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Principali eventi nell’area del Maghreb e del Mashreq – Ottobre

Algeria

I manifestanti in Algeria mantengono alta la pressione mentre scade il termine per le candidature presidenziali. Migliaia di persone hanno protestato nella capitale algerina contro l’élite politica del Paese in prossimità della scadenza dei termini per presentare i nomi dei candidati alle prossime elezioni presidenziali. Le strade di Algeri si sono nuovamente riempite venerdì 25 ottobre, per la 36a settimana consecutiva per manifestare contro i powerbrokers al potere del paese e il loro piano di voto presidenziale fissato per il 12 dicembre .

Egitto

Il governo egiziano del Presidente Abdel Fattah Al Sisi avrebbe arrestato e terrebbe in detenzione circa 4.300 persone, in risposta a un’ondata di proteste iniziate lo scorso settembre. Nella sua prima relazione ufficiale al parlamento, il primo ministro Mostafa Madbouli ha denunciato le manifestazioni come espressioni di una “guerra brutale” etero-diretta e progettata per creare “confusione”. Il ministro ha anche avvertito dei pericoli di qualsiasi futuro dissenso. Come riportato da Alessia Melcangi e Giuseppe Dentice, «l’Egitto sembra tornare alla normalità dopo una serie di manifestazioni contro il presidente Abdel Fattah al-Sisi iniziate il 20 settembre. Ciò potrebbe essere la conseguenza dell’approccio “tolleranza zero” perseguito dal governo. In oltre tre settimane di proteste, le autorità locali hanno arrestato migliaia di persone e imposto il coprifuoco in tutte le principali città egiziane». Secondo gli autori dell’analisi, «le attuali proteste in Egitto sono un campanello d’allarme che le autorità non dovrebbero sottovalutare. Altre ondate di proteste potrebbero creare gravi conseguenze per il settore economico e per la stabilità politica. Questa è la sfida principale per il presidente, ma è anche un importante banco di prova per la resilienza di questo peculiare sistema stratocratico».

Israele

Elezioni Netanyahu rinuncia a formare il governo: il premier israeliano Benyamin Netanyahu ha annunciato che rimette il mandato di formare il nuovo governo nelle mani del presidente Reuven Rivlin. E’ la seconda volta in sei mesi che il leader del Likud – che oggi ha compiuto 70 anni – non riesce a formare il governo. Netanyahu aveva ricevuto l’incarico da Rivlin lo scorso 25 settembre e dopodomani sarebbe scaduto il termine. E’ possibile che ora sia la volta di Benny Gantz leader di Blu-Bianco.

Libano

Violente manifestazioni di piazza in Libano, le più estese degli ultimi dieci anni: decine di migliaia di cittadini libanesi chiedono le dimissioni dei politici, accusati di non essere in grado di far fronte alla crisi economica e di essere corrotti. Decine di feriti e trattenuti dalle forze dell’ordine che, per reprimere le manifestazioni e disperderne i partecipanti, hanno fatto ampio uso di lacrimogeni, veicoli anti-sommossa e proiettili di gomma. Il primo ministro Saad Hariri ha incolpato i suoi partner al governo di ostacolare le riforme che potrebbero scongiurare la crisi economica . A seguito dell’instabilità politica e dell’aumento delle manifestazioni di violenza il primo ministro Hariri ha rassegnato le proprie dimissioni il 29 ottobre, così come chiesto dai manifestanti; una scelta coraggiosa finalizzata a “negare l’ultima copertura a chi” – come Hezbollah – “è pronto a scatenare la guerra civile pur di non far insediare un governo tecnico che sarebbe l’unica alternativa alla guerra civile in assenza del suo esecutivo” . “Se Hezbollah accettasse l’ipotesi di un governo tecnico perderebbe fonti di arricchimento dal comitato d’affari governativo essenziali per la sua sopravvivenza viste le sanzioni economiche che colpiscono Hezbollah e il suo finanziatore, l’Iran” .

Libia

La visita di Fayez al-Sarraj a Sochi mette in evidenza le ambizioni russe sulla Libia. A seguito della visita in Russia di Fayez al-Sarraj, il leader del governo di accordo nazionale in Libia, Mosca e Tripoli hanno in programma di firmare un contratto per la fornitura di 1 milione di tonnellate di grano russo. Sarraj ha preso parte al vertice Russia-Africa di Sochi. Il capo del gruppo di contatto russo per la risoluzione dei conflitti in Libia, Lev Dengov, ha detto che l’accordo di un anno potrebbe essere firmato in un mese. Presumibilmente sarebbe implementato entro la fine di quest’anno. Sarraj e i funzionari russi hanno anche discusso di altri campi di cooperazione, compresi i progetti di costruzione di centrali elettriche .
Il presidente della National Oil Corporation (NOC) statale della Libia, Mustafa Sanalla, ha dichiarato che il suo paese «cerca la cooperazione con le compagnie petrolifere egiziane per ripristinare le infrastrutture del settore petrolifero libico. Le dichiarazioni di Sanalla sono arrivate durante l’incontro con il ministro egiziano del petrolio Tarek al-Molla al Cairo .
Marocco. La polizia del Marocco rassicura i cittadini dopo la riuscita operazione antiterrorismo. Agenti speciali marocchini hanno arrestato un settimo sospetto collegato all’ISIS a Tamaris II, una città sulla spiaggia vicino a Casablanca, in quelle che finora sono le operazioni antiterrorismo di più vasta portata del paese. L’arresto è avvenuto la sera di venerdì 25 ottobre. Sarebbero ancora in corso ricerche per arrestare altri sospetti o complici nella vicenda. La notizia è arrivata dopo l’arresto di sei persone nella lotta antiterrorismo su larga scala, che ha previsto la condotta di incursioni simultanee in tre luoghi diversi: due nell’area di Casablanca e uno nella provincia di Ouazzane.

Siria

9-22 ottobre: “Fonte di pace”, l’operazione militare della Turchia nel nord della Siria, indebolisce la “minaccia” curda dell’asse YPG-PKK e pone fine al progetto politico del Rojava con il supporto della Russia e il laissez faire degli Stati Uniti. Il 26 ottobre, un’operazione militare statunitense nella provincia di Idlib, a pochi chilometri dalla Turchia, porta alla morte del leader dello Stato islamico Abu Bakr al Baghdadi. Alcune fonti inizialmente suggerivano la nomina del suo successore, avvenuta già ad agosto, identificato con Abdullah Qardash (un ex militare dell’esercito di Saddam Hussein, conosciuto come “il professore”); ma l’annuncio ufficiale da parte dello Stato islamico ha indicato, come erede di al-Baghdadi, Abu Ibrahim al-Hashemi al-Qurayshi: il nuovo “califfo”, eletto dal supremo consiglio del gruppo, di cui ad oggi non si hanno informazioni.

Tunisia

Elezioni presidenziali, Kais Saied: chi è il nuovo presidente della Tunisia? Senza un partito o molti finanziamenti, Saied ha vinto le elezioni con una narrativa elettorale incentrata sul sostegno ai giovani, il suo bacino elettorale di riferimento. Saied ha vinto con oltre il 72 percento dei voti, contro circa il 27 percento dei voti ottenuti dal suo antagonista, il magnate dei media Nabil Karoui.
Un leader di al-Qa’ida è stato ucciso in Tunisia. Il Ministero degli Interni della Tunisia, ha annunciato che il 20 ottobre Murad al Shayeb, un senior leader appartenente al battaglione Uqba bin Nafi di al-Qa’ida, è stato ucciso in un’ampia operazione militare. Murad al Shayeb, responsabile di una serie di attacchi portati a compimento dal 2013, tra cui un assalto a un ex ministro degli interni nel 2014 e vari agguati nelle montagne Chaambi, Ouargha, Mghila e Sammama. è stato ucciso dalle truppe tunisine nel governatorato di Kasserine, vicino ai confini con l’Algeria .


