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L’interesse strategico della Turchia in Libia: l’attivismo militare a sostegno degli islamisti

di Claudio Bertolotti

articolo originale pubblicato sull’Osservatorio Strategico Ce.Mi.S.S. 3/2019

L’aeroporto di Misurata, all’interno del quale si trova anche la base della missione bilaterale di assistenza e supporto in Libia (MIASIT), è stato più volte bombardato dai droni a supporto del Libyan National Army guidato dal Generale Khalifa Haftar. Attacchi aerei che si sono concentrati su obiettivi militari riconducibili alla Turchia, attivamente impegnata a supporto del Governo di Accordo Nazionale di Fajez al-Serraj, e che pongono in evidenza gli effetti della war by proxy in corso in Libia

Attivismo turco in Libia: tra interessi finanziari e aiuti militari

Il governo di accordo nazionale (GNA – Government of National Accord) di Tripoli, guidato da Fajez al-Sarraj e riconosciuto dalle Nazioni Unite, è sostenuto direttamente sul piano politico, diplomatico e militare da Regno Unito, Tunisia, Qatar, Turchia, Marocco e Algeria.
Il supporto turco, in particolare, ha contribuito alla sopravvivenza del GNA, minacciato dall’offensiva lanciata il 4 aprile scorso dal rivale Khalifa Haftar alla guida dell’esercito nazionale libico (LNA, Libyan National Army) di Tobruk.
Un aiuto, quello turco, che solamente negli ultimi due mesi ha garantito al governo tripolino rifornimenti militari comprendenti quaranta veicoli protetti MRAP KIRPI e VURAN di produzione turca, sistemi missilistici UCAV BAYRAKTAR TB2 , equipaggiamenti, mine anti-carro, fucili di precisione, mitragliatrici, munizioni e droni militari. A questi aiuti materiali si sommerebbero, come più volte denunciato dal governo di Tobruk, miliziani islamisti provenienti dalla Siria.
Un consistente e fondamentale aiuto militare che è prova del sostegno politico alla compagine governativa di Tripoli a cui la Turchia guarda con grande favore in virtù dei consolidati interessi di natura economico-finanziaria e geopolitica.
Il supporto della Turchia al GNA è una delle molte decisioni di politica estera che hanno collocato Ankara sul fronte opposto all’Egitto e ai suoi alleati degli Stati del Golfo, portando alcuni analisti a descrivere il conflitto libico come una guerra regionale per procura (war by proxy). Una guerra in cui il governo di Tobruk – e il suo esercito guidato da Haftar – gode del sostegno diretto di Russia, Arabia Saudita, Egitto ed Emirati Arabi Uniti. Questi ultimi, attraverso la base militare nigerina al confine con la Libia, continuerebbero a garantire il loro supporto alle forze di Haftar in Fezzan (area di Saba) attraverso azioni ISR (intelligence, sorveglianza e ricognizione) e attacco al suolo  nella zona di Misurata e Tripoli.

La Turchia sostiene l’opzione politica e governativa della Fratellanza musulmana al fine di creare un fronte a guida islamista ma con l’esclusione del parlamento, dei militari, di influenti attori sociali e delle forze liberali e progressiste, a discapito di un vero processo di riconciliazione nazionale.

