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Unione della sicurezza: un programma di lotta al terrorismo e un Europol più forte per potenziare la resilienza dell’UE

Bruxelles, 9 dicembre 2020: la Commissione ha presentato un nuovo programma di lotta al terrorismo affinché l’UE intensifichi la lotta contro il terrorismo e l’estremismo violento e diventi più resiliente nei confronti delle minacce terroristiche. Sulla base del lavoro svolto negli ultimi anni, il programma intende aiutare gli Stati membri a prevedere e prevenire meglio la minaccia terroristica e a proteggersi e reagire più efficacemente. Europol, l’agenzia dell’UE per la cooperazione nell’attività di contrasto, fornirà un migliore sostegno operativo alle indagini degli Stati membri in virtù del nuovo mandato proposto il 9 dicembre.

Un nuovo programma di lotta al terrorismo: prevedere, prevenire, proteggersi e reagire

Margaritis Schinas, Vicepresidente per la Promozione dello stile di vita europeo, ha dichiarato: “La nostra protezione più forte contro la minaccia terroristica risiede nelle fondamenta della nostra Unione, inclusive e basate sui diritti. Costruendo società inclusive in cui ciascuno possa trovare il suo posto, riduciamo l’attrattiva delle argomentazioni estremiste. Allo stesso tempo, lo stile di vita europeo non può essere messo in discussione: dobbiamo fare tutto il possibile per impedire a chi lo desidera di cancellarlo. Con il programma di lotta al terrorismo presentato oggi, investiamo nella resilienza delle nostre società combattendo più efficacemente la radicalizzazione e proteggendo gli spazi pubblici dagli attentati tramite misure mirate”.

Ylva Johansson, Commissario per gli Affari interni, ha dichiarato: “Il programma di lotta al terrorismo presentato oggi potenzia la capacità degli esperti di prevedere nuove minacce, aiuta lecomunità locali a impedire la radicalizzazione, dota le città dei mezzi per proteggere gli spazi pubblici con una valida progettazione e garantisce che possiamo reagire rapidamente e più efficacemente agli attacchi commessi e tentati. Proponiamo inoltre di dotare Europol dei mezzi moderni necessari persostenere i paesi dell’UE nelle loro indagini“.

Misure per prevedere, prevenire, proteggere e reagire

La recente ondata di attentati perpetrati sul suolo europeo ci ha bruscamente ricordato che ilterrorismo rimane un pericolo reale ed attuale. Con l’evolvere di questa minaccia, deve evolvereanche la nostra cooperazione diretta a contrastarla. Il programma di lotta al terrorismo si prefigge i seguenti obiettivi:

Individuare le vulnerabilità e sviluppare la capacità di prevedere le minacce

Per prevedere meglio le minacce e individuare potenziali punti deboli, gli Stati membri accertarsi cheil Centro di situazione e di intelligence (ITCEN) possa contare su contributi di alta qualità al fine di aumentare la nostra conoscenza situazionale. Nell’ambito della sua imminente proposta sulla resilienza delle infrastrutture critiche, la Commissione organizzerà missioni consultive per aiutare gli Stati membri a svolgere valutazioni del rischio, basandosi sull’esperienza di un gruppo di consulenti UE sulla sicurezza protettiva. La ricerca in materia di sicurezza contribuirà a migliorare l’individuazione precoce delle nuove minacce, mentre gli investimenti nelle nuove tecnologie manterranno all’avanguardia la reazione dell’Europa al terrorismo.

Prevenire gli attentati combattendo la radicalizzazione

Per contrastare la diffusione delle ideologie estremiste online è importante che il Parlamento europeo e il Consiglio adottino con urgenza le norme sulla rimozione dei contenuti terroristici online. La Commissione sosterrà poi la loro applicazione. Il Forum dell’UE su Internet elaborerà linee guida sulla moderazione dei contenuti disponibili al pubblico per i materiali estremisti online. Promuovere l’inclusione e offrire opportunità tramite l’istruzione, la cultura, lo sport e le misure per i giovani può contribuire a rendere le società più coese e prevenire la radicalizzazione. Il piano d’azione per l’integrazione e l’inclusione aiuterà a sviluppare la resilienza delle comunità. Il programma si prefigge inoltre di rafforzare l’azione preventiva nelle carceri, con particolare attenzione alla riabilitazione e al reinserimento dei detenuti con idee radicali, anche dopo il loro rilascio. Per diffondere conoscenze e competenze sulla prevenzione della radicalizzazione, la Commissione proporrà la creazione di un polo di conoscenze dell’UE che riunisca responsabili politici, operatori e ricercatori. Consapevole dei problemi specifici relativi ai combattenti terroristi stranieri e ai loro familiari, la Commissione favorirà la formazione e la condivisione delle conoscenze per aiutare gli Stati membri agestire il loro rimpatrio.

Promuovere la sicurezza fin dalla progettazione e ridurre le vulnerabilità per proteggere le città e la popolazione

Molti dei recenti attentati perpetrati nell’UE sono stati commessi in luoghi densamente popolati o di elevato contenuto simbolico. L’UE intensificherà l’impegno per garantire la protezione fisica degli spazi pubblici, compresi i luoghi di culto, mediante la sicurezza fin dalla progettazione. La Commissione proporrà di raccogliere le città intorno a un impegno dell’UE sulla sicurezza e la resilienza urbane e metterà a disposizione finanziamenti per aiutarle a ridurre le vulnerabilità degli spazi pubblici. La Commissione proporrà inoltre misure volte a rendere più resilienti le infrastrutture critiche, quali nodi di trasporto, centrali elettriche od ospedali. Per potenziare la sicurezza aerea, la Commissione esplorerà le opzioni per un quadro giuridico europeo che permetta la presenza di agenti di sicurezza sugli aerei. Tutti coloro che entrano nell’UE, che siano o meno cittadini dell’UE, devono essere controllati consultando le banche dati pertinenti. La Commissione aiuterà gli Stati membri a predisporre tali verifiche sistematiche alle frontiere. La Commissione proporrà inoltre un sistema per impedire, colmando una lacuna esistente, che una persona a cui è stata negata l’autorizzazione ad acquisire un’arma da fuoco per motivi di sicurezza in uno Stato membro possa presentare una richiesta analoga in un altro Stato membro.

Rafforzare il sostegno operativo, l’azione penale e i diritti delle vittime per reagire meglio agli attentati

La cooperazione di polizia e lo scambio di informazioni nell’UE sono cruciali per reagire efficacemente agli attentati e consegnare i responsabili alla giustizia. Nel 2021 la Commissione proporrà un codice di cooperazione di polizia dell’UE per rafforzare la cooperazione tra le autoritàdi contrasto, anche nella lotta contro il terrorismo. Una parte sostanziale delle indagini sulla criminalità e sul terrorismo comporta informazioni cifrate. La Commissione collaborerà con gli Stati membri per individuare le possibili soluzioni giuridiche, operative e tecniche per l’accesso legittimo e promuoverà un approccio che mantenga l’efficacia della cifratura nella protezione della privacy e della sicurezza delle comunicazioni, permettendo al contempo una valida risposta alla criminalità e al terrorismo. Al fine di favorire meglio le indagini e l’azione penale, la Commissione proporrà di creare una rete di investigatori finanziari antiterrorismo, comprendente Europol, per contribuire a seguire le tracce del denaro e identificarele persone coinvolte. La Commissione, inoltre, aiuterà ulteriormente gli Stati membri a usare le informazioni raccolte sul campo di battaglia per identificare, scoprire e perseguire i combattenti terroristi stranieri di ritorno. La Commissione lavorerà per rafforzare la protezione delle vittime degli atti terroristici, anche per aumentare l’accesso al risarcimento. L’attività volta a prevedere, prevenire, proteggere e reagire al terrorismo coinvolgerà i paesi partner, nel vicinato dell’UE e nel resto del mondo, e si baserà su una collaborazione più intensa con le organizzazioni internazionali. La Commissione e l’Alto rappresentante/Vicepresidente rafforzeranno, ove opportuno, la cooperazione con i partner dei Balcani occidentali nel settore dellearmi da fuoco, negozieranno accordi internazionali con i paesi del vicinato meridionale per lo scambio di dati personali con Europol, e intensificheranno la cooperazione strategica e operativa con altre regioni come il Sahel, il Corno d’Africa, altri paesi africani e le principali regioni dell’Asia. La Commissione nominerà un coordinatore antiterrorismo incaricato di coordinare la politica e i finanziamenti dell’UE nel settore della lotta al terrorismo nell’ambito della Commissione stessa, e in stretta cooperazione con gli Stati membri e il Parlamento europeo.

