Camera dei Deputati – Analisi degli attacchi terroristici in Europa tra “blocco funzionale” e spinta all’emulazione

La relazione alla Camera dei Deputati di Claudio Bertolotti, Direttore esecutivo dell’Osservatorio sul Radicalismo e il Contrasto al Terrorismo – ReaCT e Direttore di START InSight, in occasione del convegno “Il futuro del terrorismo di matrice jihadista”, martedì 29 ottobre (VIDEO).

Il successo del terrorismo: “blocco funzionale” e spinta all’emulazione

Il terrorismo non è il problema. Il terrorismo è la manifestazione violenta di un problema oggettivo che è la diffusione dell’ideologia jihadista; un’ideologia che si muove su un piano comunicativo estremamente efficace e che coinvolge un numero importante di soggetti che possono rappresentare una minaccia seria e concreta alla sicurezza.

L’ideologia jihadista alimenta il fenomeno della radicalizzazione. È dunque sull’ideologia (anche attraverso la contro-narrativa) che devono essere concentrati gli sforzi maggiori, così da contenerne o sconfiggerne le manifestazioni violente.

La nostra generazione è testimone di un fenomeno che si è imposto mediaticamente, ancor più che su quei campi di battaglia che dall’Afghanistan all’Iraq alla Siria sono giunti sino alle porte di casa, in Nord Africa e poi nel cuore stesso dell’Europa con gli attacchi principali di Parigi, Bruxelles, Londra, Berlino, ecc…. e dei tantissimi attacchi secondari a bassa intensità che portano a un totale di 116 azioni violente “in nome del jihad” registrate dal 2014 a oggi.

Parliamo certamente di terroristi che hanno importato la violenza in Europa, ma parliamo di un numero ben superiore di individui che invece, nati e cresciuti in Europa, sono cittadini europei o comunque regolarmente residenti in Europa, e dall’interno hanno colpito. Parliamo di soggetti prevalentemente immigrati regolari o di seconda o terza generazione appartenenti, prevalentemente, alle comunità Marocchina, Algerina, Tunisina – con un’età mediana di 22 anni (44 percento di età inferiore ai 26 anni). Solo una minima parte sono “irregolarmente entrati all’interno dell’Unione Europea: l’11 percento del totale.

In tale scenario, e in particolare nel momento in cui lo Stato islamico nel 2014 fa appello per entrare a far parte del proto-stato teocratico e sunnita che si impone in Siria e Iraq, e dunque a trasferirsi, dall’Europa rispondono in migliaia all’appello. E l’Europa diviene dunque esportatrice di terrorismo, con oltre 5.000 volontari che vanno a combattere in Siria.

Ma quel terrorismo che in Europa si impone, violentemente nelle nostre quotidianità, lo fa con una violenza micidiale e con numeri ben superiori, per quanto limitati, rispetto all’attenzione mediatica sugli stessi. Parliamo di 116 azioni, portate a termine in Europa dal 2014 a oggi da 157 terroristi (dei quali 56 sono deceduti) e che hanno provocato la morte di 388 persone e il ferimento di altre 2353: l’ultimo il 3 ottobre in Francia, a Parigi.

Ma soltanto 11 del totale sono attacchi terroristici ad alta intensità (con un numero di vittime superiore a 20); gli altri sono eventi che classifichiamo come eventi a media intensità con un numero di vittime compreso tra 3 e 20 (il 36 percento del totale,) e a bassa intensità, meno di due vittime (il 56 percento – circa 6 su 10).

Ma al di là del numero dei morti e dei feriti, o degli attentatori che effettivamente hanno portato a compimento le azioni terroristiche, quali i risultati effettivi del terrorismo jihadista in Europa all’epoca dello Stato islamico che fu di Abu Bakr al Baghdadi? Attraverso l’analisi del dataset sul terrorismo di START InSight, ci concentreremo su questo aspetto, tra i tanti interessanti: quello del terrorismo è successo o insuccesso?

il successo degli attacchi terroristici: ottenuto il “blocco funzionale” nel 74 percento dei casi

In primo luogo, gli anni di maggior espansione territoriale e mediatica dello Stato islamico sono stati quelli in cui vi sono i principali attacchi terroristici in Europa: 2016-2017 e 2018. Nel 2017 si concentrano gli attacchi che percentualmente hanno maggior successo (4 su 10 provocano almeno una morte).

Ma nel complesso, guardando all’intero periodo, il 24 percento sono attacchi fallimentari (nessuna vittima, solo feriti o nulla); il 34 percento ottengono “successo tattico” (almeno una vittima deceduta); il 18 percento ottengono successo strategico (blocco traffico aereo, mobilitazione delle Forze armate, coinvolgimento opinione pubblica a livello internazionale).

Ma un aspetto ancora più importante, che in genere non viene riconosciuto, sia sul piano divulgativo-informativo, sia su quello tecnico-accademico è quello che abbiamo voluto chiamare “blocco funzionale”: il più importante dei risultati ottenuti dai terroristi sul moderno campo di battaglia europeo.

All’interno di questa categoria sono inseriti tutti quegli eventi che hanno influito in maniera significativa sul livello operativo delle forze di sicurezza, pensiamo alla mobilitazione militare conseguente all’attacco parigino del Bataclan, ma anche sulla limitazione o lo svolgimento regolare delle normali attività quotidiane degli apparati pubblici, o di mobilità urbana a danno delle comunità colpite. Si tratta di ripercussioni dirette sulle attività delle forze di sicurezza e sulle comunità in grado di agire sulla libertà di accesso a determinate aree, imponendo tempistiche dilatate e, ancora, riducendo in maniera efficace il vantaggio tecnologico e il potenziale operativo.

I risultati sono tangibili e, a livello operativo, gli attacchi hanno ottenuto dal 2004 a oggi, un successo relativo (il blocco funzionale) in media nel 74 percento dei casi (84 percento nel 2017). Un risultato impressionante considerando le limitate risorse messe in campo dai gruppi, o dai singoli terroristi. E sono danni, quelli provocati dagli attacchi terroristici, che si traducono in costi elevati per la collettività.

un terzo degli attacchi terroristici sono “emulativi”

Un altro aspetto interessante è il ruolo di “attivatore” giocato dagli eventi ad alta intensità che, in relazione al numero di vittime provocato, stimola soggetti autonomi ad agire con atti “EMULATIVI”. Guardando all’elenco degli attacchi ad alta e media intensità (quelli che cioè provocano un maggiore numero di vittime) ci rendiamo subito conto di una concentrazione di eventi a bassa intensità entro gli otto giorni successivi ai principali eventi (quelli che ottengono maggiore attenzione mediatica): il 27percento.

Questi eventi, secondari, spesso fallimentari, raramente ottengono l’attenzione dei media che vada oltre il livello locale ma suggeriscono come il coinvolgimento di soggetti “autonomi” avvenga attraverso lo stimolo emotivo alimentato dall’attenzione mediatica e dalla narrativa utilizzata dai gruppi terroristi attraverso i social.

Questo, in estrema sintesi, può essere letto sul terrorismo in Europa, un fenomeno che, a livello di manifestazione si è significativamente ridotto, ma che sul piano potenziale continua ad essere una grandissima sfida su cui è necessario agire con crescente impegno sul piano della prevenzione. Tanto più che con la morte del leader jihadista, Abu Bakr al-Baghdadi, la struttura multipla dello Stato Islamico gli sopravvive.


L’interesse strategico della Turchia in Libia: l’attivismo militare a sostegno degli islamisti

di Claudio Bertolotti

articolo originale pubblicato sull’Osservatorio Strategico Ce.Mi.S.S. 3/2019

L’aeroporto di Misurata, all’interno del quale si trova anche la base della missione bilaterale di assistenza e supporto in Libia (MIASIT), è stato più volte bombardato dai droni a supporto del Libyan National Army guidato dal Generale Khalifa Haftar. Attacchi aerei che si sono concentrati su obiettivi militari riconducibili alla Turchia, attivamente impegnata a supporto del Governo di Accordo Nazionale di Fajez al-Serraj, e che pongono in evidenza gli effetti della war by proxy in corso in Libia

Attivismo turco in Libia: tra interessi finanziari e aiuti militari

Il governo di accordo nazionale (GNA – Government of National Accord) di Tripoli, guidato da Fajez al-Sarraj e riconosciuto dalle Nazioni Unite, è sostenuto direttamente sul piano politico, diplomatico e militare da Regno Unito, Tunisia, Qatar, Turchia, Marocco e Algeria.
Il supporto turco, in particolare, ha contribuito alla sopravvivenza del GNA, minacciato dall’offensiva lanciata il 4 aprile scorso dal rivale Khalifa Haftar alla guida dell’esercito nazionale libico (LNA, Libyan National Army) di Tobruk.
Un aiuto, quello turco, che solamente negli ultimi due mesi ha garantito al governo tripolino rifornimenti militari comprendenti quaranta veicoli protetti MRAP KIRPI e VURAN di produzione turca, sistemi missilistici UCAV BAYRAKTAR TB2 , equipaggiamenti, mine anti-carro, fucili di precisione, mitragliatrici, munizioni e droni militari. A questi aiuti materiali si sommerebbero, come più volte denunciato dal governo di Tobruk, miliziani islamisti provenienti dalla Siria.
Un consistente e fondamentale aiuto militare che è prova del sostegno politico alla compagine governativa di Tripoli a cui la Turchia guarda con grande favore in virtù dei consolidati interessi di natura economico-finanziaria e geopolitica.
Il supporto della Turchia al GNA è una delle molte decisioni di politica estera che hanno collocato Ankara sul fronte opposto all’Egitto e ai suoi alleati degli Stati del Golfo, portando alcuni analisti a descrivere il conflitto libico come una guerra regionale per procura (war by proxy). Una guerra in cui il governo di Tobruk – e il suo esercito guidato da Haftar – gode del sostegno diretto di Russia, Arabia Saudita, Egitto ed Emirati Arabi Uniti. Questi ultimi, attraverso la base militare nigerina al confine con la Libia, continuerebbero a garantire il loro supporto alle forze di Haftar in Fezzan (area di Saba) attraverso azioni ISR (intelligence, sorveglianza e ricognizione) e attacco al suolo  nella zona di Misurata e Tripoli.

La Turchia sostiene l’opzione politica e governativa della Fratellanza musulmana al fine di creare un fronte a guida islamista ma con l’esclusione del parlamento, dei militari, di influenti attori sociali e delle forze liberali e progressiste, a discapito di un vero processo di riconciliazione nazionale.