Una polarizzazione, tra competitor regionali che giocano le loro partite attraverso il confronto tra Tripoli e Tobruk, in cui dal 2014 si inserisce la Turchia del presidente Recep Tayyp Erdogan a sostegno di quegli elementi islamisti che compongono il GNA che, opponendosi ai risultati elettorali, hanno portato alla formazione di un governo rivale a Tobruk. Le ragioni del sostegno turco al GNA sono complesse, ma emergono una serie di fattori utili a comprendere il perché dell’intervento sempre più attivo di Ankara in Libia.
Una delle ragioni più plausibili è la vicinanza ideologica alla componente islamista all’interno del GNA rappresentata dalla Fratellanza Musulmana. Da un lato è evidente il ruolo giocato dai Fratelli Musulmani nel contribuire a definire le relazioni della Turchia con la Siria, il Sudan, i territori palestinesi e l’Egitto; dall’altro lato, l’Egitto (a cui Erdogan non ha mai nascosto la sua opposizione al presidente egiziano Abdel Fattah al-Sisi, da quando il generale ha rovesciato il suo predecessore, e caro amico del presidente turco, Mohammed Morsi) e gli Stati del Golfo considerano il gruppo islamista un’organizzazione terroristica, e per questa ragione condannano il ruolo di Ankara in loro sostegno.
L’opzione turca si baserebbe dunque sul coinvolgimento politico e governativo della Fratellanza musulmana al fine di creare un fronte a guida islamista ma con l’esclusione del parlamento, dei militari, di influenti attori sociali e delle forze liberali e progressiste, a discapito di un vero processo di riconciliazione nazionale . Un sostegno, quello turco agli islamisti libici, che avrebbe portato a un rapporto simbiotico e di reciproca dipendenza tra i due soggetti: gli islamisti hanno bisogno del sostegno di Ankara per sopravvivere all’offensiva dell’LNA, mentre la Turchia ha bisogno degli islamisti poiché sono gli unici in grado di consentire un’influenza turca sul piano politico, e dunque su quello economico e finanziario. E in tale quadro rientrano i rapporti di collaborazione con il Qatar – sostenitore di Ankara, tanto da finanziare il governo turco afflitto dalla recente recessione economica – che è il maggiore finanziatore del GNA. Dunque, un’alleanza che ha portato a definire i ruoli coordinati dei due partner in Libia: Ankara, sul piano militare, Doha, su quello finanziario .
Sul piano degli equilibri a livello regionale, inoltre, la presa di posizione turca a sostegno degli islamisti libici rientrerebbe in una scelta politica volta a indebolire internamente lo stesso al-Sisi (che insieme ai suoi alleati del Golfo sostiene Haftar e l’LNA) attraverso un contrasto militare che avrebbe ripercussioni anche in Egitto.
Un’ulteriore ragione plausibile del sostegno turco al GNA, è l’aspetto economico: la Libia possiede tra le più ricche riserve di idrocarburi in Africa, pari a 48 miliardi di barili; mentre le riserve tecnicamente recuperabili dal petrolio di scisto (attraverso la tecnica del fracking) sono stimate in 26 miliardi di barili. Inoltre, la Libia ha un enorme potenziale di esportazione: che garantisce circa il 90% delle entrate complessive del paese .
La Turchia, guardando con favore a una divisione del paese tra spinte competitive tra le tribù e la debolezza delle istituzioni democratiche, avrebbe gioco facile nell’imporre la propria egemonia; così facendo otterrebbe un accesso privilegiato alle risorse energetiche libiche e, al contempo, avrebbe un alleato in grado di “alleggerire” l’isolamento sul piano delle estrazioni di idrocarburi nel Mediterraneo orientale, conseguente all’opposizione della Turchia ai piani di perforazione autorizzati dall’amministrazione cipriota. Una scoperta di riserve potenzialmente enormi di idrocarburi, quelle nel mare di Cipro, che ha portato a una collaborazione da parte dei paesi regionali per accedervi – Egitto, Cipro, Grecia, Israele –, a svantaggio di Ankara .

L’attivismo della Turchia a Misurata e il bombardamento dell’aeroporto che ospita il contingente italiano

Misurata rappresenta un obiettivo primario nella strategia di Ankara per la Libia. Qui risiede un’importante minoranza etnica di origine turca – la tribù dei Karaghla – che, stando a quanto afferma Ali Muhammad al-Sallabi, leader della Fratellanza musulmana di Misurata, avrebbe stretto alleanza con il gruppo islamista locale . I Karaghla, le cui origini risalirebbero all’inizio dell’occupazione ottomana, sono oggi presenti nelle aree di Misurata, Tripoli, Zawiya e Zliten; il clan più numeroso è quello di Ramla, prevalente a Misurata. Nel complesso si tratta di un gruppo tribale economicamente forte e influente in ambito politico e finanziario .
L’importanza dei Karaghla e la loro vicinanza ai Fratelli musulmani ne hanno fatto un elemento di interesse da parte della Turchia, contribuendo alla crescente influenza di Ankara sulla città attraverso il sostegno finanziario, politico e militare ai gruppi di potere locali legati alla lotta armata e ai commerci, legali e illegali, che attraversano l’area.
Riporta G. Criscuolo nella sua analisi sulla Libia : “Saad Amgheib, membro del Parlamento libico: La Turchia sta giocando con l’appoggio dei Fratelli Musulmani per mettere le mani sulla Libia. In più sta lavorando di fino con coloro che appartengono alla tribù di origine turca e che hanno grande potere soprattutto nella città di Misurata (…)”. Secondo l’analista politico libico Abdul Basit Balhamil – riporta G. Criscuolo –, “Dal 2014 Misurata è stata trasformata in una base turca in cui vengono trasferite armi (…)” . Accuse analoghe provengono da parte di Haftar: “dall’aeroporto di Misurata passano le armi e i velivoli turchi che aiutano il governo di Tripoli”.
Ragioni, queste, per la quali i droni degli Emirati Arabi Uniti a supporto dell’esercito di Haftar avrebbero colpito, con “attacchi molto precisi” , obiettivi all’interno dell’aeroporto di Misurata, sede dell’Accademia aerea libica e dove è schierato ed opera il contingente italiano. Attacchi che, ha affermato Haftar, sono “rappresaglia per l’attacco aereo di Jufra condotto da droni turchi”  e che si sono concentrati su obiettivi riconducibili agli interessi di Ankara: una prima volta nella notte tra venerdì 26 e sabato 27 luglio, seguito da un secondo attacco martedì 6 agosto e un terzo mercoledì 7 agosto. L’ultimo bombardamento, avvenuto nella notte tra il 17 e il 18 agosto, ha provocato almeno undici esplosioni a meno di cinquecento metri di distanza dal contingente italiano. Gli obiettivi colpiti, sulla base delle dichiarazioni delle forze di Haftar, sarebbero dieci, comprendenti “una sala operatoria, equipaggiamenti di difesa aerea, depositi di munizioni” .

