Principali eventi nell’area del Maghreb e del Mashreq – Settembre

Algeria: la crescente importanza delle relazioni Algeria-Turchia
Algeria e Turchia mirano entrambe a costruire una relazione reciprocamente vantaggiosa, pur a fronte delle sfide legate all’instabilità regionale e alla crisi economica. L’instabilità dell’area mediorientale e nord-africana, in particolare in Libia, e il desiderio di ampliare i legami politici ed economici, hanno avvicinato l’Algeria e la Turchia. L'”Accordo di amicizia e cooperazione” firmato nel 2006 in Algeria dal governo allora in carica (Partito AK di Erdogan), di cui l’attuale esecutivo rappresenta la prosecuzione, segna uno dei primi tentativi di Ankara di ricalibrare le sue relazioni con l’Occidente e il sud del mondo. Da allora, ci sono state altre tre visite di stato di Erdogan, l’ultima nel gennaio 2020, a seguito della partenza del presidente algerino Abdelaziz Bouteflika che è stato deposto dal potere e costretto alle dimissioni nell’aprile 2019 (Gjevori, 2020).
Egitto: taglio dei tassi di interesse a causa della bassa inflazione
Il 24 settembre la banca centrale egiziana ha inaspettatamente tagliato di 50 punti i suoi principali tassi di interesse, giustificando la scelta sulla base di un’inflazione eccezionalmente bassa che ha consentito il rilancio dell’economia. Il Comitato per la politica monetaria (MPC) della banca nazionale ha ridotto il tasso sui prestiti al 9,75% e il tasso sui depositi all’8,75%. L’inflazione è rimasta ben al di sotto dell’obiettivo indicato dalla banca centrale, dal 6% al 12% (MPC, 2020).
Israele: un nuovo accordo di pace con gli Emirati Arabi Uniti
Il 15 settembre il presidente degli Stati Uniti Donald J. Trump e il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu si sono uniti ai ministri degli esteri degli Emirati Arabi Uniti e del Bahrain alla Casa Bianca per firmare gli storici accordi di normalizzazione tra Israele e i due paesi arabi. Israele ha ufficialmente stabilito pieni legami diplomatici con il Bahrein e gli Emirati Arabi Uniti. Da un lato l’accordo è presentato come un passo verso la pace in Medio Oriente, dall’altro potrebbe essere letto come istituzione di un nuovo fronte contro Iran e Turchia.
Libano: Macron accusa Hezbollah per il tracollo politico del Libano
In meno di un anno, il Libano è stato colpito da un tracollo economico e finanziario, crescenti proteste di massa, una pandemia incontenibile a cui si sommano le conseguenze dell’enorme esplosione del 14 agosto che ha di fatto distrutto il principale porto del paese, uccidendo più di 190 persone e provocando fino a 4,6 miliardi di dollari di danni nella capitale Beirut.
Il 26 settembre, dopo più di un mese dall’esplosione e in piena empasse politica, il primo ministro designato Mustapha Adib si è dimesso, non essendo riuscito a formare un governo di emergenza per affrontare le più gravi crisi che il Libano si sta trovando ad affrontare dalla fine della guerra civile durata 15 anni.
A fronte di tale desolante quadro, il presidente francese Emmanuel Macron ha recentemente evidenziato il rischio di una nuova “guerra civile”’ e invitato i politici libanesi a trovare una soluzione mediata e di compromesso che consenta di formare un governo con cui avviare la ricostruzione del paese: Macron ha incolpato Hezbollah di aver sabotato il processo sponsorizzato dalla Francia per formare un governo. Hezbollah è il partito politico al governo in Libano, sostenuto dall’Iran e legato all’ala militare nota per aver combattuto in Siria al fianco delle unità siriane e iraniane (Cornish, Abboud, 2020).
Marocco: contrazione economica, crisi e disoccupazione
Il capo della sicurezza marocchina Abdelhak Khiame, capo del Central Bureau of Judicial Investigation (BCIJ), ha lanciato l’allarme sul pericolo rappresentato dal gruppo terroristico Stato islamico che si è consolidato “nella regione del Sahel-Sahara, sfruttando l’insicurezza legata al conflitto in Libia e in paesi come il Mali”. Nel Sahel – ha dichiarato Khiame – “si sviluppano cellule terroristiche e terrorismo, ma anche reti di criminalità organizzata, traffico di droga, armi ed esseri umani”.
Sul piano economico, il ministro dell’Economia, delle finanze e della riforma amministrativa Mohamed Benchaâboun ha dichiarato che l’economia nazionale dovrebbe crescere del 4,8% nel 2021. Considerato lo scenario previsto dal Fondo monetario internazionale (FMI) relativo alla ripresa dell’economia mondiale (+5,2 %), in particolare nella zona euro (5,3%), «la crescita economica marocchina dovrebbe attestarsi al 4,8%». Una crescita che però, ha proseguito il ministro, «non ha potuto compensare completamente la contrazione economica del 2020, prevista a -5,8%, a causa della.. [mancata] ripresa di alcuni settori come il turismo e attività connesse, nonché il deterioramento del mercato del lavoro e degli investimenti delle imprese ».
Siria: Carabinieri rimpatriano la “sposa dell’ISIS” italiana Alice Brugnoli
Il 29 settembre, il Raggruppamento Operativo Speciale (ROS) dei Carabinieri ha dichiarato di aver arrestato in Siria Alice Brignoli, una “sposa dell’Isis” italiana. Brignoli era la moglie di Mohamed Koraichi, un marocchino naturalizzato italiano attraverso il matrimonio e diventato militante dello Stato islamico(IS). La coppia aveva lasciato l’Italia nel 2015 per unirsi al gruppo terrorista in Siria, portando con sé i loro tre figli. Koraichi, che si pensa sia morto, ha preso parte alle operazioni militari dell’IS, mentre Brugnoli ha avuto un “ruolo attivo nell’insegnare ai bambini la causa del jihad”. È accusata di associazione a delinquere per terrorismo. L’unità ROS ha rintracciato Brignoli e i suoi quattro figli – ha dato alla luce il suo quarto figlio in Siria – e li ha riportati in Italia (ANSA).
Attacco hacker al ministero degli esteri britannico: fuga di informazioni sulla Siria.
Hacker sono penetrati nei sistemi informatici del ministero degli Esteri del Regno Unito e hanno preso centinaia di file che descrivono dettagliatamente i controversi programmi di propaganda siriani. In una violazione della sicurezza di proporzioni enormi, gli hacker sembrano aver deliberatamente preso di mira file che definiscono le relazioni finanziarie e operative tra il minister degli Esteri, il Commonwealth and Development Office (FCDO) e una rete di appaltatori del settore privato che hanno gestito e gestiscono in maniera occulta piattaforme multimediali in Siria (Middle East Eye, 2020)
Tunisia: Tunisi si oppone all’ipotesi di una soluzione militare per la Libia
Il 28 settembre il premier tunisino Hichem Mechichi ha confermato il rifiuto della Tunisia all’ipotesi di qualsiasi soluzione militare in Libia e di intervento nei suoi affari interni. Rivolgendosi ai capi delle missioni diplomatiche tunisine, ha ribadito che la soluzione per la Libia si basa sullo sforzo comune per una soluzione politica basata sul dialogo intra-libico sotto la supervisione delle Nazioni Unite.
Inoltre, in relazione agli accordi siglati dagli Emirati Arabi Uniti e dal Bahrein e sponsorizzati dagli Stati Uniti per stabilire relazioni diplomatiche con Israele, Mechichi ha ribadito la ferma posizione della Tunisia nel sostenere i diritti legittimi del popolo palestinese sulla base della “Arab Peace initiative” del 2002 (Thabeti, 2020).


Principali eventi nell’area del Maghreb e del Mashreq – Agosto

La Redazione

Algeria: risposta alla crisi. L’Algeria apre al settore privato: banche, compagnie aeree, società di trasporto marittimo

L’Algeria apre al settore privato che potrà dar vita a banche e società di trasporto aereo e marittimo di merci e passeggeri: una scelta volta a ridurre la spesa, ormai non più sostenibile, di uno stato storicamente onnipresente nell’economia del paese. Una scelta che dovrebbe portare da una fallimentare e non sostenibile economia monopolistica di stato a un’econimia aperta al mercato: queste le intenzioni annunciate il 18 agosto dal presidente Abdelmadjid Tebboune. La decisione è parte di riforme più ampie per far fronte ai problemi finanziari causati dal forte calo dei proventi delle esportazioni di energia, la principale fonte di finanziamento statale. Eletto a dicembre 2019, Tebboune vuole incoraggiare gli investitori privati ​ nel tentativo di sviluppare il settore non energetico e ridurre la dipendenza da petrolio e gas. Le riserve di valuta estera dell’Algeria sono scese a 57 miliardi di dollari da 62 miliardi di gennaio, mentre i ricavi delle esportazioni di energia dovrebbero raggiungere 24 miliardi di dollari alla fine del 2020 rispetto ai 33 miliardi nel 2019. I guadagni energetici rappresentano attualmente il 94% delle esportazioni totali e il governo mira a portare tale cifra all’80% dal prossimo anno, aumentando il valore delle esportazioni di prodotti non energetici a 5 miliardi dagli attuali 2 miliardi. Per raggiungere questo obiettivo, il governo stanzierà circa 15 miliardi di dollari per aiutare a finanziare progetti di investimento (MEMO – Middle East Monitor, 2020).

Egitto: accordo con la Grecia per la designazione di una nuova zona economica esclusiva (EEZ)

Il 6 agosto al Cairo, Grecia ed Egitto hanno firmato l’accordo per la designazione parziale di una zona economica esclusiva (EEZ) nel Mediterraneo orientale. Per Atene, l’accordo ha effettivamente annullato un accordo marittimo tra la Turchia e il GNA dello scorso anno. Questo accordo fa parte di una più ampia strategia di risoluzione di questioni bilaterali, volta a costruire alleanze con terze parti in modo da promuovere gli interessi nazionali dei due paesi, nel rispetto del diritto internazionale. È al tempo stesso un accordo che vuole porsi in linea con il diritto del mare delle Nazioni Unite, un atto di diritto internazionale in cui la Turchia è uno dei 15 paesi al mondo a non avere firmato o ratificato. L’accordo con l’Egitto è arrivato dopo che la Grecia ha firmato un precedente accordo con l’Italia, il 9 giugno, che ha di fatto esteso un accordo del 1977 tra i due stati in merito alle piattaforme continentali nel Mar Ionio.

Israele: un accordo di pace con gli Emirati Arabi Uniti

Il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu e il principe ereditario degli Emirati Arabi Uniti (UAE) Mohammed bin Zayed hanno siglato un accordo di pace: Israele “sospenderà” temporaneamente l’estensione della sovranità israeliana sulla Cisgiordania, come parte di un nuovo accordo di pace. L’accordo è stato annunciato dal presidente degli Stati Uniti Donald Trump.