Una polarizzazione, tra competitor regionali che giocano le loro partite attraverso il confronto tra Tripoli e Tobruk, in cui dal 2014 si inserisce la Turchia del presidente Recep Tayyp Erdogan a sostegno di quegli elementi islamisti che compongono il GNA che, opponendosi ai risultati elettorali, hanno portato alla formazione di un governo rivale a Tobruk. Le ragioni del sostegno turco al GNA sono complesse, ma emergono una serie di fattori utili a comprendere il perché dell’intervento sempre più attivo di Ankara in Libia.
Una delle ragioni più plausibili è la vicinanza ideologica alla componente islamista all’interno del GNA rappresentata dalla Fratellanza Musulmana. Da un lato è evidente il ruolo giocato dai Fratelli Musulmani nel contribuire a definire le relazioni della Turchia con la Siria, il Sudan, i territori palestinesi e l’Egitto; dall’altro lato, l’Egitto (a cui Erdogan non ha mai nascosto la sua opposizione al presidente egiziano Abdel Fattah al-Sisi, da quando il generale ha rovesciato il suo predecessore, e caro amico del presidente turco, Mohammed Morsi) e gli Stati del Golfo considerano il gruppo islamista un’organizzazione terroristica, e per questa ragione condannano il ruolo di Ankara in loro sostegno.
L’opzione turca si baserebbe dunque sul coinvolgimento politico e governativo della Fratellanza musulmana al fine di creare un fronte a guida islamista ma con l’esclusione del parlamento, dei militari, di influenti attori sociali e delle forze liberali e progressiste, a discapito di un vero processo di riconciliazione nazionale . Un sostegno, quello turco agli islamisti libici, che avrebbe portato a un rapporto simbiotico e di reciproca dipendenza tra i due soggetti: gli islamisti hanno bisogno del sostegno di Ankara per sopravvivere all’offensiva dell’LNA, mentre la Turchia ha bisogno degli islamisti poiché sono gli unici in grado di consentire un’influenza turca sul piano politico, e dunque su quello economico e finanziario. E in tale quadro rientrano i rapporti di collaborazione con il Qatar – sostenitore di Ankara, tanto da finanziare il governo turco afflitto dalla recente recessione economica – che è il maggiore finanziatore del GNA. Dunque, un’alleanza che ha portato a definire i ruoli coordinati dei due partner in Libia: Ankara, sul piano militare, Doha, su quello finanziario .
Sul piano degli equilibri a livello regionale, inoltre, la presa di posizione turca a sostegno degli islamisti libici rientrerebbe in una scelta politica volta a indebolire internamente lo stesso al-Sisi (che insieme ai suoi alleati del Golfo sostiene Haftar e l’LNA) attraverso un contrasto militare che avrebbe ripercussioni anche in Egitto.
Un’ulteriore ragione plausibile del sostegno turco al GNA, è l’aspetto economico: la Libia possiede tra le più ricche riserve di idrocarburi in Africa, pari a 48 miliardi di barili; mentre le riserve tecnicamente recuperabili dal petrolio di scisto (attraverso la tecnica del fracking) sono stimate in 26 miliardi di barili. Inoltre, la Libia ha un enorme potenziale di esportazione: che garantisce circa il 90% delle entrate complessive del paese .
La Turchia, guardando con favore a una divisione del paese tra spinte competitive tra le tribù e la debolezza delle istituzioni democratiche, avrebbe gioco facile nell’imporre la propria egemonia; così facendo otterrebbe un accesso privilegiato alle risorse energetiche libiche e, al contempo, avrebbe un alleato in grado di “alleggerire” l’isolamento sul piano delle estrazioni di idrocarburi nel Mediterraneo orientale, conseguente all’opposizione della Turchia ai piani di perforazione autorizzati dall’amministrazione cipriota. Una scoperta di riserve potenzialmente enormi di idrocarburi, quelle nel mare di Cipro, che ha portato a una collaborazione da parte dei paesi regionali per accedervi – Egitto, Cipro, Grecia, Israele –, a svantaggio di Ankara .

L’attivismo della Turchia a Misurata e il bombardamento dell’aeroporto che ospita il contingente italiano

Misurata rappresenta un obiettivo primario nella strategia di Ankara per la Libia. Qui risiede un’importante minoranza etnica di origine turca – la tribù dei Karaghla – che, stando a quanto afferma Ali Muhammad al-Sallabi, leader della Fratellanza musulmana di Misurata, avrebbe stretto alleanza con il gruppo islamista locale . I Karaghla, le cui origini risalirebbero all’inizio dell’occupazione ottomana, sono oggi presenti nelle aree di Misurata, Tripoli, Zawiya e Zliten; il clan più numeroso è quello di Ramla, prevalente a Misurata. Nel complesso si tratta di un gruppo tribale economicamente forte e influente in ambito politico e finanziario .
L’importanza dei Karaghla e la loro vicinanza ai Fratelli musulmani ne hanno fatto un elemento di interesse da parte della Turchia, contribuendo alla crescente influenza di Ankara sulla città attraverso il sostegno finanziario, politico e militare ai gruppi di potere locali legati alla lotta armata e ai commerci, legali e illegali, che attraversano l’area.
Riporta G. Criscuolo nella sua analisi sulla Libia : “Saad Amgheib, membro del Parlamento libico: La Turchia sta giocando con l’appoggio dei Fratelli Musulmani per mettere le mani sulla Libia. In più sta lavorando di fino con coloro che appartengono alla tribù di origine turca e che hanno grande potere soprattutto nella città di Misurata (…)”. Secondo l’analista politico libico Abdul Basit Balhamil – riporta G. Criscuolo –, “Dal 2014 Misurata è stata trasformata in una base turca in cui vengono trasferite armi (…)” . Accuse analoghe provengono da parte di Haftar: “dall’aeroporto di Misurata passano le armi e i velivoli turchi che aiutano il governo di Tripoli”.
Ragioni, queste, per la quali i droni degli Emirati Arabi Uniti a supporto dell’esercito di Haftar avrebbero colpito, con “attacchi molto precisi” , obiettivi all’interno dell’aeroporto di Misurata, sede dell’Accademia aerea libica e dove è schierato ed opera il contingente italiano. Attacchi che, ha affermato Haftar, sono “rappresaglia per l’attacco aereo di Jufra condotto da droni turchi”  e che si sono concentrati su obiettivi riconducibili agli interessi di Ankara: una prima volta nella notte tra venerdì 26 e sabato 27 luglio, seguito da un secondo attacco martedì 6 agosto e un terzo mercoledì 7 agosto. L’ultimo bombardamento, avvenuto nella notte tra il 17 e il 18 agosto, ha provocato almeno undici esplosioni a meno di cinquecento metri di distanza dal contingente italiano. Gli obiettivi colpiti, sulla base delle dichiarazioni delle forze di Haftar, sarebbero dieci, comprendenti “una sala operatoria, equipaggiamenti di difesa aerea, depositi di munizioni” .

La presenza militare italiana a Misurata

A Misurata l’Italia è impegnata con un proprio contingente militare, nell’ambito della missione bilaterale di assistenza e supporto in Libia (MIASIT), il cui compito consiste nel fornire assistenza e supporto al GNA libico ed è frutto della riconfigurazione, in un unico dispositivo, delle attività di supporto sanitario e umanitario previste dalla precedente Operazione Ippocrate (conclusa, come missione autonoma, il 31 dicembre 2017) e di alcuni compiti di supporto tecnico-manutentivo a favore della Guardia costiera libica rientranti nell’operazione Mare Sicuro. La nuova missione, che ha avuto inizio a gennaio 2018, ha l’obiettivo di rendere l’azione di assistenza e supporto in Libia maggiormente incisiva ed efficace, sostenendo le autorità libiche nell’azione di pacificazione e stabilizzazione del Paese e nel rafforzamento delle attività di controllo e contrasto dell’immigrazione illegale, dei traffici illegali e delle minacce alla sicurezza, in armonia con le linee di intervento decise dalle Nazioni Unite.
Il contingente italiano, composto da 400 militari, 130 mezzi terrestri e mezzi navali e aerei (questi ultimi tratti nell’ambito delle unità del dispositivo aeronavale nazionale Mare Sicuro), comprende personale sanitario, unità per assistenza e supporto sanitario, unità con compiti di formazione, addestramento consulenza, assistenza, supporto e mentoring (compresi i Mobile Training Team), unità per il supporto logistico generale, unità per lavori infrastrutturali, unità di tecnici/specialisti, squadra rilevazioni contro minacce chimiche-biologiche-radiologiche-nucleari (CBRN), team per ricognizione e per comando e controllo, personale di collegamento presso dicasteri/stati maggiori libici, unità con compiti di force protection del personale nelle aree in cui esso opera. Inoltre, nell’ambito della missione sono confluite le attività di supporto sanitario e umanitario già parte dell’Operazione Ippocrate e alcuni compiti previsti dalla missione in supporto alla Guardia costiera libica, tra i quali quelli di ripristino dei mezzi aerei e degli aeroporti libici, fino ad ora inseriti tra quelli svolti dal dispositivo aeronavale nazionale Mare Sicuro .
Il contributo militare italiano, nel dettaglio, ha il compito di fornire assistenza e supporto sanitario; condurre attività di sostegno a carattere umanitario e a fini di prevenzione sanitaria attraverso corsi di aggiornamento a favore di team libici impegnati nello sminamento; fornire attività di formazione, addestramento, consulenza, assistenza, supporto e mentoring a favore delle forze di sicurezza e delle istituzioni governative libiche, in Italia e in Libia, al fine di incrementarne le capacità complessive; assicurare assistenza e supporto addestrativi e di mentoring alle forze di sicurezza libiche per le attività di controllo e contrasto dell’immigrazione illegale, dei traffici illegali e delle minacce alla sicurezza della Libia; svolgere attività per il ripristino dell’efficienza dei principali assetti terrestri, navali e aerei, comprese le relative infrastrutture, funzionali allo sviluppo della capacità libica di controllo del territorio e al supporto per il contrasto dell’immigrazione illegale; supportare le iniziative, nell’ambito dei compiti previsti dalla missione, poste in essere da altri Dicasteri; incentivare e collaborare per lo sviluppo di capacity building della Libia; effettuare ricognizioni in territorio libico per la determinazione delle attività di supporto da svolgere; garantire un’adeguata cornice di sicurezza/force protection al personale impiegato nello svolgimento delle attività/iniziative in Libia .


I principali eventi nell’area del Maghreb e del Mashreq – luglio

di Claudio Bertolotti

articolo originale pubblicato sull’Osservatorio Strategico – Ce.Mi.S.S. Scarica l’analisi completa dal Report

Algeria

Continuano le proteste nelle piazze algerine, nonostante il risultato ottenuto ad aprile con le dimissioni del presidente Abdelaziz Bouteflika. In questo incerto periodo di transizione, importanti aspetti interessano due gruppi chiave per il futuro politico dell’Algeria: i giovani manifestanti e il personale militare. Secondo un nuovo rapporto del Brookings Institute – intitolato “Algeria’s uprising: A survey of protesters and the military” – cresce il sostegno militare verso i manifestanti, e aumenta il divario tra i ranghi superiori e inferiori dell’esercito algerino a sostegno del movimento di protesta. Mentre l’80% dei ranghi inferiori sosterrebbe le istanze dei manifestanti, la percentuale dei sostenitori tra gli ufficiali superiori, al contrario, sarebbe non superiore al 60% afferma.

Israele ed Egitto

A novembre Israele inizierà a esportare gas naturale in Egitto, con volumi stimati in sette miliardi di metri cubi all’anno. Le forniture segneranno l’avvio di un accordo di esportazione di 15 miliardi di dollari tra Israele – Delek Drilling e il partner statunitense Noble Energy – e l’Egitto: un accordo di collaborazione che i funzionari israeliani hanno definito come il più importante dagli accordi di pace del 1979. L’accordo garantirà l’immissione nella rete egiziana del gas naturale israeliani proveniente dai campi offshore Tamar e Leviathan.

Libano

Possibile disputa tra il presidente Michel Aoun e il primo ministro Saad Hariri a causa della sparatoria mortale che ha coinvolto due membri del Partito democratico libanese nell’area drusa di Aley. Le ripercussioni politiche dell’evento hanno paralizzato il governo in un momento critico e rischiano di complicare gli sforzi volti ad attuare le riforme necessarie per risolvere il problema del debito pubblico aggravato dalla crisi finanziaria.