La presenza militare italiana a Misurata

A Misurata l’Italia è impegnata con un proprio contingente militare, nell’ambito della missione bilaterale di assistenza e supporto in Libia (MIASIT), il cui compito consiste nel fornire assistenza e supporto al GNA libico ed è frutto della riconfigurazione, in un unico dispositivo, delle attività di supporto sanitario e umanitario previste dalla precedente Operazione Ippocrate (conclusa, come missione autonoma, il 31 dicembre 2017) e di alcuni compiti di supporto tecnico-manutentivo a favore della Guardia costiera libica rientranti nell’operazione Mare Sicuro. La nuova missione, che ha avuto inizio a gennaio 2018, ha l’obiettivo di rendere l’azione di assistenza e supporto in Libia maggiormente incisiva ed efficace, sostenendo le autorità libiche nell’azione di pacificazione e stabilizzazione del Paese e nel rafforzamento delle attività di controllo e contrasto dell’immigrazione illegale, dei traffici illegali e delle minacce alla sicurezza, in armonia con le linee di intervento decise dalle Nazioni Unite.
Il contingente italiano, composto da 400 militari, 130 mezzi terrestri e mezzi navali e aerei (questi ultimi tratti nell’ambito delle unità del dispositivo aeronavale nazionale Mare Sicuro), comprende personale sanitario, unità per assistenza e supporto sanitario, unità con compiti di formazione, addestramento consulenza, assistenza, supporto e mentoring (compresi i Mobile Training Team), unità per il supporto logistico generale, unità per lavori infrastrutturali, unità di tecnici/specialisti, squadra rilevazioni contro minacce chimiche-biologiche-radiologiche-nucleari (CBRN), team per ricognizione e per comando e controllo, personale di collegamento presso dicasteri/stati maggiori libici, unità con compiti di force protection del personale nelle aree in cui esso opera. Inoltre, nell’ambito della missione sono confluite le attività di supporto sanitario e umanitario già parte dell’Operazione Ippocrate e alcuni compiti previsti dalla missione in supporto alla Guardia costiera libica, tra i quali quelli di ripristino dei mezzi aerei e degli aeroporti libici, fino ad ora inseriti tra quelli svolti dal dispositivo aeronavale nazionale Mare Sicuro .
Il contributo militare italiano, nel dettaglio, ha il compito di fornire assistenza e supporto sanitario; condurre attività di sostegno a carattere umanitario e a fini di prevenzione sanitaria attraverso corsi di aggiornamento a favore di team libici impegnati nello sminamento; fornire attività di formazione, addestramento, consulenza, assistenza, supporto e mentoring a favore delle forze di sicurezza e delle istituzioni governative libiche, in Italia e in Libia, al fine di incrementarne le capacità complessive; assicurare assistenza e supporto addestrativi e di mentoring alle forze di sicurezza libiche per le attività di controllo e contrasto dell’immigrazione illegale, dei traffici illegali e delle minacce alla sicurezza della Libia; svolgere attività per il ripristino dell’efficienza dei principali assetti terrestri, navali e aerei, comprese le relative infrastrutture, funzionali allo sviluppo della capacità libica di controllo del territorio e al supporto per il contrasto dell’immigrazione illegale; supportare le iniziative, nell’ambito dei compiti previsti dalla missione, poste in essere da altri Dicasteri; incentivare e collaborare per lo sviluppo di capacity building della Libia; effettuare ricognizioni in territorio libico per la determinazione delle attività di supporto da svolgere; garantire un’adeguata cornice di sicurezza/force protection al personale impiegato nello svolgimento delle attività/iniziative in Libia .


#ReaCT2020 – La comunicazione dello Stato islamico (G. Criscuolo)

di Giusy Criscuolo

Scarica #ReaCT2020, il 1° rapporto sul radicalismo e il terrorismo in Europa

Il presente approfondimento vuole dare una panoramica aggiornata sulle piattaforme internet utilizzate dai militanti dello Stato Islamico e a latere di al-Qaeda. Verrà aperta una finestra sulle nuove tecniche e sui possibili obiettivi, analizzando alcuni dei danni collaterali creati dal reclutamento online.

Negli ultimi anni, le attività del Califfato sulle piattaforme internet sono risultate molto attive e particolarmente fruttuose, raccogliendo numerosi consensi soprattutto tra le fasce dei giovanissimi e tra le donne.

 

Tra le organizzazioni terroristiche, quelle che hanno avuto un ruolo chiave nella guerra mediatica per “procura” degli ultimi cinque anni, troviamo l’IS e al-Qaeda, senza contare Jabhat al-Nusra recentemente ribattezzato con il nome Hay’at Tahrir al-Sham (HTS) braccio armato e mediatico di al-Qaeda e le costole attive del Califfato Islamico.

