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Pantano afghano: Radio 24 – intervista a Claudio Bertolotti

L’intervento di Claudio Bertolotti a RADIO 24 – Nessun luogo è lontano, a cura di Giampaolo Musumeci

 

Ennesimo attacco oggi in Afghanistan. I civili continuano a morire: più di 1300 civili nel primo semestre del 2019 e anche oggi un bus che trasportava donne e bambini è saltato in aria causando una trentina di morti. Claudio Bertolotti, partiamo da li, dalla zona di Bala Baluk dove gli italiani si sono spesi in termini di sforzi e anche vite.
Bala Baluk è un nome che i soldati italiani non possono dimenticare per gli sforzi e i sacrifici, anche in termini di vite umane. La base denominata “Tobruk”, costruita dagli italiani proprio a Bala Baluk venne passata in consegna all’esercito afghano nell’ottobre del 2014, all’interno del processo di “transizione irreversibile”, come l’aveva chiamata l’allora presidente statunitense Obama; un anno dopo quella base cadeva nelle mani dei talebani che, dopo la chiusura della missione ISAF, hanno progressivamente conquistato ampie porzioni di territorio e posto sotto il loro controllo oltre il 40% del territorio. Il distretto di Bala Baluk, oggi al centro dell’offensiva talebana, è nominalmente sotto la responsabilità italiana, e dunque della NATO: ma la nuova missione Resolute Support dell’Alleanza atlantica non schiera più oggi soldati in formazione da combattimento, bensì in funzione di supporto e addestramento alle forze afghane, anche se questo vuol dire un sostanziale passo indietro su un campo di battaglia che né i numeri né le agende politiche dei paesi che contribuiscono alla missione possono controllare. La NATO oggi non combatte, non combatte più al fianco delle forze afghane, le truppe della NATO rimangono in sostanza all’interno delle principali basi, mentre le forze di sicurezza afghane – incapaci di garantire il controllo del territorio – sono rassegnate a ritirarsi anch’esse verso le aree urbane, lasciando quelle periferiche e rurali ai talebani.

Sei fresco di pubblicazione di un libro che fotografa molto bene il paese: Afghanistan contemporaneo. Dentro la guerra più lunga (ed. START InSight). Se dovessi sintetizzare chi comanda oggi?
Come ho voluto mettere in evidenza nel mio libro, che è anche un manuale per il personale civile e militare destinato a prestare servizio in Afghanistan, oggi comandano tutti e nessuno. In Afghanistan regna il caos. In questo momento non c’è un attore che possa essere indicato come il più forte. Non comandano gli Stati Uniti, la cui priorità è dichiarare concluso un conflitto che va avanti da 18 anni, pur senza rinunciare a una residuale presenza all’interno delle basi strategiche.
Non comanda certamente la NATO, il cui ruolo benché fondamentale, rimane comunque subordinato alle agende politiche dettate da Washington. Non lo consentono neanche i numeri, limitati a poche migliaia di soldati.
Il governo di Kabul, guidato dalla diarchia Ashraf Ghani e Abdullah Abdullah, è incapace di governare il paese, anche a causa della competizione tra i due capi. Il governo afghano è in grado di controllare parte delle aree urbane, ma non tutte.
Quel che è certo è che i talebani saranno quelli che trarranno maggior vantaggio da questa guerra, ottenendo il riconoscimento formale di ciò che di fatto hanno conquistato combattendo.
I talebani stanno aspettando, il tempo è dalla loro parte e un giorno comanderanno anche loro, al termine di una guerra che non è stata vinta, né sostanzialmente persa… forse dimenticata.

Complessità: della società, della politica, le frizioni etniche, la domanda è sempre quella: ha senso un debole stato centrale? Il dibattito sul federalismo sembra un po’ sparito dai radar o mi sbaglio?
Tutto si intreccia in Afghanistan dove la normalità è proprio in questa complessità politica, sociale ed etno-culturale. A cui più recentemente si è aggiunta la lotta settaria tra sciiti-sunniti avviata con estrema violenza da quello che siamo abituati a definire il nuovo attore della guerra afghana, ma che nuovo non è ormai più: parliamo dello Stato islamico e del suo tentativo di trasformare, anche grazie all’arrivo di molti reduci dalla guerra in Siria, una ormai storica guerra di liberazione nazionale – quella combattuta dai talebani – in guerra globale, senza confini e fortemente ideologizzata.
In questo contesto si alimenta la contrapposizione centro-periferia dove a una progressiva incapacità del governo centrale si contrappone la frammentazione del potere a livello locale – diviso tra i signori della guerra e della droga e la galassia dei gruppi insurrezionali.
Di federalismo si è parlato a lungo, specialmente durante i primi anni di guerra, ma temo che ormai, al di la di ciò che potrà avvenire a livello locale, il governo di Kabul avrà una sempre minore voce in capitolo in merito alla gestione dello Stato così come lo abbiamo conosciuto sino ad oggi. Ormai non è più il tempo di ambiziose strategie per la ricostruzione dello Stato afghano, è il tempo del disimpegno, nonostante tutto.

Il tutto mentre a Doha ci sono i colloqui di pace tra Usa e talebano. A che punto siamo?
È necessario essere realisti: il dialogo di Doha, iniziato nel 2012, è parte di un processo di dialogo che va avanti dal 2007. Dunque ritengo che i tempi per la conclusione di un negoziato soddisfacente tra le parti non sia un obiettivo a breve termine… come certamente non è prevedibile il ritiro del grosso delle truppe statunitensi e della Nato prima di 18 mesi. Se ne parlerà dopo le elezioni presidenziali, in calendario per il 28 settembre. Ma è da vedere se il calendario elettorale verrà rispettato… sino ad oggi non lo è mai stato.
Certo è che i talebani sono sempre più forti, sia sul campo di battaglia, sia al tavolo negoziale, dove la partecipazione del governo afghano sarà una concessione talebana.
Credo che il prossimo passo sarà sul piano comunicativo, più che militare: ossia presentare i talebani come il baluardo all’espansione dello Stato islamico in Afghanistan. Tanto potrebbe bastare a Washington e alle cancellerie europee per convincere le opinioni pubbliche ad accettare i talebani quali artefici del futuro afghano. Ma sappiamo bene che la realtà sarà ben diversa, a partire dalle concessioni economiche di cui beneficeranno i talebani, dalla sostanziale libertà di gestione del più florido mercato di oppiacei al mondo, sino alle rinunce di parte dei diritti civili ad oggi garantiti dalla costituzione afghana.