Libia

La compagnia petrolifera nazionale libica ha sospeso le operazioni nel più grande giacimento petrolifero del paese a causa della chiusura “illegale” di una valvola del gasdotto che collega il giacimento petrolifero di Sharara al porto di Zawiya, sulla costa del Mediterraneo. La National Oil Corporation ha annunciato la decisione senza attribuire formalmente la responsabilità dell’atto definito “illegale”. Il giacimento petrolifero di Sharara, che produce circa 290.000 barili al giorno per un valore di 19 milioni di dollari, è controllato da forze fedeli a Khalifa Haftar, capo del cosiddetto esercito nazionale libico (LNA) artefice dell’offensiva lanciata ad aprile contro la capitale libica.

Morocco

Nel suo discorso per la “Giornata del trono” di quest’anno, il 30 luglio il re marocchino Mohammed VI ha annunciato nuovi programmi di sviluppo nazionale e un rimpasto del governo interessante i dicasteri per la politica interna. In termini di politica estera, Mohammed VI ha nuovamente invitato l’Algeria al dialogo e auspicato “l’unità tra le popolazioni nordafricane”. Per quanto riguarda il Sahara occidentale –m ha ribadito –la posizione del Marocco rimane “saldamente ancorata all’integrità territoriale”. Infine, per celebrare i suoi 20 anni di regno, Mohammed VI ha graziato 4.764 detenuti, inclusi alcuni detenuti per terrorismo.

Siria

Il presidente turco Recep Tayyip Erdogan ha affermato che il suo paese è determinato ad eliminare quello che ha definito il “corridoio del terrore” nel nord della Siria; una decisione, ha ribadito Erdogan, indipendente dal fatto che la Turchia e gli Stati Uniti siano o meno d’accordo sulla creazione di una zona sicura. Ankara vuole una zona lungo il confine con la Siria che sia libera dalla presenza di combattenti curdi. La Turchia ha avvertito dell’intenzione di avviare una nuova offensiva in Siria se non venisse raggiunto un accordo; in tale quadro sono stati recentemente inviati rinforzi militari nella zona di frontiera

Tunisia

Il 25 luglio è morto, all’età di 92 anni, il presidente tunisino Béji Caïd Essebsi. Il presidente del parlamento, Mohamed Ennaceur (85 anni), ha assunto la carica di capo di stato sino alla conclusione del processo elettorale, in calendario per il prossimo 15 settembre. Crisi istituzionale ed economica e minaccia jihadista: la morte di Essebsi si verifica in un periodo di potenziale destabilizzazione per il Paese nordafricano.


Perché in Europa la minaccia del terrorismo jihadista è ancora alta?

articolo originale di C. Bertolotti per Europa Atlantica, su Formiche.net

I Paesi europei affrontano una minaccia terroristica estremamente concreta a causa dell’alto numero di foreign terrorist fighter, della presenza di reti jihadiste sviluppate e della vicinanza geografica alle zone di guerra

A giugno, due attentatori suicidi si sono fatti esplodere nel centro di Tunisi: l’azione è stata seguita dalla rivendicazione dello Stato islamico. A luglio è stato diffuso, attraverso il web, un video edito dal franchise tunisino dello Stato islamico in cui compaiono alcuni uomini armati che, dichiarandosi seguaci del “califfo” Abu Bakr al-Baghdadi, hanno incitato all’azione attraverso la condotta di attacchi violenti.

Alla fine di giugno, in ottemperanza alla misura cautelare in carcere emessa dal Gip di Brescia per il reato di partecipazione ad associazione con finalità di terrorismo, la Polizia di Stato di Brescia, coordinata dalla Direzione Centrale della Polizia di Prevenzione e con il supporto dell’Fbi statunitense, ha arrestato il foreign terrorist fighter Samir Bougana. L’arrestato è un 25enne italo marocchino che nel 2013, partendo dalla Germania per la Siria, è accusato di essersi unito prima alle milizie associate ad al-Qa’ida e poi allo Stato Islamico. Bougana era stato catturato dalle milizie curde in Siria il 27 agosto 2018.

Casi, tra i tanti, che mantengono i riflettori accesi sulla minaccia del terrorismo jihadista associato allo Stato islamico, a conferma della strategia post-territoriale di ciò che fu l’Isis. Ora le cellule nascoste, i singoli “combattenti”, l’effetto emulativo, l’aumento della propaganda e il reclutamento in tutto il mondo, sono le principali armi su cui il gruppo terrorista sta concentrando gli sforzi, così come evidenziato nell’ultimo video in cui al-Baghdadi ha chiesto ai “lupi solitari” di colpire con “coltelli e veicoli” lanciati contro civili inermi, trasferendo così il campo di battaglia dal Medio Oriente all’Occidente.

Degli oltre 5mila foreign terrorist fighter “europei” partiti per combattere in Medio Oriente (di cui il 14% donne), mille sarebbero caduti in Siria e Iraq. Un numero significativo è però sopravvissuto; un terzo (1500) sarebbero tornati nei propri Paesi, altri 2500 avrebbero trovato rifugio in Paesi terzi unendosi ai gruppi jihadisti locali (dall’Afghanistan alla Libia, dall’Africa all’Asia centrale). Circa 800 al momento sono detenuti nelle carceri curde in Iraq: molte le donne e i bambini. Una condizione di “prigionia” che ha sollevato ampi e legittimi dibattiti in Europa e negli Stati Uniti sull’opportunità di limitare loro la possibilità di rientro nei Paesi di origine, a cui ha fatto seguito la decisione di molti Paesi europei di togliere loro la nazionalità così da non permetterne il ritorno.

Un problema di sicurezza collettiva che, seppur limitato nei numeri e interessante principalmente quattro paesi (Francia, Regno Unito, Germania e Belgio da cui sono partiti almeno 3mila e 700 dei 5000 combattenti), si muove su due binari paralleli e in competizione tra di loro che hanno portato al bipolarismo dello jihadismo globale, diviso tra due principali attori in competizione per il potere e l’influenza: da un lato al-Qa’ida, dall’altro l’evoluzione dello Stato islamico.

Le reti jihadiste ispirate ad al-Qa’ida hanno costituito la base dell’emigrazione jihadista dall’Europa alla Siria e all’Iraq sino a tutto il 2015: le reti europee collegate al movimento Sharia4 hanno rappresentato il punto di riferimento per i gruppi radicali europei impegnati nell’inviare combattenti e supporto finanziario in Siria e Iraq. L’ascesa al potere dello Stato islamico a partire dalla fine del 2014, è poi riuscita a far (temporaneamente) eclissare al-Qa’ida dal panorama jihadista, almeno quello comunicativo.

Ma se lo Stato islamico ha perso, insieme alla sua natura territoriale, anche parte della spinta mediatica e comunicativa, la maggior parte dei social network e dei leader di al-Qaida in Europa è riuscita a sopravvivere all’Isis, dando inizio a una nuova battaglia, quella per “i cuori e le menti”, che è appena all’inizio.

A guardare l’attuale situazione in Europa, Medio Oriente e in Nord Africa, ci possiamo rendere conto di come i principali modelli organizzativi dell’attività del terrorismo islamista – in termini di struttura, reclutamento e formazione – non siano cambiati in modo significativo, ma si siano evoluti in maniera estremamente efficace.

La fine territoriale dello Stato islamico ha portato il movimento a reinterpretare la propria natura originale, basata su un approccio insurrezionale clandestino (principalmente nelle aree sunnite in Iraq) a cui si sono affiancati due linee d’azione: da un lato la delocalizzazione e i franchise in Afghanistan, Libia e in Africa i cui attori principali sono i gruppi locali a cui si sono uniti i reduci fuggiti dal fronte siriano; dall’altro lato l’espansione all’interno dell’arena globale, inclusa l’Europa, in cui le azioni sono lasciate all’iniziativa individuale e delle cellule.

JIHADISTI IN EUROPA

Relativamente a età e genere, il 70% dei terroristi europei sono nati negli anni Ottanta e Novanta, dunque relativamente giovani, sebbene un 20% sia costituito da soggetti nati prima del 1980: un elemento interessante poiché pone in evidenza la presenza di una quota importante di uomini di “mezza età” al fianco della massa più giovane.

Le donne hanno svolto e svolgono un ruolo molto più attivo di quanto non sia stato posto in evidenza, e rappresentano una minaccia crescente; delle circa 650 partite dall’Europa per il fronte siriano e iracheno, 21 hanno fatto rientro in Belgio e 28 in Francia.

I bambini al di sotto dei dieci anni rappresentano un problema estremamente serio e una potenziale minaccia alla sicurezza europea per il futuro. Delle centinaia di bambini che avrebbero lasciato l’Europa, 16 sono rientrati in Belgio e 68 in Francia; gli altri sono detenuti in Iraq e Siria, altri trasferiti in paesi terzi con almeno uno dei genitori, ma della maggior parte non si sa nulla.

Se da un lato i convertiti radicalizzati pongono seri problemi in termini securitari, ma anche culturali e sociali, va posta una particolare attenzione alle carceri che continuano a svolgere un ruolo fondamentale sia nell’attivazione che nel rafforzamento del processo di radicalizzazione.

L’origine etnica e geografica dei terroristi jihadisti si impone come importante elemento e strumento di analisi e nel monitoraggio delle reti e delle cellule jihadiste. I gruppi principalmente afflitti dall’adesione al modello jihadista sono quelli marocchini (in Belgio, Spagna e Italia), algerini (in Francia), turchi (in Germania e Paesi Bassi).

Infine, una considerazione sulla questione che si concentra sul possibile collegamento tra immigrati e terrorismo: dal gennaio 2014, 44 rifugiati o richiedenti asilo sono stati coinvolti in 32 complotti jihadisti in Europa. Sebbene la maggior parte di questi soggetti si sia radicalizzata prima dell’ingresso in uno dei Paesi europei, tuttavia i processi di radicalizzazione avviati dopo l’arrivo in Europa sono divenuti più comuni a partire dall’autunno del 2016. Nel complesso, il periodo di latenza tra l’arrivo in Europa e la partecipazione a un’azione terrorista in genere associata allo Stato islamico (di successo o sventata) è di 26 mesi.

In conclusione, più della metà dei jihadisti sono nati in un Paese dell’Unione Europea, l’11% sono immigrati naturalizzati o di prima generazione, mentre solo il 17% sono terroristi “stranieri”, cioè cittadini non comunitari che non avevano precedentemente vissuto in Europa.

LA SITUAZIONE IN EUROPA

Sebbene gli attacchi diretti ed effettivamente collegati allo Stato islamico abbiano meno probabilità di verificarsi nei Paesi europei dove la sicurezza è stata significativamente rafforzata, gli attacchi emulativi ispirati allo Stato islamico rappresentano una minaccia potenzialmente in crescita. Usando la sofisticata ed efficace propaganda, gli jihadisti si rivolgono direttamente ai potenziali “combattenti” del jihad incitandoli ad agire nel paese di residenza. È un quadro in cui il terrorismo nostrano definisce una tendenza alla  violenza particolarmente preoccupante e in cui la minaccia futura dipende da come l’uditorio, a cui il sedicente “califfo” al-Baghdadi si rivolge, seguirà i suoi appelli ad aderire alla “guerra di logoramento” contro le nazioni “crociate”, al centro delle nuove minacce di terrorismo che provengono dallo Stato islamico. A tale fattore si inserisce la volontà di al-Qa’ida di riconquistare quel terreno perso negli anni dello Stato islamico territoriale; una volontà che potrà manifestarsi attraverso la condotta di azioni spettacolari ed eclatanti, dal forte impatto mediatico e comunicativo.