 

 

 

L’ISIL esiste dal 2006, ma ha vissuto il suo esploit dopo le rivoluzioni arabe del 2010. Inizialmente legato ad al-Qaeda, si è scisso nel momento in cui, Abu Bakr al-Baghdadi (ex leader dello Stato Islamico), ha preso le distanze dal suo sceicco Ayman al-Zawahiry (a sua volta leader di al-Qaeda) dichiarandosi Califfo alla fine del giugno 2014.

Il nuovo e abbreviato acronimo, che definisce lo Stato Islamico serve a sottolineare che non esistono più confini e che il “Califfato” è minacciosamente proiettato su tutto il globo, Europa compresa. A far parte delle milizie jihadiste dell’IS, non più soltanto, semplici militanti estremisti, ma uomini laureati (anche nelle migliori Università del Mondo), geni dell’informatica e hacker di eccellenza (provenienti soprattutto dall’India del sud – Kashmir, Maharashtra e Rajasthan), che mettono a disposizione di queste organizzazioni il loro “talento”.

Da quando l’organizzazione ha intrapreso la sua regressione militare nelle antiche roccaforti di Iraq e Siria, la struttura primigenia basata sulla leadership del Califfo ha subito delle mutazioni obbligate. Questi cambiamenti hanno reso evidente la capacità di rigenerazione di un’organizzazione terroristica come quella dell’IS.

Ad oggi la guerra della Jihad del Terrore si è trasferita dai campi di battaglia al web. Dalle piattaforme più conosciute a quelle meno frequentate, dai social ai blog, in un continuo mutare di algoritmi, dati, siti, social, account e navigazioni su Instagram, Telegram, Ask FM, Templar, JustPaste, Fajr Al Bashar, RocketChat, Pinngle, Dark Net e molti altri.

 

I diversi studi a riguardo, dimostrano che Da’ash (letteralmente tradotto dall’arabo ISIS), ha investito molto nel multimediale, arrivando addirittura a creare una propria forma di “Intelligence” capace di rigenerarsi a distanza di pochi minuti dalla cancellazione di account dedicati all’organizzazione.

Fermo restando, che sui canali più conosciuti come Twitter, Youtube (quasi del tutto sostituito con Vimeo e Sendvid) e Facebook, i gruppi terroristici e le cellule operative, stanno riscontrando grandi difficoltà a mantenere i propri domini. Questo, grazie anche alla grande attenzione dedicata dai giganti della rete mondiale all’argomento (strutture ormai formate e pre – allertate, con lo scopo di eliminare qualsiasi forma di comunicazione video e multimediale lanciata dai media dell’IS).

Questa nuova e più evoluta “generazione di terroristi” rischia di essere più insidiosa e invasiva delle lotte intestine, che hanno luogo nei territori di origine del fenomeno.

L’errore più grande effettuato dai Media mondiali e dalle piattaforme più conosciute è stato ed è, in alcuni casi, quello di dare risalto ad eventi, video ed immagini prodotte dai militanti delle fila di Da’ash. Questo modo errato di gestire l’informazione, ha permesso alle frange terroriste di entrare in contatto con tutte quelle cellule dormienti e non integrate che vivono sparse per il globo.

Media Utilizzati dall’ISIS

Il tragico risultato è stato quello di aumentare il consenso dell’Organizzazione, permettendogli di gestire un grande flusso di reclutamento online. Ciò ha consentito di foraggiare quelle campagne del terrore, che avevano e hanno come unico scopo, la destabilizzazione degli equilibri del Mondo Occidentale. Da qui segue una sorta di guerra mediatica capace di falciare più vittime di un qualsiasi kamikaze munito di esplosivo.

Una guerra cyber, basata non sulle armi, ma sulle parole, sui contenuti e sul proselitismo. I cyber jihadisti sono la nuova frontiera dello Stato Islamico. Numerosi studi, effettuati da centri di ricerca, Siti Governativi e Università del mondo arabo e occidentale, dimostrano come la nuova comunicazione del Califfato si adegua ai velocissimi cambiamenti del web.

Stando a quanto riscontrato nel Report pubblicato sul sito governativo della Lebanese National Defence Force (Lebarmy.gov.lb), gli agenti dell’ISIS hanno iniziato il primo vero passo massmediale nel maggio 2014, durante la fondazione di al-Hayat Media Center, il primo vero braccio mediatico dello stato islamico per la propaganda in Occidente.

L’Islamic State, non si limita ad una semplice organizzazione gestionale, ma proprio come uno Stato, ha in se delle sessioni precise che corrispondo a dei Ministeri “virtuali”. Anche per la parte comunicazione, cyber e web è dotata di una struttura mediatica ufficiale. Un vero e proprio “Ministero dell’Informazione”, che pur essendo un’entità virtuale, riesce a gestire efficaci mezzi di comunicazione, soprattutto nel web.

