormai cronica crisi economica e sociale ha inevitabilmente portato verso il fallimento dello Stato, anche se il Libano è già da anni uno stato fallimentare.

Per mesi i prezzi dei beni sono aumentati vertiginosamente e la classe media è sprofondata nella povertà e nella disperazione. Per settimane, prima dell’esplosione, i residenti della capitale hanno manifestato contro la cattiva gestione e l’incertezza economica. Dal giorno dell’esplosione, i manifestanti hanno poi cercato di superare con la forza i cordoni della polizia e dell’esercito; in tale situazione, il parlamento libanese ha approvato lo stato di emergenza che concede ampi poteri all’esercito: limitazione di libertà di parola, di riunione e di stampa, nonché libertà per le forze armate di entrare nelle abitazioni private e arrestare chiunque sia considerato una minaccia alla sicurezza. Ma ciò non è bastato a contenere le manifestazioni di protesta; manifestazioni che hanno indotto il premier Hassan Diab e il suo gabinetto a dimettersi: ma la crisi è troppo profonda per essere risolta con un cambio di gestione.

L’impatto della crisi è forte, soprattutto nelle aree urbane. Le persone cercano di andarsene o di sopravvivere grazie al sostegno economico di parenti all’estero; altri stanno ricorrendo al sostegno di Hezbollah. Le sanzioni economiche hanno reso l’Iran meno generoso, ma Hezbollah continua a mantenere una capillare rete di clientelismo. La principale conseguenza a breve termine è la frammentazione e la criminalizzazione, alimentata da un tasso di disoccupazione tra i più elevati della regione, anche a causa dell’oltre milione e mezzo di profughi siriani (su una popolazione di 4 milioni di abitanti) che si aggiungono agli arabi palestinesi. A lungo termine, resta da vedere in quale sfera di influenza finirà il Libano:

  • l’Iran sta cercando di sfruttare la situazione di stallo, ma non può alleviare il suo bisogno finanziario;
  • Hezbollah ora guarda sempre più alla Cina, come il governo che sta cercando di attirare investimenti cinesi;
  • la stessa Cina guarda con grande interesse alla possibilità di un ulteriore hub nel Mediterraneo orientale (oltre alle teste di ponte che ha già in Egitto e Grecia), (Holslag, 2020).

Libia: un cessate il fuoco? E la Turchia si prende Misurata

Fajez Al Sarraj ha annunciato il 21 agosto il cessate il fuoco in tutto il Paese e ha chiesto la smilitarizzazione della città di Sirte, controllata dalle forze del generale Haftar. Al Sarraj ha anche ha annunciato elezioni a marzo con “un’adeguata base costituzionale su cui le due parti concordano”. Dopo le dichiarazioni del GNA, anche Aguila Saleh, portavoce della Camera dei rappresentanti di Tobruk, ha annunciato il cessate il fuoco. “Il nuovo stop taglia la strada a ogni ingerenza straniera e si conclude con l’uscita dei mercenari dal Paese e lo smantellamento delle milizie” ha detto Saleh aggiungendo: “Cerchiamo di voltare la pagina del conflitto e aspiriamo ad un futuro di pace e alla costruzione dello Stato attraverso un processo elettorale basato sulla Costituzione“.

Secondo Ahval News, Turchia e Qatar hanno firmato un triplice accordo di cooperazione militare con il governo libico destinato a rafforzare la difesa del governo contro le forze di Khalifa Haftar e, di conseguenza la presenza e il ruolo della Turchia e del Qatar (e dunque dei gruppi islamisti) nella regione. L’accordo, annunciato il 17 agosto dal vice ministro della Difesa libico Salam Al-Namroush, realizzerà strutture militari e avvierà programmi di addestramento all’interno del Paese. Questa cooperazione includerà il finanziamento da parte del Qatar dei centri di addestramento militare e la creazione di un centro di coordinamento trilaterale e di una base navale turca nella città di Misurata. Il supporto e la consulenza saranno anche fornite alle forze governative libiche come parte dell’accordo. L’Italia, da anni presente a Misurata con un proprio ospedale militare, è stata allontanata dall’area, rendendo vani gli sforzi fatti sino a ora. Lo stesso personale italiano sarà dislocato nei pressi della capitale Tripoli.