Nel complesso i Paesi europei affrontano una minaccia terroristica estremamente concreta a causa dell’alto numero di foreign terrorist fighter, della presenza di reti jihadiste sviluppate e della vicinanza geografica alle zone di guerra.


Pantano afghano: Radio 24 – intervista a Claudio Bertolotti

L’intervento di Claudio Bertolotti a RADIO 24 – Nessun luogo è lontano, a cura di Giampaolo Musumeci

 

Ennesimo attacco oggi in Afghanistan. I civili continuano a morire: più di 1300 civili nel primo semestre del 2019 e anche oggi un bus che trasportava donne e bambini è saltato in aria causando una trentina di morti. Claudio Bertolotti, partiamo da li, dalla zona di Bala Baluk dove gli italiani si sono spesi in termini di sforzi e anche vite.
Bala Baluk è un nome che i soldati italiani non possono dimenticare per gli sforzi e i sacrifici, anche in termini di vite umane. La base denominata “Tobruk”, costruita dagli italiani proprio a Bala Baluk venne passata in consegna all’esercito afghano nell’ottobre del 2014, all’interno del processo di “transizione irreversibile”, come l’aveva chiamata l’allora presidente statunitense Obama; un anno dopo quella base cadeva nelle mani dei talebani che, dopo la chiusura della missione ISAF, hanno progressivamente conquistato ampie porzioni di territorio e posto sotto il loro controllo oltre il 40% del territorio. Il distretto di Bala Baluk, oggi al centro dell’offensiva talebana, è nominalmente sotto la responsabilità italiana, e dunque della NATO: ma la nuova missione Resolute Support dell’Alleanza atlantica non schiera più oggi soldati in formazione da combattimento, bensì in funzione di supporto e addestramento alle forze afghane, anche se questo vuol dire un sostanziale passo indietro su un campo di battaglia che né i numeri né le agende politiche dei paesi che contribuiscono alla missione possono controllare. La NATO oggi non combatte, non combatte più al fianco delle forze afghane, le truppe della NATO rimangono in sostanza all’interno delle principali basi, mentre le forze di sicurezza afghane – incapaci di garantire il controllo del territorio – sono rassegnate a ritirarsi anch’esse verso le aree urbane, lasciando quelle periferiche e rurali ai talebani.

Sei fresco di pubblicazione di un libro che fotografa molto bene il paese: Afghanistan contemporaneo. Dentro la guerra più lunga (ed. START InSight). Se dovessi sintetizzare chi comanda oggi?
Come ho voluto mettere in evidenza nel mio libro, che è anche un manuale per il personale civile e militare destinato a prestare servizio in Afghanistan, oggi comandano tutti e nessuno. In Afghanistan regna il caos. In questo momento non c’è un attore che possa essere indicato come il più forte. Non comandano gli Stati Uniti, la cui priorità è dichiarare concluso un conflitto che va avanti da 18 anni, pur senza rinunciare a una residuale presenza all’interno delle basi strategiche.
Non comanda certamente la NATO, il cui ruolo benché fondamentale, rimane comunque subordinato alle agende politiche dettate da Washington. Non lo consentono neanche i numeri, limitati a poche migliaia di soldati.
Il governo di Kabul, guidato dalla diarchia Ashraf Ghani e Abdullah Abdullah, è incapace di governare il paese, anche a causa della competizione tra i due capi. Il governo afghano è in grado di controllare parte delle aree urbane, ma non tutte.
Quel che è certo è che i talebani saranno quelli che trarranno maggior vantaggio da questa guerra, ottenendo il riconoscimento formale di ciò che di fatto hanno conquistato combattendo.
I talebani stanno aspettando, il tempo è dalla loro parte e un giorno comanderanno anche loro, al termine di una guerra che non è stata vinta, né sostanzialmente persa… forse dimenticata.

Complessità: della società, della politica, le frizioni etniche, la domanda è sempre quella: ha senso un debole stato centrale? Il dibattito sul federalismo sembra un po’ sparito dai radar o mi sbaglio?
Tutto si intreccia in Afghanistan dove la normalità è proprio in questa complessità politica, sociale ed etno-culturale. A cui più recentemente si è aggiunta la lotta settaria tra sciiti-sunniti avviata con estrema violenza da quello che siamo abituati a definire il nuovo attore della guerra afghana, ma che nuovo non è ormai più: parliamo dello Stato islamico e del suo tentativo di trasformare, anche grazie all’arrivo di molti reduci dalla guerra in Siria, una ormai storica guerra di liberazione nazionale – quella combattuta dai talebani – in guerra globale, senza confini e fortemente ideologizzata.
In questo contesto si alimenta la contrapposizione centro-periferia dove a una progressiva incapacità del governo centrale si contrappone la frammentazione del potere a livello locale – diviso tra i signori della guerra e della droga e la galassia dei gruppi insurrezionali.
Di federalismo si è parlato a lungo, specialmente durante i primi anni di guerra, ma temo che ormai, al di la di ciò che potrà avvenire a livello locale, il governo di Kabul avrà una sempre minore voce in capitolo in merito alla gestione dello Stato così come lo abbiamo conosciuto sino ad oggi. Ormai non è più il tempo di ambiziose strategie per la ricostruzione dello Stato afghano, è il tempo del disimpegno, nonostante tutto.

Il tutto mentre a Doha ci sono i colloqui di pace tra Usa e talebano. A che punto siamo?
È necessario essere realisti: il dialogo di Doha, iniziato nel 2012, è parte di un processo di dialogo che va avanti dal 2007. Dunque ritengo che i tempi per la conclusione di un negoziato soddisfacente tra le parti non sia un obiettivo a breve termine… come certamente non è prevedibile il ritiro del grosso delle truppe statunitensi e della Nato prima di 18 mesi. Se ne parlerà dopo le elezioni presidenziali, in calendario per il 28 settembre. Ma è da vedere se il calendario elettorale verrà rispettato… sino ad oggi non lo è mai stato.
Certo è che i talebani sono sempre più forti, sia sul campo di battaglia, sia al tavolo negoziale, dove la partecipazione del governo afghano sarà una concessione talebana.
Credo che il prossimo passo sarà sul piano comunicativo, più che militare: ossia presentare i talebani come il baluardo all’espansione dello Stato islamico in Afghanistan. Tanto potrebbe bastare a Washington e alle cancellerie europee per convincere le opinioni pubbliche ad accettare i talebani quali artefici del futuro afghano. Ma sappiamo bene che la realtà sarà ben diversa, a partire dalle concessioni economiche di cui beneficeranno i talebani, dalla sostanziale libertà di gestione del più florido mercato di oppiacei al mondo, sino alle rinunce di parte dei diritti civili ad oggi garantiti dalla costituzione afghana.


Libia: l’assedio di Tripoli e lo stallo strategico (Ce.Mi.S.S.)

di Claudio Bertolotti

Il 4 aprile le forze dell’Esercito nazionale libico (LNA) sono entrate nella città di Garian, da dove hanno lanciato un assalto che avrebbe dovuto consegnare la città nelle mani del generale Khalifa Haftar. L’obiettivo non è stato raggiunto e, a tre mesi da quella mancata conquista, lo scenario è quello di uno stallo strategico che si sta dimostrando ancora più sfavorevole per le forze di Haftar, e per i suoi supporter esterni, che hanno perso terreno e sono state costrette ad assumere una posizione difensiva.

articolo originale pubblicato sull’Osservatorio Strategico Ce.Mi.S.S. 1/2019 (scarica il file)

L’assedio di Tripoli e l’attivismo dello “Stato islamico” libico

Il 4 aprile le forze dell’Esercito nazionale libico (LNA – Libyan National Army) sono entrate nella città di Garian, 100 chilometri a sud di Tripoli, da dove hanno lanciato un assalto che avrebbe dovuto consegnare la città nelle mani del generale Khalifa Haftar Haftar che ha giustificato l’offensiva affermando di voler combattere le “milizie private e i gruppi estremisti” che, secondo lui, stavano guadagnando influenza sotto al-Sarraj. Nel complesso l’offensiva ha ottenuto il risultato di costringere oltre 75.000 persone ad abbandonare le proprie abitazioni e ha provocato la morte di almeno 510 persone, stando ai dati dell’Organizzazione Mondiale della Sanità. Circa 2.400 persone sono state ferite, mentre 100.000 persone – tra cui centinaia di migranti – sono rimaste intrappolate negli scontri. All’inizio di giugno, le forze libiche dell’LNA avevano attaccato la parte militare dell’aeroporto di Tripoli colpendo due obiettivi turchi: un aereo cargo AN-124 e un drone; il 30 giugno il traffico aereo nell’unico scalo di Tripoli in funzione, quello “Mitiga”, è stato sospeso a causa di un altro bombardamento da parte dell’aviazione del generale Haftar.
Una conquista, quella auspicata dal capo dell’esercito di Tobruk, che avrebbe dovuto concludersi in tempi brevi e senza spargimento di sangue. Così non è stato, anche in conseguenza della mobilitazione delle milizie di Misurata – la città militarmente più potente della Libia – a supporto del governo di accordo nazionale (GNA – Government of National Accord) di Tripoli. A tre mesi da quella mancata conquista, lo scenario è quello di uno stallo strategico in cui l’assedio di lungo periodo non ha offerto possibilità di sviluppi favorevoli agli assedianti e ha limitato la capacità di azione degli assediati impegnati a gestire una capitale con oltre un milione di abitanti e i difficili equilibri tra le milizie tribali.
Alla fine di giugno la situazione si è dimostrata ancora più sfavorevole per le forze guidate da Haftar, che hanno perso terreno e sono state costrette ad assumere una posizione difensiva a causa della manovra di accerchiamento da parte delle forze alleate di al-Sarraj che hanno chiuso in una “sacca” alcune unità avversarie a sud-ovest di Tripoli. Un arresto operativo che segue la perdita della città di Gharyan, punto di partenza dell’offensiva di Haftar del 4 aprile, riconquistata alcuni giorni prima da parte delle forze tripoline attraverso una manovra terrestre sostenuta dall’aviazione del GNA. Due episodi di rilevanza strategica poiché se da un lato il GNA priva l’LNA del suo principale hub logistico (Gharyan), dall’altro impone agli occhi dei supporter esterni l’incapacità di Haftar dimostrata nella perdita del contatto con le proprie truppe che, in un’inversione di ruoli, da assedianti di Tripoli sono divenute assediate.
Un quadro complessivo che però palesa come anche le forze di al-Sarraj siano di fronte a grandi difficoltà, in primo luogo per quanto riguarda la capacità di operare in profondità: carenze logistiche, limiti oggettivi di comando, controllo e comunicazione non hanno consentito né, verosimilmente consentiranno in tempi brevi a Tripoli , di poter andare oltre le posizioni riconquistate. Nel complesso lo scenario che potrebbe palesarsi nel breve-medio periodo potrebbe essere un ritorno allo status quo ante.
Nel frattempo, in una situazione sempre più caotica, è tornato a far parlare di se il franchise libico dello Stato islamico che ha rivendicato l’attacco armato in cui sono state uccise tre persone – tra le quali il presidente del Consiglio locale del villaggio e il capo della guardia municipale – nella cittadina di Fuqaha, distretto di Giofra; tra i risultati dell’azione anche l’interruzione delle linee di comunicazione e dell’elettricità, e la distruzione di alcuni edifici. Un episodio, certamente marginale nel complesso delle violenze in Libia che conferma come il fenomeno Stato islamico rimanga un elemento dinamico e con una provata capacità di azione che si è inoltre manifestata attraverso una serie di azioni mirate a colpire le forze di Haftar già duramente impegnate nel difficile tentativo, poi fallito, di conquistare la città di Tripoli e di mantenere il controllo sulle vie di comunicazione e rifornimento.