A tal proposito, dall’analisi fatta e pubblicata nel Report sui “Mezzi di propaganda e tecniche dei Media Isis”, (ad opera del sito Governativo di cui sopra), i leader hanno respinto l’idea di costruire questo “Ministero” in un’area geografica specifica, poiché esisteva il timore che sarebbe stato preso di mira da incursioni statunitensi o dallo stesso esercito iracheno. Si legge: “Abu Bakr al-Baghdadi ha stanziato un budget iniziale di 1 milione di dollari per l’istituzione del ministero virtuale. Questo consente ai mujaheddin di rilasciare dichiarazioni mediatiche, ma solo dopo aver ottenuto l’autorizzazione dal sedicente ministero delle informazioni ISIS. Ciò obbliga chiunque aderisce all’Islamic State e vive nelle aree da questo controllate, a dover passare dalle fonti autorizzate prima di poter rilasciare qualsiasi tipo di dichiarazione ufficiale. – sempre secondo quanto scritto – Il Ministero dell’Informazione gestisce anche Shumoukh Islam Network e il Sit-in Forum, che sono considerate alcune tra le voci ufficiali, per la messa in onda delle dichiarazioni approvate ai Mujahideen”.

Ma oltre ai media e alle piattaforme, Da’ash si è cimentata nella creazione di quotidiani cartacei, successivamente riproposti online anche in pdf. Parliamo di Dabiq Magazine e Rumiyah Magazine. Questi giornali, del tutto professionali hanno permesso di espandere la propaganda dell’IS a livello globale, sia su Internet che sul campo.

Lo scrittore Awan Imran (Cyber-estremismo: ISIS e il potere dei social media. Edito in lingua araba), sostiene che dietro il grande lavoro di cesello del cyber jihad, ci sia più di un centinaio di militanti. Sembrerebbe che questi, lavorino in modo costante sulla comunicazione multimediale, compresi i vecchi ed i nuovi social network. A questa informazione si aggiunge che gli ingegneri del Califfato, costretti dalle attuali restrizioni del web, hanno progettato nuove forme di comunicazione crittografate e nuovi social sulla falsa linea di Telegram.

La particolarità di queste App sta nella messaggistica crittografata, studiata per impedire l’accesso al contenuto del messaggio, oltre alla peculiarità che prevede l’autodistruzione dello stesso. Un’altra applicazione molto utilizzata dai militanti jihadisti in Europa è JustPaste. Questa condivide le stesse funzionalità di Telegram, è confidenziale e sicura, per non parlare della grande capacità di restare in incognito. La scelta dei militanti è ricaduta su questa messaggistica poiché poco conosciuta. La stessa prevede il blocco delle foto e consente agli utenti anonimi di inviare e ricevere contenuti senza registrazione. (JustPaste.it è gestito dalla Polonia, è ospitato in Germania e risulta ampiamente utilizzato da gruppi e seguaci jihadisti – inclusi ISIS e al-Qaeda).

Elenco degli argomenti utilizzati dai media dell’ISIS

Ma il mondo dei nuovi social e dei nuovi media pro-Da’ash è in continuo mutamento. Non è possibile tracciarne un numero preciso, ma è possibile stabilire quali siano le più utilizzate e le più accreditate. Ad oggi una delle più importanti applicazioni, che ha permesso di scoprire e cancellare numerosi account collegati a Twitter è stata Fajr Al Bashaer (un’applicazione araba, progettata dai programmatori dell’IS). Scaricabile fino alla fine del 2017 su Play Store, prima di essere cancellata dal colosso mondiale Google.

A questo, si aggiunge che lo stesso utilizzo del “web di superfice” non basta più. Poiché l’IS e Al-Qaeda, sono soggette ad una serie di attività di controllo e monitoraggio da parte di aziende, media, agenzie governative e hacker, hanno deciso di rifugiarsi in quello che viene definito il web nascosto. Parliamo del Dark Web o Dark Net, che a sua volta nasconde delle camere oscure ancora più inaccessibili e raggiungibili solo attraverso studi e decifrazione di codici che cambiano a distanza di pochi minuti o secondi. Parliamo di quell’area del web non accessibile con i normali protocolli, addirittura molto più vasta del web di superfice. Con i protocolli non standard, si intende l’utilizzo di una crittografia particolare che non permette la tracciabilità dei dati.

NetWork del Califfato

In questo “nuovo mondo” le attività terroriste dei cyber jihadisti non possono essere identificate, così come le identità degli elementi dell’organizzazione. Infatti, il neo-utilizzo, da parte dei militanti, del Dark Net ha reso il lavoro delle agenzie governative e di intelligence più difficile. L’IS ha cercato di fare del Web la propria piattaforma, con lo scopo di aumentare la capacità di diffusione del suo messaggio e della sua ideologia estremista. Nel web sommerso, senza interferenze da parte di attori “esterni”, l’IS è stata in grado di pubblicare liberamente tutti i suoi messaggi, aprendo numerosi siti e piattaforme di comunicazione alternative.

Davanti a questa nuova sfida, un ente governativo come l’FBI ha ammesso una crescente difficoltà nella ricerca dei nuovi contenuti. Questo perché gli hacker e gli ingegneri dell’Islamic State si sono evoluti anche nell’utilizzo della crittografia. Secondo un rapporto dell’FBI nel 2018 è stato quasi impossibile accedere al contenuto multimediale di 7757 dispositivi a causa di queste nuove cripto-chat.