Siria: In riduzione le truppe statunitensi in Iraq e Siria

Il comandante militare americano in Medio Oriente ha dichiarato che i livelli delle truppe statunitensi in Iraq e Siria si ridurranno molto probabilmente nei prossimi mesi, pur ammettendo di non aver ricevuto l’ordine per avviare il ritiro delle unità. Il generale Kenneth F. McKenzie Jr., capo del comando centrale del Pentagono, ha detto che le 5.200 truppe in Iraq impegnate a combattere ciò che rimane del gruppo Stato islamico e ad addestrare le forze irachene “saranno adeguate” dopo le consultazioni con il governo di Baghdad. Il generale McKenzie ha detto che si aspetta che le forze americane e le altre forze della NATO mantengano “una presenza a lungo termine” in Iraq – sia per aiutare a combattere gli estremisti islamici che per controllare l’influenza iraniana nel paese. Non è stata confermata l’entità delle forze che rimarranno in teatro, ma fonti non ufficiali riportano un totale di forze residue non inferiori a 3.500 unità statunitensi. Nonostante la richiesta del presidente Donald J. Trump, orientate a un ritiro completo di tutte le 1.000 forze americane dalla Siria, il presidente ha confermato la permanenza di circa 500 soldati, per lo più nel nord-est del paese, che assistono gli alleati curdi siriani nella lotta contro i combattenti del gruppo Stato islamico (Schmitt, 2020).

Marocco: Il Marocco e il Portogallo si impegnano a combattere la migrazione irregolare

Il Portogallo e il Marocco si sono impegnati a unire gli sforzi per frenare la migrazione irregolare: Rabat e Lisbona hanno annunciato la decisione a seguito di una videoconferenza tra il ministro degli Interni portoghese, Eduardo Cabrita, e il ministro degli Interni del Marocco, Abdelouafi Laftit. I due ministri hanno discusso di cooperazione tra il Marocco e l’Unione europea sui temi della sicurezza e hanno manifestato la disponibilità dei loro governi a “intensificare” la cooperazione in materia di sicurezza all’interno del più ampio programma UE-Marocco di prevenzione e lotta contro la “migrazione illegale e la tratta di esseri umani”. Il progressivo spostamento del flusso migratorio verso il Portogallo è direttamente collegato all’azione di contrasto attuata dal Marocco nella tratta verso la Spagna, che è stata a lungo la rotta tradizionale delle ondate di migranti irregolari (Tamba, 2020).

Tunisia: Stop alle partenze dei migranti verso l’Italia. Intanto la crisi economica peggiora

Migliaia di migranti sono sbarcati a Lampedusa e in Sicilia nei mesi di luglio e agosto. Il governatore della regione siciliana ha chiesto di proclamare lo stato di emergenza a causa degli hotspot per l’accoglienza ai migranti irregolari che hanno superato la capacità di contenimento e dal numero di migranti risultati positivi al COVID19. La maggior parte dei migranti sbarcati a Lampedusa e in Sicilia proveniva dalla Tunisia: nel 2020 quasi la metà delle oltre 16.000 persone sbarcate sulle coste italiane è partita dalla Tunisia.

A seguito delle pressioni del ministero degli Esteri italiano, il 6 agosto la Tunisia ha annunciato di aver messo a disposizione più mezzi per contrastare le partenze irregolari di migranti, in particolare: unità navali, dispositivi di sorveglianza e squadre di ricerca in prossimità dei punti di imbarco (ANSA).

Il 18 agosto, il ministro dell’Interno italiano Luciana Lamorgese e il ministro degli Esteri Luigi Di Maio hanno visitato Tunisi, accompagnati dal Commissario europeo per gli Affari interni Ylva Johansson e dal Commissario europeo per l’allargamento e la politica di vicinato Oliver Varhelji; al termine del’incontro il ministero dell’Interno italiano ha donato 11 milioni di euro (13 milioni di dollari) al governo tunisino da utilizzare negli sforzi per arginare il flusso di migranti.

La decisione è arrivata in un momento critico per il Paese sia a livello economico che politico. Numerose proteste sono scoppiate nel paese quest’anno a causa della diffusa e crescente disoccupazione, la mancanza di sviluppo e la carenza di servizi pubblici nel settore sanitario, elettrico e idrico. La situazione economica sta peggiorando anche in uno dei principali settori trainanti dell’economia tunisina, quello turistico dove i ricavi sono scesi del 56% a fine luglio a 1,2 miliardi di dinari contro i 2,6 miliardi dello stesso periodo dello scorso anno (ANSA). La crisi economica è un fattore di spinta per i migranti tunisini.