Un mandato più forte per Europol

La Commissione propone oggi di rafforzare il mandato di Europol, l’agenzia dell’UE per la cooperazione nell’attività di contrasto. Dato che i terroristi abusano spesso di servizi offerti da imprese private per reclutare seguaci, pianificare attentati e diffondere propaganda che inciti a nuovi attacchi, il mandato riveduto aiuterà Europol a cooperare efficacemente con soggetti privati e trasmettere le prove agli Stati membri. Ad esempio, Europol potrà agire come punto focale qualora non sia chiaro quale Stato membro abbia la competenza giurisdizionale. Il nuovo mandato permetterà inoltre a Europol di trattare serie di dati ampie e complesse, di cooperare meglio con la Procura europea e con paesi terzi e di contribuire a sviluppare nuove tecnologie che soddisfino le esigenze delle autorità di contrasto. Rafforzerà altresì il quadro di Europolper la protezione dei dati e il controllo parlamentare.

Contesto

Il programma odierno fa seguito alla strategia dell’UE sull’Unione della sicurezza per il periodo 2020-2025, nella quale la Commissione si è impegnata a concentrarsi sui settori prioritari in cui l’UE può apportare un valore aggiunto per aiutare gli Stati membri a rafforzare la sicurezza di tutti coloro che vivono in Europa. Il programma di lotta al terrorismo si basa sulle misure già adottate per sottrarre ai terroristi i mezzi per commettere attentati e rafforzare la resilienza nei confronti delle minacce terroristiche, tra cui le norme dell’UE sulla lotta contro il terrorismo e il finanziamento del terrorismo e sull’accesso alle armida fuoco.

Per ulteriori informazioni:

Comunicazione sul programma di lotta al terrorismo dell’UE: prevedere, prevenire, proteggere, reagire
Proposta di regolamento che rafforza il mandato di Europol
Rafforzare il mandato di Europol – Valutazione d’impatto
Rafforzare il mandato di Europol – Sintesi della valutazione d’impatto
Un programma di lotta al terrorismo per l’UE e un mandato più forte per Europol: domande e risposte
Comunicato stampa: strategia dell’UE sull’Unione della sicurezza: integrare le singole misure in unnuovo ecosistema della sicurezza, 24 luglio 2020
Unione della sicurezza – sito web della Commissione

Illustration 2020/2
© Copyright European Commission 2020

Terrorismo jihadista. La Svizzera non è (più) tranquilla

di Chiara Sulmoni

Attacco a Lugano: i fatti

Nel pomeriggio di martedì 24 novembre in un centro commerciale di Lugano una donna svizzera di 28 anni si è avventata su due clienti, afferrandone una al collo e ferendo l’altra gravemente, sempre al collo, con un coltello apparentemente prelevato poco prima nel reparto ‘casalinghi’. Secondo una testimonianza riportata dalla stampa, l’assalitrice, arrestata dopo essere stata bloccata da altre due persone presenti sulla scena, avrebbe urlato “sono dell’ISIS”. In seguito la Polizia Federale confermerà che la persona fermata era nota alle autorità già dal 2017, quando era apparsa in un’indagine collegata al jihadismo.

Il Ministero pubblico della Confederazione ha aperto un’inchiesta per Violazione della legge federale che proibisce i gruppi Al-Qaida e ISIS. È in seguito emerso come l’autrice, convertita all’Islam, fosse stata intercettata anche dai servizi di sicurezza di altri paesi europei.

START InSight: tra i jihadisti che hanno colpito in Europa fra il 2004 e il 2020, le donne sono il 4%

Un precedente attacco di questo genere nella Confederazione – si era trattato anche in quel caso di un’aggressione con coltello in luogo pubblico – aveva avuto luogo nel mese di settembre a Morges, nel Canton Vaud, ad opera di un cittadino svizzero-turco che pare intendesse “vendicarsi” dello Stato Svizzero da un lato, e vendicare il profeta Maometto dall’altro. Secondo un copione ormai collaudato, l’individuo era conosciuto ai servizi e aveva dei trascorsi in carcere per altri reati.

L’ultimo Rapporto dell’intelligence svizzera (2020) aveva ribadito come il rischio all’interno del paese rimanesse elevato -una condizione che perdura dal 2015-. Aveva inoltre attirato l’attenzione su come, sempre più spesso, si annoverino “autori la cui radicalizzazione e propensione alla violenza vanno ricercate in crisi personali o problemi psichici piuttosto che in un’opera di convincimento ideologico. In generale, la frequenza di atti di violenza che presentano un nesso marginale con l’ideologia o i gruppi jihadisti rimarrà costante o potrebbe addirittura aumentare. Gli aggiornamenti di FedPol sul caso di Lugano sembrano avvalorare questa pista -la donna, innamoratasi di un combattente e intenzionata a seguirlo in Siria (ma fermata al confine turco e rimpatriata), soffriva all’epoca di problemi psicologici ed era stata anche ricoverata in una struttura psichiatrica. Le modalità dell’attacco – sconclusionato e apparentemente senza la ricerca, fondamentale, del martirio – farebbe pensare a un atto dettato dall’attrattiva per la narrativa dello Stato Islamico piuttosto che da solide motivazioni religiose o ideologiche. Ma il fatto che si trattasse di una persona già monitorata e comunque “ferma” nei propri intenti, solleverà molti interrogativi – anche polemici – su come sia riuscita ad eludere ogni controllo. Al di là dell’aspetto securitario, per migliorare la comprensione del fenomeno e la valutazione del rischio, sarebbe utile capire se nel frattempo fossero stati messi in campo degli interventi o dei tentativi di de-radicalizzazione. La realistica consapevolezza di come riabilitazione e reintegrazione di estremisti e foreign fighters sia una sfida incerta, di lunga durata e difficile, è ad ogni modo ben chiara alle autorità.

La radicalizzazione nella Confederazione

Secondo i dati dei Servizi Informativi, a maggio 2020 gli individui considerati un rischio per la sicurezza interna (non solo jihadisti) erano 57, mentre dal 2012 ad oggi 670 individui hanno diffuso propaganda jihadista in/dalla Svizzera o sono entrati in contatto con individui che condividono le stesse idee. La Confederazione avrebbe un numero di foreign fighters pro-capite più alto dell’Italia. Dal 2001 al 2017 sono partiti in 92 per raggiungere vari fronti di guerra. Di questi, 32 sono morti mentre 16 sono rientrati e – scrive l’intelligence nel suo Rapporto 2020 – si starebbero comportando “discretamente”, salvo poche eccezioni (!). Su questo sito avevamo già scritto nel 2019 di un procedimento d’accusa e di un’imponente operazione anti-terrorismo nei Cantoni di Berna, Zurigo e Sciaffusa che avevano coinvolto alcuni individui recidivi e/o di ritorno dai territori del Califfato.