Principali eventi nell’area del Maghreb e del Mashreq – settembre

Algeria

L’Algeria continua ad essere scossa politicamente dalle manifestazioni di piazza. Il governo algerino, da un lato cerca di presentare il processo elettorale come risolutivo per le istanze sollevate dalla crescente massa di manifestanti; dall’altro lato la repressione della componente militare suggerisce il rischio di un deterioramento progressivo che potrebbe compromettere le elezioni presidenziali, in calendario per il prossimo 12 dicembre.

Algeria ed ExxonMobil, un gigante dell’energia degli Stati Uniti, hanno firmato un accordo per studiare il potenziale di idrocarburi nel deserto del Sahara nella nazione nordafricana, secondo quanto riportato dall’agenzia di stampa ufficiale APS. Secondo l’Agenzia nazionale per la valutazione delle risorse di idrocarburi dell’Algeria (ALNAFT), ExxonMobil ha mostrato interesse nel settore algerino di idrocarburi, valutato come particolarmente ricco di idrocarburi. Secondo una precedente dichiarazione del governo del 28 gennaio 2019, le riserve di energia non convenzionale dell’Algeria la rendono la terza al mondo per gas di scisto e la settima per il petrolio di scisto. La firma dell’accordo, parte della missione di ALNAFT di promozione e sviluppo dell’estrazione di idrocarburi, rende ExxonMobil la quarta società multinazionale ad aderire all’agenzia in questo studio, dopo l’ENI italiana, la Total francese e la Equinor norvegese.

Egitto

Più di 2.000 manifestanti sono stati arrestati dopo la manifestazione di piazza del 23 settembre. Le autorità egiziane hanno arrestato più di 2.000 persone, tra cui diversi soggetto di alto profilo, dopo che alcune proteste si sono svolte in diverse città per chiedere al presidente Abdel Fattah el-Sisi di dimettersi. Tra i denunciati e arrestati figurano uno dei più importanti personaggi dell’opposizione egiziana, un ex portavoce di un candidato alle elezioni presidenziali dell’anno scorso e un noto scrittore. Sfidando il divieto di protestare senza permesso, migliaia di persone sono scese in piazza nella capitale del Cairo e in altre città venerdì in risposta alle richieste di manifestazioni contro la presunta corruzione del governo. Le proteste sono proseguite sabato nella città di Suez nel Mar Rosso.

Israele

Elezioni israeliane: Netanyahu e Gantz promettono entrambi di formare il prossimo governo: Gantz ha suggerito di voler prendere in considerazione un governo di unità nazionale.

Libia

Un attacco aereo statunitense nel sud-ovest della Libia ha provocato la morte di 17 persone, presumibilmente affiliate allo Stato islamico: il terzo attacco contro i militanti jihadisti è stato effettuato il 26 settembre dal comando statunitense dell’Africa (AFRICOM), in collaborazione con il governo libico di accordo nazionale (GNA). Gli attacchi statunitensi in Libia, registrati a settembre, sono i primi dell’ultimo anno. Riporta l’Associated Press (AP) che, secondo fonti ufficiali degli Stati Uniti, Washington continuerà a colpire lo Stato islamico-Libia e altri gruppi terroristi nella regione, al fine di impedire la creazione di aree sicure per il terrorismo  e per coordinare e pianificare le operazioni in Libia.

Tunisia

Elezioni presidenziali: due candidati, uno è in prigione. Nel primo turno delle elezioni presidenziali, tutti i candidati del partito principale sono stati eliminati, lasciando due contendenti: Kais Saied, un professore di legge sconosciuto alla massa degli elettori, che aveva ottenuto il 18,4% dei voti come candidato indipendente, e Nabil Karoui, un uomo d’affari e comproprietario di una popolare rete televisiva (detenuto in carcere in attesa di processo per corruzione e riciclaggio sino a pochi giorni dalle elezioni), che ha ottenuto il 15,6 percento. Karoui è sostenuto principalmente da un elettorato di basso livello socio-economico, attraverso il quale ha fatto breccia attraverso la sua rete televisiva Nessma e un’organizzazione filantropica, Khalil Tounes. Il professor Saied, suo avversario, ha condotto una campagna quasi senza pubblicità, basandosi su un’immagine di integrità e sui voti dei giovani disillusi dal sistema politico. Il successo di questi due competitor minaccia di distruggere il modello di consenso della Tunisia in essere dal 2011, in cui conservatori e modernisti hanno condiviso il potere.


L’interesse strategico della Turchia in Libia: l’attivismo militare a sostegno degli islamisti

di Claudio Bertolotti

articolo originale pubblicato sull’Osservatorio Strategico Ce.Mi.S.S. 3/2019

L’aeroporto di Misurata, all’interno del quale si trova anche la base della missione bilaterale di assistenza e supporto in Libia (MIASIT), è stato più volte bombardato dai droni a supporto del Libyan National Army guidato dal Generale Khalifa Haftar. Attacchi aerei che si sono concentrati su obiettivi militari riconducibili alla Turchia, attivamente impegnata a supporto del Governo di Accordo Nazionale di Fajez al-Serraj, e che pongono in evidenza gli effetti della war by proxy in corso in Libia

Attivismo turco in Libia: tra interessi finanziari e aiuti militari

Il governo di accordo nazionale (GNA – Government of National Accord) di Tripoli, guidato da Fajez al-Sarraj e riconosciuto dalle Nazioni Unite, è sostenuto direttamente sul piano politico, diplomatico e militare da Regno Unito, Tunisia, Qatar, Turchia, Marocco e Algeria.
Il supporto turco, in particolare, ha contribuito alla sopravvivenza del GNA, minacciato dall’offensiva lanciata il 4 aprile scorso dal rivale Khalifa Haftar alla guida dell’esercito nazionale libico (LNA, Libyan National Army) di Tobruk.
Un aiuto, quello turco, che solamente negli ultimi due mesi ha garantito al governo tripolino rifornimenti militari comprendenti quaranta veicoli protetti MRAP KIRPI e VURAN di produzione turca, sistemi missilistici UCAV BAYRAKTAR TB2 , equipaggiamenti, mine anti-carro, fucili di precisione, mitragliatrici, munizioni e droni militari. A questi aiuti materiali si sommerebbero, come più volte denunciato dal governo di Tobruk, miliziani islamisti provenienti dalla Siria.
Un consistente e fondamentale aiuto militare che è prova del sostegno politico alla compagine governativa di Tripoli a cui la Turchia guarda con grande favore in virtù dei consolidati interessi di natura economico-finanziaria e geopolitica.
Il supporto della Turchia al GNA è una delle molte decisioni di politica estera che hanno collocato Ankara sul fronte opposto all’Egitto e ai suoi alleati degli Stati del Golfo, portando alcuni analisti a descrivere il conflitto libico come una guerra regionale per procura (war by proxy). Una guerra in cui il governo di Tobruk – e il suo esercito guidato da Haftar – gode del sostegno diretto di Russia, Arabia Saudita, Egitto ed Emirati Arabi Uniti. Questi ultimi, attraverso la base militare nigerina al confine con la Libia, continuerebbero a garantire il loro supporto alle forze di Haftar in Fezzan (area di Saba) attraverso azioni ISR (intelligence, sorveglianza e ricognizione) e attacco al suolo  nella zona di Misurata e Tripoli.

La Turchia sostiene l’opzione politica e governativa della Fratellanza musulmana al fine di creare un fronte a guida islamista ma con l’esclusione del parlamento, dei militari, di influenti attori sociali e delle forze liberali e progressiste, a discapito di un vero processo di riconciliazione nazionale.