Gli Emirati Arabi Uniti e Israele, in base all’accordo, scambieranno proprie ambasciate e ambasciatori. Gli UAE saranno così il terzo Paese arabo ad avviare relazioni ufficiali con Israele, dopo Egitto e Giordania. Netanyahu ha formalmente ringraziato il presidente egiziano Adel-Fattah el-Sisi e i governi di Oman e Bahrain per il loro sostegno alla normalizzazione delle relazioni tra Abu Dhabi e Gerusalemme.

Ma il presidente dell’Autorità Palestinese (AP) Mahmoud Abbas ha rigettato l’accordo di pace definendolo “un tradimento di Gerusalemme”. In una dichiarazione letta alla televisione palestinese, il portavoce di Abbas, Nabil Abu Rudeineh, ha detto: “La leadership palestinese rifiuta quanto fatto dagli Emirati Arabi Uniti e lo considera un tradimento di Gerusalemme, della moschea di Al-Aqsa e della causa palestinese. Questo accordo è un riconoscimento de facto di Gerusalemme come capitale di Israele”. L’AP ha anche annunciato che avrebbe ritirato immediatamente il proprio ambasciatore negli Emirati Arabi Uniti (Fonte: agenzia di stampa palestinese Wafa). Funzionari dell’Organizzazione per la liberazione della Palestina (OLP) hanno respinto l’accordo, così come il gruppo militante palestinese Hamas.

Libano: l’esplosione di Beirut una svolta per il Libano?

Nel pomeriggio del 4 agosto 2020, due esplosioni sono avvenute nel porto della città di Beirut, capitale del Libano. La seconda esplosione è stata estremamente potente e ha causato almeno 177 morti, 6.000 feriti e 10-15 miliardi di dollari di danni, lasciando circa 300.000 persone senza casa. L’incidente è stata provocato dall’esplosione di 2.750 tonnellate di nitrato di ammonio – un materiale altamente combustibile utilizzato per produrre fertilizzanti e bombe. La spaventosa negligenza che ha lasciato più di 2.750 tonnellate di nitrato di ammonio immagazzinate nel porto in condizioni climatiche inadatte, senza la supervisione di esperti, per più di sei anni è la conferma di un paese afflitto da corruzione endemica e incompetenza, devastato da decenni di conflitti settari, assenza di governance e cinici giochi politici la cui regia è nelle mani degli Stati regionali in collaborazione con gli attori interni. Aggravata dalla pandemia, la corruzione endemica e il malgoverno hanno portato l’economia nazionale alla rovina: l’ormai cronica crisi economica e sociale ha inevitabilmente portato verso il fallimento dello Stato, anche se il Libano è già da anni uno stato fallimentare.

Per mesi i prezzi dei beni sono aumentati vertiginosamente e la classe media è sprofondata nella povertà e nella disperazione. Per settimane, prima dell’esplosione, i residenti della capitale hanno manifestato contro la cattiva gestione e l’incertezza economica. Dal giorno dell’esplosione, i manifestanti hanno poi cercato di superare con la forza i cordoni della polizia e dell’esercito; in tale situazione, il parlamento libanese ha approvato lo stato di emergenza che concede ampi poteri all’esercito: limitazione di libertà di parola, di riunione e di stampa, nonché libertà per le forze armate di entrare nelle abitazioni private e arrestare chiunque sia considerato una minaccia alla sicurezza. Ma ciò non è bastato a contenere le manifestazioni di protesta; manifestazioni che hanno indotto il premier Hassan Diab e il suo gabinetto a dimettersi: ma la crisi è troppo profonda per essere risolta con un cambio di gestione.

L’impatto della crisi è forte, soprattutto nelle aree urbane. Le persone cercano di andarsene o di sopravvivere grazie al sostegno economico di parenti all’estero; altri stanno ricorrendo al sostegno di Hezbollah. Le sanzioni economiche hanno reso l’Iran meno generoso, ma Hezbollah continua a mantenere una capillare rete di clientelismo. La principale conseguenza a breve termine è la frammentazione e la criminalizzazione, alimentata da un tasso di disoccupazione tra i più elevati della regione, anche a causa dell’oltre milione e mezzo di profughi siriani (su una popolazione di 4 milioni di abitanti) che si aggiungono agli arabi palestinesi. A lungo termine, resta da vedere in quale sfera di influenza finirà il Libano:

  • l’Iran sta cercando di sfruttare la situazione di stallo, ma non può alleviare il suo bisogno finanziario;
  • Hezbollah ora guarda sempre più alla Cina, come il governo che sta cercando di attirare investimenti cinesi;
  • la stessa Cina guarda con grande interesse alla possibilità di un ulteriore hub nel Mediterraneo orientale (oltre alle teste di ponte che ha già in Egitto e Grecia), (Holslag, 2020).

Libia: un cessate il fuoco? E la Turchia si prende Misurata

Fajez Al Sarraj ha annunciato il 21 agosto il cessate il fuoco in tutto il Paese e ha chiesto la smilitarizzazione della città di Sirte, controllata dalle forze del generale Haftar. Al Sarraj ha anche ha annunciato elezioni a marzo con “un’adeguata base costituzionale su cui le due parti concordano”. Dopo le dichiarazioni del GNA, anche Aguila Saleh, portavoce della Camera dei rappresentanti di Tobruk, ha annunciato il cessate il fuoco. “Il nuovo stop taglia la strada a ogni ingerenza straniera e si conclude con l’uscita dei mercenari dal Paese e lo smantellamento delle milizie” ha detto Saleh aggiungendo: “Cerchiamo di voltare la pagina del conflitto e aspiriamo ad un futuro di pace e alla costruzione dello Stato attraverso un processo elettorale basato sulla Costituzione“.

Secondo Ahval News, Turchia e Qatar hanno firmato un triplice accordo di cooperazione militare con il governo libico destinato a rafforzare la difesa del governo contro le forze di Khalifa Haftar e, di conseguenza la presenza e il ruolo della Turchia e del Qatar (e dunque dei gruppi islamisti) nella regione. L’accordo, annunciato il 17 agosto dal vice ministro della Difesa libico Salam Al-Namroush, realizzerà strutture militari e avvierà programmi di addestramento all’interno del Paese. Questa cooperazione includerà il finanziamento da parte del Qatar dei centri di addestramento militare e la creazione di un centro di coordinamento trilaterale e di una base navale turca nella città di Misurata. Il supporto e la consulenza saranno anche fornite alle forze governative libiche come parte dell’accordo. L’Italia, da anni presente a Misurata con un proprio ospedale militare, è stata allontanata dall’area, rendendo vani gli sforzi fatti sino a ora. Lo stesso personale italiano sarà dislocato nei pressi della capitale Tripoli.

Siria: In riduzione le truppe statunitensi in Iraq e Siria

Il comandante militare americano in Medio Oriente ha dichiarato che i livelli delle truppe statunitensi in Iraq e Siria si ridurranno molto probabilmente nei prossimi mesi, pur ammettendo di non aver ricevuto l’ordine per avviare il ritiro delle unità. Il generale Kenneth F. McKenzie Jr., capo del comando centrale del Pentagono, ha detto che le 5.200 truppe in Iraq impegnate a combattere ciò che rimane del gruppo Stato islamico e ad addestrare le forze irachene “saranno adeguate” dopo le consultazioni con il governo di Baghdad. Il generale McKenzie ha detto che si aspetta che le forze americane e le altre forze della NATO mantengano “una presenza a lungo termine” in Iraq – sia per aiutare a combattere gli estremisti islamici che per controllare l’influenza iraniana nel paese. Non è stata confermata l’entità delle forze che rimarranno in teatro, ma fonti non ufficiali riportano un totale di forze residue non inferiori a 3.500 unità statunitensi. Nonostante la richiesta del presidente Donald J. Trump, orientate a un ritiro completo di tutte le 1.000 forze americane dalla Siria, il presidente ha confermato la permanenza di circa 500 soldati, per lo più nel nord-est del paese, che assistono gli alleati curdi siriani nella lotta contro i combattenti del gruppo Stato islamico (Schmitt, 2020).

Marocco: Il Marocco e il Portogallo si impegnano a combattere la migrazione irregolare

Il Portogallo e il Marocco si sono impegnati a unire gli sforzi per frenare la migrazione irregolare: Rabat e Lisbona hanno annunciato la decisione a seguito di una videoconferenza tra il ministro degli Interni portoghese, Eduardo Cabrita, e il ministro degli Interni del Marocco, Abdelouafi Laftit. I due ministri hanno discusso di cooperazione tra il Marocco e l’Unione europea sui temi della sicurezza e hanno manifestato la disponibilità dei loro governi a “intensificare” la cooperazione in materia di sicurezza all’interno del più ampio programma UE-Marocco di prevenzione e lotta contro la “migrazione illegale e la tratta di esseri umani”. Il progressivo spostamento del flusso migratorio verso il Portogallo è direttamente collegato all’azione di contrasto attuata dal Marocco nella tratta verso la Spagna, che è stata a lungo la rotta tradizionale delle ondate di migranti irregolari (Tamba, 2020).

Tunisia: Stop alle partenze dei migranti verso l’Italia. Intanto la crisi economica peggiora

Migliaia di migranti sono sbarcati a Lampedusa e in Sicilia nei mesi di luglio e agosto. Il governatore della regione siciliana ha chiesto di proclamare lo stato di emergenza a causa degli hotspot per l’accoglienza ai migranti irregolari che hanno superato la capacità di contenimento e dal numero di migranti risultati positivi al COVID19. La maggior parte dei migranti sbarcati a Lampedusa e in Sicilia proveniva dalla Tunisia: nel 2020 quasi la metà delle oltre 16.000 persone sbarcate sulle coste italiane è partita dalla Tunisia.

A seguito delle pressioni del ministero degli Esteri italiano, il 6 agosto la Tunisia ha annunciato di aver messo a disposizione più mezzi per contrastare le partenze irregolari di migranti, in particolare: unità navali, dispositivi di sorveglianza e squadre di ricerca in prossimità dei punti di imbarco (ANSA).

Il 18 agosto, il ministro dell’Interno italiano Luciana Lamorgese e il ministro degli Esteri Luigi Di Maio hanno visitato Tunisi, accompagnati dal Commissario europeo per gli Affari interni Ylva Johansson e dal Commissario europeo per l’allargamento e la politica di vicinato Oliver Varhelji; al termine del’incontro il ministero dell’Interno italiano ha donato 11 milioni di euro (13 milioni di dollari) al governo tunisino da utilizzare negli sforzi per arginare il flusso di migranti.