Il fronte politico

L’analisi politica complessiva della situazione libica si riassume in un consolidamento dei due principali schieramenti che ha portato a una sempre più marcata polarizzazione dei conflitto; una polarizzazione che, definendo un quadro di proxy-war, vede contrapposti attori locali affiancati da soggetti esterni il cui ruolo è sempre più rilevante.
Su un fronte c’è la fazione di Tripoli. Il governo di accordo nazionale guidato da Fajez al-Sarraj, ufficialmente riconosciuto dalla Comunità Internazionale, è sostenuto direttamente sul piano politico, diplomatico e militare da Regno Unito, Tunisia, Qatar, Turchia, Marocco e Algeria in un contesto di opposizione attiva all’altro competitor, il generale Khalifa Haftar, pur in presenza di una componente islamista che riveste un ruolo determinante all’interno del GNA tripolino. L’ultima decade di giugno è stata caratterizzata dalla la consegna alle milizie tripoline di equipaggiamenti militari provenienti dai supporter esterni; in particolare la Turchia avrebbe rifornito le forze a sostegno del GNA con mine anti-carro, fucili di precisione, mitragliatrici, munizioni, sistemi missilistici UCAV BAYRAKTAR TB2 e quaranta veicoli protetti MRAP KIRPI e VURAN di produzione turca, come dimostrato dalle fotografie pubblicate sui siti ufficiali del GNA e quelli non ufficiali associati al governo di Tripoli; il rifornimento sarebbeè avvenuto attraverso il mercantile “Amazon” battente bandiera moldava ma gestita dalla società turca Akdeniz Roro Sea.
Sull’altro fronte, il governo di Tobruk – sostenuto dall’esercito nazionale libico guidato dal generale Khalifa Haftar – gode del sostegno diretto di Russia, Arabia Saudita, Egitto ed Emirati Arabi Uniti; tra i sostenitori di Haftar ci sarebbe anche la Francia che pur continuando a sedere al tavolo diplomatico insieme al resto della Comunità internazionale, ad aprile ha bloccato la dichiarazione ufficiale conin cui l’Unione Europea avrebbeaveva intenzione di chiesto chiedere ad Haftar di fermare la sua offensiva militare. Va evidenziato, inoltre, che gli Emirati Arabi Uniti, acquisito il diritto di utilizzo della base militare nigerina al confine con la Libia, proseguirebbero il loro supporto alle forze di Haftar in Fezzan (area di Saba) attraverso azioni ISR (intelligence, sorveglianza e ricognizione) e attacco al suolo; mentre sul piano degli equipaggiamenti, l’LNA ha recentemente ricevuto – sempre dagli Emirati Arabi Uniti – i sistemi anti-aerei russi a breve-medio raggio PANTSIR-S1 allestiti su veicoli MAN SX45.
Gli Stati Uniti, ufficialmente in posizione di neutralità, si sono mossi nella direzione di un disimpegno formale ma che, nella sostanza, non si è tradotto nel ritiro dei propri operatori dalla Libia.
Al-Sarraj e Haftar, impegnati a confrontarsi sul campo di battaglia, sono al tempo stesso molto attivi sul piano della diplomazia, come dimostrato dai numerosi viaggi e incontri che hanno portato i due leader all’estero e nella stessa Libia alla ricerca di sostegno politico e materiale. Al-Sarraj si è recato in Tunisia (22 maggio), Algeria (23 maggio), Malta (27 maggio) e a La Mecca (31 maggio), mentre Haftar è stato ospite in Francia (22 maggio), Arabia Saudita (La mecca, 28 maggio) e in Russia (Mosca, 31 maggio).

Il fronte militare

Sul piano militare la contrapposizione vede schierati sui due fronti centinaia di gruppi e milizie che, se in apparenza possono sembrare elementi organici e formali, in realtà basano i propri ruoli e fedeltà sulla base di delicati equilibri e dinamiche di natura tribale. L’assedio di Tripoli, se sul piano politico e diplomatico si trova in un vero e proprio empasse, su quello operativo vive al momento una situazione di stallo a cui hanno contribuito proprio le tribù che, con proprie aree di interesse e azione, hanno “resistito” all’avanzata di Haftar, non cedendo alle proposte di accordo da parte di questo, e ne hanno determinato lo stop sulla linea di posizione a sud di Tripoli dove a giugno l’LNA, pur in grado di controllare le aree di Tarhouna e Ghryan fino alla fine del mese, ha cercato di contendere alle unità fedeli al GNA le aree di Asbi’ah e l’aeroporto di Ben Gashir, a 34 chilometri a sud di Tripoli. Haftar ha inoltre proceduto, ormai da tempo, alla militarizzazione delle installazioni petrolifere nella regione della mezzaluna petrolifera utilizzando i porti petroliferi di Ras Lanuf e i campi aerei di Es Sider per le attività belliche.
Dalla parte di al-Sarraj si contano circa 300 differenti gruppi; tra questi le milizie di Misurata e Zintan sono quelle meglio equipaggiate e con maggiore capacità operativa, essendo entrambe dotate di mezzi corazzati. Le principali sono la Tripoli Protection force (composta dalle forze di dissuasione-Rada, Katiba Ghnewa, brigata rivoluzionaria di Tripoli, Katiba Nawasi e altre minori), la National Mobile Force, le forze antiterrorismo di Misurata (dipendenti dal generale Mohammad al-Zein), Katiba Halbous, 166 ͣ brigata e altre milizie minori di Misurata, Samood Force, conosciuta anche come Fakhr o Pride of Libya (guidata da Salah Badi, anche comandante del battaglione di Misurata, che lo scorso anno ha svolto un ruolo di primo piano nei pesanti scontri a Tripoli ); e ancora, le forze di Zintan – le fazioni guidate dal generale Osama Juweili di Misurata e da Imad Trabulsi, capo della Special Operations Force –, battaglioni al-Daman, “33” di Tajoura, Fursan Janzour e le unità di Zuwarah e Zawiyah (battaglioni al-Nasr, Abu Surra e Faruk).
L’LNA sarebbe invece forte di circa 25.000 uomini, tra i quali una significativa componente straniera. Tra le principali unità componenti la compagine militare di Tobruk figurano la 9ͣ brigata di Tarhouna, le forze di Zintan (fazioni del generale Idris Madhi e Mukhtar Fernana), i combattenti di Bani Walid (tra i quali i battaglioni 52°, 60°, al-Fatah e la 27ͣ brigata di fanteria), il battaglione al-Wadi di Sabratah, la West Zawiyah Counter Crime Force di Sorman, le brigate 12 ͣ (di Brak al-Shati), 18 ͣ, 26 ͣ, 73ͣ , la 36 ͣ Special Force, la 106ͣ di Benghasi, i battaglioni 115°, 116°, 127°, 128°, 152°, 155°, 173°. Infine, va evidenziata la presenza significativa di combattenti stranieri provenienti dal Sudan.

Si intensifica la competizione per la ricchezza petrolifera della Libia: colpiti gli interessi italiani

L’attuale escalation di violenza potrebbe portare a un conflitto più ampio sul controllo delle risorse petrolifere del paese. La Libia ha riserve di petrolio stimate in 48 miliardi di barili: la più grande riserva petrolifera dell’Africa, la 9ͣ al mondo; mentre le riserve tecnicamente recuperabili di olio di scisto (attraverso la tecnica del fracking) sono stimate in 26 miliardi di barili. Le esportazioni di petrolio e gas rappresentano circa il 90% delle entrate complessive della Libia e qualsiasi grave turbamento significa un forte calo delle entrate.
L’economia nazionale è quella tipica rentier in cui lo Stato, che è il principale datore di lavoro, fornisce salari a circa 1,8 milioni di persone (un terzo della popolazione totale).
Mentre il GNA controlla le strutture estrattive offshore, dal 2016 Haftar detiene il controllo delle strutture e dei terminali della Libia orientale e, più recentemente, quelle del sud (El Sharara e El Feel).
Le entrate derivanti dalle esportazioni di petrolio, tuttavia, continuano a confluire nella Banca centrale della Libia a Tripoli (sotto il controllo del GNA) mentre la National Oil Corporation (NOC), a partecipazione pubblica e privata (esclusivamente italiana – ENI), che domina il settore petrolifero del Paese, ha cercato di rimanere fuori dai conflitti politici mantenendo una posizione neutrale; una scelta di opportunità che però non è servita a preservarla da azioni mirate a colpire gli interessi energetici italiani in Libia – come dimostrato dall’attacco aereo di giugno al deposito della Mellitah Oil & Gas (partnership ENI/NOC) a Tripoli: un’azione che, ha dichiarato il Presidente di FederPetroli Italia – Michele Marsiglia, è un «forte segnale di attacco all’Italia, essendo ENI primo ed unico partner con l’azienda petrolifera nazionale National Oil Corporation (NOC)».


Analisi dei flussi migratori nei Paesi del Maghreb. Le migrazioni di transito tra i Paesi dell’Area e nel Mediterraneo verso l’Europa

Sbarchi di #immigrati irregolari, “chiusura dei porti”, ruolo delle ONG, criminalità organizzata e business dei migranti, analisi e previsioni dei flussi migratori verso l’Italia e l’Europa.

Tutto questo nell’importante studio di Claudio Bertolottiuscito oggi – sui flussi migratori verso l’Europa, prodotto per lo Stato Maggiore della Difesa e scaricabile gratuitamente

Analisi dei flussi migratori nei Paesi del Maghreb. Le migrazioni di transito tra i Paesi dell’Area e nel Mediterraneo verso l’Europa” – Studio Ce.Mi.S.S.

Lo scopo di questo studio – commissionato dalla Sezione Cooperazione Balcani e Mediterraneo dell’Ufficio Relazioni Internazionali dello Stato Maggiore della Difesa – è l’approfondimento di una tematica che investe pienamente le realtà dei Paesi nord-africani, in particolar modo Marocco, Algeria, Tunisia, Mauritania e Libia – ma anche Niger e Ciad – e ne analizza caratteristiche, origini, rotte e le conseguenze su sicurezza, stabilità ed economia.

Il tema dei flussi migratori verso l’Europa e della loro gestione da parte degli Stati nazionali e dell’Unione Europea è un tema ampiamente dibattuto sul piano politico interno e internazionale ed ha importanti ripercussioni su quello sociale e della sicurezza, sia a livello di percezione che su quello reale.

La crescente pressione migratoria dal continente africano verso l’Europa e l’Italia ha condizionato i processi politici ed elettorali interni all’Europa portando alla ridefinizione degli equilibri nazionali e comunitari.

