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Crisi del Mar Nero. Il contesto regionale e internazionale

di  Gregorio Baggiani

Negli ultimi anni la situazione nel Mare d’Azov, un mare collegato al Mar Nero attraverso lo Stretto di Kerch che ne regola l’entrata a navi civili e militari, regolata da un trattato bilaterale tra Russia ed Ucraina del 2003, è andata progressivamente peggiorando, anche in seguito alla costruzione da parte russa di un ponte ferroviario che ne limita fortemente l’accesso, mediante estenuanti controlli, alle navi civili e militari di nazionalità ucraina.

Le conseguenze diplomatiche, politiche ed economiche di un eventuale conflitto nel Mar Nero

Nonostante la considerevole superiorità militare della Russia in campo navale, l’ipotesi di un conflitto aperto nel Mar Nero appare alquanto improbabile. Un conflitto militare solleverebbe la protesta diplomatica degli Stati occidentali e comporterebbe l’ulteriore inasprimento delle sanzioni contro la Federazione Russa, il possibile intervento della NATO e l’interruzione del traffico marittimo della Federazione Russa attraverso l’intero Mar Nero e la Crimea, a seguito della sua condanna dalle Nazioni Unite come stato aggressore. Tutto ciò sarebbe estremamente controproducente per le esportazioni commerciali russe verso il Medio Oriente e Mediterraneo orientale ma anche per gli importanti flussi di denaro, più o meno opachi, verso l’isola di Cipro, che vengono considerati un settore importante dell’attività economica russa; flusso di denaro che trova poi anche diverse modalità di impiego, lecite o non lecite, anche in Europa.

L’inasprimento delle tensioni è principalmente dovuto alla necessità di vigilare sul funzionamento delle condotte energetiche e di quelle relative alle infrastrutture di comunicazioni sottostanti il bacino

A questo già complesso scenario si aggiunge la questione dei gasdotti e delle reti di comunicazioni che passano sotto il Mar Nero, i primi, fondamentali per le esportazioni russe, le seconde per tutti gli stakeholders di questa complessa questione geopolitica. L’inasprimento delle tensioni, infatti, è principalmente dovuto alla necessità di vigilare sul funzionamento delle condotte energetiche e di quelle relative alle infrastrutture di comunicazioni sottostanti il bacino. L’ostacolo, il danneggiamento grave o addirittura l’interruzione di queste forniture o comunicazioni in caso di conflitto provocherebbe un danno sostanziale all’economia o alla sicurezza della Federazione Russa ed anche degli Stati europei, la prima già fortemente indebolita dalle sanzioni. Ne consegue che lo scoppio di un conflitto aperto nel Mar Nero non appare come la scelta più probabile a causa delle gravi ripercussioni sulle forniture energetiche e sulla stessa sicurezza degli stakeholder, eventualità cui la Federazione Russa ha recentemente cercato di porre rimedio attraverso l’isolamento della propria infrastruttura informatica, in parte dipendente dalle connessioni estere, comprese quelle legate alle infrastrutture di tipo sottomarino presenti sotto la superficie del Mar Nero. L’opzione che quindi molto probabilmente sarà adottata, è quella meglio descritta come “l’invasione silenziosa e strisciante” del Mar Nero che, azzerando il commercio necessario alla sopravvivenza dell’Ucraina e trasformando i suoi porti in una terra desolata, porterebbe alla depressione economica e all’impotenza di Kiev, rafforzando la fazione filo-russa nell’area sudorientale.

La grande strategia geopolitica russa in Ucraina

L’obiettivo primario di questa strategia è quello di respingere le aspirazioni della NATO in Ucraina e soffocare l’aspirazione del Paese a diventare una piena democrazia sul modello occidentale eliminando al contempo un potenziale concorrente commerciale nel Mar Nero. L’apparato politico e militare russo e il sistema economico sono, ovviamente, ben consapevoli di questo stato di cose. È pertanto improbabile che la Russia scelga una risposta militare per contrastare la presenza ucraina nel Mar Nero. I commerci russi sarebbero, infatti, i primi a soffrire del blocco causato da eventuali operazioni belliche e delle inevitabili ricadute derivanti dalle misure politiche e giuridiche che la comunità internazionale adotterebbe nei confronti della Federazione Russa.