La decisione è arrivata in un momento critico per il Paese sia a livello economico che politico. Numerose proteste sono scoppiate nel paese quest’anno a causa della diffusa e crescente disoccupazione, la mancanza di sviluppo e la carenza di servizi pubblici nel settore sanitario, elettrico e idrico. La situazione economica sta peggiorando anche in uno dei principali settori trainanti dell’economia tunisina, quello turistico dove i ricavi sono scesi del 56% a fine luglio a 1,2 miliardi di dinari contro i 2,6 miliardi dello stesso periodo dello scorso anno (ANSA). La crisi economica è un fattore di spinta per i migranti tunisini.

A livello politico, il primo ministro designato della Tunisia Hichem Mechichi ha detto che formerà un governo puramente tecnico a seguito delle dispute tra i partiti politici sulla formazione della prossima amministrazione del paese. La decisione porterà probabilmente il primo ministro designato a confrontarsi con il partito islamista Ennahdha, il più grande gruppo politico in parlamento, che ha annunciato che si sarebbe opposto alla formazione di un governo non politico. Tuttavia, la proposta di un governo di tecnici indipendenti da partiti politici otterrà il sostegno del potente sindacato UGTT e di alcuni altri partiti, tra cui Tahya Tounes e Dustoury el Hor.


La Libia è instabile: nessuna soluzione politica senza impegno militare? La strategia turca indebolisce l’Italia

di Claudio Bertolotti

La guerra in Libia è entrata in una nuova fase, ma il Paese appare sull’orlo del collasso come mai prima d’ora. Il governo di accordo nazionale di Tripoli è riuscito a rompere un assedio durato 14 mesi da parte dell’esercito nazionale libico guidato dal generale Khalifa Haftar, e a invertire gli equilibri del conflitto lanciando una controffensiva. Il sostegno della Turchia si è rivelato essenziale. In tale quadro, la competizione tra Italia e Turchia in Libia potrebbe finire come per la Russia e l’Iran in Siria dove, pur sostenendo la stessa fazione, i due attori cercano di escludersi a vicenda. Tutti questi elementi aprono alla possibilità di uno scenario di rivalità aperta, pur non escludendo una possibile cooperazione basata sul comune interesse.

La situazione libica e i rischi per la sicurezza regionale

La guerra in Libia è entrata in una nuova fase, ma il Paese appare sull’orlo del collasso come mai prima d’ora. Il governo di accordo nazionale (GNA) di Tripoli, riconosciuto a livello internazionale, è riuscito a rompere un assedio durato 14 mesi da parte dell’esercito nazionale libico (LNA), guidato dal generale Khalifa Haftar, e a invertire gli equilibri del conflitto lanciando una controffensiva. Il sostegno della Turchia si è rivelato essenziale per il GNA, così come per Haftar lo è stato il supporto degli Emirati Arabi Uniti, della Russia e dell’Egitto: un’interferenza che ha confermato, ancora una volta, il ruolo chiave giocato dal sostegno esterno alle parti in guerra. Il recente rifiuto del GNA di accettare il cessate il fuoco proposto da Haftar e dal presidente egiziano Abdel-Fattah al Sisi, suggerisce che la guerra potrebbe presto essere caratterizzata da una nuova escalation, in cui il GNA proverebbe a sfruttare il vantaggio militare ottenuto. Da un lato, la ritirata di Haftar dal fronte di Tripoli rappresenta un bivio che potrebbe portare l’Egitto, gli Emirati Arabi Uniti e la Russia a ripensare il sostegno all’LNA e ad aprire a un possibile accordo di compromesso sulla Libia che avrebbe ripercussioni dirette sulle priorità strategiche del Cairo, anche in rapporto alle relazioni con le potenze del Golfo e le ambizioni espansionistiche della Turchia nel Mediterraneo. Dall’altro lato, l’instabilità in Libia potrebbe così influire sulla sicurezza del Nord Africa e il sud dell’Europa, inteso anche come fianco sud della NATO. Mentre gli attori regionali e internazionali si contendono l’influenza sul Paese, gli stati europei sembrano incapaci di rilanciare il percorso diplomatico avviato a gennaio con la Conferenza di Berlino e a prevenire un incombente disastro umanitario ai confini meridionali dell’Unione Europea. Inoltre, uno dei punti più importanti dell’immigrazione clandestina è la Libia, perché è molto vicina all’Europa: c’è Malta proprio di fronte; è prossima a Italia e Spagna. A fronte di una persistente instabilità in Libia, la migrazione irregolare è valutato che aumenterà, così come il traffico di droga e di esseri umani. Appare così evidente come, nel contesto del conflitto armato libico, ogni proposta di soluzione politica esterna che abbia escluso l’impiego dello strumento militare si sia rivelata improduttiva; al contrario, l’audace interventismo militare – inteso come intervento diretto o uso potenziale dello strumento militare – concretizzato da alcuni attori, ha ottenuto risultati tangibili che verranno utilizzati sul piano negoziale a favore di obiettivi e ambizioni nazionali. La Turchia (e sull’altro fronte la Russia, ma con diversi risultati) lo ha dimostrato con i fatti, schierando a Tripoli le proprie unità militari guidate dal generale turco Irfan Ozsert, da cui dipendono anche le migliaia di miliziani islamisti siriani inviati da Ankara; grazie a questa scelta di forza la Turchia ha azzerato la campagna del generale Haftar per conquistare Tripoli, ipotecando così il ruolo di main player in Libia.

Consolidamento turco in Libia e attivismo militare nel Mediterraneo

Il potere marittimo è il principale strumento strategico per gli stati che abbiano un’ambizione di proiezione a tutela dei propri interessi strategici nazionali. Il Mediterraneo è diventato il centro dell’instabilità dovuta alle politiche espansionistiche di Ankara e di Mosca, perseguite anche attraverso il supporto delle parti contrapposte nei teatri di conflitto. In particolare, le interferenze turche e russe in Libia, Siria, e il ruolo di Ankara in Iraq, Cipro e nel Mar Egeo, sono una concausa primaria dell’instabilità regionale e potrebbero costituire una minaccia alla sicurezza collettiva nel medio periodo, portando così al consolidamento di equilibri geopolitici del tutto svantaggiosi per l’Italia. Uno dei primi passi formali sul piano internazionale per l’avvio dell’espansione turca in Libia è stata la firma del controverso accordo di demarcazione delle frontiere marittime, firmato da Ankara con il governo di accordo nazionale (GNA), che ha portato all’ampliamento della zona economica esclusiva turca (ZEE) nel Mediterraneo orientale. Ankara fornisce supporto militare e diplomatico al GNA di Tripoli, guidato da Fayez al-Sarraj, mentre la Russia (insieme a Emirati Arabi Uniti ed Egitto) sostiene il comandante rivale dell’esercito nazionale libico (LNA) di Tobruk, il generale Khalifa Haftar. Il sostegno turco ha permesso alla coalizione a supporto di al-Sarraj di invertire le sorti di una guerra prima sfavorevole e di respingere un’offensiva durata oltre un anno e trasformatasi in un logorante assedio che ha sempre più indebolito, militarmente e politicamente, il fronte del generale Khalifa Haftar. Nel confronto tra Russia e Turchia, la questione libica si intreccia con quella siriana. In Siria, il governo di Bashar al-Assad appoggiato dalla Russia mira a riprendere la provincia settentrionale di Idlib, togliendola dal controllo dei militanti islamisti sostenuti da Ankara, mentre la Turchia ha promesso di non lasciare mai che ciò accada, inviando migliaia di truppe turche e milizie arabe per proteggere i propri interessi nazionali e impedire un nuovo afflusso di rifugiati sul suo territorio. Benchè di difficile realizzazione, Mosca starebbe dunque spingendo Ankara verso un compromesso in Libia usando la carta Idlib, e minacciando raid aerei contro le posizioni delle forze sostenute dalla Turchia nel nord della Siria.Il GNA, con il sostegno militare e il decisivo impiego dei droni da parte della Turchia, sta perseguendo l’obiettivo di porre sotto controllo le basi aeree di Sirte e al-Jufra. Tripoli vuole espandere il proprio controllo alla fascia costiera e alla Mezzaluna petrolifera, così da consolidare ulteriormente i vantaggi militari. Con buona probabilità non si fermerà fino a quando questi obiettivi non saranno raggiunti. Il conflitto è ora focalizzato su Sirte e sulla mezzaluna petrolifera, in cui vi sono il 70-80% dei giacimenti di petrolio. All’inizio di giugno, la Turchia ha dichiarato di poter espandere la sua cooperazione in Libia con nuovi accordi in materia di energia e costruzioni una volta terminato il conflitto.Secondo lo Yeni Şafak, giornale di informazione pro-AKP (Il Partito della Giustizia e dello Sviluppo, in turco Adalet ve Kalkınma Partisi, partito politico conservatore turco di maggioranza), benché non siano state prese decisioni definitive sul possibile uso militare, la Turchia consoliderà la propria presenza in Libia e nel Mediterraneo occidentale attraverso la costruzione di due basi militari: una base navale a Misurata, che potrebbe ospitare navi d’assalto, da ricognizione e navi ausiliarie, e una base aerea ad Al-Watiya, recentemente riconquistata dal GNA e all’interno della quale verranno schierate unità di droni aerei (UAV). Ma la Turchia avrebbe messo gli occhi anche su al-Qardabiya, vicino a Sirte, obiettivo importante in quanto permetterebbe di controllare l’importante mezzaluna petrolifera. Parimenti, anche la Russia ambisce ad avere avamposti fissi a Sirte e al-Jafra, dove già sono stati schierati dei caccia: una presenza legata alla volontà di influenza nel Mediterraneo. Nel frattempo hanno avuto luogo importanti manovre ed esercitazioni navali e aeree di Ankara nel Mediterraneo (Adnkronos e Agenzia Nova, 15 giugno). Otto navi da guerra tra fregate e corvette e 17 aerei (prevalentemente F16) hanno partecipato all’esercitazione organizzata dalle Forze armate turche denominata “Alto Mare”. Chiuso lo spazio aereo e marittimo: lo ha annunciato il ministero della Difesa turco in una nota. Le manovre sono durate otto ore per un totale di 2 mila chilometri percorsi nel Mediterraneo. I media statali turchi hanno definito le manovre una “dimostrazione di forza”; esercitazioni che giungono nel pieno delle tensioni nel Mediterraneo orientale dove incombe, oltre alla guerra in Libia, anche la crisi tra Grecia e Turchia a causa delle esplorazioni turche nell’area di Cipro dove sono presenti i giacimenti di gas recentemente scoperti. Per diversi mesi, la Turchia ha aumentato le attività esplorative al largo dell’isola, ignorando gli avvertimenti dell’Unione europea che ritiene le azioni illegali. Severa la presa di posizione della “Lega araba”: ”L’interferenza turca in Libia, Siria e Iraq è inaccettabile e va condannata. Ankara si nasconde dietro l’accordo con il governo di Tripoli per conseguire interessi economici, politici e militari”. Nel frattempo Mevlut Cavusoglu, ministro degli esteri turco, lo scorso 18 giugno ha guidato un importante missione in Libia con una delegazione di 25 esponenti del governo di Ankara, tra cui il responsabile dell’intelligence Hakan Fidan e il ministro delle Finanze, Beyrat Albayrak, genero del presidente Recep Tayyip Erdogan. Un evento di rilevo, certamente sul piano diplomatico ma ancora di più su quello economico-commerciale che vedrà la Turchia espandere sempre più il proprio ruolo in Libia. Al contrario, dopo aver incontrato in due momenti separati il ministro degli Esteri tedesco, Heiko Maas, e l’omologo turco Cavusoglu con i quali è stato affrontato il dossier libico, l’incontro successivo tra il premier Fayez al-Sarraj e il ministro degli esteri italiano Luigi Di Maio del 24 giugno, non ha portato a risultati di rilievo. Due le questioni discusse. La prima è la richiesta libica di estendere anche alle vie terrestri l’applicazione dell’embargo di armi da parte della missione EUNAVFORMED “Irini”; una richiesta che mira a indebolire le forze di Haftar, equipaggiate e armate dall’Egitto attraverso la frontiera tra i due paesi. La seconda questione è la disponibilità libica al rispetto dei diritti umani dei migranti, così come chiesto dall’Italia; un tema certamente “sensibile” ma non rilevante ai fini della stabilità libica e della tutela degli interessi nazionali italiani nel Mediterraneo. Per contro, al-Sarraj ha formalmente chiesto all’Italia di ricostruire l’aeroporto di Tripoli e procedere allo sminamento di un’ampia area della capitale libica, senza però offrire nulla in cambio.