Tra i soggetti migranti che raggiungono l’Europa attraverso i flussi migratori irregolari, si riconoscono le due grandi categorie: quelli di tipo “economico”, che con la collaborazione dell’Organizzazione Internazionale per le Migrazioni (OIM) si tenta di rimpatriare nei Paesi di origine, ed i soggetti che fuggono da situazioni di guerra o conflittualità violenta, la cui protezione rappresenta la missione primaria dell’Alto commissariato delle Nazioni Unite per i rifugiati (UNHCR).

La prevalenza dei “migranti economici”, originari dell’Africa centrale, settentrionale e orientale e dell’area sub-sahariana, si contrappone alla componente minoritaria di soggetti di area mediorientale in fuga da zone di guerra.

Una delle rotte delle migrazioni extra-continente africano più calcate è quella che dai Paesi sub-sahariani attraversa il Nord Africa, in particolare la Libia, e il Mediterraneo; mentre una componente significativa di soggetti alimenta un flusso migratorio interno ai Paesi del Maghreb stesso.

All’interno dello studio, l’importante contributo di Filippo Rossi sui flussi migratori attraverso il Niger presentato in anteprima all’OtherMovie Film Festival di Lugano, diretto da Drago Stevanovic con la collaborazione di Chiara Sulmoni.

ISBN 978-88-99468-90-3

Scarica gratuitamente il volume


Afghanistan: cosa manca all’accordo tra USA e talebani? (ISPI)

Articolo originale pubblicato per ISPI, Scarica il Pdf del commentary ISPI

A un mese dal primo incontro preliminare con l’inviato statunitense per il processo di pace Zalmay Khalilzad, dal 25 al 27 febbraio e poi ancora sabato 2 marzo 2019 i talebani hanno riaperto le porte del loro ufficio politico di Doha, la capitale del Qatar. Il quinto dell’ultima serie di incontri avviati dagli Stati Uniti e dai talebani nell’estate del 2018, ma che hanno escluso il governo afghano.

I colloqui di Doha sono stati i più importanti, tra i molti avvenuti durante tutta la guerra, sia per il livello delle delegazioni, sia per i risultati in termini di convergenza di intenti, benché con tempi e modalità differenti. Colloqui che però, a fronte delle aspettative, non hanno portato a un accordo condiviso: «Finora non vi è stata convergenza su alcun accordo o documento» ha dichiarato il portavoce dei talebani, Zabihullah Mujahid, il 3 marzo. Dunque, tutto rinviato ai prossimi incontri.

L’argomento cardine dell’incontro è stato il “ritiro completo” delle truppe straniere dall’Afghanistan, conditio sine qua non imposta dai talebani per l’avvio di qualunque soluzione negoziale; da parte statunitense è stata posta la volontà di proseguire la lotta al terrorismo, più per ragioni di opinione pubblica interna – propensa a sostenere il ritiro ma non a una soluzione che renda vani i sacrifici fatti. In merito all’ipotesi di ritiro delle truppe straniere entro un limite temporale da tre o cinque anni, discussa a febbraio dagli Stati Uniti con i paesi europei, i talebani hanno precisato che tali tempistiche non sono esito dell’accordo tra le due parti.

Che qualcosa sui tavoli di Doha si stesse muovendo si era capito già il precedente 25 gennaio, quando il capo dei talebani, il mawlawì Hibatullah Akhundzada, aveva nominato il mullah Abdul Ghani Baradar – fino ad allora e per 8 anni detenuto in Pakistan – a capo della commissione politica per il negoziato con gli Stati Uniti: uno dei più esperti tra i comandanti e acuto stratega politico, è forse la figura più influente tra i vertici talebani. Un cambio al vertice che ha avuto lo scopo di lanciare un preciso messaggio: è la leadership del movimento che si siede al tavolo negoziale la cui regia è nelle mani di un altro importante e storico rappresentante talebano, Sher Mohammad Abbas Stanakzai. Una scelta che è al tempo stesso un chiaro indicatore della mediazione tra Stati Uniti e Pakistan, e il ruolo di quest’ultimo nel processo negoziale.

Chi ha preso parte ai negoziati?

La delegazione statunitense guidata da Zalmay Khalilzad era composta da 15 funzionari, tra i quali il generale Austin S. Miller, comandante delle forze militari straniere in Afghanistan. In apertura dell’incontro, Khalilzad ha evidenziato la necessità di dare al negoziato tempi dilatati ed ha manifestato la volontà di definire una road map per l’Afghanistan – sebbene la priorità sia la salvaguardia degli interessi e della sicurezza nazionale degli Stati Uniti. Obiettivi primari rispetto all’ambizione di dare al governo afghano un ruolo nel futuro del Paese.

Il mullah Baradar, investito dei pieni poteri decisionali e gestionali, ha guidato la delegazione talebana di 14 membri[1]. Il mullah Mohammad Anas Haqqani, figlio del defunto mujaheddin Jalaluddin Haqqani e fratello minore di Sirajuddin, leader della rete Haqqani e braccio destro del leader talebano, è stato l’unico membro del consiglio politico a non poter partecipare ai colloqui in quanto detenuto in Afghanistan; per lui già a gennaio il movimento talebano aveva avanzato richiesta di rilascio. 

I temi discussi

Queste le tematiche affrontate nella tre giorni di Doha: ritiro totale delle forze militari straniere secondo un calendario concordato, impegno da parte talebana ad impedire che l’Afghanistan possa ospitare gruppi terroristi, come lo Stato Islamico o al-Qa’ida, in grado di minacciare la sicurezza statunitense e degli alleati, scambio di prigionieri e cancellazione dalle black list del Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite dei vertici talebani impossibilitati a viaggiare. Infine, altri due importanti temi affrontati sono stati la possibilità di un “cessate il fuoco” e la partecipazione al negoziato del governo afghano che i talebani considerano un “fantoccio”: un elemento rilevante è  la possibile rinuncia da parte talebana ad annunciare la consueta “offensiva di primavera”.

Ruolo e diritti delle donne non sono invece nell’elenco dei temi oggetto di negoziato, né lo saranno. 

Mortificato il governo di Kabul: escluso dal tavolo negoziale

Pur escluso dai negoziati, il governo di Kabul insiste nella ricerca del più ampio sostegno possibile da parte dei gruppi di potere e delle istituzioni tradizionali; in tale ottica il Presidente Ashraf Ghani ha convocato per marzo una Loya Jirga, l’assemblea dei leader politici e tribali, per concordare la posizione negoziale del governo nei colloqui con i talebani. Kabul teme che Washington possa negoziare un ritiro improvviso, ma è anche vero che l’inclusione in un secondo momento è oggetto di negoziazione da cui i talebani trarranno ulteriore vantaggio. Apprezzato in maniera trasversale il ruolo dell’ex presidente dell’Afghanistan Hamid Karzai.

L’opzione statunitense rifiutata dai talebani

L’opzione del ritiro, sostenuta dagli Stati Uniti, si basa sul disimpegno di 7.500 militari statunitensi entro il primo semestre 2019 e dei restanti 7.000 entro 3 o 5 anni, con un impiego esclusivamente di tipo contro-terrorismo che non includa i talebani tra i target: in linea con il limite temporale del 2024, sancito sulla base degli accordi bilaterali del 2014 che garantiscono l’utilizzo delle basi strategiche da parte statunitense.

La Nato (17.000 unità a marzo 2019) rimarrebbe in Afghanistan almeno fino al 2020 con una forza residua a supporto delle forze di sicurezza afghane. Infine vi è la questione dei contractor e delle compagnie di sicurezza private: al momento 25.239 operatori, destinati ad aumentare.

Riguardo alle conseguenze, il dimezzamento delle unità militari straniere e il parallelo taglio delle risorse destinate allo sviluppo e al mantenimento delle forze di sicurezza afghane – che dipendono al 90 percento dall’aiuto economico statunitense e della Comunità internazionale – lascia prevedere un probabile collasso dell’apparato di sicurezza nazionale e il probabile passaggio di molti militari e poliziotti nei ranghi delle milizie personali dei signori della guerra o della droga o degli stessi gruppi di opposizione armata. Uno scenario che aprirà a una ulteriore situazione di caos, alimentato da nuove dinamiche competitive e conflittualità tradizionali tra gruppi di potere, gruppi tribali e attori regionali. 

Le incognite in sospeso

L’incognita principale è la rappresentatività: la delegazione a Doha ha parlato a nome di tutte le anime del movimento talebano o solamente della componente più vicina alla leadership? Il rischio è che le componenti più radicali e più giovani possano andare a rafforzare i ranghi dei gruppi che combattono il jihad globale, come al-Qa’ida e lo Stato islamico-Khorasan.

Preoccupa la sempre più massiccia presenza di jihadisti stranieri: l’Afghanistan sta vivendo l’effetto boomerang del jihadismo di ritorno. Nel Paese si sono riversati miliziani reduci della guerra in Siria: oltre agli afghani, anche uzbeki, uiguri, ceceni, arabi ed europei che non possono tornare nel vecchio continente.

Influisce, infine, la capacità talebana di muoversi con tempi molto dilatati e su più tavoli negoziali: con la Russia, la Cina e gli Stati Uniti. Così facendo hanno indebolito e diviso il fronte internazionale, togliendo agli Stati Uniti il monopolio del negoziato.

[1] Tra questi, mawlawì Ziaur Rahman Madani, mawlawì Abdus Salam Hanafi, sheikh Shahabuddin Dilawar, mullah Abdul Lateef Mansoor, mullah Abdul Manan Omari, fratello minore del fondatore dei talebani, il mullah Mohammad Omar, mawlawì Ameer Khan Muttaqi, mullah Mohammad Fazil Mazloom, mullah Khairullah Khairkhwa, mullah Noorullah Noori, mawlawì Mohammad Nabi Omari e mullah Abdul Haq Waseeq.


#FocusEvento – Afghanistan

Roma, 18 gennaio 2019. Fondamentalismo e integrazione. Due temi importanti all’ordine del giorno in un incontro speciale a Palazzo Montecitorio. Sullo sfondo, la storia personale e la testimonianza di Farhad Bitani e l’analisi di Claudio Bertolotti.                                                                                                 

Classe 1986, ex-capitano dell’esercito afghano nato e cresciuto in un paese costantemente in guerra, Farhad Bitani oggi risiede in Italia, dove si dedica tenacemente alla promozione del dialogo interculturale. Co-fondatore del Global Afghan Forum, un’organizzazione internazionale che si occupa dell’educazione dei giovani afghani, è anche autore del libro autobiografico intitolato ‘L’ultimo lenzuolo bianco. L’inferno e il cuore dell’Afghanistan’ da cui è stata tratta anche un’opera teatrale attualmente in tournée.

START InSight l’ha intervistato insieme al direttore Claudio Bertolotti, che ricordiamo è esperto di questioni politiche, militari e religiose dell’Afghanistan contemporaneo, già capo sezione contro-intelligence e sicurezza nell’ambito della missione ISAF e autore di una ricerca sul terreno confluita nel saggio ‘Shahid. Analisi del terrorismo suicida in Afghanistan’.                                                                                                                                                                         

Quando l’uomo cambia, non può che lottare per la verità                                                     
Farhad Bitani

Lei viene spesso descritto come un ex-fondamentalista. Si tratta di una definizione scelta dai media, di un’approssimazione, oppure effettivamente sente che è così? 