Il 2 ottobre 2020 il Ministero pubblico della Confederazione (MPC) ha disposto altre tre perquisizioni nel Cantone di Friborgo e arrestato quattro persone. Attualmente i procedimenti penali aperti sono 70, principalmente “per presunta propaganda o reclutamento a favore di organizzazioni terroristiche, per il finanziamento di tali organizzazioni e nei confronti di viaggiatori con finalità jihadiste, compresi quelli di ritorno”.

Anche il Ticino era stato interessato da un imponente blitz anti-terrorismo. Le indagini avevano messo in luce alcune ramificazioni verso l’Italia e collegamenti con la cosiddetta “cellula insubrica”

Inoltre, inchieste dei quotidiani Le Temps (di cui abbiamo parlato qui) e Sunday Times hanno svelato l’esistenza di piani targati Stato Islamico, diretti dalla Siria e fortunatamente sventati o mai messi a segno, per colpire depositi di combustibile e oleodotti a Basilea e a Ginevra fra il 2018 e il 2019, con l’obiettivo di arrecare gravi danni economici.

Anche il Ticino – che ha ‘dato’ al Califfato due combattenti – nel 2017 era stato interessato da un imponente blitz anti-terrorismo (possiamo solo presumere si tratti dello stesso che ha visto emergere il nome della donna di Lugano). Le indagini, sfociate in una condanna per attività di reclutamento e indottrinamento, avevano messo in luce alcune ramificazioni verso l’Italia, fra cui collegamenti con una precedente inchiesta (2016) relativa alla cosiddetta “cellula insubrica” che si muoveva fra Lugano, Varese e Lecco, di cui faceva parte fra l’altro il campione svizzero di kick-boxing Abderrahim Moutaharrik (sul ring con la maglia nera e il vessillo dello Stato Islamico) e Abderrahman, fratello di Oussama Khachia, il futuro foreign fighter che era stato espulso dall’Italia e si era trasferito a Lugano prima di proseguire verso il territorio del Califfato in Iraq-. Il gruppo era composto da unità famigliari che coinvolgevano anche Alice Brignoli, appena rimpatriata dalla Siria. 

Un panorama radicale centrifugo

A caratterizzare la geografia jihadista svizzera sono precisamente i contatti transnazionali che si estendono nelle nazioni limitrofe o verso i paesi di origine dei vari soggetti, nel caso di passato migratorio. Le strade della radicalizzazione infatti si fermano davanti alle barriere linguistiche, ciò che rende più difficile la nascita e la condivisione di una ‘scena’ interna alla Confederazione. Legami svizzeri emergono spesso anche nel corso di indagini condotte all’estero, come avvenuto con il recente attentato di Vienna e l’inchiesta sulle turiste scandinave uccise nel 2018 in Marocco (dove a scontare una pena c’è uno svizzero, anch’egli convertito).

Donne in armi

Verso la Siria e l’Iraq (dati dell’intelligence) sono partite circa 12 donne aventi un legame con la Svizzera. Le attentatrici rimangono però un’eccezione. Il Database di START InSight ha rilevato che tra i jihadisti che hanno colpito in Europa fra il 2004 e il 2020, le donne rappresentano il 4%. Una ricerca dell’Università di Scienze Applicate di Zurigo (ZHAW) di cui abbiamo scritto anche qui, sottolinea che tra i profili dei radicalizzati svizzeri, le donne figurano in numero inferiore rispetto alla media europea. Tuttavia, un recente studio delle Nazioni Unite mette criticamente in rilevo come i sistemi giudiziari tendano ad essere meno severi, a causa di un falso stereotipo che considera le donne meno attive o pericolose degli uomini. In questo modo, ricevono meno attenzioni anche per ciò che riguarda la riabilitazione e reintegrazione, esponendole a un rischio maggiore di recidivismo. Le dinamiche della cellula insubrica, ma anche diversi altri casi esteri, dimostrano che le donne possono ricoprire un ruolo importante nella diffusione della propaganda, nella radicalizzazione reciproca, e nell’occuparsi di aspetti logistici.

La sintesi dei profili svizzeri (per esteso a questo link)

Secondo lo studio svizzero summenzionato, basato sulle informazioni relative a 130 casi di cui si sono occupati i servizi nel corso degli ultimi dieci anni è emerso che il fenomeno della radicalizzazione jihadista in Svizzera coinvolge soprattutto gli uomini (90% circa dei profili forniti). L’età media è di 28 anni. I convertiti rappresentano il 20%. I radicalizzati tendono a vivere in aree urbane. Oltre la metà nella Svizzera tedesca, più del 40% nella Svizzera francese e poco meno del 4% nel Canton Ticino. L’intelligence ha recentemente indicato come solo un terzo dei viaggiatori con finalità jihadiste detenga la nazionalità svizzera. I problemi personali dei singoli individui – famiglie spezzate, lutti, episodi di discriminazione, uso di droghe, problemi psichiatrici, identità fragile etc.- fanno spesso da sfondo. I dati a disposizione non confermano la teoria del ‘crime-terror nexus’ – cioè il rapporto fra radicalizzazione jihadista e passato criminale; poche indicazioni anche riguardo a processi di radicalizzazione iniziati dentro il carcere. I casi di reati precedenti legati alla violenza fisica (aggressioni) sono predominanti. La radicalizzazione lampo rappresenta l’eccezione; nel 72% dei casi il processo ha avuto una durata di oltre un anno. Due terzi degli individui presi in esame sono entrati nel radar della sicurezza fra il 2013 e il 2015 ed erano impegnati principalmente in attività di propaganda.

Il rischio oggi

Con la perdita del territorio in Siria e in Iraq, il Califfato si è trasformato in un movimento terroristico e insurrezionale globale composto sia da cellule in contatto fra loro che da attentatori autonomi (ma non ‘solitari’!) che si ispirano allo Stato Islamico e per questo particolarmente difficili da intercettare anche a causa della pressione sulle forze di sicurezza. I radicalizzati da monitorare in Europa sono decine di migliaia. La frammentazione e la decentralizzazione della propaganda e delle attività jihadiste, hanno accresciuto la minaccia. Il fattore emulativo ha una forte incidenza: come rileva il database di START InSight, il 29% degli attentati avviene negli 8 giorni successivi ad un attacco ‘ispiratore’. Fra le armi privilegiate, si trovano proprio i coltelli (67% del totale). Fra il marzo del 2019 e il giugno del 2020 il Counter Extremism Group ha registrato una media di due attacchi di matrice islamista al mese in Europa, tra riusciti e sventati. Nel solo 2020 START InSight ha contato 21 eventi di matrice islamista. Un trend in deciso aumento.

Se nel complesso il terrorismo fa meno vittime e si appoggia anche alle azioni di individui che agiscono sulla spinta di motivazioni prettamente personali, riesce ad ogni modo ad incidere sulla percezione della sicurezza. La tranquilla Lugano ora si guarderà le spalle, e per il movimento jihadista, è già un successo di cui si potrà appropriare.