La capacità di questi battaglioni cyber, si è spinta oltre, fornendo materiale disponibile in molte lingue oltre all’arabo, tra cui l’inglese, il francese, il tedesco, il curdo, l’uzbeko, il croato e molte altre. Applicazioni progettate da questi gruppi terroristici per far circolare informazioni crittografate attraverso l’utilizzo di immagini sui vari social network. Sembra di trovarsi in uno dei migliori film di spionaggio, ma la realtà, come spesso accade, supera la finzione.

Le foto, che a prima vista sembrano essere semplici scatti, nascondono un messaggio. Attraverso una chiave crittografata e il cambiamento di alcuni “Pixel” (che incidono sulla qualità dell’immagine) vengono diffuse sui social network delle foto contenenti dei messaggi, che solo “gli addetti ai lavori”, attraverso codici in dotazione riescono a decifrare, decriptare e leggere.

Organizzato come un vero e proprio Esercito della Rete, il Ministero dell’Informazione dell’IS si avvicina molto, come struttura ai servizi di intelligence, suddiviso in “braccia armate cyber”. Ognuno di loro ha un compito preciso: a) monitoraggio e controllo generico del web; b) controllo di singoli soggetti; c) seguire dichiarazioni, prese di posizioni e movimenti filo Da’ash. Il tutto con lo scopo di cooptarli all’interno delle proprie fila per rimpinguare le perdite e sfruttarli sul campo di battaglia al posto dei militanti locali.

Parliamo di Al-Tawheed Battalion, Al-Farouq Battalion, Ashahad Company, Al -Furqan Company e Secret Storms. I primi con i compiti di monitoraggio e controllo generico e specifico sul web, gli ultimi con il compito di reclutare più “vittime” e adepti nelle fila dell’organizzazione. Senza dimenticare Al Bitar Media Foundation, che gestisce il “Codice Completo Islamico”. Un blog affiliato alla piattaforma dell’ISIS, il cui contenuto pubblica tutti i dati, le notizie, le foto e i video del Califfato, dando particolare risalto alla pubblicazione di indirizzi di siti Web, forum, account e social.

I futuri foreign fighters vengono via via indottrinati e guidati nei vari step dell’IS. Ai nuovi affiliati, preparati attraverso incontri specifici, vengono affidati dei tweet comuni già precostituiti, da utilizzare in modo standard per una comunicazione globale allineata. Al termine dei primi step, solo ad alcuni vengono forniti account fittizi e numeri virtuali per poter navigare e fare proselitismo pro-Da’ash. Una volta conquistata la fiducia delle figure di comando, giurano fedeltà al Califfo per poi immolarsi sul campo di battaglia.

Ma la comunicazione non appartiene solo all’IS ed è così, che attraverso ricerche e approfondimenti si può risalire alla piattaforma che si chiama “La rete globale della jihad”.

Un forum in cui sono attivi molti sotto-blog che non appartengono unicamente all’Islamic State, ma che pubblicano continuamente informazioni riguardanti altre fazioni come Al Nusra Front, Ansar al-Sharia e tutte le pubblicazioni che appartengono alle varie organizzazioni mediatiche jihadiste.

Inoltre su questo forum viene insegnato come hackerare gli altri siti, come progettarli, come preparare bombe e cinture esplosive e che atteggiamenti tenere sul campo durante i combattimenti.

Secondo uno studio condotto dal IDMC (Iraq Digital Media Center) i membri dell’ISIS, durante il corso del 2019 hanno iniziato ad utilizzare una nuova app di messaggistica istantanea chiamata RocketChat.

Gli analisti hanno affermato che diversi gruppi collegati all’ISIS hanno annunciato, attraverso i propri canali, di essersi trasferiti su RocketChat. Strumento di messaggistica open source, che viene utilizzato in tutto il mondo per scambi di informazioni e commercio e permette l’apertura di canali e gruppi.

Sempre secondo quanto pubblicato nel rapporto, diverse agenzie di stampa associate all’IS, hanno esortato i sostenitori dell’organizzazione a utilizzare l’applicazione, ragguagliando che l’organizzazione pubblica notizie su questa app prima di pubblicarle su Telegram.

Il team di analisi del IDMC ha spiegato che la continua necessità di cambiare la messaggistica istantanea e in particolare Telegram, è stata dettata dal fatto che i dipartimenti di intelligence hanno lanciato una campagna di pulizia contro queste applicazioni. Basti sapere che nel solo gennaio 2019 sono stati chiusi 9122 canali affiliati allo Stato Islamico.

Il problema creato dalla comunicazione di queste organizzazioni è quello di attirare affiliati e “volontari”. Uomini, ragazzi e donne, appartenenti alle fila dei non integrati, disposti a tutto pur di sentirsi parte di un qualcosa di superiore per cui valga la pena vivere, per affrancarsi da una condizione di disagio sociale ed esistenziale.