A livello politico, il primo ministro designato della Tunisia Hichem Mechichi ha detto che formerà un governo puramente tecnico a seguito delle dispute tra i partiti politici sulla formazione della prossima amministrazione del paese. La decisione porterà probabilmente il primo ministro designato a confrontarsi con il partito islamista Ennahdha, il più grande gruppo politico in parlamento, che ha annunciato che si sarebbe opposto alla formazione di un governo non politico. Tuttavia, la proposta di un governo di tecnici indipendenti da partiti politici otterrà il sostegno del potente sindacato UGTT e di alcuni altri partiti, tra cui Tahya Tounes e Dustoury el Hor.


Principali eventi nell’area del Maghreb e del Mashreq – Ottobre

Algeria

I manifestanti in Algeria mantengono alta la pressione mentre scade il termine per le candidature presidenziali. Migliaia di persone hanno protestato nella capitale algerina contro l’élite politica del Paese in prossimità della scadenza dei termini per presentare i nomi dei candidati alle prossime elezioni presidenziali. Le strade di Algeri si sono nuovamente riempite venerdì 25 ottobre, per la 36a settimana consecutiva per manifestare contro i powerbrokers al potere del paese e il loro piano di voto presidenziale fissato per il 12 dicembre .

Egitto

Il governo egiziano del Presidente Abdel Fattah Al Sisi avrebbe arrestato e terrebbe in detenzione circa 4.300 persone, in risposta a un’ondata di proteste iniziate lo scorso settembre. Nella sua prima relazione ufficiale al parlamento, il primo ministro Mostafa Madbouli ha denunciato le manifestazioni come espressioni di una “guerra brutale” etero-diretta e progettata per creare “confusione”. Il ministro ha anche avvertito dei pericoli di qualsiasi futuro dissenso. Come riportato da Alessia Melcangi e Giuseppe Dentice, «l’Egitto sembra tornare alla normalità dopo una serie di manifestazioni contro il presidente Abdel Fattah al-Sisi iniziate il 20 settembre. Ciò potrebbe essere la conseguenza dell’approccio “tolleranza zero” perseguito dal governo. In oltre tre settimane di proteste, le autorità locali hanno arrestato migliaia di persone e imposto il coprifuoco in tutte le principali città egiziane». Secondo gli autori dell’analisi, «le attuali proteste in Egitto sono un campanello d’allarme che le autorità non dovrebbero sottovalutare. Altre ondate di proteste potrebbero creare gravi conseguenze per il settore economico e per la stabilità politica. Questa è la sfida principale per il presidente, ma è anche un importante banco di prova per la resilienza di questo peculiare sistema stratocratico».

Israele

Elezioni Netanyahu rinuncia a formare il governo: il premier israeliano Benyamin Netanyahu ha annunciato che rimette il mandato di formare il nuovo governo nelle mani del presidente Reuven Rivlin. E’ la seconda volta in sei mesi che il leader del Likud – che oggi ha compiuto 70 anni – non riesce a formare il governo. Netanyahu aveva ricevuto l’incarico da Rivlin lo scorso 25 settembre e dopodomani sarebbe scaduto il termine. E’ possibile che ora sia la volta di Benny Gantz leader di Blu-Bianco.

Libano

Violente manifestazioni di piazza in Libano, le più estese degli ultimi dieci anni: decine di migliaia di cittadini libanesi chiedono le dimissioni dei politici, accusati di non essere in grado di far fronte alla crisi economica e di essere corrotti. Decine di feriti e trattenuti dalle forze dell’ordine che, per reprimere le manifestazioni e disperderne i partecipanti, hanno fatto ampio uso di lacrimogeni, veicoli anti-sommossa e proiettili di gomma. Il primo ministro Saad Hariri ha incolpato i suoi partner al governo di ostacolare le riforme che potrebbero scongiurare la crisi economica . A seguito dell’instabilità politica e dell’aumento delle manifestazioni di violenza il primo ministro Hariri ha rassegnato le proprie dimissioni il 29 ottobre, così come chiesto dai manifestanti; una scelta coraggiosa finalizzata a “negare l’ultima copertura a chi” – come Hezbollah – “è pronto a scatenare la guerra civile pur di non far insediare un governo tecnico che sarebbe l’unica alternativa alla guerra civile in assenza del suo esecutivo” . “Se Hezbollah accettasse l’ipotesi di un governo tecnico perderebbe fonti di arricchimento dal comitato d’affari governativo essenziali per la sua sopravvivenza viste le sanzioni economiche che colpiscono Hezbollah e il suo finanziatore, l’Iran” .