Foto: Immagine Twitter di Jeanne Perego Schimpke


Contrasto al terrorismo internazionale (SIOI, Comunità Internazionale n. 4/2019)

Pubblicato e disponibile lo studio sulla Rivista trimestrale della Società Italiana per l’Organizzazione Internazionale, Comunità Internazionale N.° 4/2019, comprensivo di due contributi a cura di START InSight

CONTRASTO AL TERRORISMO INTERNAZIONALE, CON PARTICOLARE RIFERIMENTO AL FENOMENO DEI FOREIGN FIGHTERS

Introduzione di:
FRANCO FRATTINI, Presidente della SIOI – Società Italiana per l’organizzazione Internazionale

Contributi di:
ALESSANDRO POLITI
– Il terrorismo della porta accanto.
GERMANO DOTTORI – Stati e terrorismo.
MATTEO BRESSAN – L’evoluzione della minaccia terroristica alla luce dell’uccisione di AlBaghdadi.
CLAUDIO BERTOLOTTI – I numeri e la geografia del terrorismo jihadista in Europa.
CHIARA SULMONI – Prospettive europee sulla radicalizzazione. Considerazioni da un tragitto in cinque Paesi.
ALESSIA MELCANGI – Il caos libico e la minaccia jihadista: prospettive e mutamenti.
MICHELA MERCURI – La Libia: il buco nero nella mappa del terrorismo.
CINZIA BIANCO – Visioni, instabilità e lotta armata: l’Arabia Saudita al bivio.
TIZIANO LI PIANI – Codifica quantitativa dell’input meccanico della minaccia terroristica per soft target in ambienti urbanizzati, basata sull’analisi comportamentale del carrier.
GIUSEPPE CUSIMANO – Cyber e terrorismo.
ANDREA MANCIULLI – Il futuro del terrorismo di matrice jihadista. Evoluzione della minaccia, strumenti di contrasto e strategie di prevenzione.

Introduzione di Franco Frattini

Sebbene da più di un anno i diversi protagonisti della lotta contro lo Stato Islamico ne abbiano a più riprese annunciato la sconfitta, il quadrante siriano e iracheno è ben lontano da una vera stabilizzazione. Persa la dimensione statuale con la quale lo Stato Islamico aveva raggiunto il suo apice di conquiste territoriali nel 2015, controllando all’incirca 200.000 Km², i combattenti rimasti dello Stato Islamico si starebbero radunando ed operando come cellule dormienti in Iraq, nella provincia nord orientale, al confine con l’Iran, di Diyala e in Siria, a Raqqa, nella provincia di Deir Al-Zour e nel deserto di Badia. Sebbene gli stessi vertici statunitensi che guidano la coalizione internazionale ritengano non adeguate alla riconquista di porzioni territoriali le attuali capacità dei combattenti dello Stato Islamico, la minaccia persiste. La storia dell’affermazione del DAESH è stata infatti caratterizzata dall’abilità di saper sfruttare da un lato il caos della guerra siriana con le relative divisioni tra le stesse fazioni delle forze di opposizione, dall’altro il collasso dell’esercito iracheno. Le attuali proteste e tensioni in Iran, così come l’opposizione delle milizie curde delle YPG alla presenza delle forze turche nel Nord Est della Siria, o anche la caotica situazione in Libia, potrebbero offrire nuovi margini di manovra ai combattenti ancora operanti sul campo di battaglia e distogliere, come in parte già sta accadendo da ottobre, le milizie curde dal contrastare efficacemente le residue forze del Califfato. L’elevata tensione tra Washington e Teheran nella regione e il rischio che l’Iraq possa nuovamente ripiombare in uno stato di insorgenza permanente, desta sempre più preoccupazione, specialmente a seguito dell’invito del Parlamento iracheno alle truppe straniere, anzitutto americane, a lasciare il Paese dopo il raid che ha ucciso il Generale Soleimani. Va inoltre evidenziato come a fronte di un importante sforzo militare che ha visto convergere contro lo Stato Islamico forze statunitensi, europee, russe, iraniane, forze arabo sunnite e curde, non si siano trovate risposte di natura “politica” ai problemi che avevano favorito l’ascesa e l’affermazione dello Stato Islamico. In assenza di un dialogo o di un negoziato con quei gruppi tribali che hanno appoggiato le forze dello Stato Islamico, così come in mancanza di una visione di lungo respiro da parte dei paesi occidentali che hanno contribuito alla sconfitta del Califfato, l’ISIS potrebbe, sotto forme anche differenti, tornare in gioco come attore locale. L’evoluzione del fenomeno terroristico non si limita certamente a quello che è stato definito il califfato dematerializzato, ma trova in Siria e più precisamente nella provincia di Idlib, l’epicentro del qaedismo. Un fenomeno che, seppur meno appariscente rispetto alla spettacolarizzazione mediatica dello Stato Islamico, continua a ramificarsi pericolosamente attraverso emirati islamici locali, in Mali, Algeria, Niger, Kenya, Somalia, Yemen, Afghanistan, Pakistan e Filippine. A completare l’analisi dei fenomeni terroristici e del rapporto tra Stato e terrore, oggetto della trattazione di questo volume monografico, va evidenziato il trend in aumento soprattutto in Europa, negli Stati Uniti e in Russia, degli attacchi riconducibili all’etno-nazionalismo, all’antisemitismo, all’estremismo anarchico e di estrema destra.

Scarica l’intera pubblicazione: Comunità Internazionale n. 1/2019 (Report Terrorismo)


Camera dei Deputati – Analisi degli attacchi terroristici in Europa tra “blocco funzionale” e spinta all’emulazione

La relazione alla Camera dei Deputati di Claudio Bertolotti, Direttore esecutivo dell’Osservatorio sul Radicalismo e il Contrasto al Terrorismo – ReaCT e Direttore di START InSight, in occasione del convegno “Il futuro del terrorismo di matrice jihadista”, martedì 29 ottobre (VIDEO).

Il successo del terrorismo: “blocco funzionale” e spinta all’emulazione

Il terrorismo non è il problema. Il terrorismo è la manifestazione violenta di un problema oggettivo che è la diffusione dell’ideologia jihadista; un’ideologia che si muove su un piano comunicativo estremamente efficace e che coinvolge un numero importante di soggetti che possono rappresentare una minaccia seria e concreta alla sicurezza.

L’ideologia jihadista alimenta il fenomeno della radicalizzazione. È dunque sull’ideologia (anche attraverso la contro-narrativa) che devono essere concentrati gli sforzi maggiori, così da contenerne o sconfiggerne le manifestazioni violente.

La nostra generazione è testimone di un fenomeno che si è imposto mediaticamente, ancor più che su quei campi di battaglia che dall’Afghanistan all’Iraq alla Siria sono giunti sino alle porte di casa, in Nord Africa e poi nel cuore stesso dell’Europa con gli attacchi principali di Parigi, Bruxelles, Londra, Berlino, ecc…. e dei tantissimi attacchi secondari a bassa intensità che portano a un totale di 116 azioni violente “in nome del jihad” registrate dal 2014 a oggi.

Parliamo certamente di terroristi che hanno importato la violenza in Europa, ma parliamo di un numero ben superiore di individui che invece, nati e cresciuti in Europa, sono cittadini europei o comunque regolarmente residenti in Europa, e dall’interno hanno colpito. Parliamo di soggetti prevalentemente immigrati regolari o di seconda o terza generazione appartenenti, prevalentemente, alle comunità Marocchina, Algerina, Tunisina – con un’età mediana di 22 anni (44 percento di età inferiore ai 26 anni). Solo una minima parte sono “irregolarmente entrati all’interno dell’Unione Europea: l’11 percento del totale.

In tale scenario, e in particolare nel momento in cui lo Stato islamico nel 2014 fa appello per entrare a far parte del proto-stato teocratico e sunnita che si impone in Siria e Iraq, e dunque a trasferirsi, dall’Europa rispondono in migliaia all’appello. E l’Europa diviene dunque esportatrice di terrorismo, con oltre 5.000 volontari che vanno a combattere in Siria.