La guerra vince sull’opzione politica e impone un riposizionamento diplomatico

La Turchia, grazie all’intervento armato in Libia, che ha di fatto capovolto le sorti del conflitto, ha ipotecato il proprio ruolo di interlocutore primario e imposto all’Egitto (e ai partner del Golfo) un arresto sul piano militare.Da una parte il presidente francese Emmanuel Macron ha biasimato Erdogan e i suoi “giochi pericolosi” in Libia che “confermano la morte celebrale della Nato”; a fronte di tali insinuazioni, la Turchia ha risposto accusando a sua volta la Francia di “perdita di lucidità” e di responsabilità della destabilizzazione libica.Dall’altra parte, i paesi arabi del Golfo, con in testa Arabia Saudita ed Emirati Arabi Uniti (sostenitori del generale Haftar), si sono pubblicamente schierati a favore dell’Egitto, che ha minacciato il ricorso alle armi e un intervento diretto in Libia per tutelare la fazione di Tobruk (di cui Haftar è la guida politico-militare) in risposta all’appello di Aguila Saleh, capo del parlamento libico di Tobruk, che ha chiesto al Cairo di rispondere militarmente nel caso in cui le forze del GNA attaccassero Sirte.Ma anche Washington, a fronte del cambio di situazione, ha ripreso in mano il dossier libico con maggiore interesse: il 22 giugno una delegazione guidata dall’ambasciatore statunitense in Libia, Richard Norland, e dal comandante generale di AFRICOM, Stephen Townsend, ha incontrato i rappresentanti di Tripoli al fine di “promuovere un cessate il fuoco e un dialogo politico” ottenendo, al contempo, la richiesta da parte libica alla Turchia di ritirare le milizie islamiste “illegali” sostenute da Ankara, a cominciare dalla formazione estremista “Sultan Murad”, già attiva nella guerra siriana[1]. Un chiaro indicatore della mutevolezza di un quadro geopolitico di cui gli Stati Uniti paiono ora preoccuparsi, in virtù del crescente attivismo militare e della sempre più dinamica presenza del competitor russo nel Mediterraneo.

Analisi, valutazione, previsione. Italia e Turchia: alleati o rivali in Libia?

Il 14 maggio 2020 il segretario generale della NATO Jens Stoltenberg ha avuto un colloquio telefonico con il presidente della Turchia Erdogan. In tale occasione, il segretario dell’Alleanza Atlantica ed Erdogan hanno discusso anche della situazione in Libia. Stoltenberg ha sottolineato che la posizione della NATO rimane coerente: come affermato dai capi di Stato e di governo della NATO al vertice di Bruxelles del 2018, “la NATO è pronta ad aiutare la Libia nell’ambito della costruzione di istituzioni di difesa e sicurezza, in risposta alla richiesta del Primo Ministro del governo di accordo nazionale (GNA) di rafforzare le istituzioni di sicurezza libiche. Qualsiasi assistenza della NATO in Libia terrà conto delle condizioni politiche e di sicurezza e verrà fornita in piena complementarità e in stretto coordinamento con altri attori internazionali, compresi le Nazioni Unite e l’Unione Europea”[2].In merito alla competizione per un ruolo di primo piano in Libia, Ankara ha una relazione complicata con l’Italia. I due paesi hanno, da un lato, legami storici e interessi non compatibili in Libia ma, dall’altro lato, stanno attualmente sostenendo la stessa fazione (GNA) tra le due in campo: la Turchia in maniera esclusiva; Roma non escludendo il dialogo aperto anche con la controparte (LNA). Tuttavia, in seguito alla dichiarazione del segretario generale della NATO Jens Stoltenberg, i due paesi stanno cercando ambedue di assumere il ruolo dominante nella definizione della strategia dell’Alleanza transatlantica per la Libia, ambendo entrambi a guidare un possibile intervento della NATO. La competizione tra Italia e Turchia in Libia potrebbe finire come per la Russia e l’Iran in Siria dove, pur sostenendo la stessa fazione, i due attori cercano di escludersi a vicenda. Tutti questi elementi aprono alla possibilità di uno scenario di rivalità aperta, pur non escludendo una possibile cooperazione basata sul comune interesse di contrastare Haftar per diversi motivi: da un lato Ankara mira a contrastare l’espansione russa, egiziana ed emiratina; dall’altro l’Italia intende contenere l’influenza francese sul paese.Di fatto, tra i due contendenti, la Turchia è quello che potrebbe trarre i maggiori vantaggi dall’attuale situazione. Ankara sembra aver raggiunto la maggior parte degli obiettivi: con le forze di Haftar in ritirata, è in una posizione favorevole per imporre un ruolo di primo piano a livello regionale. D’altra parte, dobbiamo considerare gli altri attori principali (Russia ed Egitto), il loro ruolo, le effettive capacità e la volontà di intervento diretto. Le guerre convenzionali richiedono forti flussi di cassa: la Russia, l’Egitto, la Turchia, e anche l’Italia, sono economicamente vulnerabili e questo è un fattore che può limitare la loro capacità di influire a fondo sulle dinamiche politiche e militari della Libia.Come evidenzia Karim Mezran, tra i più influenti esperti di Libia, il GNA non è forte abbastanza per controllare e gestire il paese; il popolo libico è consapevole dell’inconsistenza del GNA, che è inefficace e disfunzionale. L’obiettivo di GNA è creare la struttura istituzionale del Paese, non gestirlo, ed è evidente come sia improbabile che questo riesca a conquistare militarmente l’est del paese, così come è improbabile che l’LNA possa porre sotto controllo la Tripolitania. In tale quadro l’Italia ha come unica carta da giocare quella dell’attivismo politico-diplomatico finalizzato ad esercitare il ruolo di mediatore al fine di una tregua tra le parti. È molto difficile ma non è impossibile, poiché l’assenza di proprie truppe combattenti potrebbe essere utilizzato come argomento per convincere le cancellerie europee (Francia in testa), gli attori impegnati in Libia (in primis Egitto, Russia e Turchia) e gli Stati Uniti, a riconoscere a Roma questo delicato e ambizioso incarico. Così da trasformare gli svantaggi, derivanti da un’assenza sul campo di battaglia libico, in opportunità.

 


Libia: nulla di fatto a Berlino

di Claudio Bertolotti

Il vertice europeo di Berlino del 19 gennaio 2020 avrebbe dovuto segnare un primo passo per la risoluzione del conflitto militare e politico in Libia, caratterizzato da numerosi ostacoli e molteplici attori coinvolti. Il 27 gennaio l’incontro di Berlino è stato archiviato: il Consiglio presidenziale del Governo di Accordo Nazionale libico (GNA), riconosciuto dalle Nazioni Unite e guidato da Fayez al Serraj, ha detto ufficialmente che dovrà “riconsiderare la sua partecipazione a qualsiasi dialogo a causa delle violazioni del cessate il fuoco” da parte dell’LNA – Libyan National Army, guidato dal generale Khalifa Haftar che, dal 4 aprile dello scorso anno, assedia Tripoli nel tentativo di prendere il potere con la forza.

Russia (con Egitto e UAE) e Turchia, pur a fronte di generici impegni orientati a una non ingerenza negli affari libici, non hanno di fatto ridefinito le proprie ambizioni e attività a sostegno delle due parti libiche. Tra i sostenitori di Haftar, gli Emirati Arabi Uniti, sono l’attore più attivo sebbene meno sotto i riflettori internazionali: sponsor principale di Haftar, gli UAE sono impegnati nella condotta di attacchi aerei mediante l’utilizzo di droni: si citano, tra le principali azioni, i bombardamenti dell’aeroporto di Misurata, all’interno del quale è presente il contingente militare italiano.

Gli USA paiono non essere intenzionati a lasciare un vuoto, così come (temporaneamente) fatto in Siria, a fronte del timore di un ruolo crescente della Russia nel Mediterraneo e, sebbene in maniera non evidente, di una Cina sempre più presente nel continente africano e nell’area mediterranea. L’Italia, debole sul piano delle relazioni internazionali, è a rischio marginalizzazione nel processo di stabilizzazione della Libia.

Di fatto a Berlino fin da subito sono mancati gli elementi fondamentali per poter avviare un dialogo negoziale funzionale alla cessazione delle ostilità: non c’è stato accordo di pace tra i due contendenti libici (che non si sono incontrati e non hanno siglato la dichiarazione congiunta), non c’è stata la deposizione delle armi (nessuna tregua o cessate il fuoco), né è stato avviato un processo politico per l’unificazione dei due parlamenti.

Tenendo in considerazione le ambizioni strategiche dei sostenitori esterni del premier al-Sarraj e del Generale Haftar, i quali, da soli, non sono in grado di condurre operazioni militari risolutive, appare evidente come lo stato di conflittualità cronica trovi ragione d’essere nelle ambizioni e negli interessi nazionali di supporter esterni sempre più impegnati in quella che è una war by proxy sempre più simile al conflitto siriano, a causa della crescente presenza di gruppi combattenti stranieri. Preoccupa la presenza di mercenari sudanesi (valutati in circa 2.000 unità) a supporto delle forze di Haftar, alle quali si contrappongono i circa 3.000 islamisti reduci dalla guerra in Siria che sarebbero stati trasferiti in Tripolitania, a sostegno del GNA, dalla Turchia. Presenti anche circa 1.000 contractor della compagna russa Wagner e alcune decine di ufficiali tirchi con funzione di “consulenza” e “supporto” (Fonte START InSight).