Una polarizzazione, tra competitor regionali che giocano le loro partite attraverso il confronto tra Tripoli e Tobruk, in cui dal 2014 si inserisce la Turchia del presidente Recep Tayyp Erdogan a sostegno di quegli elementi islamisti che compongono il GNA che, opponendosi ai risultati elettorali, hanno portato alla formazione di un governo rivale a Tobruk. Le ragioni del sostegno turco al GNA sono complesse, ma emergono una serie di fattori utili a comprendere il perché dell’intervento sempre più attivo di Ankara in Libia.
Una delle ragioni più plausibili è la vicinanza ideologica alla componente islamista all’interno del GNA rappresentata dalla Fratellanza Musulmana. Da un lato è evidente il ruolo giocato dai Fratelli Musulmani nel contribuire a definire le relazioni della Turchia con la Siria, il Sudan, i territori palestinesi e l’Egitto; dall’altro lato, l’Egitto (a cui Erdogan non ha mai nascosto la sua opposizione al presidente egiziano Abdel Fattah al-Sisi, da quando il generale ha rovesciato il suo predecessore, e caro amico del presidente turco, Mohammed Morsi) e gli Stati del Golfo considerano il gruppo islamista un’organizzazione terroristica, e per questa ragione condannano il ruolo di Ankara in loro sostegno.
L’opzione turca si baserebbe dunque sul coinvolgimento politico e governativo della Fratellanza musulmana al fine di creare un fronte a guida islamista ma con l’esclusione del parlamento, dei militari, di influenti attori sociali e delle forze liberali e progressiste, a discapito di un vero processo di riconciliazione nazionale . Un sostegno, quello turco agli islamisti libici, che avrebbe portato a un rapporto simbiotico e di reciproca dipendenza tra i due soggetti: gli islamisti hanno bisogno del sostegno di Ankara per sopravvivere all’offensiva dell’LNA, mentre la Turchia ha bisogno degli islamisti poiché sono gli unici in grado di consentire un’influenza turca sul piano politico, e dunque su quello economico e finanziario. E in tale quadro rientrano i rapporti di collaborazione con il Qatar – sostenitore di Ankara, tanto da finanziare il governo turco afflitto dalla recente recessione economica – che è il maggiore finanziatore del GNA. Dunque, un’alleanza che ha portato a definire i ruoli coordinati dei due partner in Libia: Ankara, sul piano militare, Doha, su quello finanziario .
Sul piano degli equilibri a livello regionale, inoltre, la presa di posizione turca a sostegno degli islamisti libici rientrerebbe in una scelta politica volta a indebolire internamente lo stesso al-Sisi (che insieme ai suoi alleati del Golfo sostiene Haftar e l’LNA) attraverso un contrasto militare che avrebbe ripercussioni anche in Egitto.
Un’ulteriore ragione plausibile del sostegno turco al GNA, è l’aspetto economico: la Libia possiede tra le più ricche riserve di idrocarburi in Africa, pari a 48 miliardi di barili; mentre le riserve tecnicamente recuperabili dal petrolio di scisto (attraverso la tecnica del fracking) sono stimate in 26 miliardi di barili. Inoltre, la Libia ha un enorme potenziale di esportazione: che garantisce circa il 90% delle entrate complessive del paese .
La Turchia, guardando con favore a una divisione del paese tra spinte competitive tra le tribù e la debolezza delle istituzioni democratiche, avrebbe gioco facile nell’imporre la propria egemonia; così facendo otterrebbe un accesso privilegiato alle risorse energetiche libiche e, al contempo, avrebbe un alleato in grado di “alleggerire” l’isolamento sul piano delle estrazioni di idrocarburi nel Mediterraneo orientale, conseguente all’opposizione della Turchia ai piani di perforazione autorizzati dall’amministrazione cipriota. Una scoperta di riserve potenzialmente enormi di idrocarburi, quelle nel mare di Cipro, che ha portato a una collaborazione da parte dei paesi regionali per accedervi – Egitto, Cipro, Grecia, Israele –, a svantaggio di Ankara .

L’attivismo della Turchia a Misurata e il bombardamento dell’aeroporto che ospita il contingente italiano

Misurata rappresenta un obiettivo primario nella strategia di Ankara per la Libia. Qui risiede un’importante minoranza etnica di origine turca – la tribù dei Karaghla – che, stando a quanto afferma Ali Muhammad al-Sallabi, leader della Fratellanza musulmana di Misurata, avrebbe stretto alleanza con il gruppo islamista locale . I Karaghla, le cui origini risalirebbero all’inizio dell’occupazione ottomana, sono oggi presenti nelle aree di Misurata, Tripoli, Zawiya e Zliten; il clan più numeroso è quello di Ramla, prevalente a Misurata. Nel complesso si tratta di un gruppo tribale economicamente forte e influente in ambito politico e finanziario .
L’importanza dei Karaghla e la loro vicinanza ai Fratelli musulmani ne hanno fatto un elemento di interesse da parte della Turchia, contribuendo alla crescente influenza di Ankara sulla città attraverso il sostegno finanziario, politico e militare ai gruppi di potere locali legati alla lotta armata e ai commerci, legali e illegali, che attraversano l’area.
Riporta G. Criscuolo nella sua analisi sulla Libia : “Saad Amgheib, membro del Parlamento libico: La Turchia sta giocando con l’appoggio dei Fratelli Musulmani per mettere le mani sulla Libia. In più sta lavorando di fino con coloro che appartengono alla tribù di origine turca e che hanno grande potere soprattutto nella città di Misurata (…)”. Secondo l’analista politico libico Abdul Basit Balhamil – riporta G. Criscuolo –, “Dal 2014 Misurata è stata trasformata in una base turca in cui vengono trasferite armi (…)” . Accuse analoghe provengono da parte di Haftar: “dall’aeroporto di Misurata passano le armi e i velivoli turchi che aiutano il governo di Tripoli”.
Ragioni, queste, per la quali i droni degli Emirati Arabi Uniti a supporto dell’esercito di Haftar avrebbero colpito, con “attacchi molto precisi” , obiettivi all’interno dell’aeroporto di Misurata, sede dell’Accademia aerea libica e dove è schierato ed opera il contingente italiano. Attacchi che, ha affermato Haftar, sono “rappresaglia per l’attacco aereo di Jufra condotto da droni turchi”  e che si sono concentrati su obiettivi riconducibili agli interessi di Ankara: una prima volta nella notte tra venerdì 26 e sabato 27 luglio, seguito da un secondo attacco martedì 6 agosto e un terzo mercoledì 7 agosto. L’ultimo bombardamento, avvenuto nella notte tra il 17 e il 18 agosto, ha provocato almeno undici esplosioni a meno di cinquecento metri di distanza dal contingente italiano. Gli obiettivi colpiti, sulla base delle dichiarazioni delle forze di Haftar, sarebbero dieci, comprendenti “una sala operatoria, equipaggiamenti di difesa aerea, depositi di munizioni” .