Ma quel terrorismo che in Europa si impone, violentemente nelle nostre quotidianità, lo fa con una violenza micidiale e con numeri ben superiori, per quanto limitati, rispetto all’attenzione mediatica sugli stessi. Parliamo di 116 azioni, portate a termine in Europa dal 2014 a oggi da 157 terroristi (dei quali 56 sono deceduti) e che hanno provocato la morte di 388 persone e il ferimento di altre 2353: l’ultimo il 3 ottobre in Francia, a Parigi.

Ma soltanto 11 del totale sono attacchi terroristici ad alta intensità (con un numero di vittime superiore a 20); gli altri sono eventi che classifichiamo come eventi a media intensità con un numero di vittime compreso tra 3 e 20 (il 36 percento del totale,) e a bassa intensità, meno di due vittime (il 56 percento – circa 6 su 10).

Ma al di là del numero dei morti e dei feriti, o degli attentatori che effettivamente hanno portato a compimento le azioni terroristiche, quali i risultati effettivi del terrorismo jihadista in Europa all’epoca dello Stato islamico che fu di Abu Bakr al Baghdadi? Attraverso l’analisi del dataset sul terrorismo di START InSight, ci concentreremo su questo aspetto, tra i tanti interessanti: quello del terrorismo è successo o insuccesso?

il successo degli attacchi terroristici: ottenuto il “blocco funzionale” nel 74 percento dei casi

In primo luogo, gli anni di maggior espansione territoriale e mediatica dello Stato islamico sono stati quelli in cui vi sono i principali attacchi terroristici in Europa: 2016-2017 e 2018. Nel 2017 si concentrano gli attacchi che percentualmente hanno maggior successo (4 su 10 provocano almeno una morte).

Ma nel complesso, guardando all’intero periodo, il 24 percento sono attacchi fallimentari (nessuna vittima, solo feriti o nulla); il 34 percento ottengono “successo tattico” (almeno una vittima deceduta); il 18 percento ottengono successo strategico (blocco traffico aereo, mobilitazione delle Forze armate, coinvolgimento opinione pubblica a livello internazionale).

Ma un aspetto ancora più importante, che in genere non viene riconosciuto, sia sul piano divulgativo-informativo, sia su quello tecnico-accademico è quello che abbiamo voluto chiamare “blocco funzionale”: il più importante dei risultati ottenuti dai terroristi sul moderno campo di battaglia europeo.

All’interno di questa categoria sono inseriti tutti quegli eventi che hanno influito in maniera significativa sul livello operativo delle forze di sicurezza, pensiamo alla mobilitazione militare conseguente all’attacco parigino del Bataclan, ma anche sulla limitazione o lo svolgimento regolare delle normali attività quotidiane degli apparati pubblici, o di mobilità urbana a danno delle comunità colpite. Si tratta di ripercussioni dirette sulle attività delle forze di sicurezza e sulle comunità in grado di agire sulla libertà di accesso a determinate aree, imponendo tempistiche dilatate e, ancora, riducendo in maniera efficace il vantaggio tecnologico e il potenziale operativo.

I risultati sono tangibili e, a livello operativo, gli attacchi hanno ottenuto dal 2004 a oggi, un successo relativo (il blocco funzionale) in media nel 74 percento dei casi (84 percento nel 2017). Un risultato impressionante considerando le limitate risorse messe in campo dai gruppi, o dai singoli terroristi. E sono danni, quelli provocati dagli attacchi terroristici, che si traducono in costi elevati per la collettività.

un terzo degli attacchi terroristici sono “emulativi”

Un altro aspetto interessante è il ruolo di “attivatore” giocato dagli eventi ad alta intensità che, in relazione al numero di vittime provocato, stimola soggetti autonomi ad agire con atti “EMULATIVI”. Guardando all’elenco degli attacchi ad alta e media intensità (quelli che cioè provocano un maggiore numero di vittime) ci rendiamo subito conto di una concentrazione di eventi a bassa intensità entro gli otto giorni successivi ai principali eventi (quelli che ottengono maggiore attenzione mediatica): il 27percento.

Questi eventi, secondari, spesso fallimentari, raramente ottengono l’attenzione dei media che vada oltre il livello locale ma suggeriscono come il coinvolgimento di soggetti “autonomi” avvenga attraverso lo stimolo emotivo alimentato dall’attenzione mediatica e dalla narrativa utilizzata dai gruppi terroristi attraverso i social.

Questo, in estrema sintesi, può essere letto sul terrorismo in Europa, un fenomeno che, a livello di manifestazione si è significativamente ridotto, ma che sul piano potenziale continua ad essere una grandissima sfida su cui è necessario agire con crescente impegno sul piano della prevenzione. Tanto più che con la morte del leader jihadista, Abu Bakr al-Baghdadi, la struttura multipla dello Stato Islamico gli sopravvive.


Perché in Europa la minaccia del terrorismo jihadista è ancora alta?

articolo originale di C. Bertolotti per Europa Atlantica, su Formiche.net

I Paesi europei affrontano una minaccia terroristica estremamente concreta a causa dell’alto numero di foreign terrorist fighter, della presenza di reti jihadiste sviluppate e della vicinanza geografica alle zone di guerra

A giugno, due attentatori suicidi si sono fatti esplodere nel centro di Tunisi: l’azione è stata seguita dalla rivendicazione dello Stato islamico. A luglio è stato diffuso, attraverso il web, un video edito dal franchise tunisino dello Stato islamico in cui compaiono alcuni uomini armati che, dichiarandosi seguaci del “califfo” Abu Bakr al-Baghdadi, hanno incitato all’azione attraverso la condotta di attacchi violenti.

Alla fine di giugno, in ottemperanza alla misura cautelare in carcere emessa dal Gip di Brescia per il reato di partecipazione ad associazione con finalità di terrorismo, la Polizia di Stato di Brescia, coordinata dalla Direzione Centrale della Polizia di Prevenzione e con il supporto dell’Fbi statunitense, ha arrestato il foreign terrorist fighter Samir Bougana. L’arrestato è un 25enne italo marocchino che nel 2013, partendo dalla Germania per la Siria, è accusato di essersi unito prima alle milizie associate ad al-Qa’ida e poi allo Stato Islamico. Bougana era stato catturato dalle milizie curde in Siria il 27 agosto 2018.

Casi, tra i tanti, che mantengono i riflettori accesi sulla minaccia del terrorismo jihadista associato allo Stato islamico, a conferma della strategia post-territoriale di ciò che fu l’Isis. Ora le cellule nascoste, i singoli “combattenti”, l’effetto emulativo, l’aumento della propaganda e il reclutamento in tutto il mondo, sono le principali armi su cui il gruppo terrorista sta concentrando gli sforzi, così come evidenziato nell’ultimo video in cui al-Baghdadi ha chiesto ai “lupi solitari” di colpire con “coltelli e veicoli” lanciati contro civili inermi, trasferendo così il campo di battaglia dal Medio Oriente all’Occidente.

Degli oltre 5mila foreign terrorist fighter “europei” partiti per combattere in Medio Oriente (di cui il 14% donne), mille sarebbero caduti in Siria e Iraq. Un numero significativo è però sopravvissuto; un terzo (1500) sarebbero tornati nei propri Paesi, altri 2500 avrebbero trovato rifugio in Paesi terzi unendosi ai gruppi jihadisti locali (dall’Afghanistan alla Libia, dall’Africa all’Asia centrale). Circa 800 al momento sono detenuti nelle carceri curde in Iraq: molte le donne e i bambini. Una condizione di “prigionia” che ha sollevato ampi e legittimi dibattiti in Europa e negli Stati Uniti sull’opportunità di limitare loro la possibilità di rientro nei Paesi di origine, a cui ha fatto seguito la decisione di molti Paesi europei di togliere loro la nazionalità così da non permetterne il ritorno.