Effettivamente è così. Per come lo intendo io, il fondamentalismo è frutto dell’ignoranza, della violenza e della non accettazione del ‘diverso’ inteso come un ‘bene’. Sono cresciuto sin da piccolo in un paese dove tutte le caratteristiche sopraelencate erano presenti. Nel momento in cui ho deciso di aprirmi al ‘diverso’, ho avuto la possibilità di scoprire persone di razza, religione e culture differenti e dall’istante in cui ho accettato questa diversità, mi sono reso conto che prima ero un fondamentalista, e mi privavo della bellezza di un mondo alternativo al mio.

Che forma assume il fondamentalismo in un paese come l’Afghanistan che è già fortemente conservatore e con una profonda identità religiosa? 

È un grande problema per un paese come l’Afghanistan, dove tutto è basato sulla religione, a partire dalla costituzione, che include tante leggi arcaiche. Non si può vivere in una società moderna con leggi e riforme datate. Come sappiamo, guerre e attentati in Afghanistan avvengono per mano di persone religiose a cui è stato fatto un ‘lavaggio del cervello’. È naturale per l’uomo cercare qualcosa di più grande, cercare Dio, ma quando in una società Dio e la fede sono usati come pretesto per portare avanti i propri interessi, ci ritroviamo in una situazione come quella afghana, dove tutti i più grandi criminali si ritengono religiosi. Ma in tanti passaggi del Corano sta scritto che il vero credente è colui che combatte con il suo ‘io’.

Nella locandina dell’incontro, si legge questa frase: “la verità è un gesto rivoluzionario e diffonderla lo è ancora di più”. Qual è questa verità di cui si fa portavoce?

Come detto, il jihad più significativo nell’Islam è quello con sé stessi. Quando una persona lotta e si impegna costantemente per migliorarsi, trova una grande libertà, che è un passo verso la verità. È accaduto anche a me. Nonostante io abbia vissuto immerso nella violenza, il mio cambiamento ha preso avvio da semplici gesti umani e dall’incontro con il diverso. E quando l’uomo cambia, l’obiettivo della sua vita diventa la lotta per la verità.

Cosa pensa del radicalismo che cresce, sotterraneo, nascosto, in Europa e che idea si è fatto dei moltissimi giovani che si sono arruolati nei vari gruppi jihadisti, giovani che vengono considerati ben integrati da chi gli vive accanto?

Quando l’uomo si sente abbandonato, quando in una società vengono innalzati dei muri che comprimono le libertà, l’‘altro’ viene visto come una minaccia. Gli jihadisti vengono da questo ‘buco nero’, sono il risultato di questa lacuna.

Porto un esempio personale, per spiegarmi meglio: avevo un amico in Germania che a un certo punto è ‘sparito’. Ho saputo in seguito da alcuni conoscenti che era partito per la Siria nel 2014. La vicenda mi ha molto turbato, anche perché non aveva mai dato segno di essere un fondamentalista. Eppure è andato a combattere una guerra che non aveva nulla a che vedere con le sue origini e il suo credo. Con il tempo sono riuscito a risalire ad una risposta. Ricordo le sue parole quando mi diceva: “vivo da 3 anni nello stesso palazzo, ma i vicini di casa non mi salutano, mi considerano un musulmano terrorista”. Ecco che dalla storia di questo ragazzo possiamo vedere come un uomo che si sente rifiutato o additato, può arrivare a scegliere strade sbagliate verso il terrorismo.

La pace con i talebani va fatta, ma soprattutto, sarà la soluzione per portare l’Afghanistan fuori dalla guerra?

L’Afghanistan soffre di 40 anni di guerra perché non abbiamo mai realmente cercato la pace. Ma con la violenza non possiamo risolvere nulla. L’Afghanistan strategicamente è un paese importantissimo; qualsiasi gruppo armato, che siano i talebani o altri, non appena si ritrova isolato e ‘fuori dai giochi’, ricorre alla violenza su incitamento dei paesi vicini, in quanto tutti i confinanti hanno interessi nei confronti di questo territorio dove si manifestano le rivalità, per esempio, fra Arabia Saudita e Iran, USA e Russia, USA e Iran, India e Pakistan. L’Afghanistan in pratica è come un campo di calcio per potenze internazionali. Se non convinciamo i gruppi armati a fare la pace, i paesi con tutt’altri obiettivi, continueranno a perseguirli promuovendo la violenza.

E alla fine, a rimetterci è e sarà sempre l’innocente popolazione afgana.

Il jihad fa parte del DNA afghano?

Il jihad visto nella sua connotazione positiva è nel DNA di qualsiasi musulmano, non solo afgano. Purtroppo in Afghanistan il concetto di jihad, dopo la guerra russa, ha perso il suo vero significato -cioè quello di sforzo per migliorarsi- e ha assunto i connotati negativi che tutti conosciamo.

Il jihad è stato usato per giustificare azioni politiche che altrimenti non sarebbero state accettate dalle opinioni pubbliche dei fronti contrapposti
Claudio Bertolotti

Un paio di recenti sviluppi positivi e un paio di sviluppi negativi per dare un’idea delle difficoltà e delle opportunità con le quali si sta misurando l’Afghanistan?   

Nell’ampio quadro in cui si colloca la guerra in Afghanistan ci sono molte dinamiche altamente destabilizzanti e precarie. Tra gli aspetti positivi certamente il passo avanti nel dialogo negoziale con i talebani che potrebbe aprire a questi l’accesso al potere, a fronte di una riduzione della presenza militare straniera nel Paese. Siamo ancora lontani dal dire quando ciò potrà avvenire, ma si è via via presa consapevolezza dell’impossibilità di vincere la guerra contro i talebani: il processo negoziale è come un’uscita di sicurezza quando tutto intorno sta crollando. Un secondo aspetto positivo è certamente il ruolo sempre più concreto degli attori regionali impegnati nella stabilizzazione del Paese: in primis la Cina, che in Afghanistan ha investito molti capitali nel settore minerario ed estrattivo e che desidera un paese stabile ai propri confini e libero dall’ideologia islamista che preoccupa Beijing per ragioni di politica interna; una preoccupazione che nasce dalle istanze indipendentiste della minoranza musulmana uigura alle quali si sovrappongono le contaminazioni del crescente jihadismo transnazionale. In secondo luogo, la Russia, sempre più propensa ad assumere un ruolo determinante per la stabilità del Paese.

Tra gli aspetti negativi certamente il livello di povertà in cui il Paese è precipitato, a causa della guerra e della diffusa insicurezza ed incertezza: 24 % di disoccupazione, 15 % della popolazione incapace di provvedere ai propri bisogni essenziali, e ben il 54% che vive al di sotto della soglia di povertà. Una povertà che si somma all’altro aspetto negativo, e in parte ne è la conseguenza: la debolezza dello Stato afghano, che dipende in tutto e per tutto dal sostegno, in primis economico, della Comunità internazionale, e che è incapace di garantire la sicurezza dei suoi cittadini e di contrastare un’avanzata ormai inarrestabile dei gruppi di opposizione armata, dai talebani al nuovo e pericoloso attore: lo Stato islamico-Khorasan, il franchise afghano di ciò che fu il Califfato di Abu Bakr al-Baghdadi in Siria e Iraq.

Nel 2019 cade un anniversario importante, si ricordano i 40 anni dall’invasione sovietica. Che rilevanza ha oggi questa ricorrenza?

Il mondo è cambiato radicalmente dal 1979, ma l’Afghanistan continua a essere un elemento dinamico degli equilibri geopolitici e delle relazioni internazionali. Quello sovietico fu un grande errore, dagli effetti devastanti per l’Unione Sovietica, i cui sforzi in Afghanistan contribuirono a determinarne il collasso. Gli Stati Uniti, seppur con numeri inferiori, hanno dovuto far fronte a un impegno che ha portato il costo della guerra a raggiungere nel suo complesso la mostruosa cifra di mille miliardi di dollari. La guerra afghana, che 40 anni fa entrò nella competizione tra i due grandi attori dell’epoca – Stati Uniti e Unione Sovietica – continua oggi a essere terra di scontro tra interessi politici, ideologici ed energetici.

Come è cambiato il panorama dello jihadismo e del fondamentalismo in Afghanistan rispetto ai primi dieci anni del 2000, quando ha studiato da vicino, sul posto, i contesti degli attentatori suicidi?  

Credo che ogni generazione di afghani abbia ereditato dalla precedente una crescente e sempre più profonda accettazione alla guerra. Se nasci e cresci in una realtà in cui violenza, paura e morte fanno parte della quotidianità, divieni vittima di un circolo vizioso che allontana sempre più da uno scenario diverso. La guerra è devastante e persistente: sono trascorsi 18 anni da quando la Coalizione internazionale guidata dagli Stati uniti ha invaso l’Afghanistan, più di 15 da quando ci sono andato per la prima volta. Molte cose sono cambiate, incluso quel fronte che per anni ha contrapposto gruppi più o meno eterogenei di ribelli, insorti e terroristi alle forze internazionali e al sempre più debole Stato afghano, portando alcuni dei vecchi signori della guerra, quelli che a lungo siamo stati abituati a chiamare mujaheddin – con accezione positiva – a mettere le mani su un mercato della droga sempre più fiorente e redditizio. A questi si uniscono i gruppi insurrezionali afghani, impegnati in una guerra di resistenza che sovrappone i propri ritmi agli interessi della criminalità organizzata transnazionale; degli Stati che, per ragioni diverse, guardano a un Paese su cui vorrebbero esercitare controllo e, ancora, ai crescenti e sempre più preoccupanti soggetti e gruppi che giungono in Afghanistan fuggendo da altri teatri di guerra, come la Siria o l’Iraq. Oggi l’Afghanistan, ancora più di quanto non lo sia stato in passato, è un campo di battaglia su cui si riversano centinaia, forse migliaia, di jihadisti, terroristi fortemente ideologizzati, che stanno trasformando quella che è stata una guerra di tipo nazionale, regionale, in un conflitto globale. 15 anni fa, quando iniziai i miei studi sul fenomeno degli attacchi suicidi, gli attentatori erano tutti afghani; oggi non è più così, molti di questi sono stranieri, e tra di loro anche soggetti con passaporto europeo. È la modernità della guerra, che si adegua alle dinamiche globali.

Il jihad fa parte del DNA afghano?

Il jihad è un elemento forte, sul piano ideologico e motivazionale, che alimenta una conflittualità che ha ragioni di tipo prevalentemente politico, economico e strategico. Sul piano politico gli Stati Uniti hanno sempre usato l’Afghanistan per gestire i propri equilibri di politica domestica, con continue revisioni delle strategie in concomitanza con gli appuntamenti elettorali. Sul piano economico i talebani hanno saputo trarre grande vantaggio dall’economia di guerra, in gran parte basata sulla droga, che è causa e conseguenza della guerra stessa. Sul piano strategico per gli Stati Uniti la presenza in Afghanistan è una necessaria garanzia in un’ottica di contenimento cinese, ma anche di vantaggio su Iran, repubbliche centro-asiatiche, Pakistan e India.

Il jihad è stato usato su tutti i fronti per giustificare azioni politiche che altrimenti non sarebbero state accettate dalle opinioni pubbliche dei fronti contrapposti. Da una parte la retorica della ‘necessità’, del ‘dovere’ di aderire al jihad per la difesa della propria terra e dei propri valori. Dall’altra parte, non meno retorico, l’approccio occidentale della ‘guerra al terrore’, quell’impegno a contrastare il terrorismo jihadista che ha caratterizzato gli ultimi due decenni e che ancora oggi è di estrema attualità e che riesce a smuovere l’animo delle masse di cittadini pronti a giustificare le scelte di politica interna ed estera dei propri governi in cambio di una promessa di maggiore sicurezza.