Il fattore turco e la Convenzione di Montreux

Inoltre, in caso di un attacco militare russo a strutture militari, civili o petrolifere ucraine, la Turchia sarebbe costretta, a norma delle disposizioni legali contenute nell’accordo di Montreux del 1936, a chiudere gli Stretti Turchi alle navi militari russe e forse anche alle navi civili russe. L’atteggiamento turco si rivelerà quindi determinante nel caso di una crisi nel Mar Nero e della sua possibile evoluzione che al momento appare difficile prevedere con assoluta esattezza perché lo scenario appare particolarmente complesso. L’eventuale chiusura degli Stretti Turchi danneggerebbe gravemente le esportazioni e le fiorenti relazioni politiche con l’area del Mediterraneo orientale e del Medio Oriente in cui la Russia intende invece assumere un ruolo più rilevante rispetto al passato riempiendo, in una certa misura, il vuoto lasciato dagli interessi USA in arretramento da questa zona altamente lacerata da gravi e crescenti tensioni internazionali.

Controllando gli Stretti, la Turchia si rivela un attore essenziale per l’equilibrio strategico del Mar Nero, del Mediterraneo in senso lato e, infine, del Medio Oriente e del Mar Caspio

In quest’ottica, le relazioni politico-diplomatiche che saranno instaurate tra la Russia e la Turchia e tra la Turchia e la NATO giocheranno un ruolo fondamentale. In caso di conflitto nel Mar Nero e in particolare nel Mar d’Azov, se il Trattato bilaterale del 2003 dovesse venir meno e le restrizioni in esso sancite dovessero decadere, la Turchia – secondo stato militarmente più forte del Mar Nero dopo la Russia e, soprattutto, Stato NATO, almeno formalmente – potrebbe diventare decisiva.

La Turchia quale gestore della Convenzione di Montreux e degli Stretti Turchi

Alla Turchia è infatti affidato il controllo e la gestione della navigazione, sia civile che militare, negli Stretti e in caso di conflitto, conformemente alla Convenzione di Montreux, sarebbe autorizzata a precluderne l’accesso. Controllando gli Stretti, la Turchia si rivela un attore essenziale per l’equilibrio strategico del Mar Nero, del Mediterraneo in senso lato e, infine, del Medio Oriente e del Mar Caspio il cui accesso a potenze straniere viene progressivamente ridotto dalla Russia e dagli altri Stati che si affacciano sul Mar Caspio mediante un Trattato firmato nel 2016 che proibisce l’installazione o comunque la presenza di basi militari straniere. La Cina, a sua volta, agisce in modo implicito od esplicito nel contenimento dell’avanzata USA e NATO verso il bacino del Caspio, di cui il Mar Nero appare strategicamente il retroterra. Anche l’Iran, a sua volta, ha instradato un progetto energetico che dovrà collegare il Golfo Persico con il Mar Nero, fatto che gli fa assumere un’importanza geopolitica ancora maggiore per tutti gli stakeholder regionali ed extraregionali. E questo spiega anche perché per gli USA è importante o fondamentale assumere o almeno mantenere il controllo strategico del Mar Nero. Chi controlla il Mar Nero, controlla il potenziale accesso al Mar Caspio, al Medio Oriente, al Golfo Persico ed al Mediterraneo.

La Turchia quale “honest broker” della Convenzione di Montreux e degli Stretti Turchi. La posizione della Turchia in caso di tensioni o di conflitto.

Sulla base di un ravvicinamento stabile tra la Turchia e la Russia, come quello osservato nei mesi scorsi, l’ipotesi di un ruolo di “onesto intermediario” della Turchia nella questione del Mar Nero appare sempre meno credibile. La Turchia probabilmente rafforzerà la sua cooperazione con Mosca ma non reciderà completamente il legame transatlantico con Washington e con l’UE per potere ottenere il prezzo migliore da entrambi i contendenti ed anche per non privarsi completamente dello “scudo” NATO di fronte alla Russia. Restando quindi in bilico tra i due contendenti la Turchia si troverà nella posizione di poter gestire  al meglio per sé il suo ruolo geopolitico nel Mar Nero ed in Medio Oriente, qualunque siano i suoi partner.