Un problema di sicurezza collettiva che, seppur limitato nei numeri e interessante principalmente quattro paesi (Francia, Regno Unito, Germania e Belgio da cui sono partiti almeno 3mila e 700 dei 5000 combattenti), si muove su due binari paralleli e in competizione tra di loro che hanno portato al bipolarismo dello jihadismo globale, diviso tra due principali attori in competizione per il potere e l’influenza: da un lato al-Qa’ida, dall’altro l’evoluzione dello Stato islamico.

Le reti jihadiste ispirate ad al-Qa’ida hanno costituito la base dell’emigrazione jihadista dall’Europa alla Siria e all’Iraq sino a tutto il 2015: le reti europee collegate al movimento Sharia4 hanno rappresentato il punto di riferimento per i gruppi radicali europei impegnati nell’inviare combattenti e supporto finanziario in Siria e Iraq. L’ascesa al potere dello Stato islamico a partire dalla fine del 2014, è poi riuscita a far (temporaneamente) eclissare al-Qa’ida dal panorama jihadista, almeno quello comunicativo.

Ma se lo Stato islamico ha perso, insieme alla sua natura territoriale, anche parte della spinta mediatica e comunicativa, la maggior parte dei social network e dei leader di al-Qaida in Europa è riuscita a sopravvivere all’Isis, dando inizio a una nuova battaglia, quella per “i cuori e le menti”, che è appena all’inizio.

A guardare l’attuale situazione in Europa, Medio Oriente e in Nord Africa, ci possiamo rendere conto di come i principali modelli organizzativi dell’attività del terrorismo islamista – in termini di struttura, reclutamento e formazione – non siano cambiati in modo significativo, ma si siano evoluti in maniera estremamente efficace.

La fine territoriale dello Stato islamico ha portato il movimento a reinterpretare la propria natura originale, basata su un approccio insurrezionale clandestino (principalmente nelle aree sunnite in Iraq) a cui si sono affiancati due linee d’azione: da un lato la delocalizzazione e i franchise in Afghanistan, Libia e in Africa i cui attori principali sono i gruppi locali a cui si sono uniti i reduci fuggiti dal fronte siriano; dall’altro lato l’espansione all’interno dell’arena globale, inclusa l’Europa, in cui le azioni sono lasciate all’iniziativa individuale e delle cellule.

JIHADISTI IN EUROPA

Relativamente a età e genere, il 70% dei terroristi europei sono nati negli anni Ottanta e Novanta, dunque relativamente giovani, sebbene un 20% sia costituito da soggetti nati prima del 1980: un elemento interessante poiché pone in evidenza la presenza di una quota importante di uomini di “mezza età” al fianco della massa più giovane.

Le donne hanno svolto e svolgono un ruolo molto più attivo di quanto non sia stato posto in evidenza, e rappresentano una minaccia crescente; delle circa 650 partite dall’Europa per il fronte siriano e iracheno, 21 hanno fatto rientro in Belgio e 28 in Francia.

I bambini al di sotto dei dieci anni rappresentano un problema estremamente serio e una potenziale minaccia alla sicurezza europea per il futuro. Delle centinaia di bambini che avrebbero lasciato l’Europa, 16 sono rientrati in Belgio e 68 in Francia; gli altri sono detenuti in Iraq e Siria, altri trasferiti in paesi terzi con almeno uno dei genitori, ma della maggior parte non si sa nulla.

Se da un lato i convertiti radicalizzati pongono seri problemi in termini securitari, ma anche culturali e sociali, va posta una particolare attenzione alle carceri che continuano a svolgere un ruolo fondamentale sia nell’attivazione che nel rafforzamento del processo di radicalizzazione.

L’origine etnica e geografica dei terroristi jihadisti si impone come importante elemento e strumento di analisi e nel monitoraggio delle reti e delle cellule jihadiste. I gruppi principalmente afflitti dall’adesione al modello jihadista sono quelli marocchini (in Belgio, Spagna e Italia), algerini (in Francia), turchi (in Germania e Paesi Bassi).

Infine, una considerazione sulla questione che si concentra sul possibile collegamento tra immigrati e terrorismo: dal gennaio 2014, 44 rifugiati o richiedenti asilo sono stati coinvolti in 32 complotti jihadisti in Europa. Sebbene la maggior parte di questi soggetti si sia radicalizzata prima dell’ingresso in uno dei Paesi europei, tuttavia i processi di radicalizzazione avviati dopo l’arrivo in Europa sono divenuti più comuni a partire dall’autunno del 2016. Nel complesso, il periodo di latenza tra l’arrivo in Europa e la partecipazione a un’azione terrorista in genere associata allo Stato islamico (di successo o sventata) è di 26 mesi.

In conclusione, più della metà dei jihadisti sono nati in un Paese dell’Unione Europea, l’11% sono immigrati naturalizzati o di prima generazione, mentre solo il 17% sono terroristi “stranieri”, cioè cittadini non comunitari che non avevano precedentemente vissuto in Europa.

LA SITUAZIONE IN EUROPA

Sebbene gli attacchi diretti ed effettivamente collegati allo Stato islamico abbiano meno probabilità di verificarsi nei Paesi europei dove la sicurezza è stata significativamente rafforzata, gli attacchi emulativi ispirati allo Stato islamico rappresentano una minaccia potenzialmente in crescita. Usando la sofisticata ed efficace propaganda, gli jihadisti si rivolgono direttamente ai potenziali “combattenti” del jihad incitandoli ad agire nel paese di residenza. È un quadro in cui il terrorismo nostrano definisce una tendenza alla  violenza particolarmente preoccupante e in cui la minaccia futura dipende da come l’uditorio, a cui il sedicente “califfo” al-Baghdadi si rivolge, seguirà i suoi appelli ad aderire alla “guerra di logoramento” contro le nazioni “crociate”, al centro delle nuove minacce di terrorismo che provengono dallo Stato islamico. A tale fattore si inserisce la volontà di al-Qa’ida di riconquistare quel terreno perso negli anni dello Stato islamico territoriale; una volontà che potrà manifestarsi attraverso la condotta di azioni spettacolari ed eclatanti, dal forte impatto mediatico e comunicativo.

Nel complesso i Paesi europei affrontano una minaccia terroristica estremamente concreta a causa dell’alto numero di foreign terrorist fighter, della presenza di reti jihadiste sviluppate e della vicinanza geografica alle zone di guerra.


L’esperienza italiana nel contrasto al terrorismo: il ruolo e l’evoluzione del C.A.S.A.

di Alessandro Boncio Osservatorio ReaCT

 

 

 

 

Cosa è il C.A.S.A: tra prevenzione e azione

Nel maggio del 2018 quattordici persone vennero arrestate in due diverse operazioni di controterrorismo in Italia. La Guardia di Finanza portò a termine un’indagine su un circuito internazionale di finanziamento hawala che aveva raccolto oltre due milioni di euro, frutto di attività di riciclaggio e destinato a finanziare l’acquisto di armi da fuoco per uso terroristico; nello stesso tempo, l’indagine della Polizia di Stato svelò la presenza di una cellula logistica in Sardegna, responsabile dell’invio del denaro raccolto al gruppo terrorista di Jabhat al-Nusra . Infine, personale sotto copertura, in collaborazione con le agenzie di intelligence riuscì a penetrare entrambe le organizzazioni, raccogliendo informazioni decisive per corroborare le attività investigative .
Questa è solo una delle recenti operazioni antiterrorismo promosse e coordinate dal Comitato di Analisi Strategica Antiterrorismo. Il suo acronimo, C.A.S.A., identifica perfettamente la natura del Comitato, ovvero un luogo di condivisione e approfondimento istituzionale in cui le forze dell’ordine e le agenzie di intelligence possano analizzare in tempo reale informazioni vitali per il contrasto del terrorismo .
Molte parole sono state spese sul perché – e come – l’Italia rappresenti un’eccezione rispetto agli altri paesi europei, avendo evitato negli ultimi anni attentati terroristici sul proprio territorio. Diversi analisti e ricercatori hanno giustificato questa “peculiarità” evidenziando le differenze sociali e demografiche esistenti tra il nostro paese e le altre nazioni europee.