L’analisi sull’Egitto è coincisa con l’intervento delle Forze Armate

La mancanza del senso di appartenenza e di uno “Stato” che tutela i diritti civili ed umani di un popolo, porta soggetti potenzialmente deboli a legarsi, in questo caso, a delle “Istituzioni” terroristiche. Organizzazioni che con grande capacità di proselitismo, riescono a dare un legame a questi soggetti deboli ed emarginati. Questo spinge i futuri foreign fighters a condividere le ideologie sbagliate di chi sfrutta il pensiero religioso per coprire crimini contro l’umanità. Le numerose statistiche, hanno fatto emergere un dato allarmante sul grande numero di “volontari” che si sono immolati per la causa dell’IS e che ultimamente stanno abbracciando in modo più deciso anche la causa di Al -Qaeda.

Dall’Europa al resto del mondo, i partenti che abbracciano la causa dello Stato Islamico hanno raggiunto numeri quasi incontrollabili. I cittadini francesi, tedeschi e britannici costituiscono la maggioranza dei combattenti stranieri europei che si sono uniti ai ranghi dello Stato islamico in Siria e Iraq. A seguito dei numerosi rapporti che analizzano l’origine dei combattenti stranieri unitisi all’IS, per quanto riguarda l’Europa, la Francia sembra essere il principale paese di origine dei numerosi foreign fighters partiti per Iraq e Siria. A seguire con il triste primato di cellule partite verso l’Islamic State, troviamo uomini, donne e bambini partiti dalla Germania e dal Regno Unito. Ma anche gli Stati di Belgio, Austria e Svezia, sembrano aver fornito al Califfato, alcuni tra i combattenti più attivi e convinti. Senza dimenticare gli elementi partiti dai Balcani (percentuale maggiore) e dalla penisola Iberica per unirsi alle fila di Da’ash.

Ad essere reclutati, giovanissimi e molti uomini di età variabile tra i 15 e i 52 anni. Le nuove frontiere del Jihad dell’IS mirano anche al reclutamento di numerose donne, che attraverso una trappola chiamata “Jihad del Matrimonio” molto pubblicizzata sul web, partono per unirsi agli uomini del Califfato con l’auspicio di trovare una “terra promessa”. Paradiso, che al loro arrivo si trasforma in un reale inferno. (Report Difesa – Terrorismo, come vengono arruolate le donne nelle file dell’ISIS. Il ruolo dei social media).

Rimane sconcertante il numero dei minori reclutati, figli di jihadisti partiti o nati sul posto dopo il ricongiungimento coniugale. “I mercenari della morte, non solo plagiano le menti di uomini e giovani che alla fine vengono controllati come automi da una sorta di “gerarchia militare interna”, ma costruiscono una nuova generazione di combattenti per plasmarli sulle basi della causa terroristica. Insegnano ai piccoli ciò che vogliono e ritengono propedeutico alla causa, manipolandone i caratteri, indottrinandoli con concetti basati sull’estremismo e sul fondamentalismo, facendoli diventare terroristi già in tenera età. Piccoli che saranno poi chiamati a portare il nome dell’organizzazione, ovunque vadano”. (Report Difesa – Libia: i bambini jihadisti dell’ISIS. I “Califfi del Califfato” ovvero la costruzione di una nuova generazione di combattenti).

A questi dati certi, si possono affiancare quelli tratti dalle singole schegge impazzite, uomini che hanno deciso di operare in Europa per conto dell’IS. I soggetti in questione sono conosciuti come “lupi solitari”, che attraverso il proselitismo online, e non necessariamente collegati in modo diretto allo Stato Islamico, ne abbracciano l’ideologia. Soggetti che agiscono in modo autonomo per unirsi alla Jihad del terrore. Una storia che ha origini più remote rispetto all’attualità del tema e che ha ispirato i fondatori di al-Qaeda e Da’ash, spingendoli ad impossessarsi di questa definizione.

Amin Emile ricercatrice citata dal Lebanese Center for Research and Consulting, durante uno studio sul proselitismo online dell’IS, si è imbattuta in un articolo pubblicato dal ramo “Media Front for the Support of the Islamic State” (molto in uso su JustPast.it) e affiliato alla “Fondazione Media Caliphate”, che parla dello “Stato di Successione”. Cioè delle direttive da seguire al di fuori dei paesi dell’organizzazione. In questo articolo è stato pubblicato l’opuscolo di 62 pagine scritto dall’IS per i suoi seguaci e precedentemente edito da al-Qaeda.

In una delle pagine sfogliate dalla ricercatrice, viene trovato un versetto che cita: “Uccidere per amore di Dio non costa solo a te stesso” (Al-Nisa ’84). Parole che agli occhi dei sostenitori della linea dura, sono le parole di Dio. Questo e molto ancora viene pubblicato anche nel rifacimento mediatico del testo, accessibile solo ai sostenitori che hanno le “parole chiave” per poterne usufruire.