Il grande problema è come attenuare le dissonanze o addirittura ricucire il divario e la freddezza crescenti tra UE, USA e Turchia. Tutto ciò si ripercuoterà, più o meno direttamente, sugli equilibri di potere in gioco nell’attuale disputa tra Ucraina e Russia nel Mar d’Azov

Conseguentemente, in caso di conflitto o gravi tensioni nel Mar Nero, è prevedibile che la Turchia aumenti la posta in gioco in cambio del suo sostegno politico all’uno o all’altro contendente o della sua neutralità. Invero, sulle basi giuridiche della Convenzione di Montreux, la Turchia dovrebbe agire in modo neutrale nei confronti di qualsiasi contendente ma, molto probabilmente, non terrà fede agli accordi.

Ciò è probabilmente vero anche nel caso del sempre più discutibile trattato NATO che lega la Turchia all’Alleanza Atlantica. Il grande problema è come riuscire ad attenuare le dissonanze o addirittura a ricucire il divario e la freddezza crescenti tra UE, USA e Turchia. Chiaramente, tutto ciò si ripercuoterà, più o meno direttamente, sugli equilibri di potere in gioco nell’attuale disputa tra Ucraina e Russia nel Mar d’Azov.

Le regole imposte dal Trattato di Montreux

Le rigide regole del Trattato di Montreux del 1936 oggi limitano l’accesso delle navi militari degli Stati non rivieraschi a una permanenza massima di 3 settimane. In caso di gravi tensioni, se gli Stati Uniti saranno in grado di ottenere un allentamento di queste regole con la modifica della Convenzione di Montreux, il rapporto tra le forze potrebbe cambiare notevolmente determinando una alterazione sostanziale dell’equilibrio di potere nel Mar Nero grazie alla grande capacità di proiezione militare statunitense (fatto che rimanda immediatamente al concetto strategico- militare, ma anche economico, di “profondità strategica” o strategic depth o стратегическая глубина in russo), giustamente temuta da Mosca e, di conseguenza, nel Mar d’Azov, che è ben collegato con la regione circostante per mezzo di collegamenti fluviali, fatto che lo rende particolarmente strategico per la Federazione Russa. Il Mare d’Azov serve evidentemente anche da retroterra strategico a protezione della Crimea.

Ciò dipenderà dal modo in cui, in caso di crisi o di conflitto, la Turchia gestirà l’accesso delle navi militari attraverso gli Stretti Turchi e dalla permanenza in vigore delle disposizioni sul Mar d’Azov regolate dal trattato del 2003 tra Russia e Ucraina che si configura come un trattato di tipo bilaterale e non risponde alla normativa sul diritto internazionale del mare fissata dalle Nazioni Unite a Bodega Bay del 1982 e che risponde al nome di UNCLOS.

La Russia è sicuramente interessata ad ottenere vantaggi concreti dalla parte settentrionale del Mar Nero e nel Mar d’Azov; il deterioramento delle condizioni economiche potrebbe condurre a un calo di popolarità, cosa che Vladimir Putin teme al di sopra di ogni cosa

Il calcolo geopolitico ed economico della Russia

In linea generale, la Russia è sicuramente interessata ad ottenere vantaggi concreti e spinta propulsiva dalla parte settentrionale del Mar Nero e nel Mar d’Azov, ma non è insensibile al rischio di perdite economiche e dell’improvviso aumento dei prezzi che le inevitabili tensioni politiche dovute al conflitto potrebbero comportare o, peggio, alle gravi ripercussioni che un serio stallo militare potrebbe provocare, anche in termine di vite umane. Il possibile deterioramento delle condizioni economiche potrebbe inoltre condurre a un calo di popolarità, cosa che Vladimir Putin teme al di sopra di ogni cosa.

 


Siria: dopo gli accordi per Idlib la Russia è in vantaggio sulla Turchia

La partecipazione di 38 compagnie russe alla fiera internazionale di Damasco conferma che l’attività economico-commerciale sarà un passe-partout della Russia in Medioriente

L’analisi di C. Bertolotti per l’Osservatorio Strategico del Ce.Mi.S.S. n. 1/2018

di Claudio Bertolotti

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Il 17 settembre scorso, Russia e Turchia hanno concordato di istituire una zona demilitarizzata nella regione della Siria nord-occidentale di Idlib, ultima grande roccaforte dei circa 60.000 componenti i gruppi di opposizione armata e ribelli anti-governativi, tra questi anche le formazioni jihadiste di area qaedista Hayat Tahrir al-Sham (Levant Liberation Committee) e Jabhat Fateh al-Sham che controllano due terzi della cosiddetta area cuscinetto e più di metà di Idlib.