Il blocco del petrolio e la pressione di Haftar

La compagnia petrolifera statale libica afferma che la produzione è diminuita del 75% a causa del blocco delle esportazioni, che ha portato alla chiusura dei principali campi petroliferi e porti nell’est e nel sud del paese, imposto dal cosiddetto “Esercito nazionale Libico” (LNA) guidato dal generale Kalifa Haftar. Le esportazioni sono state sospese nei porti di Brega, Ras Lanouf, Al-Sidra, Al-Hariga e Zweitina nella “mezzaluna petrolifera” del paese, corridoio in cui transita la maggior parte delle esportazioni di greggio libico. La NOC (National Oil Company) ha anche denunciato la chiusura di valvole in una stazione di pompaggio nel sud-ovest, che portato all’interruzione della produzione nei principali campi di Al-Sharara e Al-Fil.

Un’azione che, nel complesso, avrebbe causato perdite stimate per 256 milioni di dollari con una produzione passata da 1,2 milioni di barili al giorno a poco più di 320.000 (Fonte NOC,). Nel complesso, la produzione di petrolio della Libia è precipitata di circa tre quarti dal 19 gennaio, in concomitanza con l’infruttuoso dialogo sulla Libia di Berlino.

Una scelta strategica, quella di Haftar, volta a ridurre la principale fonte di reddito del paese in risposta alla decisione della Turchia di inviare consiglieri e addestratori militari a sostegno del Governo di Unità Nazionale (GNA) guidato da Fayez al-Sarraj. Una mossa che, a dispetto delle dichiarazioni congiunte in occasione del dialogo di Berlino, non ha trovato l’opposizione di Russia, Emirati Arabi Uniti (EAU) ed Egitto, sostenitori di Haftar.

Il Commento per RaiNews24 di Claudio Bertolotti, Direttore START InSight


RaiNews 24. Conferenza di Berlino sulla Libia. Il commento di Claudio Bertolotti

Il vertice europeo di Berlino del 19 gennaio 2020 dovrebbe segnare un primo passo per la risoluzione del conflitto militare e politico in Libia. Gli ostacoli sono numerosi, così come gli attori coinvolti. Russia (con Egitto e UAE) e Turchia dovranno ridefinire le proprie ambizioni. Gli USA non lasceranno un vuoto (che verrebbe riempito dalla Russia) mentre l’Italia è a rischio marginalizzazione. Il commento completo del Direttore Claudio Bertolotti nell’approfondimento “Focus24”. Intervista di Sabrina Bellomo.

Libia. Conferenza di Berlino: nulla di fatto

Il vertice europeo di Berlino del 19 gennaio 2020 avrebbe dovuto segnare un primo passo per la risoluzione del conflitto militare e politico in Libia, caratterizzato da numerosi ostacoli e molteplici attori coinvolti. Il 27 gennaio l’incontro di Berlino è stato archiviato: il Consiglio presidenziale del Governo di Accordo Nazionale libico (GNA), riconosciuto dalle Nazioni Unite e guidato da Fayez al Serraj, ha detto ufficialmente che dovrà “riconsiderare la sua partecipazione a qualsiasi dialogo a causa delle violazioni del cessate il fuoco” da parte dell’LNA – Libyan National Army, guidato dal generale Khalifa Haftar che, dal 4 aprile dello scorso anno, assedia Tripoli nel tentativo di prendere il potere con la forza.

Russia (con Egitto e UAE) e Turchia, pur a fronte di generici impegni orientati a una non ingerenza negli affari libici, non hanno di fatto ridefinito le proprie ambizioni e attività a sostegno delle due parti libiche. Tra i sostenitori di Haftar, gli Emirati Arabi Uniti, sono l’attore più attivo sebbene meno sotto i riflettori internazionali: sponsor principale di Haftar, gli UAE sono impegnati nella condotta di attacchi aerei mediante l’utilizzo di droni: si citano, tra le principali azioni, i bombardamenti dell’aeroporto di Misurata, all’interno del quale è presente il contingente militare italiano.

Gli USA paiono non essere intenzionati a lasciare un vuoto, così come (temporaneamente) fatto in Siria, a fronte del timore di un ruolo crescente della Russia nel Mediterraneo e, sebbene in maniera non evidente, di una Cina sempre più presente nel continente africano e nell’area mediterranea. L’Italia, debole sul piano delle relazioni internazionali, è a rischio marginalizzazione nel processo di stabilizzazione della Libia.

Di fatto a Berlino fin da subito sono mancati gli elementi fondamentali per poter avviare un dialogo negoziale funzionale alla cessazione delle ostilità: non c’è stato accordo di pace tra i due contendenti libici (che non si sono incontrati e non hanno siglato la dichiarazione congiunta), non c’è stata la deposizione delle armi (nessuna tregua o cessate il fuoco), né è stato avviato un processo politico per l’unificazione dei due parlamenti.

Tenendo in considerazione le ambizioni strategiche dei sostenitori esterni del premier al-Sarraj e del Generale Haftar, i quali, da soli, non sono in grado di condurre operazioni militari risolutive, appare evidente come lo stato di conflittualità cronica trovi ragione d’essere nelle ambizioni e negli interessi nazionali di supporter esterni sempre più impegnati in quella che è una war by proxy sempre più simile al conflitto siriano, a causa della crescente presenza di gruppi combattenti stranieri. Preoccupa la presenza di mercenari sudanesi (valutati in circa 2.000 unità) a supporto delle forze di Haftar, alle quali si contrappongono i circa 3.000 islamisti reduci dalla guerra in Siria che sarebbero stati trasferiti in Tripolitania, a sostegno del GNA, dalla Turchia. Presenti anche circa 1.000 contractor della compagna russa Wagner e alcune decine di ufficiali tirchi con funzione di “consulenza” e “supporto” (Fonte START InSight).

Il blocco del petrolio e la pressione di Haftar

La compagnia petrolifera statale libica afferma che la produzione è diminuita del 75% a causa del blocco delle esportazioni, che ha portato alla chiusura dei principali campi petroliferi e porti nell’est e nel sud del paese, imposto dal cosiddetto “Esercito nazionale Libico” (LNA) guidato dal generale Kalifa Haftar. Le esportazioni sono state sospese nei porti di Brega, Ras Lanouf, Al-Sidra, Al-Hariga e Zweitina nella “mezzaluna petrolifera” del paese, corridoio in cui transita la maggior parte delle esportazioni di greggio libico. La NOC (National Oil Company) ha anche denunciato la chiusura di valvole in una stazione di pompaggio nel sud-ovest, che portato all’interruzione della produzione nei principali campi di Al-Sharara e Al-Fil.

Un’azione che, nel complesso, avrebbe causato perdite stimate per 256 milioni di dollari con una produzione passata da 1,2 milioni di barili al giorno a poco più di 320.000 (Fonte NOC,). Nel complesso, la produzione di petrolio della Libia è precipitata di circa tre quarti dal 19 gennaio, in concomitanza con l’infruttuoso dialogo sulla Libia di Berlino.

Una scelta strategica, quella di Haftar, volta a ridurre la principale fonte di reddito del paese in risposta alla decisione della Turchia di inviare consiglieri e addestratori militari a sostegno del Governo di Unità Nazionale (GNA) guidato da Fayez al-Sarraj. Una mossa che, a dispetto delle dichiarazioni congiunte in occasione del dialogo di Berlino, non ha trovato l’opposizione di Russia, Emirati Arabi Uniti (EAU) ed Egitto, sostenitori di Haftar.


L’espansione di Mosca in Libia: il ruolo dei contractor russi della Wagner

Articolo originale pubblicato su Osservatorio Strategico Ce.Mi.S.S. 6/2019

Gli interessi russi in Libia includono i vantaggi economici del “guns for oil”, i contratti governativi, il potere contrattuale nei confronti dell’Unione Europea, l’accesso ai porti nel Mediterraneo, il contrasto alla minacce del terrorismo islamico

La Russia guarda con estrema attenzione al futuro della Libia perché la considera strumentale al perseguimento dei propri interessi nazionali. Interessi che includono principalmente i vantaggi economici del cosiddetto commercio di “guns for oil” (armi in cambio di petrolio), i contratti governativi, il potere contrattuale nei confronti dell’Unione Europea, l’accesso ai porti nel Mediterraneo, il contrasto alla minacce del terrorismo islamico. Funzionari del governo russo hanno incontrato vari omologhi libici – a Tobrouk come a Tripoli – per creare le basi a garanzia degli obiettivi di Mosca, indipendentemente da chi vincerà lo scontro. Come riportato dal New York Times, la Russia avrebbe finanziato le forze del generale Kalifa Haftar con milioni di dollari e lo avrebbe supportato nella pianificazione operativa attraverso l’invio di consiglieri militari a Bengasi.

In tale quadro, la presenza di compagnie di sicurezza private di contractor ​​russi è un elemento determinante in termini di aumento della capacità militare nel contesto della guerra civile in Libia: almeno 300 contractor privati ​​russi (ma sarebbero in realtà circa 1.000), molti altamente addestrati e ben armati, starebbero oggi operando nel territorio controllato dall’esercito nazionale libico (LNA), nella Libia orientale e occidentale, a sostegno di Haftar, impegnato a contrastare ed abbattere il governo appoggiato dalle Nazioni Unite e guidato da Fayez al-Sarraj. Compagnie private di sicurezza che starebbero introducendo nuove tattiche e maggiore potenza di fuoco sul campo di battaglia, minacciando di prolungare il conflitto più violento del Nord Africa. Tale comparsa rappresenta un elemento che porta a una nuova escalation nella guerra per procura combattuta in Libia, a cui stanno contribuendo molti paesi europei e non – in particolare gli Emirati Arabi Uniti, l’Egitto e la Turchia – nonostante un embargo internazionale sulle armi.

L’arrivo di questi contractor avviene in un momento in cui la Russia sta espandendo la propria presenza militare e diplomatica in tutto il Medio Oriente, in Africa e oltre, godendo di una forte influenza in luoghi come la Siria, dove gli Stati Uniti, al contrario, si sono in parte disimpegnati. I contractor russi lavorerebbero per il gruppo Wagner, una compagna di sicurezza privata che alcuni esperti hanno collegato a Yevgeniy Prigozhin, stretto alleato del presidente russo Vladimir Putin. Come riportato dal Washington Post, il Cremlino non ha confermato queste informazioni, mentre un portavoce di Prigozhin ha dichiarato di “non avere nulla a che fare con la cosiddetta società militare privata”. Il gruppo Wagner era già apparso in combattimento in Siria, nella Repubblica centrafricana, in Ucraina e in altri paesi considerati strategici per gli interessi geopolitici ed economici del Cremlino.