La presenza militare italiana a Misurata

A Misurata l’Italia è impegnata con un proprio contingente militare, nell’ambito della missione bilaterale di assistenza e supporto in Libia (MIASIT), il cui compito consiste nel fornire assistenza e supporto al GNA libico ed è frutto della riconfigurazione, in un unico dispositivo, delle attività di supporto sanitario e umanitario previste dalla precedente Operazione Ippocrate (conclusa, come missione autonoma, il 31 dicembre 2017) e di alcuni compiti di supporto tecnico-manutentivo a favore della Guardia costiera libica rientranti nell’operazione Mare Sicuro. La nuova missione, che ha avuto inizio a gennaio 2018, ha l’obiettivo di rendere l’azione di assistenza e supporto in Libia maggiormente incisiva ed efficace, sostenendo le autorità libiche nell’azione di pacificazione e stabilizzazione del Paese e nel rafforzamento delle attività di controllo e contrasto dell’immigrazione illegale, dei traffici illegali e delle minacce alla sicurezza, in armonia con le linee di intervento decise dalle Nazioni Unite.
Il contingente italiano, composto da 400 militari, 130 mezzi terrestri e mezzi navali e aerei (questi ultimi tratti nell’ambito delle unità del dispositivo aeronavale nazionale Mare Sicuro), comprende personale sanitario, unità per assistenza e supporto sanitario, unità con compiti di formazione, addestramento consulenza, assistenza, supporto e mentoring (compresi i Mobile Training Team), unità per il supporto logistico generale, unità per lavori infrastrutturali, unità di tecnici/specialisti, squadra rilevazioni contro minacce chimiche-biologiche-radiologiche-nucleari (CBRN), team per ricognizione e per comando e controllo, personale di collegamento presso dicasteri/stati maggiori libici, unità con compiti di force protection del personale nelle aree in cui esso opera. Inoltre, nell’ambito della missione sono confluite le attività di supporto sanitario e umanitario già parte dell’Operazione Ippocrate e alcuni compiti previsti dalla missione in supporto alla Guardia costiera libica, tra i quali quelli di ripristino dei mezzi aerei e degli aeroporti libici, fino ad ora inseriti tra quelli svolti dal dispositivo aeronavale nazionale Mare Sicuro .
Il contributo militare italiano, nel dettaglio, ha il compito di fornire assistenza e supporto sanitario; condurre attività di sostegno a carattere umanitario e a fini di prevenzione sanitaria attraverso corsi di aggiornamento a favore di team libici impegnati nello sminamento; fornire attività di formazione, addestramento, consulenza, assistenza, supporto e mentoring a favore delle forze di sicurezza e delle istituzioni governative libiche, in Italia e in Libia, al fine di incrementarne le capacità complessive; assicurare assistenza e supporto addestrativi e di mentoring alle forze di sicurezza libiche per le attività di controllo e contrasto dell’immigrazione illegale, dei traffici illegali e delle minacce alla sicurezza della Libia; svolgere attività per il ripristino dell’efficienza dei principali assetti terrestri, navali e aerei, comprese le relative infrastrutture, funzionali allo sviluppo della capacità libica di controllo del territorio e al supporto per il contrasto dell’immigrazione illegale; supportare le iniziative, nell’ambito dei compiti previsti dalla missione, poste in essere da altri Dicasteri; incentivare e collaborare per lo sviluppo di capacity building della Libia; effettuare ricognizioni in territorio libico per la determinazione delle attività di supporto da svolgere; garantire un’adeguata cornice di sicurezza/force protection al personale impiegato nello svolgimento delle attività/iniziative in Libia .


I principali eventi nell’area del Maghreb e del Mashreq – luglio

di Claudio Bertolotti

articolo originale pubblicato sull’Osservatorio Strategico – Ce.Mi.S.S. Scarica l’analisi completa dal Report

Algeria

Continuano le proteste nelle piazze algerine, nonostante il risultato ottenuto ad aprile con le dimissioni del presidente Abdelaziz Bouteflika. In questo incerto periodo di transizione, importanti aspetti interessano due gruppi chiave per il futuro politico dell’Algeria: i giovani manifestanti e il personale militare. Secondo un nuovo rapporto del Brookings Institute – intitolato “Algeria’s uprising: A survey of protesters and the military” – cresce il sostegno militare verso i manifestanti, e aumenta il divario tra i ranghi superiori e inferiori dell’esercito algerino a sostegno del movimento di protesta. Mentre l’80% dei ranghi inferiori sosterrebbe le istanze dei manifestanti, la percentuale dei sostenitori tra gli ufficiali superiori, al contrario, sarebbe non superiore al 60% afferma.

Israele ed Egitto

A novembre Israele inizierà a esportare gas naturale in Egitto, con volumi stimati in sette miliardi di metri cubi all’anno. Le forniture segneranno l’avvio di un accordo di esportazione di 15 miliardi di dollari tra Israele – Delek Drilling e il partner statunitense Noble Energy – e l’Egitto: un accordo di collaborazione che i funzionari israeliani hanno definito come il più importante dagli accordi di pace del 1979. L’accordo garantirà l’immissione nella rete egiziana del gas naturale israeliani proveniente dai campi offshore Tamar e Leviathan.

Libano

Possibile disputa tra il presidente Michel Aoun e il primo ministro Saad Hariri a causa della sparatoria mortale che ha coinvolto due membri del Partito democratico libanese nell’area drusa di Aley. Le ripercussioni politiche dell’evento hanno paralizzato il governo in un momento critico e rischiano di complicare gli sforzi volti ad attuare le riforme necessarie per risolvere il problema del debito pubblico aggravato dalla crisi finanziaria.

Libia

La compagnia petrolifera nazionale libica ha sospeso le operazioni nel più grande giacimento petrolifero del paese a causa della chiusura “illegale” di una valvola del gasdotto che collega il giacimento petrolifero di Sharara al porto di Zawiya, sulla costa del Mediterraneo. La National Oil Corporation ha annunciato la decisione senza attribuire formalmente la responsabilità dell’atto definito “illegale”. Il giacimento petrolifero di Sharara, che produce circa 290.000 barili al giorno per un valore di 19 milioni di dollari, è controllato da forze fedeli a Khalifa Haftar, capo del cosiddetto esercito nazionale libico (LNA) artefice dell’offensiva lanciata ad aprile contro la capitale libica.

Morocco

Nel suo discorso per la “Giornata del trono” di quest’anno, il 30 luglio il re marocchino Mohammed VI ha annunciato nuovi programmi di sviluppo nazionale e un rimpasto del governo interessante i dicasteri per la politica interna. In termini di politica estera, Mohammed VI ha nuovamente invitato l’Algeria al dialogo e auspicato “l’unità tra le popolazioni nordafricane”. Per quanto riguarda il Sahara occidentale –m ha ribadito –la posizione del Marocco rimane “saldamente ancorata all’integrità territoriale”. Infine, per celebrare i suoi 20 anni di regno, Mohammed VI ha graziato 4.764 detenuti, inclusi alcuni detenuti per terrorismo.

Siria

Il presidente turco Recep Tayyip Erdogan ha affermato che il suo paese è determinato ad eliminare quello che ha definito il “corridoio del terrore” nel nord della Siria; una decisione, ha ribadito Erdogan, indipendente dal fatto che la Turchia e gli Stati Uniti siano o meno d’accordo sulla creazione di una zona sicura. Ankara vuole una zona lungo il confine con la Siria che sia libera dalla presenza di combattenti curdi. La Turchia ha avvertito dell’intenzione di avviare una nuova offensiva in Siria se non venisse raggiunto un accordo; in tale quadro sono stati recentemente inviati rinforzi militari nella zona di frontiera

Tunisia

Il 25 luglio è morto, all’età di 92 anni, il presidente tunisino Béji Caïd Essebsi. Il presidente del parlamento, Mohamed Ennaceur (85 anni), ha assunto la carica di capo di stato sino alla conclusione del processo elettorale, in calendario per il prossimo 15 settembre. Crisi istituzionale ed economica e minaccia jihadista: la morte di Essebsi si verifica in un periodo di potenziale destabilizzazione per il Paese nordafricano.


Libia: l’assedio di Tripoli e lo stallo strategico (Ce.Mi.S.S.)

di Claudio Bertolotti

Il 4 aprile le forze dell’Esercito nazionale libico (LNA) sono entrate nella città di Garian, da dove hanno lanciato un assalto che avrebbe dovuto consegnare la città nelle mani del generale Khalifa Haftar. L’obiettivo non è stato raggiunto e, a tre mesi da quella mancata conquista, lo scenario è quello di uno stallo strategico che si sta dimostrando ancora più sfavorevole per le forze di Haftar, e per i suoi supporter esterni, che hanno perso terreno e sono state costrette ad assumere una posizione difensiva.

articolo originale pubblicato sull’Osservatorio Strategico Ce.Mi.S.S. 1/2019 (scarica il file)