Accordi di Sochi: Naji al-Mustafa, portavoce dei quindici gruppi componenti il Fronte nazionale per la liberazione, ha confermato l’adesione all’iniziativa russo-turca

L’area demilitarizzata, in base agli accordi, avrebbe dovuto essere definita entro il 15 ottobre e avere una profondità variabile di 15-20 chilometri prevedendo, al suo interno, la condotta di pattugliamenti coordinati di unità russe, turche e della Nato; l’accordo prevede che i gruppi radicali debbano lasciare l’area, al contrario dei gruppi ribelli non inseriti nell’elenco dei gruppi terroristi che però si sono impegnati a trasferire fuori dall’area demilitarizzata gli armamenti pesanti e a consegnarne una parte alle forze governative siriane. Questo l’esito dell’incontro di Sochi tra il presidente Vladimir Putin e l’omologo turco Recep Tayyip Erdogan. Un accordo che alla fine di ottobre non ha visto la realizzazione della zona cuscinetto ma ha comunque evitato di provocare una crisi umanitaria che avrebbe interessato circa tre milioni di abitanti nel caso fosse stata avviata la prevista e annunciata offensiva militare: Naji al-Mustafa, portavoce dei quindici gruppi componenti il Fronte nazionale per la liberazione, il 6 ottobre ha confermato l’adesione all’iniziativa russo-turca mentre il giorno seguente il Free Idlib Army ha iniziato la smobilitazione degli schieramenti di artiglieria in prossimità dell’abitato di Maaret al-Numan, benché sia possibile immaginare che parte degli armamenti possa essere stata più opportunamente nascosta; anche il National Liberation Front, sostenuto dalla Turchia, ha aderito all’accordo. Tra i gruppi qaedisti, Horas al-Din, (i “guardiani della religione”) e Ansar al-Din (“Partigiani della religione”) hanno da subito rifiutato la soluzione negoziale proposta, mentre Hayat Tahrir al-Sham solamente il 14 ottobre ha comunicato il proprio apprezzamento per il cessate il fuoco, ma ha ribadito la propria volontà di continuare a combattere il jihad fino all’estremo sacrificio.

Gli accordi preannunciano che la campagna per Idlib seguirà la linea tracciata dalle precedenti campagne: dividere il fronte insurrezionale

In pratica i termini dell’accordo aggiungono sostanza all’idea che la campagna per Idlib seguirà la linea tracciata dalle precedenti campagne, come quella per Daraa, riuscendo a dividere il fronte ribelle-jihadista con conseguente riduzione della capacità operativa del nemico sul campo; una mossa a conferma della visione strategica del regime siriano e dei suoi alleati che, in maniera sistematica, ha portato gli esitanti gruppi di opposizione armata a dividersi in più parti distribuite sul territorio, così da essere combattute senza un eccessivo dispendio di forze e limitando gli effetti collaterali in termini di danni alle popolazioni civili. La prossima mossa da parte siriana, una volta conclusa la liberazione dell’area di Idlib, sarà il controllo dell’area a est dell’Eufrate, strappata lo scorso anno al gruppo Stato islamico da parte dalle milizie curde che compongono le Syrian Democratic Forces sostenute dagli Stati Uniti.

L’accordo offre vantaggi significativi per i firmatari, ma ad avvantaggiarsene sarà la Russia

Nel complesso l’accordo offre vantaggi significativi per i firmatari. Ma se per la Turchia il vantaggio principale è stato quello di evitare che nella zona si concentrassero le truppe governative siriane, è però vero che Ankara dovrà far fronte al mantenimento di una sorta di protettorato turco su forze ribelli che sono sempre più in difficoltà; e se quella contro Jabhat Fateh al-Sham e gli altri gruppi jihadisti sarà una campagna di successo, la Turchia avrà un ulteriore onere poiché dovrà trovare il modo di garantire loro una via d’uscita dalla Siria. In tale quadro non stupisce la dichiarazione di Erdogan del 4 ottobre, in cui il presidente turco ha annunciato la propria intenzione di non voler lasciare il territorio siriano finché non saranno svolte le elezioni.