L’Italia è stata inoltre spesso descritta più come centro logistico per le attività dei jihadisti piuttosto che come obiettivo delle stesse, mentre altri ancora hanno addirittura menzionato il crimine organizzato come barriera contro tale minaccia.

Tuttavia, un aspetto spesso sottovalutato nell’interpretazione dell’efficienza italiana nel contrasto ad una minaccia in costante evoluzione, è il contesto istituzionale che Roma ha istituito per affrontare il problema.

Il C.A.S.A., nel tempo, si è dimostrato particolarmente utile nel rafforzare la sinergia tra tutti gli attori coinvolti nelle attività di controterrorismo, diventando nel contempo un polo fiorente per “istituzionalizzare” la cultura del sistema di sicurezza nazionale originata dalle precedenti esperienze nel contrasto al terrorismo interno e ai gruppi criminali organizzati.

Nei suoi quindici anni di esistenza, il C.A.S.A. è stato più volte elogiato per il suo valore strategico e la sua aderenza alle minacce più attuali; la condivisione in tempo reale di informazioni aggiornate tra tutte le agenzie coinvolte nel contrasto al terrorismo ha permesso all’Autorità Politica di prevenire episodi di violenza e fronteggiare la minaccia terroristica interna ed internazionale .

Lezione appresa: la creazione dei centri di coordinamento

I cosiddetti centri di coordinamento antiterrorismo furono inizialmente introdotti negli Stati Uniti dopo i catastrofici eventi dell’11 settembre 2001 quando l’efficace cooperazione e condivisione delle informazioni divennero argomenti di discussione urgenti negli USA. Gli attentati terroristici compiuti a Madrid (2004) e Londra (2005) fornirono successivamente anche agli europei la consapevolezza del mutato panorama jihadista in ambito internazionale con l’emergere del fenomeno del terrorismo homegrown ; ciò comportò la valutazione delle strutture antiterrorismo esistenti e la creazione dei centri di coordinamento per il contrasto al fenomeno anche nel nostro continente.
Nel novembre del 2003, un attentato suicida contro il contingente militare italiano impiegato ad Al-Nassiriya (Iraq) provocò 28 vittime (19 tra Carabinieri e personale dell’Esercito) oltre al ferimento di altre 58 persone. L’Autorità Politica dell’epoca prese coscienza della necessità di creare una struttura ad hoc per prevenire attacchi terroristici nel paese e all’estero, attraverso la condivisione e l’analisi in tempo reale di tutte le informazioni pertinenti provenienti dagli attori coinvolti nel contrasto al terrorismo.
Nel maggio 2004, dopo un periodo di prova, venne istituito ufficialmente il Comitato di Analisi Strategica Antiterrorismo con un decreto del Ministro degli Interni, che disciplina il Piano nazionale per la gestione degli eventi terroristici . Il Comitato è direttamente collegato all’Unità di Crisi Nazionale, altro organismo convocato dal Ministro degli Interni in vista di eventi con implicazioni sulla sicurezza nazionale.

Il mandato giuridico del C.A.S.A. vincola l’intera struttura delle informazioni per la sicurezza italiana a collaborare con il Comitato. Questo è un organo permanente, che riferisce direttamente al Ministro degli Interni, con riunioni tenute su base settimanale in cui si condividono e analizzano le informazioni più attuali associate alla minaccia terroristica sul territorio italiano e contro gli interessi ed assetti del nostro paese all’estero.

Il Ministro dell’Interno può inoltre convocare delle riunioni straordinarie ogniqualvolta lo ritenga opportuno, a causa di eventi in corso o imminenti, ritenuti rilevanti per la sicurezza nazionale .

Le competenze: analisi in tempo reale

La competenza principale del C.A.S.A. è quella di analizzare in tempo reale le informazioni provenienti dalle forze dell’ordine e dalle agenzie di intelligence oltre che dai contributi qualificati forniti da ufficiali di collegamento o nell’ambito di rapporti di cooperazione internazionale.

Durante le riunioni settimanali vengono discusse e valutate le indagini e le attività di monitoraggio in corso, prevedendo i possibili sviluppi futuri e analizzando eventuali provvedimenti da intraprendere. Le segnalazioni ricevute vengono esaminate ogni settimana e le diverse agenzie vengono successivamente incaricate di valutare l’attendibilità delle notizie e l’affidabilità delle fonti informative, arricchendo poi il dato informativo con una analisi di contesto.

Un’altra responsabilità di C.A.S.A è quella di pianificare e coordinare attività per la prevenzione di incidenti terroristici sul suolo italiano, monitorando (tra gli altri) i potenziali hub e gli individui a rischio di radicalizzazione, oltre che la propaganda terroristica sul web.

Un gruppo di lavoro tecnico – composto da rappresentanti del Comitato – stabilisce inoltre le procedure per l’attuazione di iniziative di prevenzione dell’estremismo violento, approvate dal C.A.S.A. e delegate alle Autorità di Polizia sul territorio nazionale .
Il mandato del Comitato lo autorizza ad implementare relazioni bilaterali con altri centri di coordinamento antiterrorismo, anche al di fuori dei confini europei. L’Italia e gli Stati Uniti ad esempio, hanno siglato un accordo di cooperazione per condividere informazioni e monitorare le persone indagate per attività terroristiche; i dati e le informazioni ricevute dal partner USA vengono gestite direttamente dal C.A.S.A., che fornisce alle forze dell’ordine tutti i dati necessari per l’espletamento delle loro attività.

Composizione ed evoluzione del ruolo del C.A.S.A.

Il Comitato è rappresentato da un tavolo operativo condiviso presieduto dal Direttore Centrale della Polizia di Prevenzione o dallo stesso Ministro dell’Interno, e ospita i più alti rappresentanti nel contrasto al terrorismo delle forze dell’ordine e dei servizi segreti, della Guardia di Finanza e del Dipartimento dell’Amministrazione Penitenziaria (D.A.P.).

Talvolta vengono invitati alle riunioni periodiche anche gli ufficiali di collegamento delle polizie di altri paesi, in grado di fornire contributi qualificati all’analisi informativa richiesta. La struttura ridotta e compatta e gli incontri settimanali rendono il C.A.S.A. un organo snello ed adattabile alle contingenze, che opera contemporaneamente sia come strumento di analisi bottom-up che come dispositivo esecutivo top-down.
Relativamente agli attori presenti stabilmente all’interno del Comitato, entrambe le forze dell’ordine italiane (Arma dei Carabinieri e Polizia di Stato) hanno una giurisdizione generale sulle indagini di controterrorismo, con unità specializzate nazionali, regionali e provinciali a cui l’Autorità Giudiziaria delega le attività investigative di contrasto al terrorismo interno ed internazionale.
Per quanto attiene alle agenzie di intelligence (Agenzia per le Informazioni e la Sicurezza Interna – AISI e Agenzia per le Informazioni e Sicurezza Esterna – AISE), il loro compito principale relativamente alla lotta al terrorismo è quello della raccolta ed analisi informativa (anche in collaborazione con analoghe agenzie estere) fornita alle forze dell’ordine, per dare impulso alle indagini di polizia e valutare le priorità nel contrastare la minaccia.
La Guardia di Finanza, per la sua competenza specialistica viene invece di solito incaricata dal Procuratore Nazionale Antimafia e Antiterrorismo per lo svolgimento di indagini relative al riciclaggio di denaro e al finanziamento del terrorismo .
Infine, il Dipartimento dell’Amministrazione Penitenziaria è responsabile per il monitoraggio e le investigazioni sui detenuti accusati o condannati per reati di terrorismo, così come per i criminali comuni ritenuti a rischio di radicalizzazione violenta .
Fin dalla sua istituzione, il Comitato esamina le segnalazioni ricevute e le indagini in corso per valutare la presenza di minacce terroristiche attuali o potenziali. Nel tempo, tuttavia, le competenze del Comitato si sono evolute e adattate alla mutata minaccia terroristica, così che il C.A.S.A. può essere oggi considerato allo stesso tempo come uno strumento strategico e tattico di prevenzione e contrasto del terrorismo.