Come riportato dal New York Times, dopo quattro anni di supporto finanziario e militare a favore del generale Haftar, la Russia si starebbe impegnando sempre più per garantire una vittoria del fronte di Tobrouk, di cui Haftar è capo del LNA. Un aiuto diretto che si sarebbe concretizzato nella fornitura di aerei avanzati da combattimento Sukhoi, equipaggiamenti di artiglieria, supporto di fuoco, nonché la fornitura di tiratori scelti: la stessa strategia che ha fatto di Mosca un regista nella guerra civile siriana. Il recente spiegamento di compagnia private di contractor russi è solo uno degli elementi in comune tra la guerra in Libia e quella in Siria.

A livello tattico e operativo, la presenza di compagnie private di sicurezza avrebbe portato all’introduzione di nuove tattiche e all’aumento significativo della capacità militare del LNA; un’evoluzione che di fatto avrebbe aumentato il livello dello scontro tra le parti e che minaccerebbe il prolungamento di quello che è il conflitto più violento nel Nord Africa.

A livello strategico, la presenza di compagnie private di sicurezza ​​rappresenta l’ultima escalation nella guerra per procura in Libia, in cui giocano un ruolo primario alcuni paesi arabi e non solo – in particolare gli Emirati Arabi Uniti, l’Arabia Saudita, l’Egitto e la Turchia – nonostante un embargo internazionale sulle armi. E l’arrivo di questi attori privati ​​nel conflitto giunge nel momento in cui la Russia sta ampliando il proprio impegno militare e diplomatico in Medio Oriente e in Africa, godendo di un’accresciuta influenza in luoghi come la Siria dove gli Stati Uniti si starebbero disimpegnando. Qualunque sia il risultato che riuscirà ad ottenere, l’intervento russo ha di fatto dato a Mosca un potere di veto su qualsiasi risoluzione del conflitto.

Foto Twitter, TV Libica e Reuters


Principali eventi nell’area del Maghreb e del Mashreq – Ottobre

Algeria

I manifestanti in Algeria mantengono alta la pressione mentre scade il termine per le candidature presidenziali. Migliaia di persone hanno protestato nella capitale algerina contro l’élite politica del Paese in prossimità della scadenza dei termini per presentare i nomi dei candidati alle prossime elezioni presidenziali. Le strade di Algeri si sono nuovamente riempite venerdì 25 ottobre, per la 36a settimana consecutiva per manifestare contro i powerbrokers al potere del paese e il loro piano di voto presidenziale fissato per il 12 dicembre .

Egitto

Il governo egiziano del Presidente Abdel Fattah Al Sisi avrebbe arrestato e terrebbe in detenzione circa 4.300 persone, in risposta a un’ondata di proteste iniziate lo scorso settembre. Nella sua prima relazione ufficiale al parlamento, il primo ministro Mostafa Madbouli ha denunciato le manifestazioni come espressioni di una “guerra brutale” etero-diretta e progettata per creare “confusione”. Il ministro ha anche avvertito dei pericoli di qualsiasi futuro dissenso. Come riportato da Alessia Melcangi e Giuseppe Dentice, «l’Egitto sembra tornare alla normalità dopo una serie di manifestazioni contro il presidente Abdel Fattah al-Sisi iniziate il 20 settembre. Ciò potrebbe essere la conseguenza dell’approccio “tolleranza zero” perseguito dal governo. In oltre tre settimane di proteste, le autorità locali hanno arrestato migliaia di persone e imposto il coprifuoco in tutte le principali città egiziane». Secondo gli autori dell’analisi, «le attuali proteste in Egitto sono un campanello d’allarme che le autorità non dovrebbero sottovalutare. Altre ondate di proteste potrebbero creare gravi conseguenze per il settore economico e per la stabilità politica. Questa è la sfida principale per il presidente, ma è anche un importante banco di prova per la resilienza di questo peculiare sistema stratocratico».

Israele

Elezioni Netanyahu rinuncia a formare il governo: il premier israeliano Benyamin Netanyahu ha annunciato che rimette il mandato di formare il nuovo governo nelle mani del presidente Reuven Rivlin. E’ la seconda volta in sei mesi che il leader del Likud – che oggi ha compiuto 70 anni – non riesce a formare il governo. Netanyahu aveva ricevuto l’incarico da Rivlin lo scorso 25 settembre e dopodomani sarebbe scaduto il termine. E’ possibile che ora sia la volta di Benny Gantz leader di Blu-Bianco.

Libano

Violente manifestazioni di piazza in Libano, le più estese degli ultimi dieci anni: decine di migliaia di cittadini libanesi chiedono le dimissioni dei politici, accusati di non essere in grado di far fronte alla crisi economica e di essere corrotti. Decine di feriti e trattenuti dalle forze dell’ordine che, per reprimere le manifestazioni e disperderne i partecipanti, hanno fatto ampio uso di lacrimogeni, veicoli anti-sommossa e proiettili di gomma. Il primo ministro Saad Hariri ha incolpato i suoi partner al governo di ostacolare le riforme che potrebbero scongiurare la crisi economica . A seguito dell’instabilità politica e dell’aumento delle manifestazioni di violenza il primo ministro Hariri ha rassegnato le proprie dimissioni il 29 ottobre, così come chiesto dai manifestanti; una scelta coraggiosa finalizzata a “negare l’ultima copertura a chi” – come Hezbollah – “è pronto a scatenare la guerra civile pur di non far insediare un governo tecnico che sarebbe l’unica alternativa alla guerra civile in assenza del suo esecutivo” . “Se Hezbollah accettasse l’ipotesi di un governo tecnico perderebbe fonti di arricchimento dal comitato d’affari governativo essenziali per la sua sopravvivenza viste le sanzioni economiche che colpiscono Hezbollah e il suo finanziatore, l’Iran” .

Libia

La visita di Fayez al-Sarraj a Sochi mette in evidenza le ambizioni russe sulla Libia. A seguito della visita in Russia di Fayez al-Sarraj, il leader del governo di accordo nazionale in Libia, Mosca e Tripoli hanno in programma di firmare un contratto per la fornitura di 1 milione di tonnellate di grano russo. Sarraj ha preso parte al vertice Russia-Africa di Sochi. Il capo del gruppo di contatto russo per la risoluzione dei conflitti in Libia, Lev Dengov, ha detto che l’accordo di un anno potrebbe essere firmato in un mese. Presumibilmente sarebbe implementato entro la fine di quest’anno. Sarraj e i funzionari russi hanno anche discusso di altri campi di cooperazione, compresi i progetti di costruzione di centrali elettriche .
Il presidente della National Oil Corporation (NOC) statale della Libia, Mustafa Sanalla, ha dichiarato che il suo paese «cerca la cooperazione con le compagnie petrolifere egiziane per ripristinare le infrastrutture del settore petrolifero libico. Le dichiarazioni di Sanalla sono arrivate durante l’incontro con il ministro egiziano del petrolio Tarek al-Molla al Cairo .
Marocco. La polizia del Marocco rassicura i cittadini dopo la riuscita operazione antiterrorismo. Agenti speciali marocchini hanno arrestato un settimo sospetto collegato all’ISIS a Tamaris II, una città sulla spiaggia vicino a Casablanca, in quelle che finora sono le operazioni antiterrorismo di più vasta portata del paese. L’arresto è avvenuto la sera di venerdì 25 ottobre. Sarebbero ancora in corso ricerche per arrestare altri sospetti o complici nella vicenda. La notizia è arrivata dopo l’arresto di sei persone nella lotta antiterrorismo su larga scala, che ha previsto la condotta di incursioni simultanee in tre luoghi diversi: due nell’area di Casablanca e uno nella provincia di Ouazzane.

Siria

9-22 ottobre: “Fonte di pace”, l’operazione militare della Turchia nel nord della Siria, indebolisce la “minaccia” curda dell’asse YPG-PKK e pone fine al progetto politico del Rojava con il supporto della Russia e il laissez faire degli Stati Uniti. Il 26 ottobre, un’operazione militare statunitense nella provincia di Idlib, a pochi chilometri dalla Turchia, porta alla morte del leader dello Stato islamico Abu Bakr al Baghdadi. Alcune fonti inizialmente suggerivano la nomina del suo successore, avvenuta già ad agosto, identificato con Abdullah Qardash (un ex militare dell’esercito di Saddam Hussein, conosciuto come “il professore”); ma l’annuncio ufficiale da parte dello Stato islamico ha indicato, come erede di al-Baghdadi, Abu Ibrahim al-Hashemi al-Qurayshi: il nuovo “califfo”, eletto dal supremo consiglio del gruppo, di cui ad oggi non si hanno informazioni.

Tunisia

Elezioni presidenziali, Kais Saied: chi è il nuovo presidente della Tunisia? Senza un partito o molti finanziamenti, Saied ha vinto le elezioni con una narrativa elettorale incentrata sul sostegno ai giovani, il suo bacino elettorale di riferimento. Saied ha vinto con oltre il 72 percento dei voti, contro circa il 27 percento dei voti ottenuti dal suo antagonista, il magnate dei media Nabil Karoui.
Un leader di al-Qa’ida è stato ucciso in Tunisia. Il Ministero degli Interni della Tunisia, ha annunciato che il 20 ottobre Murad al Shayeb, un senior leader appartenente al battaglione Uqba bin Nafi di al-Qa’ida, è stato ucciso in un’ampia operazione militare. Murad al Shayeb, responsabile di una serie di attacchi portati a compimento dal 2013, tra cui un assalto a un ex ministro degli interni nel 2014 e vari agguati nelle montagne Chaambi, Ouargha, Mghila e Sammama. è stato ucciso dalle truppe tunisine nel governatorato di Kasserine, vicino ai confini con l’Algeria .


Principali eventi nell’area del Maghreb e del Mashreq – settembre

Algeria

L’Algeria continua ad essere scossa politicamente dalle manifestazioni di piazza. Il governo algerino, da un lato cerca di presentare il processo elettorale come risolutivo per le istanze sollevate dalla crescente massa di manifestanti; dall’altro lato la repressione della componente militare suggerisce il rischio di un deterioramento progressivo che potrebbe compromettere le elezioni presidenziali, in calendario per il prossimo 12 dicembre.