Libia

La visita di Fayez al-Sarraj a Sochi mette in evidenza le ambizioni russe sulla Libia. A seguito della visita in Russia di Fayez al-Sarraj, il leader del governo di accordo nazionale in Libia, Mosca e Tripoli hanno in programma di firmare un contratto per la fornitura di 1 milione di tonnellate di grano russo. Sarraj ha preso parte al vertice Russia-Africa di Sochi. Il capo del gruppo di contatto russo per la risoluzione dei conflitti in Libia, Lev Dengov, ha detto che l’accordo di un anno potrebbe essere firmato in un mese. Presumibilmente sarebbe implementato entro la fine di quest’anno. Sarraj e i funzionari russi hanno anche discusso di altri campi di cooperazione, compresi i progetti di costruzione di centrali elettriche .
Il presidente della National Oil Corporation (NOC) statale della Libia, Mustafa Sanalla, ha dichiarato che il suo paese «cerca la cooperazione con le compagnie petrolifere egiziane per ripristinare le infrastrutture del settore petrolifero libico. Le dichiarazioni di Sanalla sono arrivate durante l’incontro con il ministro egiziano del petrolio Tarek al-Molla al Cairo .
Marocco. La polizia del Marocco rassicura i cittadini dopo la riuscita operazione antiterrorismo. Agenti speciali marocchini hanno arrestato un settimo sospetto collegato all’ISIS a Tamaris II, una città sulla spiaggia vicino a Casablanca, in quelle che finora sono le operazioni antiterrorismo di più vasta portata del paese. L’arresto è avvenuto la sera di venerdì 25 ottobre. Sarebbero ancora in corso ricerche per arrestare altri sospetti o complici nella vicenda. La notizia è arrivata dopo l’arresto di sei persone nella lotta antiterrorismo su larga scala, che ha previsto la condotta di incursioni simultanee in tre luoghi diversi: due nell’area di Casablanca e uno nella provincia di Ouazzane.

Siria

9-22 ottobre: “Fonte di pace”, l’operazione militare della Turchia nel nord della Siria, indebolisce la “minaccia” curda dell’asse YPG-PKK e pone fine al progetto politico del Rojava con il supporto della Russia e il laissez faire degli Stati Uniti. Il 26 ottobre, un’operazione militare statunitense nella provincia di Idlib, a pochi chilometri dalla Turchia, porta alla morte del leader dello Stato islamico Abu Bakr al Baghdadi. Alcune fonti inizialmente suggerivano la nomina del suo successore, avvenuta già ad agosto, identificato con Abdullah Qardash (un ex militare dell’esercito di Saddam Hussein, conosciuto come “il professore”); ma l’annuncio ufficiale da parte dello Stato islamico ha indicato, come erede di al-Baghdadi, Abu Ibrahim al-Hashemi al-Qurayshi: il nuovo “califfo”, eletto dal supremo consiglio del gruppo, di cui ad oggi non si hanno informazioni.

Tunisia

Elezioni presidenziali, Kais Saied: chi è il nuovo presidente della Tunisia? Senza un partito o molti finanziamenti, Saied ha vinto le elezioni con una narrativa elettorale incentrata sul sostegno ai giovani, il suo bacino elettorale di riferimento. Saied ha vinto con oltre il 72 percento dei voti, contro circa il 27 percento dei voti ottenuti dal suo antagonista, il magnate dei media Nabil Karoui.
Un leader di al-Qa’ida è stato ucciso in Tunisia. Il Ministero degli Interni della Tunisia, ha annunciato che il 20 ottobre Murad al Shayeb, un senior leader appartenente al battaglione Uqba bin Nafi di al-Qa’ida, è stato ucciso in un’ampia operazione militare. Murad al Shayeb, responsabile di una serie di attacchi portati a compimento dal 2013, tra cui un assalto a un ex ministro degli interni nel 2014 e vari agguati nelle montagne Chaambi, Ouargha, Mghila e Sammama. è stato ucciso dalle truppe tunisine nel governatorato di Kasserine, vicino ai confini con l’Algeria .


Principali eventi nell’area del Maghreb e del Mashreq – settembre

Algeria

L’Algeria continua ad essere scossa politicamente dalle manifestazioni di piazza. Il governo algerino, da un lato cerca di presentare il processo elettorale come risolutivo per le istanze sollevate dalla crescente massa di manifestanti; dall’altro lato la repressione della componente militare suggerisce il rischio di un deterioramento progressivo che potrebbe compromettere le elezioni presidenziali, in calendario per il prossimo 12 dicembre.