L’assedio di Tripoli e l’attivismo dello “Stato islamico” libico

Il 4 aprile le forze dell’Esercito nazionale libico (LNA – Libyan National Army) sono entrate nella città di Garian, 100 chilometri a sud di Tripoli, da dove hanno lanciato un assalto che avrebbe dovuto consegnare la città nelle mani del generale Khalifa Haftar Haftar che ha giustificato l’offensiva affermando di voler combattere le “milizie private e i gruppi estremisti” che, secondo lui, stavano guadagnando influenza sotto al-Sarraj. Nel complesso l’offensiva ha ottenuto il risultato di costringere oltre 75.000 persone ad abbandonare le proprie abitazioni e ha provocato la morte di almeno 510 persone, stando ai dati dell’Organizzazione Mondiale della Sanità. Circa 2.400 persone sono state ferite, mentre 100.000 persone – tra cui centinaia di migranti – sono rimaste intrappolate negli scontri. All’inizio di giugno, le forze libiche dell’LNA avevano attaccato la parte militare dell’aeroporto di Tripoli colpendo due obiettivi turchi: un aereo cargo AN-124 e un drone; il 30 giugno il traffico aereo nell’unico scalo di Tripoli in funzione, quello “Mitiga”, è stato sospeso a causa di un altro bombardamento da parte dell’aviazione del generale Haftar.
Una conquista, quella auspicata dal capo dell’esercito di Tobruk, che avrebbe dovuto concludersi in tempi brevi e senza spargimento di sangue. Così non è stato, anche in conseguenza della mobilitazione delle milizie di Misurata – la città militarmente più potente della Libia – a supporto del governo di accordo nazionale (GNA – Government of National Accord) di Tripoli. A tre mesi da quella mancata conquista, lo scenario è quello di uno stallo strategico in cui l’assedio di lungo periodo non ha offerto possibilità di sviluppi favorevoli agli assedianti e ha limitato la capacità di azione degli assediati impegnati a gestire una capitale con oltre un milione di abitanti e i difficili equilibri tra le milizie tribali.
Alla fine di giugno la situazione si è dimostrata ancora più sfavorevole per le forze guidate da Haftar, che hanno perso terreno e sono state costrette ad assumere una posizione difensiva a causa della manovra di accerchiamento da parte delle forze alleate di al-Sarraj che hanno chiuso in una “sacca” alcune unità avversarie a sud-ovest di Tripoli. Un arresto operativo che segue la perdita della città di Gharyan, punto di partenza dell’offensiva di Haftar del 4 aprile, riconquistata alcuni giorni prima da parte delle forze tripoline attraverso una manovra terrestre sostenuta dall’aviazione del GNA. Due episodi di rilevanza strategica poiché se da un lato il GNA priva l’LNA del suo principale hub logistico (Gharyan), dall’altro impone agli occhi dei supporter esterni l’incapacità di Haftar dimostrata nella perdita del contatto con le proprie truppe che, in un’inversione di ruoli, da assedianti di Tripoli sono divenute assediate.
Un quadro complessivo che però palesa come anche le forze di al-Sarraj siano di fronte a grandi difficoltà, in primo luogo per quanto riguarda la capacità di operare in profondità: carenze logistiche, limiti oggettivi di comando, controllo e comunicazione non hanno consentito né, verosimilmente consentiranno in tempi brevi a Tripoli , di poter andare oltre le posizioni riconquistate. Nel complesso lo scenario che potrebbe palesarsi nel breve-medio periodo potrebbe essere un ritorno allo status quo ante.
Nel frattempo, in una situazione sempre più caotica, è tornato a far parlare di se il franchise libico dello Stato islamico che ha rivendicato l’attacco armato in cui sono state uccise tre persone – tra le quali il presidente del Consiglio locale del villaggio e il capo della guardia municipale – nella cittadina di Fuqaha, distretto di Giofra; tra i risultati dell’azione anche l’interruzione delle linee di comunicazione e dell’elettricità, e la distruzione di alcuni edifici. Un episodio, certamente marginale nel complesso delle violenze in Libia che conferma come il fenomeno Stato islamico rimanga un elemento dinamico e con una provata capacità di azione che si è inoltre manifestata attraverso una serie di azioni mirate a colpire le forze di Haftar già duramente impegnate nel difficile tentativo, poi fallito, di conquistare la città di Tripoli e di mantenere il controllo sulle vie di comunicazione e rifornimento.

Il fronte politico

L’analisi politica complessiva della situazione libica si riassume in un consolidamento dei due principali schieramenti che ha portato a una sempre più marcata polarizzazione dei conflitto; una polarizzazione che, definendo un quadro di proxy-war, vede contrapposti attori locali affiancati da soggetti esterni il cui ruolo è sempre più rilevante.
Su un fronte c’è la fazione di Tripoli. Il governo di accordo nazionale guidato da Fajez al-Sarraj, ufficialmente riconosciuto dalla Comunità Internazionale, è sostenuto direttamente sul piano politico, diplomatico e militare da Regno Unito, Tunisia, Qatar, Turchia, Marocco e Algeria in un contesto di opposizione attiva all’altro competitor, il generale Khalifa Haftar, pur in presenza di una componente islamista che riveste un ruolo determinante all’interno del GNA tripolino. L’ultima decade di giugno è stata caratterizzata dalla la consegna alle milizie tripoline di equipaggiamenti militari provenienti dai supporter esterni; in particolare la Turchia avrebbe rifornito le forze a sostegno del GNA con mine anti-carro, fucili di precisione, mitragliatrici, munizioni, sistemi missilistici UCAV BAYRAKTAR TB2 e quaranta veicoli protetti MRAP KIRPI e VURAN di produzione turca, come dimostrato dalle fotografie pubblicate sui siti ufficiali del GNA e quelli non ufficiali associati al governo di Tripoli; il rifornimento sarebbeè avvenuto attraverso il mercantile “Amazon” battente bandiera moldava ma gestita dalla società turca Akdeniz Roro Sea.
Sull’altro fronte, il governo di Tobruk – sostenuto dall’esercito nazionale libico guidato dal generale Khalifa Haftar – gode del sostegno diretto di Russia, Arabia Saudita, Egitto ed Emirati Arabi Uniti; tra i sostenitori di Haftar ci sarebbe anche la Francia che pur continuando a sedere al tavolo diplomatico insieme al resto della Comunità internazionale, ad aprile ha bloccato la dichiarazione ufficiale conin cui l’Unione Europea avrebbeaveva intenzione di chiesto chiedere ad Haftar di fermare la sua offensiva militare. Va evidenziato, inoltre, che gli Emirati Arabi Uniti, acquisito il diritto di utilizzo della base militare nigerina al confine con la Libia, proseguirebbero il loro supporto alle forze di Haftar in Fezzan (area di Saba) attraverso azioni ISR (intelligence, sorveglianza e ricognizione) e attacco al suolo; mentre sul piano degli equipaggiamenti, l’LNA ha recentemente ricevuto – sempre dagli Emirati Arabi Uniti – i sistemi anti-aerei russi a breve-medio raggio PANTSIR-S1 allestiti su veicoli MAN SX45.
Gli Stati Uniti, ufficialmente in posizione di neutralità, si sono mossi nella direzione di un disimpegno formale ma che, nella sostanza, non si è tradotto nel ritiro dei propri operatori dalla Libia.
Al-Sarraj e Haftar, impegnati a confrontarsi sul campo di battaglia, sono al tempo stesso molto attivi sul piano della diplomazia, come dimostrato dai numerosi viaggi e incontri che hanno portato i due leader all’estero e nella stessa Libia alla ricerca di sostegno politico e materiale. Al-Sarraj si è recato in Tunisia (22 maggio), Algeria (23 maggio), Malta (27 maggio) e a La Mecca (31 maggio), mentre Haftar è stato ospite in Francia (22 maggio), Arabia Saudita (La mecca, 28 maggio) e in Russia (Mosca, 31 maggio).