Per la Russia e per la Siria, l’accordo offre invece la possibilità di mettere in sicurezza l’autostrada strategica che attraversa Idlib e collega la Siria settentrionale con le altre città; è previsto che il transito lungo le autostrade Aleppo-Latakia e Aleppo-Hama debba essere ripristinato entro la fine del 2018. Inoltre, il 15 ottobre, la Siria ha confermato la progressiva capacità di controllo del territorio riaprendo i passaggi di frontiera con Israele (Queneitra, chiuso dall’inizio della guerra nel 2011) e con la Giordania (Nassib, chiuso nel 2015); in particolare il passaggio di Nassib attraverso la Giordania rappresenta un importante passo per il ripristino delle attività commerciali con le ricche nazioni del Golfo.

Ma è la Russia che esce ulteriormente avvantaggiata da questo accordo, in particolare sul piano operativo, poiché le sue forze non solo possono continuare a combattere gli jihadisti e gli altri gruppi ribelli, ma ha pure la possibilità di schierare le sue truppe, insieme a quelle turche, nelle zone demilitarizzate per ridurre la presenza e gli arsenali di quelle forze ribelli che, fino a ora, sono state supportate da Ankara.

Stati Uniti: ai margini sia della guerra che della sua soluzione

Infine gli Stati Uniti, che rimangono ai margini sia della guerra che della sua soluzione. Come già avvenuto nel sud, a Daraa, il sostegno statunitense ai gruppi di opposizione nella provincia di Idlib appare limitato al fattore deterrenza contro un ipotetico utilizzo di armi chimiche al quale l’amministrazione americana potrebbe rispondere, sia pur in maniera limitata e a livello tattico. Nella sostanza, un aiuto poco più che simbolico a quei ribelli che anche Ankara vorrebbe poter continuare a sostenere.

Nella sostanza la guerra siriana continua, ma con l’accordo tra Putin ed Erdogan la spinta data al conflitto tende sempre più verso un vantaggioso consolidamento russo nell’area a favore di Damasco e di Teheran.

Analisi, valutazioni e previsioni

La Russia guarda con interesse a un nuovo ordine di sicurezza in Medio Oriente. Qualunque cosa accada ai ribelli nella provincia di Idlib, Mosca è determinata a mantenere la Siria saldamente ancorata all’interno della sua sfera di influenza – sia come punto d’appoggio nel Medio Oriente sia in un’ottica di contenimento statunitense (e dei suoi alleati): il vice ministro della Difesa della Russia, Alexander Fomin, nel suo intervento del 25 ottobre all’8° Beijing Xiangshan Forum di Pechino, ha posto particolare accento sulla situazione in Siria in termini di volontà russa di essere presente sino a quando la situazione non sarà stabilizzata e il terrorismo sconfitto. A conferma di tale approccio è il fatto che lo stesso giorno in cui i diplomatici russi firmavano l’accordo con la Turchia per l’istituzione della zona smilitarizzata nell’area di Idlib, decine di uomini d’affari russi siglavano a Damasco contratti commerciali per il dopoguerra siriano.

Russia: rimarremo sino a quando la situazione non sarà stabilizzata e il terrorismo sconfitto e saremo impegnati nel processo di ricostruzione

Il contributo delle forze armate russe, decisive nella lotta contro l’opposizione al governo di Bashar al-Assad e al gruppo Stato islamico, ha dato a Mosca un peso ben superiore a quello delle potenze occidentali. Russia che è stata così capace di imporsi sul piano diplomatico e delle relazioni internazionali come su quello militare, come dimostrato dalla recente vendita dei sistemi missilistici S-300 alla Siria, che vanno ad affiancarsi agli S-400 schierati dalle forze russe; un accordo che preoccupa l’altro importante attore regionale, Israele, da tempo impegnato in azioni di bombardamento aereo su territorio siriano in funzione di contenimento anti-iraniano e di contrasto al libanese Hezbollah.

E se sul fronte militare il ruolo russo è di primo piano, non è certo secondario l’impegno su quello della ricostruzione post-bellica, dove Mosca sarà impegnata nella riattivazione di strade e la ricostruzione di condutture strategiche e di beni immobiliari distrutti nei sette anni di guerra appena trascorsi.

Come dimostrato dalla partecipazione di 38 compagnie russe alla fiera internazionale di Damasco all’inizio di settembre, l’attività economico-commerciale sarà uno dei principali passe-partout della strategia di influenza russa nell’area mediorientale.

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