Algeria ed ExxonMobil, un gigante dell’energia degli Stati Uniti, hanno firmato un accordo per studiare il potenziale di idrocarburi nel deserto del Sahara nella nazione nordafricana, secondo quanto riportato dall’agenzia di stampa ufficiale APS. Secondo l’Agenzia nazionale per la valutazione delle risorse di idrocarburi dell’Algeria (ALNAFT), ExxonMobil ha mostrato interesse nel settore algerino di idrocarburi, valutato come particolarmente ricco di idrocarburi. Secondo una precedente dichiarazione del governo del 28 gennaio 2019, le riserve di energia non convenzionale dell’Algeria la rendono la terza al mondo per gas di scisto e la settima per il petrolio di scisto. La firma dell’accordo, parte della missione di ALNAFT di promozione e sviluppo dell’estrazione di idrocarburi, rende ExxonMobil la quarta società multinazionale ad aderire all’agenzia in questo studio, dopo l’ENI italiana, la Total francese e la Equinor norvegese.

Egitto

Più di 2.000 manifestanti sono stati arrestati dopo la manifestazione di piazza del 23 settembre. Le autorità egiziane hanno arrestato più di 2.000 persone, tra cui diversi soggetto di alto profilo, dopo che alcune proteste si sono svolte in diverse città per chiedere al presidente Abdel Fattah el-Sisi di dimettersi. Tra i denunciati e arrestati figurano uno dei più importanti personaggi dell’opposizione egiziana, un ex portavoce di un candidato alle elezioni presidenziali dell’anno scorso e un noto scrittore. Sfidando il divieto di protestare senza permesso, migliaia di persone sono scese in piazza nella capitale del Cairo e in altre città venerdì in risposta alle richieste di manifestazioni contro la presunta corruzione del governo. Le proteste sono proseguite sabato nella città di Suez nel Mar Rosso.

Israele

Elezioni israeliane: Netanyahu e Gantz promettono entrambi di formare il prossimo governo: Gantz ha suggerito di voler prendere in considerazione un governo di unità nazionale.

Libia

Un attacco aereo statunitense nel sud-ovest della Libia ha provocato la morte di 17 persone, presumibilmente affiliate allo Stato islamico: il terzo attacco contro i militanti jihadisti è stato effettuato il 26 settembre dal comando statunitense dell’Africa (AFRICOM), in collaborazione con il governo libico di accordo nazionale (GNA). Gli attacchi statunitensi in Libia, registrati a settembre, sono i primi dell’ultimo anno. Riporta l’Associated Press (AP) che, secondo fonti ufficiali degli Stati Uniti, Washington continuerà a colpire lo Stato islamico-Libia e altri gruppi terroristi nella regione, al fine di impedire la creazione di aree sicure per il terrorismo  e per coordinare e pianificare le operazioni in Libia.

Tunisia

Elezioni presidenziali: due candidati, uno è in prigione. Nel primo turno delle elezioni presidenziali, tutti i candidati del partito principale sono stati eliminati, lasciando due contendenti: Kais Saied, un professore di legge sconosciuto alla massa degli elettori, che aveva ottenuto il 18,4% dei voti come candidato indipendente, e Nabil Karoui, un uomo d’affari e comproprietario di una popolare rete televisiva (detenuto in carcere in attesa di processo per corruzione e riciclaggio sino a pochi giorni dalle elezioni), che ha ottenuto il 15,6 percento. Karoui è sostenuto principalmente da un elettorato di basso livello socio-economico, attraverso il quale ha fatto breccia attraverso la sua rete televisiva Nessma e un’organizzazione filantropica, Khalil Tounes. Il professor Saied, suo avversario, ha condotto una campagna quasi senza pubblicità, basandosi su un’immagine di integrità e sui voti dei giovani disillusi dal sistema politico. Il successo di questi due competitor minaccia di distruggere il modello di consenso della Tunisia in essere dal 2011, in cui conservatori e modernisti hanno condiviso il potere.