Il fronte militare

Sul piano militare la contrapposizione vede schierati sui due fronti centinaia di gruppi e milizie che, se in apparenza possono sembrare elementi organici e formali, in realtà basano i propri ruoli e fedeltà sulla base di delicati equilibri e dinamiche di natura tribale. L’assedio di Tripoli, se sul piano politico e diplomatico si trova in un vero e proprio empasse, su quello operativo vive al momento una situazione di stallo a cui hanno contribuito proprio le tribù che, con proprie aree di interesse e azione, hanno “resistito” all’avanzata di Haftar, non cedendo alle proposte di accordo da parte di questo, e ne hanno determinato lo stop sulla linea di posizione a sud di Tripoli dove a giugno l’LNA, pur in grado di controllare le aree di Tarhouna e Ghryan fino alla fine del mese, ha cercato di contendere alle unità fedeli al GNA le aree di Asbi’ah e l’aeroporto di Ben Gashir, a 34 chilometri a sud di Tripoli. Haftar ha inoltre proceduto, ormai da tempo, alla militarizzazione delle installazioni petrolifere nella regione della mezzaluna petrolifera utilizzando i porti petroliferi di Ras Lanuf e i campi aerei di Es Sider per le attività belliche.
Dalla parte di al-Sarraj si contano circa 300 differenti gruppi; tra questi le milizie di Misurata e Zintan sono quelle meglio equipaggiate e con maggiore capacità operativa, essendo entrambe dotate di mezzi corazzati. Le principali sono la Tripoli Protection force (composta dalle forze di dissuasione-Rada, Katiba Ghnewa, brigata rivoluzionaria di Tripoli, Katiba Nawasi e altre minori), la National Mobile Force, le forze antiterrorismo di Misurata (dipendenti dal generale Mohammad al-Zein), Katiba Halbous, 166 ͣ brigata e altre milizie minori di Misurata, Samood Force, conosciuta anche come Fakhr o Pride of Libya (guidata da Salah Badi, anche comandante del battaglione di Misurata, che lo scorso anno ha svolto un ruolo di primo piano nei pesanti scontri a Tripoli ); e ancora, le forze di Zintan – le fazioni guidate dal generale Osama Juweili di Misurata e da Imad Trabulsi, capo della Special Operations Force –, battaglioni al-Daman, “33” di Tajoura, Fursan Janzour e le unità di Zuwarah e Zawiyah (battaglioni al-Nasr, Abu Surra e Faruk).
L’LNA sarebbe invece forte di circa 25.000 uomini, tra i quali una significativa componente straniera. Tra le principali unità componenti la compagine militare di Tobruk figurano la 9ͣ brigata di Tarhouna, le forze di Zintan (fazioni del generale Idris Madhi e Mukhtar Fernana), i combattenti di Bani Walid (tra i quali i battaglioni 52°, 60°, al-Fatah e la 27ͣ brigata di fanteria), il battaglione al-Wadi di Sabratah, la West Zawiyah Counter Crime Force di Sorman, le brigate 12 ͣ (di Brak al-Shati), 18 ͣ, 26 ͣ, 73ͣ , la 36 ͣ Special Force, la 106ͣ di Benghasi, i battaglioni 115°, 116°, 127°, 128°, 152°, 155°, 173°. Infine, va evidenziata la presenza significativa di combattenti stranieri provenienti dal Sudan.

Si intensifica la competizione per la ricchezza petrolifera della Libia: colpiti gli interessi italiani

L’attuale escalation di violenza potrebbe portare a un conflitto più ampio sul controllo delle risorse petrolifere del paese. La Libia ha riserve di petrolio stimate in 48 miliardi di barili: la più grande riserva petrolifera dell’Africa, la 9ͣ al mondo; mentre le riserve tecnicamente recuperabili di olio di scisto (attraverso la tecnica del fracking) sono stimate in 26 miliardi di barili. Le esportazioni di petrolio e gas rappresentano circa il 90% delle entrate complessive della Libia e qualsiasi grave turbamento significa un forte calo delle entrate.
L’economia nazionale è quella tipica rentier in cui lo Stato, che è il principale datore di lavoro, fornisce salari a circa 1,8 milioni di persone (un terzo della popolazione totale).
Mentre il GNA controlla le strutture estrattive offshore, dal 2016 Haftar detiene il controllo delle strutture e dei terminali della Libia orientale e, più recentemente, quelle del sud (El Sharara e El Feel).
Le entrate derivanti dalle esportazioni di petrolio, tuttavia, continuano a confluire nella Banca centrale della Libia a Tripoli (sotto il controllo del GNA) mentre la National Oil Corporation (NOC), a partecipazione pubblica e privata (esclusivamente italiana – ENI), che domina il settore petrolifero del Paese, ha cercato di rimanere fuori dai conflitti politici mantenendo una posizione neutrale; una scelta di opportunità che però non è servita a preservarla da azioni mirate a colpire gli interessi energetici italiani in Libia – come dimostrato dall’attacco aereo di giugno al deposito della Mellitah Oil & Gas (partnership ENI/NOC) a Tripoli: un’azione che, ha dichiarato il Presidente di FederPetroli Italia – Michele Marsiglia, è un «forte segnale di attacco all’Italia, essendo ENI primo ed unico partner con l’azienda petrolifera nazionale National Oil Corporation (NOC)».


Libia – ‘Il mercato degli uomini’ (Documentario RSI)

Dalla caduta del colonnello Mu’ammar al-Gheddafi nel 2011, la Libia è diventata terra da spartire: fra due governi antagonisti insediati agli angoli opposti della costa -quello di Tripoli, a ovest, guidato da Fayez al-Sarraj e quello di Tobruk, a est, con a capo Khalifa Haftar- e fra innumerevoli milizie legate a tribù, fazioni politiche e gruppi islamisti che da nord a sud difendono con le armi la loro fetta di potere. È questo il contesto che fa da cornice all’imponente flusso migratorio che negli ultimi anni ha messo in crisi e in discussione centri d’accoglienza, governi e politiche d’integrazione in Europa.

ASCOLTA IL DOCUMENTARIO LIBIA, IL MERCATO DEGLI UOMINI di Chiara Sulmoni


TRASMESSO DAL PROGRAMMA ‘LASER’ DELLA RSI (CLICCARE PER LA SCHEDA COMPLETA) – RETE DUE
(22 agosto 2017, copyright RSI)

Tra il mese di febbraio e il mese di giugno del 2016 il fotoreporter messicano Narciso Contreras percorse il paese nordafricano nell’intento di documentare le vie dell’immigrazione illegale e clandestina dal confine sud con il Niger, verso l’Europa; ma si trovò ad indagare più a fondo, scoprendo una storia più complessa di quella che veniva descritta come una ‘crisi migratoria nel mezzo di un conflitto tribale’. Il documentario è realizzato attorno al racconto di questi cinque mesi di lavoro sul terreno e spiega nel dettaglio come funziona sulla terra e sul mare, quello che è un vero e proprio traffico di esseri umani, una rete redditizia in cui sono impigliati un po’ tutti.

ESTRATTI

“ho usato l’aggettivo ‘efficiente’ per descrivere questa rete complessa di gruppi, milizie, individui coinvolti in questo traffico illegale perché dopo mesi di lavoro sul campo e a raccogliere informazioni da varie fonti ho capito che si tratta di un’organizzazione che opera con efficacia a partire dai paesi sub-sahariani, attraverso la Libia fino all’Europa. Per arrivare a questo livello di coordinamento è indispensabile avere a disposizione ingenti risorse umane, economiche e materiali. Penso che sia la definizione migliore per descrivere condizioni che si ritrovano in tutto il paese e anche al di là delle frontiere.”

“(…)siamo di fronte a un sistema che opera a più livelli, ma la costante, è il riscatto. I migranti sono diventati moneta sonante, sui quali i vari gruppi possono facilmente lucrare. Tutte le milizie che controllano il territorio hanno libero accesso alle rotte della tratta, e ne approfittano.”