Algeria ed ExxonMobil, un gigante dell’energia degli Stati Uniti, hanno firmato un accordo per studiare il potenziale di idrocarburi nel deserto del Sahara nella nazione nordafricana, secondo quanto riportato dall’agenzia di stampa ufficiale APS. Secondo l’Agenzia nazionale per la valutazione delle risorse di idrocarburi dell’Algeria (ALNAFT), ExxonMobil ha mostrato interesse nel settore algerino di idrocarburi, valutato come particolarmente ricco di idrocarburi. Secondo una precedente dichiarazione del governo del 28 gennaio 2019, le riserve di energia non convenzionale dell’Algeria la rendono la terza al mondo per gas di scisto e la settima per il petrolio di scisto. La firma dell’accordo, parte della missione di ALNAFT di promozione e sviluppo dell’estrazione di idrocarburi, rende ExxonMobil la quarta società multinazionale ad aderire all’agenzia in questo studio, dopo l’ENI italiana, la Total francese e la Equinor norvegese.

Egitto

Più di 2.000 manifestanti sono stati arrestati dopo la manifestazione di piazza del 23 settembre. Le autorità egiziane hanno arrestato più di 2.000 persone, tra cui diversi soggetto di alto profilo, dopo che alcune proteste si sono svolte in diverse città per chiedere al presidente Abdel Fattah el-Sisi di dimettersi. Tra i denunciati e arrestati figurano uno dei più importanti personaggi dell’opposizione egiziana, un ex portavoce di un candidato alle elezioni presidenziali dell’anno scorso e un noto scrittore. Sfidando il divieto di protestare senza permesso, migliaia di persone sono scese in piazza nella capitale del Cairo e in altre città venerdì in risposta alle richieste di manifestazioni contro la presunta corruzione del governo. Le proteste sono proseguite sabato nella città di Suez nel Mar Rosso.

Israele

Elezioni israeliane: Netanyahu e Gantz promettono entrambi di formare il prossimo governo: Gantz ha suggerito di voler prendere in considerazione un governo di unità nazionale.

Libia

Un attacco aereo statunitense nel sud-ovest della Libia ha provocato la morte di 17 persone, presumibilmente affiliate allo Stato islamico: il terzo attacco contro i militanti jihadisti è stato effettuato il 26 settembre dal comando statunitense dell’Africa (AFRICOM), in collaborazione con il governo libico di accordo nazionale (GNA). Gli attacchi statunitensi in Libia, registrati a settembre, sono i primi dell’ultimo anno. Riporta l’Associated Press (AP) che, secondo fonti ufficiali degli Stati Uniti, Washington continuerà a colpire lo Stato islamico-Libia e altri gruppi terroristi nella regione, al fine di impedire la creazione di aree sicure per il terrorismo  e per coordinare e pianificare le operazioni in Libia.

Tunisia

Elezioni presidenziali: due candidati, uno è in prigione. Nel primo turno delle elezioni presidenziali, tutti i candidati del partito principale sono stati eliminati, lasciando due contendenti: Kais Saied, un professore di legge sconosciuto alla massa degli elettori, che aveva ottenuto il 18,4% dei voti come candidato indipendente, e Nabil Karoui, un uomo d’affari e comproprietario di una popolare rete televisiva (detenuto in carcere in attesa di processo per corruzione e riciclaggio sino a pochi giorni dalle elezioni), che ha ottenuto il 15,6 percento. Karoui è sostenuto principalmente da un elettorato di basso livello socio-economico, attraverso il quale ha fatto breccia attraverso la sua rete televisiva Nessma e un’organizzazione filantropica, Khalil Tounes. Il professor Saied, suo avversario, ha condotto una campagna quasi senza pubblicità, basandosi su un’immagine di integrità e sui voti dei giovani disillusi dal sistema politico. Il successo di questi due competitor minaccia di distruggere il modello di consenso della Tunisia in essere dal 2011, in cui conservatori e modernisti hanno condiviso il potere.


L’interesse strategico della Turchia in Libia: l’attivismo militare a sostegno degli islamisti

di Claudio Bertolotti

articolo originale pubblicato sull’Osservatorio Strategico Ce.Mi.S.S. 3/2019

L’aeroporto di Misurata, all’interno del quale si trova anche la base della missione bilaterale di assistenza e supporto in Libia (MIASIT), è stato più volte bombardato dai droni a supporto del Libyan National Army guidato dal Generale Khalifa Haftar. Attacchi aerei che si sono concentrati su obiettivi militari riconducibili alla Turchia, attivamente impegnata a supporto del Governo di Accordo Nazionale di Fajez al-Serraj, e che pongono in evidenza gli effetti della war by proxy in corso in Libia

Attivismo turco in Libia: tra interessi finanziari e aiuti militari

Il governo di accordo nazionale (GNA – Government of National Accord) di Tripoli, guidato da Fajez al-Sarraj e riconosciuto dalle Nazioni Unite, è sostenuto direttamente sul piano politico, diplomatico e militare da Regno Unito, Tunisia, Qatar, Turchia, Marocco e Algeria.
Il supporto turco, in particolare, ha contribuito alla sopravvivenza del GNA, minacciato dall’offensiva lanciata il 4 aprile scorso dal rivale Khalifa Haftar alla guida dell’esercito nazionale libico (LNA, Libyan National Army) di Tobruk.
Un aiuto, quello turco, che solamente negli ultimi due mesi ha garantito al governo tripolino rifornimenti militari comprendenti quaranta veicoli protetti MRAP KIRPI e VURAN di produzione turca, sistemi missilistici UCAV BAYRAKTAR TB2 , equipaggiamenti, mine anti-carro, fucili di precisione, mitragliatrici, munizioni e droni militari. A questi aiuti materiali si sommerebbero, come più volte denunciato dal governo di Tobruk, miliziani islamisti provenienti dalla Siria.
Un consistente e fondamentale aiuto militare che è prova del sostegno politico alla compagine governativa di Tripoli a cui la Turchia guarda con grande favore in virtù dei consolidati interessi di natura economico-finanziaria e geopolitica.
Il supporto della Turchia al GNA è una delle molte decisioni di politica estera che hanno collocato Ankara sul fronte opposto all’Egitto e ai suoi alleati degli Stati del Golfo, portando alcuni analisti a descrivere il conflitto libico come una guerra regionale per procura (war by proxy). Una guerra in cui il governo di Tobruk – e il suo esercito guidato da Haftar – gode del sostegno diretto di Russia, Arabia Saudita, Egitto ed Emirati Arabi Uniti. Questi ultimi, attraverso la base militare nigerina al confine con la Libia, continuerebbero a garantire il loro supporto alle forze di Haftar in Fezzan (area di Saba) attraverso azioni ISR (intelligence, sorveglianza e ricognizione) e attacco al suolo  nella zona di Misurata e Tripoli.

La Turchia sostiene l’opzione politica e governativa della Fratellanza musulmana al fine di creare un fronte a guida islamista ma con l’esclusione del parlamento, dei militari, di influenti attori sociali e delle forze liberali e progressiste, a discapito di un vero processo di riconciliazione nazionale.

Una polarizzazione, tra competitor regionali che giocano le loro partite attraverso il confronto tra Tripoli e Tobruk, in cui dal 2014 si inserisce la Turchia del presidente Recep Tayyp Erdogan a sostegno di quegli elementi islamisti che compongono il GNA che, opponendosi ai risultati elettorali, hanno portato alla formazione di un governo rivale a Tobruk. Le ragioni del sostegno turco al GNA sono complesse, ma emergono una serie di fattori utili a comprendere il perché dell’intervento sempre più attivo di Ankara in Libia.
Una delle ragioni più plausibili è la vicinanza ideologica alla componente islamista all’interno del GNA rappresentata dalla Fratellanza Musulmana. Da un lato è evidente il ruolo giocato dai Fratelli Musulmani nel contribuire a definire le relazioni della Turchia con la Siria, il Sudan, i territori palestinesi e l’Egitto; dall’altro lato, l’Egitto (a cui Erdogan non ha mai nascosto la sua opposizione al presidente egiziano Abdel Fattah al-Sisi, da quando il generale ha rovesciato il suo predecessore, e caro amico del presidente turco, Mohammed Morsi) e gli Stati del Golfo considerano il gruppo islamista un’organizzazione terroristica, e per questa ragione condannano il ruolo di Ankara in loro sostegno.
L’opzione turca si baserebbe dunque sul coinvolgimento politico e governativo della Fratellanza musulmana al fine di creare un fronte a guida islamista ma con l’esclusione del parlamento, dei militari, di influenti attori sociali e delle forze liberali e progressiste, a discapito di un vero processo di riconciliazione nazionale . Un sostegno, quello turco agli islamisti libici, che avrebbe portato a un rapporto simbiotico e di reciproca dipendenza tra i due soggetti: gli islamisti hanno bisogno del sostegno di Ankara per sopravvivere all’offensiva dell’LNA, mentre la Turchia ha bisogno degli islamisti poiché sono gli unici in grado di consentire un’influenza turca sul piano politico, e dunque su quello economico e finanziario. E in tale quadro rientrano i rapporti di collaborazione con il Qatar – sostenitore di Ankara, tanto da finanziare il governo turco afflitto dalla recente recessione economica – che è il maggiore finanziatore del GNA. Dunque, un’alleanza che ha portato a definire i ruoli coordinati dei due partner in Libia: Ankara, sul piano militare, Doha, su quello finanziario .
Sul piano degli equilibri a livello regionale, inoltre, la presa di posizione turca a sostegno degli islamisti libici rientrerebbe in una scelta politica volta a indebolire internamente lo stesso al-Sisi (che insieme ai suoi alleati del Golfo sostiene Haftar e l’LNA) attraverso un contrasto militare che avrebbe ripercussioni anche in Egitto.
Un’ulteriore ragione plausibile del sostegno turco al GNA, è l’aspetto economico: la Libia possiede tra le più ricche riserve di idrocarburi in Africa, pari a 48 miliardi di barili; mentre le riserve tecnicamente recuperabili dal petrolio di scisto (attraverso la tecnica del fracking) sono stimate in 26 miliardi di barili. Inoltre, la Libia ha un enorme potenziale di esportazione: che garantisce circa il 90% delle entrate complessive del paese .
La Turchia, guardando con favore a una divisione del paese tra spinte competitive tra le tribù e la debolezza delle istituzioni democratiche, avrebbe gioco facile nell’imporre la propria egemonia; così facendo otterrebbe un accesso privilegiato alle risorse energetiche libiche e, al contempo, avrebbe un alleato in grado di “alleggerire” l’isolamento sul piano delle estrazioni di idrocarburi nel Mediterraneo orientale, conseguente all’opposizione della Turchia ai piani di perforazione autorizzati dall’amministrazione cipriota. Una scoperta di riserve potenzialmente enormi di idrocarburi, quelle nel mare di Cipro, che ha portato a una collaborazione da parte dei paesi regionali per accedervi – Egitto, Cipro, Grecia, Israele –, a svantaggio di Ankara .