In queste pubblicazioni indirizzate ai “lupi solitari” o agli affiliati al Califfato c’è scritto: “…evitare conversazioni telefoniche prima e dopo il lavoro. Non usare i documenti originali nel luogo di lavoro. Attenzione a lasciare impronte digitali. Copritevi di gentilezza per mascherare il viso…- sempre all’interno – vestiti con abiti occidentali e usa profumi. Crittografa i tuoi telefoni…per infliggere il massimo danno utilizza le cinture esplosive”.

Ma secondo un’analisi effettuata dall’Osservatorio di Takfiri e Fatwa del Cairo (Ente Governativo) e pubblicata nell’aprile 2019, al timore di queste figure di “lupi solitari”, si accosta una nuova ombra, che secondo gli studiosi prenderebbe il nome di “cellule di coccodrillo”. Un nuovo tentativo di organizzare l’IS per colpire l’Europa. I documenti dell’IS, di cui sono entrati in possesso, rivelano un nuovo piano per colpire l’Europa con il ritorno del Califfato.

L’Osservatorio di monitoraggio e analisi di Fatwa e Takfiri ha detto: “L’organizzazione dell’ISIS si è basata su un nuovo approccio per la realizzazione di nuove operazioni terroristiche, che ha chiamato “cellule di coccodrillo. Un approccio molto simile e vicino alle operazioni adottate dai (Lupi solitari). Un progetto rivolto a quelle cellule dormienti che lavorano per il Califfato di nascosto e che possono attaccare in modo discontinuo, obiettivi dettati dai leader dell’Organizzazione”. L’ Osservatorio ha mostrato che questa strategia è stata scoperta in uno dei documenti segreti trovati nel nord-Est della Siria, dopo gli ultimi scontri tra gli elementi dell’organizzazione e le SDF del governo.

Tra le diverse strategie pianificate dall’IS, si trova un aumento degli attacchi terroristici pensati per l’Europa. Il tutto attraverso i lupi solitari, il supporto dei foreign fighters di ritorno dai conflitti, e con l’ausilio di queste nuove “cellule di coccodrillo”. Il modus operandi dovrebbe essere quello di far esplodere veicoli, uccisioni di massa, singoli omicidi, rapimenti (come accade in Siria, Iraq, Libia ecc.) per farsi pagare un riscatto, inviando i proventi all’organizzazione e in fine attraverso la manomissione delle reti internet. La proposta sarà concretizzata attraverso dei mentor, ossia combattenti con molta esperienza. Obiettivo: lanciare attacchi in molte aree dell’Europa.

Nel documento appare il nome di un certo Abu al Taher, che probabilmente potrebbe essere l’ideatore di questa strategia. In poche parole, mentre i “lupi solitari” operano da soli e, a volte, senza connessioni dirette con il Califfato, le “cellule di coccodrillo” saranno direttamente collegate con le figure apicali e avranno delle missioni da assolvere. Nel documento trovato si parla di “Relazioni esterne dello Stato di Successione”, un aggiornamento all’opuscolo di 62 pagine già menzionato.

L’attuale mission sarebbe il finanziamento di queste cellule attraverso l’ufficio virtuale delle “Relazioni esterne per la gestione delle operazioni in Europa”. Tramite questo ente virtuale, saranno sostenute queste nuove cellule che avranno il compito di combattere i nemici dell’IS, con lo scopo di indebolire lo stile di vita occidentale, estorcendo denaro anche attraverso rapimenti, per poi spedirli al Califfato come descritto in precedenza.

Secondo quanto trovato nel documento, il piano dovrebbe partire da gennaio 2020, anche se i recenti attacchi perpetrati contemporaneamente in Europa fanno presagire un anticipo degli intenti dell’IS. L’organizzazione investirà molto in queste nuove cellule e l’obiettivo sarà quello di creare più kamikaze possibili. L’Osservatorio di Takfiri e Fatwa del Cairo sottolinea che nel mirino c’è un nuovo obiettivo, il continente europeo. Il compito è di colpirlo con queste cellule, per poi espandersi in altre aree del globo. In aree in cui, a detta dei documenti trovati, esistono già delle cellule dormienti in Europa e in Russia. I nomi delle organizzazioni operanti dovrebbero essere, a detta dell’Osservatorio, Almbạy per l’Europa e “Lo Stato del Caucaso” per la Russia.

Il continuo mutamento della comunicazione jihadista, alimentato da cellule che restano “in Teatro”, da cellule che muoiono, da foreign fighters che ritornano nelle terre di origine, se associato ai fenomeni di migrazione volontaria e rimpatri forzati, incide in modo diretto o indiretto sullo stile di vita delle persone e sugli equilibri dell’intera comunità internazionale.

Ed è proprio nell’era umana della comunicazione, che la parte del “leone” è costituita dal Cyber Spazio, a cui l’ISIS ha dimostrato di sapersi adattare in modo stupefacente.

L’utilizzo strumentale del web è una realtà che, se impiegata in modo proficuo, sarebbe capace di stravolgere positivamente il mondo, ma che nelle mani di soggetti sbagliati, può avere un effetto destabilizzante su interi continenti, ridisegnandone equilibri internazionali, geopolitica e storia.