Libia tra ENI e Palermo

Le opportunità italiane per la Libia: dalla Conferenza di Palermo alle iniziative dell’ENI

L’analisi di C. Bertolotti per l’Osservatorio Strategico del Centro Militare di Studi Strategici (Ce.Mi.S.S.), n. 1/2018

scarica l’intero contributo pubblicato sull’Osservatorio Strategico Ce.Mi.S.S. 1/2018

La fragilità della Libia

Il 26 agosto nei quartieri meridionali della capitale Tripoli sono stati registrati violenti scontri in conseguenza dell’attacco sferrato dalle milizie della Settima Brigata di Tarhuna (città a 60 chilometri a sud di Tripoli) – legata a Salah Badi, già capo di Libya Dawn – a cui hanno risposto le Brigate dei Rivoluzionari di Tripoli e la Brigata Nawasi, milizie fedeli al Governo di accordo nazionale (Gna) in essere dal 2016 e guidato da Fayez al-Sarraj. La mediazione delle Nazioni Unite ha portato a una tregua tra le parti il 4 settembre, ma l’attacco con missili contro l’aeroporto di Tripoli il successivo 12 settembre ha interrotto la tregua e imposto la chiusura del traffico aereo della capitale. I combattimenti hanno fatto registrare, in un mese, la morte di 117 persone, il ferimento di altre 560 e l’abbandono da Tripoli di almeno 5.000 famiglie. Scenario che si è in parte riproposto il 14 novembre, due giorni dopo la conferenza “per la Libia” di Palermo, con l’occupazione di alcune aree del vecchio aeroporto internazionale di Tripoli da parte della Settima Brigata e i suoi alleati di Misurata (Salah Badi) e gli scontri con la milizia Ghanewa di Abu Slim.

Il Governo di accordo nazionale è indebolito dal dinamismo di numerosi competitor, privo del monopolio della forza e incapace di imporsi al di fuori di Tripoli

Una situazione che, confermando il fallimento del processo negoziale internazionale, va ad incidere in maniera significativa su un quadro politico interno di difficile ricomposizione e caratterizzato da una consolidata instabilità cronica. Il Governo di accordo nazionale, benché riconosciuto e sostenuto a livello internazionale, è indebolito dal dinamismo di numerosi competitor, milizie e gruppi sub-nazionali, locali e tribali, privo del necessario monopolio della forza e incapace di imporsi al di fuori della circoscritta area territoriale tripolina.

In tale quadro il gruppo Stato islamico (IS), privato del controllo territoriale in diverse aree del paese, da Sirte a Bengasi, fuggito nell’entroterra e in altre aree periferiche e alimentato dai reduci jihadisti in fuga da Siria e Iraq, starebbe avviando una nuova fase di violenza basata su azioni mirate, in particolare contro le infrastrutture petrolifere, come dimostrato dall’attacco del 10 settembre al quartier generale della National Oil Corporation (Noc) a Tripoli: il primo attacco di questo tipo contro la compagnia petrolifera del paese2 e la quattordicesima azione rivendicata dal gruppo dall’inizio dell’anno.

Un’altra azione di rilievo, l’ultima in ordine temporale, è stata portata a segno dal gruppo Stato islamico il 29 ottobre ad al-Fuqaha, piccolo centro abitato dell’entroterra libico a sud di Sirte (già roccaforte del gruppo jihadista), conclusa con l’uccisione del sindaco e di due agenti di polizia e il sequestro di altre 12 persone; l’attacco ha inoltre portato alla distruzione della locale stazione di polizia. Una probabile reazione del gruppo alle recenti azioni militari avviate dall’esercito nazionale libico (Libyan National Army, LNA) che fa riferimento alla fazione del generale Haftar.

Le Nazioni Unite bocciano le elezioni anticipate in Libia volute dalla Francia

A metà settembre il Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite (di cui gli Stati Uniti sono presidenti di turno) ha preso due importanti decisioni: la prima è la risoluzione che autorizza l’estensione al 2019 del mandato della United Nations Support Mission in Libya (Unsmil), l’organismo Onu che gestisce i rapporti con Tripoli, guidata dal libanese Ghassan Salamè, che ha il compito di sostenere la transizione politica della Libia, compresa l’organizzazione delle elezioni; la seconda è la rinuncia, a causa del perdurante clima di instabilità, alle elezioni presidenziali entro la fine dell’anno, così come richiesto dalla Francia. Dunque i libici non saranno chiamati alle urne prima del 15 settembre 2019 – una scelta, quest’ultima, in linea con quanto chiesto da Italia e Stati Uniti.

Benché il documento in nove punti redatto dal Regno Unito richiami alla necessità di elezioni «il prima possibile purché siano presenti le necessarie condizioni di sicurezza, tecniche, legislative e politiche», l’ambasciatore statunitense Jonathan Cohen, vice rappresentante permanente americano all’Onu, ha evidenziato come «l’imposizione di scadenze false» possa inevitabilmente portare a un peggioramento della situazione e che per questo è necessario «garantire un solido quadro giuridico e disporre di un consenso politico sufficiente per evitare di esacerbare le divisioni esistenti in Libia»; parole in linea con le affermazioni dell’ambasciatore italiano per la Libia, Giuseppe Perrone, che ad agosto aveva dichiarato che «le elezioni richiedono una serie di passi preventivi in mancanza dei quali si crea caos e conflitto».

Una decisione che rafforza la posizione e il ruolo “chiave” della missione Unsmil ma che non ha portato Parigi a desistere dalle proprie ambizioni

Una decisione, quella del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite che, se da un lato rafforza la posizione e il ruolo “chiave” della missione Unsmil – mentre depotenzia quello di Ghassan Salamè (considerato poco incisivo) al cui fianco viene posta la statunitense Stephanie Williams in qualità di vice-rappresentante per gli affari politici in Libia – dall’altro non ha portato Parigi a desistere dalle proprie intenzioni, come confermato dal portavoce del ministero degli Esteri: «la Francia continuerà a sostenere gli sforzi per garantire il proseguimento del processo politico e in particolare le condizioni per la tenuta di elezioni entro la fine dell’anno».

Un’evoluzione, in termini positivi, del Piano d’azione per la Libia, frutto degli accordi siglati il 17 dicembre 2015 a Skhirat, in Marocco; accordi che le Nazioni Unite hanno riconfermato attraverso l’impegno al sostegno libico. Ma, al tempo stesso, la situazione complessiva paga il prezzo di una forte ingerenza esterna che rende improbabile una risoluzione del conflitto nel medio termine.

Se il governo libico guidato da Fayez al-Sarraj è impegnato nella tenuta della sicurezza dell’area metropolitana di Tripoli, il parlamento di Tobruk – fedele al generale Khalifa Belqasim Haftar, che controlla la Cirenaica ed è sostenuto da Francia, Russia ed Egitto – si muove verso il referendum costituzionale che vorrebbe agevolare, con l’insistenza francese, lo svolgimento delle elezioni. Due fronti in competizione tra loro attorno ai quali si uniscono, in un rapporto di collaborazione-competizione le centinaia di gruppi, milizie e brigate, in grado di imporre proprie priorità agli stessi governi di Tripoli e a Tobruk, anche mediante un forte controllo territoriale e sociale di stampo mafioso che si alimenta e auto-sostiene attraverso una ricca economia parallela derivante dal commercio internazionale e illegale di beni di contrabbando, in primis petrolio, droga e armi, e dal traffico di esseri umani.