L’attivismo della Turchia a Misurata e il bombardamento dell’aeroporto che ospita il contingente italiano

Misurata rappresenta un obiettivo primario nella strategia di Ankara per la Libia. Qui risiede un’importante minoranza etnica di origine turca – la tribù dei Karaghla – che, stando a quanto afferma Ali Muhammad al-Sallabi, leader della Fratellanza musulmana di Misurata, avrebbe stretto alleanza con il gruppo islamista locale . I Karaghla, le cui origini risalirebbero all’inizio dell’occupazione ottomana, sono oggi presenti nelle aree di Misurata, Tripoli, Zawiya e Zliten; il clan più numeroso è quello di Ramla, prevalente a Misurata. Nel complesso si tratta di un gruppo tribale economicamente forte e influente in ambito politico e finanziario .
L’importanza dei Karaghla e la loro vicinanza ai Fratelli musulmani ne hanno fatto un elemento di interesse da parte della Turchia, contribuendo alla crescente influenza di Ankara sulla città attraverso il sostegno finanziario, politico e militare ai gruppi di potere locali legati alla lotta armata e ai commerci, legali e illegali, che attraversano l’area.
Riporta G. Criscuolo nella sua analisi sulla Libia : “Saad Amgheib, membro del Parlamento libico: La Turchia sta giocando con l’appoggio dei Fratelli Musulmani per mettere le mani sulla Libia. In più sta lavorando di fino con coloro che appartengono alla tribù di origine turca e che hanno grande potere soprattutto nella città di Misurata (…)”. Secondo l’analista politico libico Abdul Basit Balhamil – riporta G. Criscuolo –, “Dal 2014 Misurata è stata trasformata in una base turca in cui vengono trasferite armi (…)” . Accuse analoghe provengono da parte di Haftar: “dall’aeroporto di Misurata passano le armi e i velivoli turchi che aiutano il governo di Tripoli”.
Ragioni, queste, per la quali i droni degli Emirati Arabi Uniti a supporto dell’esercito di Haftar avrebbero colpito, con “attacchi molto precisi” , obiettivi all’interno dell’aeroporto di Misurata, sede dell’Accademia aerea libica e dove è schierato ed opera il contingente italiano. Attacchi che, ha affermato Haftar, sono “rappresaglia per l’attacco aereo di Jufra condotto da droni turchi”  e che si sono concentrati su obiettivi riconducibili agli interessi di Ankara: una prima volta nella notte tra venerdì 26 e sabato 27 luglio, seguito da un secondo attacco martedì 6 agosto e un terzo mercoledì 7 agosto. L’ultimo bombardamento, avvenuto nella notte tra il 17 e il 18 agosto, ha provocato almeno undici esplosioni a meno di cinquecento metri di distanza dal contingente italiano. Gli obiettivi colpiti, sulla base delle dichiarazioni delle forze di Haftar, sarebbero dieci, comprendenti “una sala operatoria, equipaggiamenti di difesa aerea, depositi di munizioni” .

La presenza militare italiana a Misurata

A Misurata l’Italia è impegnata con un proprio contingente militare, nell’ambito della missione bilaterale di assistenza e supporto in Libia (MIASIT), il cui compito consiste nel fornire assistenza e supporto al GNA libico ed è frutto della riconfigurazione, in un unico dispositivo, delle attività di supporto sanitario e umanitario previste dalla precedente Operazione Ippocrate (conclusa, come missione autonoma, il 31 dicembre 2017) e di alcuni compiti di supporto tecnico-manutentivo a favore della Guardia costiera libica rientranti nell’operazione Mare Sicuro. La nuova missione, che ha avuto inizio a gennaio 2018, ha l’obiettivo di rendere l’azione di assistenza e supporto in Libia maggiormente incisiva ed efficace, sostenendo le autorità libiche nell’azione di pacificazione e stabilizzazione del Paese e nel rafforzamento delle attività di controllo e contrasto dell’immigrazione illegale, dei traffici illegali e delle minacce alla sicurezza, in armonia con le linee di intervento decise dalle Nazioni Unite.
Il contingente italiano, composto da 400 militari, 130 mezzi terrestri e mezzi navali e aerei (questi ultimi tratti nell’ambito delle unità del dispositivo aeronavale nazionale Mare Sicuro), comprende personale sanitario, unità per assistenza e supporto sanitario, unità con compiti di formazione, addestramento consulenza, assistenza, supporto e mentoring (compresi i Mobile Training Team), unità per il supporto logistico generale, unità per lavori infrastrutturali, unità di tecnici/specialisti, squadra rilevazioni contro minacce chimiche-biologiche-radiologiche-nucleari (CBRN), team per ricognizione e per comando e controllo, personale di collegamento presso dicasteri/stati maggiori libici, unità con compiti di force protection del personale nelle aree in cui esso opera. Inoltre, nell’ambito della missione sono confluite le attività di supporto sanitario e umanitario già parte dell’Operazione Ippocrate e alcuni compiti previsti dalla missione in supporto alla Guardia costiera libica, tra i quali quelli di ripristino dei mezzi aerei e degli aeroporti libici, fino ad ora inseriti tra quelli svolti dal dispositivo aeronavale nazionale Mare Sicuro .
Il contributo militare italiano, nel dettaglio, ha il compito di fornire assistenza e supporto sanitario; condurre attività di sostegno a carattere umanitario e a fini di prevenzione sanitaria attraverso corsi di aggiornamento a favore di team libici impegnati nello sminamento; fornire attività di formazione, addestramento, consulenza, assistenza, supporto e mentoring a favore delle forze di sicurezza e delle istituzioni governative libiche, in Italia e in Libia, al fine di incrementarne le capacità complessive; assicurare assistenza e supporto addestrativi e di mentoring alle forze di sicurezza libiche per le attività di controllo e contrasto dell’immigrazione illegale, dei traffici illegali e delle minacce alla sicurezza della Libia; svolgere attività per il ripristino dell’efficienza dei principali assetti terrestri, navali e aerei, comprese le relative infrastrutture, funzionali allo sviluppo della capacità libica di controllo del territorio e al supporto per il contrasto dell’immigrazione illegale; supportare le iniziative, nell’ambito dei compiti previsti dalla missione, poste in essere da altri Dicasteri; incentivare e collaborare per lo sviluppo di capacity building della Libia; effettuare ricognizioni in territorio libico per la determinazione delle attività di supporto da svolgere; garantire un’adeguata cornice di sicurezza/force protection al personale impiegato nello svolgimento delle attività/iniziative in Libia .


I principali eventi nell’area del Maghreb e del Mashreq – luglio

di Claudio Bertolotti

articolo originale pubblicato sull’Osservatorio Strategico – Ce.Mi.S.S. Scarica l’analisi completa dal Report

Algeria

Continuano le proteste nelle piazze algerine, nonostante il risultato ottenuto ad aprile con le dimissioni del presidente Abdelaziz Bouteflika. In questo incerto periodo di transizione, importanti aspetti interessano due gruppi chiave per il futuro politico dell’Algeria: i giovani manifestanti e il personale militare. Secondo un nuovo rapporto del Brookings Institute – intitolato “Algeria’s uprising: A survey of protesters and the military” – cresce il sostegno militare verso i manifestanti, e aumenta il divario tra i ranghi superiori e inferiori dell’esercito algerino a sostegno del movimento di protesta. Mentre l’80% dei ranghi inferiori sosterrebbe le istanze dei manifestanti, la percentuale dei sostenitori tra gli ufficiali superiori, al contrario, sarebbe non superiore al 60% afferma.

Israele ed Egitto

A novembre Israele inizierà a esportare gas naturale in Egitto, con volumi stimati in sette miliardi di metri cubi all’anno. Le forniture segneranno l’avvio di un accordo di esportazione di 15 miliardi di dollari tra Israele – Delek Drilling e il partner statunitense Noble Energy – e l’Egitto: un accordo di collaborazione che i funzionari israeliani hanno definito come il più importante dagli accordi di pace del 1979. L’accordo garantirà l’immissione nella rete egiziana del gas naturale israeliani proveniente dai campi offshore Tamar e Leviathan.

Libano

Possibile disputa tra il presidente Michel Aoun e il primo ministro Saad Hariri a causa della sparatoria mortale che ha coinvolto due membri del Partito democratico libanese nell’area drusa di Aley. Le ripercussioni politiche dell’evento hanno paralizzato il governo in un momento critico e rischiano di complicare gli sforzi volti ad attuare le riforme necessarie per risolvere il problema del debito pubblico aggravato dalla crisi finanziaria.

Libia

La compagnia petrolifera nazionale libica ha sospeso le operazioni nel più grande giacimento petrolifero del paese a causa della chiusura “illegale” di una valvola del gasdotto che collega il giacimento petrolifero di Sharara al porto di Zawiya, sulla costa del Mediterraneo. La National Oil Corporation ha annunciato la decisione senza attribuire formalmente la responsabilità dell’atto definito “illegale”. Il giacimento petrolifero di Sharara, che produce circa 290.000 barili al giorno per un valore di 19 milioni di dollari, è controllato da forze fedeli a Khalifa Haftar, capo del cosiddetto esercito nazionale libico (LNA) artefice dell’offensiva lanciata ad aprile contro la capitale libica.

Morocco

Nel suo discorso per la “Giornata del trono” di quest’anno, il 30 luglio il re marocchino Mohammed VI ha annunciato nuovi programmi di sviluppo nazionale e un rimpasto del governo interessante i dicasteri per la politica interna. In termini di politica estera, Mohammed VI ha nuovamente invitato l’Algeria al dialogo e auspicato “l’unità tra le popolazioni nordafricane”. Per quanto riguarda il Sahara occidentale –m ha ribadito –la posizione del Marocco rimane “saldamente ancorata all’integrità territoriale”. Infine, per celebrare i suoi 20 anni di regno, Mohammed VI ha graziato 4.764 detenuti, inclusi alcuni detenuti per terrorismo.

Siria

Il presidente turco Recep Tayyip Erdogan ha affermato che il suo paese è determinato ad eliminare quello che ha definito il “corridoio del terrore” nel nord della Siria; una decisione, ha ribadito Erdogan, indipendente dal fatto che la Turchia e gli Stati Uniti siano o meno d’accordo sulla creazione di una zona sicura. Ankara vuole una zona lungo il confine con la Siria che sia libera dalla presenza di combattenti curdi. La Turchia ha avvertito dell’intenzione di avviare una nuova offensiva in Siria se non venisse raggiunto un accordo; in tale quadro sono stati recentemente inviati rinforzi militari nella zona di frontiera

Tunisia

Il 25 luglio è morto, all’età di 92 anni, il presidente tunisino Béji Caïd Essebsi. Il presidente del parlamento, Mohamed Ennaceur (85 anni), ha assunto la carica di capo di stato sino alla conclusione del processo elettorale, in calendario per il prossimo 15 settembre. Crisi istituzionale ed economica e minaccia jihadista: la morte di Essebsi si verifica in un periodo di potenziale destabilizzazione per il Paese nordafricano.