Tunisia: un nuovo equilibrio politico dopo Béji Caïd Essebsi?

di Claudio Bertolotti

articolo originale pubblicato su “Osservatorio Strategico” – Ce.Mi.S.S. – Scarica il Report

L’eredità di Béji Caïd Essebsi

Il presidente Béji Caïd Essebsi, il più vecchio presidente in carica al mondo, è morto il 25 luglio all’età di 92 anni. Essebsi è stato prima il leader di transizione della Tunisia dopo la rivolta popolare del 2011 che ha segnato la fine del regime di Zine el-Abedine Ben Ali e, successivamente, eletto presidente nelle elezioni del 2014. Pur appartenendo alla vecchia generazione di politici, è stato l’unico appartenente al “vecchio regime” a ricoprire un ruolo di rilievo nella nuova democrazia nonostante i legami con le dittature di Habib Bourguiba – primo presidente dopo l’indipendenza dalla Francia, e tra i più importanti leader laici e nazionalisti nel mondo di lingua araba – e di Ben Ali. Essebsi ha prima combattuto per l’ottenimento della democrazia in Tunisia, poi ha contribuito ai regimi dittatoriali degli anni ’60 e ’80 e, infine, ha svolto un ruolo di traghettatore per il ritorno della vecchia guardia dopo lo sconvolgimento della “primavera araba” tunisina nel 2011. Già in pensione, grazie alla sue esperienza di governo e alla sua reputazione, nel 2011 ha assunto il ruolo primo ministro ad interim dopo la rivolta popolare che ha rovesciato, dopo 23 anni, Ben Ali, poi rifugiato in Arabia Saudita; una rivoluzione tunisina da cui hanno preso vita i moti di rivolta antigovernativi in tutto il Nord Africa e il Medio Oriente, noti come la “primavera araba”.

Essebsi ha contribuito a fondare il partito politico laico, Nidaa Tounis (Call for Tunisia), portando avanti una campagna politica volta a contrastare l’islamismo politico, in particolare in opposizione al movimento Ennahdha, emanazione dei Fratelli musulmani. Contrariamente all’Egitto, dove Abdel-Fattah el-Sisi ha operato direttamente contro i Fratelli musulmani – e dove i militari hanno preso il potere attraverso la repressione violenta dell’islamismo politico – la Tunisia è riuscita nel 2013-2014 a negoziare con Ennahdha al fine di stabilizzare il paese, combattere il terrorismo e migliorare un’economia in forte difficoltà. Un dialogo nazionale che ha raggiunto un compromesso con gli islamisti e ha riconosciuto la legittimità del loro ruolo di attori politici. Un approccio che ha contribuito a preservare l’esperimento democratico tunisino dopo le elezioni del 2014 attraverso la formazione di una coalizione di governo con Ennahda, nonostante la forti resistenze all’interno del fronte laico.

Sul fronte politico e sociale, per quanto riguarda Youssef Cherif, analista politico presso i Columbia Global Centers di Tunisi, Essebsi “ha cercato di favorire l’educazione e i valori progressisti, ma ha anche incoraggiato il nepotismo offrendo a suo figlio la guida del suo partito e nominando molte persone in posizioni di vertice per il loro grado di fedeltà e non per la loro competenza“. Oggi, dopo 60 anni di dittatura, la società tunisina rimane fratturata. Politicamente, i laici, compresa la sinistra locale e i nazionalisti arabi, competono con gli islamisti. Sul piano sociale invece, una ricca élite vive nelle città costiere che sono molto lontane dalle regioni più interne, povere e sottosviluppate, dove è iniziata la rivoluzione e dove continuano a manifestarsi importanti disordini popolari.

Dinamiche politiche

Il presidente della Tunisia, che viene eletto dal popolo per un mandato quinquennale rinnovabile una volta, ha principalmente autorità sulla politica estera e di difesa e governa affiancato dal primo ministro, scelto dal parlamento, che ha autorità sugli affari interni. Con la morte di Essebsi, il presidente del parlamento Mohamed Ennaceur (85 anni), ha assunto la carica di capo di stato. Sulla base della costituzione del Paese, il presidente del parlamento mantiene la presidenza per un periodo di 45-90 giorni durante il quale viene avviato l’iter organizzativo per l’elezione del nuovo capo dello Stato: originariamente previste per novembre, le elezioni sono state anticipate al 15 settembre, come confermato da Nabil Baffoun, capo dell’Alta Autorità Indipendente per le elezioni. La campagna elettorale è stata fissata nel periodo 2-13 settembre, mentre i risultati è previsto siano annunciati due giorni dopo. Una data per il secondo turno non è ancora stata decisa ma, secondo fonti istituzionali, dovrebbe tenersi entro il 3 novembre. Ciò significa che la Tunisia sarà chiamata al voto tre volte, a settembre e novembre per le elezioni presidenziali anticipate, e ad ottobre per le elezioni parlamentari che erano già in calendario.