In tale quadro emerge il rapporto di collaborazione da parte dell’Italia e degli Stati Uniti e del dialogo favorevole tra l’Italia e la Russia. Washington potrebbe tornare ad occuparsi direttamente della Libia, mostrando un tiepido interesse verso la conferenza del 12-13 novembre organizzata dal governo italiano attraverso la quale l’Italia si è impegnata lavorando sul piano diplomatico al fine di ritagliarsi un ruolo di mediazione tra i due governi libici. La visita del generale Haftar al presidente del Consiglio Giuseppe Conte a Roma il 28 ottobre, due giorni dopo la visita di Al-Sarraj, accompagnato dall’inviato dell’Onu per la Libia Ghassan Salamè, avrebbe potuto essere letta come opportunità di dialogo tra le parti portando all’auspicabile ritorno in Libia dell’ambasciatore italiano, dopo il rientro in Italia ad agosto del titolare Giuseppe Perrone in seguito a una polemica proprio con Haftar, che lo ha dichiarato “persona non gradita” a seguito delle sue critiche verso l’appuntamento elettorale voluto dalla Francia.

a quel tavolo il generale Haftar non si è seduto, portando l’Italia ad ottenere un risultato parziale

La disponibilità del presidente russo Vladimir Putin dimostrata nell’invio di una delegazione alla conferenza di Palermo guidata dal primo ministro Dmitri Medvedev, e la presenza importante del presidente egiziano al-Sisi che ha sostenuto la necessità di un esercito nazionale libico, è un’ulteriore passo in avanti nel processo di dialogo tra Haftar e al-Sarraj, con un vantaggio del primo sul secondo. La conferenza, si legge nella nota della Presidenza del Consiglio, si è ispirata a «due principi fondamentali, quali il pieno rispetto della assunzione di responsabilità da parte libica e l’inclusività del processo, che si inserisce nel percorso tracciato dal piano delle Nazioni Unite», mentre la partecipazione dei principali attori libici era intesa «a sostenere le condizioni di sicurezza e di sviluppo economico, nonché il rafforzamento del quadro politico-costituzionale, quale base per un ordinato processo politico fondato sul Piano d’Azione delle Nazioni Unite». Una partecipazione allargata che, a fronte della rinuncia a una dichiarazione congiunta di fine lavori, sul piano formale avrebbe dovuto vedere sedute al tavolo tutte le fazioni, in primis Tobruk e Tripoli, che, al di là delle dichiarazioni ufficiali, ha trovato la sua principale motivazione nella conferma del supporto economico da parte dell’Onu. Ma a quel tavolo il generale Haftar non si è seduto, portando l’Italia ad ottenere un risultato parziale caratterizzato da un incontro tra Haftar e al-Sarraj a margine della conferenza stessa, una partecipazione internazionale sbilanciata a favore di Haftar (Russia ed Egitto), l’assenza dei importanti rappresentanti europei di rilievo (Francia e Germania) e la presenza solamente nominale degli Stati Uniti.

ci si potrebbe aspettare dagli Stati Uniti una proposta di strategia per la Libia in un’ottica securitaria che, se definita in linea con la visione di Stephanie Williams potrebbe spingere verso la costituzione di un corpo militare scelto

In tale complesso quadro, se sul piano diplomatico la roadmap mira ad ottenere un tavolo congiunto tra le parti, ci si potrebbe aspettare dagli Stati Uniti una proposta di strategia per la Libia in un’ottica securitaria; una strategia che, se definita in linea con la visione di Stephanie Williams – forte dei 24 anni di esperienza tra il Nord Africa e il Medio Oriente e, in particolare, in Libia dove è stata «incaricata d’affari» – potrebbe spingere verso la costituzione di un corpo militare scelto in cui inglobare anche le truppe speciali di Gheddafi, oggi disperse tra i numerosi gruppi armati; un’ipotesi, anche in questo caso, che potrebbe vedere avvantaggiata la fazione attorno al generale Haftar. Gli scontri a Tripoli due giorni dopo la chiusura della conferenza di Palermo non solo altro che la conferma di una situazione lontana dall’essere risolta.

All’opportunità rappresentata dalla conferenza sulla Libia, si somma il potenziale vantaggio economico: l’8 ottobre a Londra, l’Eni, la British Petroleum (BP) e la statale Libya’s National Oil Corporation (NOC), hanno siglato un accordo che ha consentito all’azienda italiana di acquisire una partecipazione del 42,5 percento delle licenze di esplorazione ed estrazione detenute dalla BP; una percentuale pari alla metà di quanto sinora detenuto da BP, in base all’accordo con la Libia firmato nel 2007, ma che non ha mai portato a un’effettiva attività di estrazione.

Ottimi risultati per l’ENI che ha iniziato la produzione dalla “Fase 2” del bacino di gas Bahr Essalam: dagli attuali 11milioni di mc/giorno ai previsti 31 milioni

L’Eni, con questa acquisizione, assumerà il ruolo di operatore dell’Exploration and Production Sharing Agreement (EPSA) in Libia, di cui il 15 percento rimane sotto il controllo della Libyan Investment Authority. L’EPSA comprende due aree terrestri nel bacino petrolifero di Ghadames e una marittima nel bacino di Sirte, per un totale di circa 54.000 chilometri quadrati. La ripresa dell’esplorazione, nel momento in cui verrà avviata, potrà contribuire a rilanciare la produzione di petrolio e gas della Libia, drasticamente diminuita negli anni successivi alla guerra civile iniziata nel 2011 (a fronte di 1,6 milioni di barili al giorno pre-2011, la produzione attuale non supera i 1,25 milioni di barili). L’Eni, che opera in Libia dal 1959, è attualmente attiva in sei aree e la sua produzione nel 2017 ha raggiunto 384.000 barili di petrolio al giorno.

Anche sul fronte del gas gli sviluppi sono positivi per l’Italia. All’inizio del 2018, l’Eni ha iniziato la produzione dalla “Fase 2” del bacino di gas Bahr Essalam, il più grande giacimento offshore di gas in Libia (a 120 km a nord-ovest di Tripoli), dove sette nuovi pozzi sono in fase di avviamento. La seconda fase aumenterà l’output estrattivo, portandolo dagli attuali 11milioni di mc/giorno ai previsti 31 milioni.

Non è inclusa nell’accordo la francese Total.

scarica l’intero contributo pubblicato sull’Osservatorio Strategico Ce.Mi.S.S. 1/2018


A Palermo per la Libia

Un vertice senza vertici?

La Conferenza internazionale che si terrà a Palermo il 12 e 13 novembre su iniziativa dell’Italia, dovrebbe servire per discutere e provare -almeno- a trovare una linea condivisa che possa portare verso la stabilizzazione del paese. Ma gli attori coinvolti sembrano crederci a metà e le molte divergenze, senza contare le ambizioni economiche e politiche che muovono i paesi sulle due sponde del Mediterraneo, non si possono dipanare in poche ore. Anche le elezioni libiche, rimandate al prossimo anno, sono ancora lontane e non mettono fretta.

Il rischio, è che quello siciliano sia un vertice senza vertici, e un’occasione senza opportunità. Ma non per l’assenza annunciata di alcuni capi di Stato.

Il perché, le ragioni, gli interessi in gioco, contesto e rischi, li spiega l’analista strategico dell’ISPI e direttore di START InSight Claudio Bertolotti, nell’intervista apparsa su l’Indro che potete leggere di seguito. 

Libia, Conferenza di Palermo: il Conte dimezzato

 

 


Difesa del Mediterraneo occidentale

Libia e immigrazione illegale al centro delle preoccupazioni

Tunisi, 5 ottobre
Si è conclusa la tre giorni a #Tunisi della “5+5 Defence Initiative” per la sicurezza del Mediterraneo, durante la quale il gruppo di ricerca internazionale ha approfondito e discusso il problema dell’immigrazione illegale e il ruolo della criminalità organizzata e dei gruppi terroristi sviluppando il documento dal titolo: “Quale approccio e quali soluzioni devono essere implementate nella difesa e nella sicurezza del Mediterraneo per contenere l’immigrazione illegale e contrastare le reti criminali ad essa collegate all’interno dell’area 5+5“.
Il lavoro di analisi è stato sviluppato nel corso del 2018 dal gruppo composto dai ricercatori di Algeria, Francia, Italia, Libia, Malta, Marocco, Mauritania, Portogallo, Spagna e Tunisia coordinati dal Dr. Andrea Carteny del CEMAS – Università La Sapienza di Roma. Per l’Italia ha partecipato il ricercatore senior, analista strategico del CeMiSS e Direttore di START InSight Claudio Bertolotti.
Un focus particolare è stato dedicato alla Libia e alle conseguenze dell’instabilità interna.
Il documento ufficiale con l’analisi del problema e gli indirizzi di policy proposti sarà presentato ai Ministri delle difese dell’area mediterranea nel mese di dicembre.