A livello strategico il Comitato “analizza e valuta le informazioni rilevanti relative al terrorismo interno e internazionale” in una cornice di cooperazione internazionale, fornendo all’Autorità Politica tutti gli elementi necessari per determinare lo stato della minaccia e dare origine alle direttive esecutive.

In un modello top-down, attraverso il C.A.S.A. viene rispettato il coordinamento nelle attività investigative e vengono discusse le best practices implementate in altri paesi . Inoltre, il livello nazionale di allerta sul terrorismo è fissato dal Ministro dell’Interno sentito il parere del Comitato dopo la sua valutazione complessiva della situazione .
A livello tattico invece, gli incontri settimanali consentono la discussione sulle indagini e sull’attività di intelligence in corso. Le informazioni bottom-up che le forze dell’ordine e le agenzie di intelligence forniscono relativamente ai soggetti ritenuti a rischio di radicalizzazione violenta, assicurano al Ministro degli Interni i dati per valutare l’adozione di possibili linee d’azione e limitare la minaccia terroristica. Un importante aspetto correlato a questa a questa attività e connesso alla minaccia jihadista, è lo strumento dell’espulsione per ragioni di sicurezza dello Stato, utilizzato anche per prevenire la diffusione di ideologie jihadiste; il livello di radicalizzazione raggiunto dalle persone monitorate viene esaminato durante le riunioni del C.A.S.A. con successiva proposta di decreto di espulsione per le persone ritenute potenzialmente pericolose per la sicurezza nazionale .
Dal 2014 il Comitato redige infine un elenco che comprende i foreign terrorist fighters del nostro paese (cittadini italiani, stranieri residenti in Italia e cittadini italiani residenti all’estero), mappando percorsi da e verso le zone di combattimento, i facilitatori e altre informazioni investigative pertinenti, sempre nell’ottica della cooperazione internazionale di polizia, in considerazione della minaccia transnazionale rappresentata sia dai potenziali foreign terrorist fighters, che dai reduci di ritorno dai teatri di conflitto .
Evidenziando i numeri e le attività del C.A.S.A., nel solo 2017 il Comitato ha tenuto cinquanta riunioni regolari e dieci incontri di emergenza; Sono stati inoltre esaminati 806 argomenti, sono state valutate 420 segnalazioni (warnings) e sono stati emessi 105 decreti di espulsione a seguito di consultazioni in commissione.

Conclusioni: le peculiarità del Comitato

La “nuova” minaccia terroristica è attualmente fluida e transnazionale, rappresentata spesso più da individui che simpatizzano con le ideologie jihadiste piuttosto che da veri e propri affiliati alle compagini terroristiche; è inoltre una minaccia cibernetica, ultramoderna e spesso tangenziale alla criminalità comune. Per contrastare un fenomeno così complesso e sfaccettato, il C.A.S.A. rappresenta lo strumento centrale e più idoneo allo scopo, assicurando una perfetta sinergia tra tutti gli attori coinvolti nella lotta al terrorismo.

Il Comitato rappresenta perfettamente la cultura del sistema di sicurezza nazionale originata dalla pregressa esperienza contro il terrorismo interno e nella lotta alle differenti forme di criminalità organizzata . Il C.A.S.A. si dimostra uno strumento flessibile ed efficiente che, nonostante il suo incardinamento istituzionale, non risulta gravato da pericolose pastoie burocratiche.

Le peculiarità del Comitato, quale struttura strategica e organismo operativo incaricato di analisi investigative e di intelligence, lo rendono a pieno titolo uno strumento duttile ed efficace, caratterizzato dalla rapidità nell’acquisizione, condivisione e verifica delle informazioni; ciò consente il miglioramento dell’analisi operativa e dello scambio di informazioni a livello centrale, per poi riversare il prodotto finale del ciclo di intelligence ai reparti interessati sul territorio. Come ha affermato un ex direttore dell’intelligence italiana, “abbiamo imparato una dura lezione durante gli anni della lotta al terrorismo interno; da ciò abbiamo tratto l’esperienza di quanto sia importante mantenere un dialogo costante a livello operativo tra l’intelligence e le forze dell’ordine “.
A causa del minor numero di eventi legati al terrorismo in Italia, c’è solo una percezione generica del C.A.S.A. nell’opinione pubblica, in quanto il Comitato viene solo saltuariamente menzionato come strumento sinergico di contrasto al terrorismo. Tuttavia, il mondo politico e giudiziario loda la struttura come modello virtuoso e gli stessi analisti di controterrorismo sono ben consapevoli del suo valore intrinseco. Questo breve elaborato voluto evidenziare il ruolo fondamentale della struttura e l’evoluzione della stessa nei suoi 15 anni di esistenza, che riflette la trasformazione del terrorismo anche in Italia. Ciò a conferma dell’immutato impegno della nostra nazione nella prevenzione dei rischi e nel contrasto alla minaccia terroristica, frutto delle lezioni apprese e delle esperienze maturate dall’organizzazione per la sicurezza nazionale .

 

Tutte le informazioni della presente pubblicazione sono state pubblicate su fonti aperte e derivano da ricerche e studi personali dell’autore. La ricerca originale originale è stata utilizzata come contributo per un report pubblicato in lingua inglese dall’International Centre for Counter Terrorism – The Hague; R. van der Veer, W. Bos, L. van der Heide, “Fusion Centres in Six European Countries: Emergence, Roles and Challenges”, International Centre for Counter Terrorism – The Hague, February 4, 2019; quella qui riportata è una versione aggiornata e tradotta in italiano. Le opinioni espresse così come eventuali errori e imprecisioni sono da imputare solamente all’autore.


Frattura radicale

Reportage radiofonico trasmesso dal programma Laser della RSI (Radiotelevisione svizzera di lingua italiana) sul tema del radicalismo islamico e dello jihadismo, con prospettive da Londra.

L’approfondimento si sofferma sui contesti e sui meccanismi che possono contribuire alla svolta radicale, e per ciò che concerne la prevenzione, sulle difficoltà che possono esserci nelle relazioni fra chi si muove sul territorio e le istituzioni inglesi.

ASCOLTA LA PUNTATA:  ‘FRATTURA RADICALE’

Scarica e ascolta il podcast Laser – “Frattura Radicale” RSI Rete 2

A entrare nel merito della scena inglese sono Raffaello Pantucci, direttore degli studi sulla sicurezza internazionale del Royal United Services Institute (RUSI); Douglas Weeks, ricercatore e consulente specializzato nelle dinamiche della radicalizzazione e Hanif Qadir, ex-militante di al-Qaeda e poi fondatore della ONG Active Change Foundation.

Reportage di Chiara Sulmoni.