Iniziativa di Difesa “5+5”. 14° incontro tra i ministri della Difesa: “rompere i legami tra immigrazione irregolare e criminalità organizzata”

C. Bertolotti illustra l’analisi e le raccomandazioni ai ministri: “rompere i legami tra immigrazione irregolare e criminalità organizzata”

Ministro Elisabetta Trenta: Questa iniziativa rappresenta la sintesi condivisa di creare una cultura comune di sicurezza

Il 12 dicembre si è svolto, sotto la presidenza italiana, il 14° incontro dei Ministri della Difesa aderenti alla Iniziativa 5+5 Difesa. L’accordo di collaborazione, avviato nel 2004 a Parigi su proposta italiana, promuove la cooperazione su problematiche comuni di sicurezza e difesa e contribuisce alla stabilità regionale e alla comprensione reciproca tra i Paesi delle due sponde del Mediterraneo Occidentale: quella del nord, cui fanno parte Francia, Italia, Malta, Portogallo e Spagna, e quella del sud, con Algeria, Libia, Mauritania, Marocco e Tunisia.

L’incontro si è aperto con un lungo meeting tra i Ministri della Difesa, che, oltre a fare il punto di situazione sui proficui effetti derivanti dall’intensa attività di cooperazione, hanno prospettato importanti linee d’azione foriere di ulteriori sviluppi cooperativi. Questo consesso è stato anche l’occasione per consentire un’analisi di alto livello delle minacce e delle sfide alla sicurezza dell’area mediterranea, con particolare riferimento ai traffici illeciti gestiti da reti criminali e al terrorismo di matrice radicale. (Fonte Ministero della Difesa).

Un’analisi collettiva comprendente importanti raccomandazioni, frutto del lavoro dei ricercatori dei dieci paesi dell’area “5+5” coordinati da Andrea Carteny del CEMAS – Università La Sapienza, che è stata presentata dal ricercatore italiano del Ce.Mi.S.S. Claudio Bertolotti che ha contribuito alla realizzazione del documento di ricerca pubblicato dal CEMRES di Tunisi.

“Il terrorismo, le migrazioni, la criminalità sono solo alcuni degli elementi di instabilità e pericolo che si promanano dai numerosi focolai di crisi che insistono a ridosso del nostro spazio comune, come nel caso del Sahel. Questi riguardano tutti noi indistintamente, per cui si rende necessario capirne, in una prospettiva comune, la natura, l’impatto e articolare assieme le necessarie misure di contrasto”.

In particolare, negli ultimi anni, la 5+5 Difesa si è concentrata sull’obiettivo di consolidare le relazioni e le attività di cooperazione nei settori del contro-terrorismo, della sorveglianza marittima, del search and rescue e dell’impiego degli strumenti militari in compiti di protezione civile.

Cosa dice il documento congiunto e quali sono le raccomandazioni fatte dai ricercatori ai ministri della Difesa del Mediterraneo Occidentale?

Il gruppo internazionale di ricercatori della “5+5 Defence Initiative”, di cui Claudio Bertolotti è l’unico ricercatore italiano, ha sviluppato un documento di analisi e d’indirizzo di policy presentato ai ministri della Difesa dei paesi del Mediterraneo occidentale. Il titolo della ricerca è:

Quale approccio e quali mezzi implementare nei settori della difesa e della sicurezza per frenare la migrazione illegale e combattere le reti criminali ad essa collegate nello spazio 5+5?

La ricerca, pubblicata ma non ancora divulgabile, è divisa in 3 assi con un’introduzione preliminare e una finale con le raccomandazioni. Un allegato finale presenta in maniera sintetica le singole strategie nazionali come utili elementi di comparazione.

L’Introduzione delinea le tematiche affrontate dando una definizione giuridica e condivisa su concetti relativi a “Migrazione illegale e reti criminali“, in particolare definisce cosa sono i migranti “illegali”, “irregolari”, i “rifugiati”, le migrazioni di “massa” e, ancora, definisce cosa si intenda per “organizzazioni criminali” e “terrorismo”.

L’asse 1 della ricerca tratta “Le minacce e le vulnerabilità correlate alle migrazioni irregolari”. La migrazione è un fenomeno storico che si è evoluto nel tempo; storicamente affrontato come conseguenza di dinamiche e ragioni economiche (la ricerca di migliori condizioni lavorative), è oggi trattato con un approccio securitario che tende più ad agire sulle conseguenze (l’arrivo dei migranti nei paesi di transito e destinazione) e non sulle reali cause. La migrazione illegale verso l’unione Europea, che è prevalentemente economica, è oggi aggravata da conflitti armati, povertà e cambiamenti climatici, e le prospettive di cambiare questa dinamica nel prossimo futuro non sono ottimistiche.

Il primo asse è diviso in 3 sezioni.

La prima si concentra sui “Flussi migratori“: le principali rotte migratorie illegali nello spazio “5+5” per raggiungere l’UE come destinazione finale sono la rotta del Mediterraneo centrale, la rotta del Mediterraneo occidentale e la rotta occidentale africana; i paesi del Maghreb diventano prevalentemente luoghi di transito, pur non escludendo un ruolo secondario di luogo di destinazione come denunciato da Algeria e Marocco. La preoccupazione maggiore tra i paesi dell’area è che le rotte sono gestite da reti criminali e gruppi di trafficanti coinvolti anche in altri traffici illegali.

In merito alle “reti criminali” e alla “sicurezza delle frontiere“: la situazione della sicurezza in Libia ha portato a un processo di destabilizzazione che offre un terreno favorevole per potenziali pericoli singoli o combinati, come il terrorismo, l’immigrazione illegale e la proliferazione di tutti i traffici illeciti (armi, droga, beni archeologici, materie prime, traffico di esseri umani e riciclaggio di denaro).

La seconda sezione, intitolata “Reti di migrazione irregolari”, si concentra sulla possibile infiltrazione di elementi terroristici e criminali tra le masse di migranti illegali e sulle relazioni potenziali tra migranti irregolari e le reti della criminalità organizzata; infine affronta la questione delle minacce per l’economia e degli oneri finanziari conseguenti.

La terza sezione “La sicurezza delle frontiere di fronte ai flussi migratori illegali” si concentra sui flussi migratori illegali, sulla porosità dei confini, sulle crescenti sfide che derivano da queste fragilità.

L’Asse 2 si concentra sugli “Approcci Regionali: Comunità e Paesi” e delinea il contesto geopolitico e le strategie nazionali per l’area mediterranea nello “Spazio 5+5”.

La prima sezione approfondisce il “Contesto geopolitico del Mediterraneo” – focalizzandosi su una realtà regionale caratterizzata da una grande diversità etnica e culturale; accessibile attraverso lo Stretto di Gibilterra, il Bosforo e il Canale di Suez, il mediterraneo occidentale è anche un hub essenziale per il trasporto marittimo. All’interno dell’area mediterranea i movimenti migratori sono concentrati nella direzione sud-nord e la loro natura è sempre più di natura illegale e clandestina, anche in conseguenza della perdurante instabilità regionale.

La seconda sezione si concentra sulle “Strategie e iniziative mediterranee” finalizzate alla promozione del dialogo tra gli stati della regione. Il gruppo di ricercatori ha ritenuto importante mettere in evidenza la necessità di dare vita a un processo di istituzionalizzazione della gestione migratoria nel Mediterraneo; un processo che dovrebbe auspicabilmente tener conto di tre elementi specifici:

  • La leadership europea in termini di offerte di cooperazione,

  • La cooperazione degli Stati della sponda meridionale e il superamento del loro timore di «violazione» della sovranità nazionale,

  • La complessa geopolitica delle migrazioni del Mediterraneo.

In tale ampio quadro in cui la spinta politica è essenziale, i ricercatori hanno ritenuto opportuno suggerire ai ministri della Difesa che le strategie e le iniziative regionali in corso debbano essere affrontate con tre differenti strumenti e livelli:

  1. Gli strumenti del dialogo politico,

  2. Gli strumenti del dialogo tecnico

  3. I meccanismi operativi.

L’asse 3 indaga sulla questione della “Cooperazione e sicurezza per lo ‘spazio 5+5’.

“La comune minaccia del terrorismo” – il cosiddetto “Stato Islamico”, conosciuto anche come ISIL, ISIS o Daesh – è oggi in grado di mettere in atto due tipi di sfide dirette:

Da un lato, la minaccia «organizzata e strutturata» che potrebbe riproporsi con il ritorno di migliaia di foreign fighter nei paesi di origine o in paesi terzi.

D’altra parte, la minaccia “non strutturata o semi-strutturata” rappresentata da individui che emulano le azioni più eclatanti, i cui effetti sono amplificati dai media e dalla propaganda dell’IS. Una minaccia, questa, che si basa su azioni a basso costo e con armi facilmente reperibili, come il recente attacco di Strasburgo ha confermato.

L’ultima, e più rilevante parte del documento, è costituita dalle raccomandazioni proposte dei singoli ricercatori; proposte che, pur non rappresentando un elenco concordato e condiviso da tutti i paesi, rappresentano la base per un dialogo finalizzato alla realizzazione di una strategia comune di azione. In breve, le raccomandazioni proposte sono state raggruppate in due gruppi principale. Si sintetizzano quelle più rilevanti:

  1. Necessità di definire una nuova politica di prossimità e di vicinato tra l’Unione europea e i paesi della sponda sud;

  2. Stabilire un quadro multilaterale che includa «l’Iniziativa di difesa 5+5» e l’Unione Europea, ed eventualmente anche la NATO, al fine di creare aree strutturate di raccolta migranti; una raccomandazione che ha trovato la resistenza da parte dei paesi del nord Africa, intimoriti di dover affrontare la gestione di tali centri.

  3. Valutare la possibilità di coinvolgere la NATO nel garantire la sicurezza del fianco sud dell’Alleanza, e dunque del Mediterraneo.

  4. Accesso ai fondi dell’UE per le migrazioni “2012-2027” e al “Fondo fiduciario per l’Africa” dell’Unione al fine di coinvolgere i paesi nordafricani partecipanti alla “5+5”.

  5. Stabilire sistemi e protocolli di allarme che consentano lo scambio di informazioni per una rapida individuazione di nuove rotte alternative nelle quali potrebbero operare reti criminali.

  6. Limitare il ruolo autonomo e non coordinato di attori non statali (in particolare le ONG) nella gestione dei flussi migratori.

  7. Aprire a canali di migrazione legale verso i paesi dell’UE.

Un secondo gruppo di raccomandazioni ha posto l’accento sulla necessità di:

  1. Assistere la Libia.

  2. Adottare un approccio trasversale per far fronte alla migrazione illegale e alle reti criminali

  3. Aumentare il controllo delle frontiere terrestri e marittime.

  4. Rafforzare la cooperazione del 5+5 a supporto della stabilità regionale.

  5. Organizzare e sostenere i centri di assistenza al ritorno dei migranti nei paesi del Sahel.

La relazione, apprezzata dalle delegazioni dei paesi partecipanti all’iniziativa di difesa mediterranea, è stata seguita da numerosi interventi di apprezzamento e commenti da parte di tutti i ministri della Difesa o loro delegati.