Nidaa Tounes è frammentata e fortemente indebolita, anche a causa della lunga serie di battaglie politiche che hanno visto contrapporsi Essebsi e il suo primo ministro, Youssef Chahed; una confronto energico in cui si è inserito anche Rachid Ghannouchi, leader del partito islamista Ennahda. La morte di Essebsi porterà con buona probabilità a un consolidamento all’interno del partito liberale Nidaa Tounis del ruolo di guida del figlio, Hafedh Caïd Essebsi – che ha assunto la guida del partito politico – in contrapposizione al primo ministro Youssef Chahed, alla guida della fazione separatista Tahya Tounis.

E infatti, Slim Azzabi, segretario generale del partito Tahya Tounis, ha dichiarato che il primo ministro tunisino, Youssef Chahed, si candiderà alla presidenza con buone probabilità di succedere a Beji Caid Essebsi. Il partito Tahaya Tounis è ora il più grande gruppo liberale del parlamento tunisino e governa in coalizione con il partito islamista Ennahda e un partito liberale più piccolo.

Altri candidati che hanno annunciato l’intenzione di candidarsi sono l’ex primo ministro liberale Mehdi Jomaa e Moncef Marzouki, che è stato presidente ad interim per tre anni dopo la caduta di Ben Ali, per poi cedere la posizione ad Essebsi dopo le prime elezioni presidenziali democratiche del 2014.

Ennahda, che non ha ancora nominato il suo candidato alla presidenza, nel 2016 ha avviato un processo di revisione del proprio programma elettorale, limitando il riferimento all’Islam politico, prendendo le distanze dalle sue stesse origini islamiste e riorganizzandosi come movimento politico di riferimento per i musulmani democratici; una mossa strategica che si è concretizzata sul piano comunicativo, più che su quello sostanziale poiché il movimento politico ha mantenuto la propria natura di partito islamico conservatore. Ciò che confermerebbe la realizzazione di un progetto di rebranding avviato di Ennahda, più che un reale cambio ideologico, è l’attività politica svolta dai suoi leader; quando il presidente di Ennahda, Rachid Ghannouchi, annunciò l’allontanamento dall’islamismo tradizionale, proclamò anche una separazione delle attività politiche e religiose del partito: un modo per consentire ai vertici del partito di concentrarsi sulla politica nella capitale tunisina, e agli attivisti di operare sul piano civico e religioso nelle province e nelle lontane aree rurali – dove c’è un maggiore sostegno popolare derivante da una diffusa visione conservatrice e meno liberale della società.

Problemi di sicurezza

Crisi istituzionale ed economica e minaccia jihadista: la morte di Essebsi si verifica in un periodo di potenziale destabilizzazione per il paese nordafricano.

La Tunisia è l’unico paese ad essere emerso dalla cosiddetta primavera araba con una democrazia pagata a caro prezzo me ancora molto instabile. Il paese è sopravvissuto a un’ondata di omicidi politici e ai micidiali attacchi terroristici contro le sue forze di sicurezza e a danno della strategica industria del turismo, ma non è riuscito a contenerne gli effetti sul lungo periodo quali la disoccupazione e l’inflazione. La situazione attuale è quella di un Paese in stato di emergenza.

L’area mediterranea stava cominciando a riprendersi dagli attacchi rivendicati principalmente dal gruppo terroristico Stato Islamico (IS) negli anni e nei mesi precedenti, tanto da indurre un significativo numero di turisti a scegliere la Tunisia come meta per le vacanze estive. Ma gli attacchi suicidi avvenuti nella capitale tunisina a giugno (dopo quello dell’ottobre scorso, sempre nel centro di Tunisi), l’instabilità politica derivante dalla morte del presidente e l’incerto scenario generale hanno inferto un duro colpo a un’economia già fortemente provata.

Da un lato, permane il rischio di una scarsa capacità del paese di far fronte al rientro dei foreign fighter veterani che hanno combattuto nelle fila dello Stato islamico in Libia, come in Siria e Iraq; tra i 5000 e gli 8000 cittadini tunisini si sono uniti al gruppo: alcuni si pensa che stiano rispiegandosi nella vicina Libia, un paese devastato dalla violenza, altri invece hanno già fatto rientro a casa. D’altra parte, sempre più preoccupante è la significativa presenza digruppi di opposizione armata che operano nelle aree montane al confine con l’Algeria.

Analisi, valutazioni, previsioni

La dipartita di Essebsi è importante non solo per quanto da lui fatto in termini di avvio del processo democratico, ma lo è in particolare perché avviene in un momento di grande difficoltà che il Paese sta attraversando.

Se è verosimile che ciò non inciderà profondamente sulla stabilità generale della Tunisia, poiché nel Paese è radicata la convinzione della legittimità del processo politico in corso, va però posta attenzione sulle future implicazioni poiché la morte del vecchio presidente, da un lato, lascia un vuoto in termini di leadership ampiamente riconosciuta e, dall’altro, apre al rischio di maggiori divisioni e frammentazioni all’interno del fronte politico laico – con tutte le conseguenze di capacità di attirare il consenso elettorale da parte dei candidati alla presidenza.

Inoltre, dobbiamo considerare due importanti fattori: il primo è la disaffezione politica e la sfiducia nella democrazia che aprono a un crescente malcontento sociale – lo dimostrano le numerose manifestazioni di protesta – spesso contrastato con misure repressive di sicurezza; il secondo fattore è la competizione tra i gruppi di potere, che si collocano sulle linee di faglia tra i partiti politici Ennahda e Nidaa (e all’interno dello stesso partito Nidaa). A causa della situazione di stallo politico e delle differenze ideologiche all’origine della divisione del fronte laico, Ennahda si presenta come l’unico partito coeso e stabile.

In conclusione, l’instabile situazione generale potrà influire sul processo elettorale, anche spostando i voti di una parte significativa di elettorato deluso a favore di alcuni candidati indipendenti.


Tunisia: è morto il presidente Essebsi

di Giampaolo Cadalanu
articolo originale pubblicato su La Repubblica

Forse alla fine l’omaggio più sincero per Beji Caid Essebsi, scomparso ieri a 92 anni, lo ha reso Hatem Karoui, l’uomo di teatro che aveva sbeffeggiato il presidente, giocando sull’assonanza fra il suo nome e la parola “sexy”. Niente Alzheimer, niente prostata, cantava l’alfiere della musica “slam”, confermando in arte che l’unica vera conquista della rivoluzione tunisina è stata la libertà di parola, e di satira, anche a spese dell’uomo più potente.
La sua morte imporrà nuove elezioni prima del previsto, ma soprattutto lascia un vuoto difficile da colmare nella guida del Paese. Perché “sexy” il presidente della Repubblica lo era davvero: non per le donne tunisine, che pure avevano apprezzato le sue posizioni sulla parità fra generi. Essebsi era attraente per chi voleva sul Mediterraneo un Paese aperto ma legato alla sua identità, religioso ma non integralista, e soprattutto stabile, in una regione dove le aspirazioni di libertà spesso si trasformano in cariche esplosive.
E il primo capo di Stato liberamente eletto doveva fornire questa garanzia, ai suoi e alla comunità internazionale, che ne ha apprezzato gli sforzi, almeno a giudicare dalla lunga lista delle onorificenze straniere. Poco importava l’età avanzata: il “vecchio lupo”, come qualcuno lo chiamava, era in grado di far avanzare il Paese senza scosse. Era questo il senso di una storia politica cominciata a 15 anni nel partito Liberale neo-costituzionale, cioè nazionalista, ai tempi del protettorato francese. Le biografie parlano di un uomo per tutte le stagioni, guidato dal pragmatismo forse ereditato dal bisnonno sardo Ismail, rapito dai corsari ottomani all’inizio del XIX secolo ma capace, dopo la conversione all’islam, di arrivare a un seggio in Parlamento.
Delfino di Habib Bourghiba, per cui era stato ministro della Difesa, degli Interni e degli Esteri, Essebsi cambiò cavallo dopo il golpe di Zine el Abidine Ben Ali, diventando prima ambasciatore a Bonn e poi presidente del Parlamento. Dopo la rivolta del 2011 fu capace di gestire la transizione democratica, come premier e poi come presidente. Fondatore di un partito laico che doveva essere la barriera anti-islamici, proprio con i musulmani di Ennahdha aveva trovato un’alleanza robusta.
Per uno di quei paradossi che fanno la Storia, a difendere almeno in parte la Rivoluzione è stato proprio l’uomo simbolo della continuità. Ma anche se evitano sconvolgimenti, la bandiera del realismo e il mito del progresso graduale non nutrono i sogni. Così i figli più giovani della Tunisia di oggi, strozzati dalla crisi economica, continuano a cercar fortuna lontano, a costo di rischiare la vita su un barcone.