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La resilienza di Boko Haram e i limiti operativi della Multinational Joint Task Force

di Marco Cochi

articolo opriginale pubblicato sull’Osservatorio Strategico Ce.Mi.S.S. N.° 2/2020, scarica il pdf

Negli ultimi undici anni, il nord-est della Nigeria è stata caratterizzato da un numero impressionante di attacchi terroristici per mano della Jama’atu Ahlis Sunna Lidda’awati wal-Jihad (JAS)[1], un’organizzazione meglio nota come Boko Haram[2], che da quando venne fondata nel 2002 non è sempre stata terroristica.

Gli studiosi del gruppo estremista nigeriano rilevano, infatti, che a metà degli anni duemila Boko Haram perseguiva ancora scopi umanitari, concentrando la sua attività in tre dei sei Stati della Nigeria nord-orientale: Borno, Yobe e Adamawa. Lo prova anche il manifesto di Boko Haram intitolato: Hadhihi Aqidatuna wa Minhaj Da’awatuna[3], scritto in arabo dal suo fondatore e guida spirituale Ustaz Mohammed Yusuf, che richiama i fedeli a tornare alla pacifica età incontaminata dell’islam, in cui il Corano, la dottrina sunnita e gli hadith[4] costituiscono gli unici principi guida per i musulmani.

Tuttavia, i richiami di Yusuf all’età pacifica dell’Islam non sono stati seguiti dai suoi seguaci, visto che nel tempo Boko Haram è diventata una delle organizzazioni terroriste più letali al mondo, come è inequivocabilmente dimostrato dalle oltre 38.500 vittime che gli attacchi degli estremisti islamici hanno provocato, a partire dall’insurrezione armata del luglio 2009.

Da quel momento, il gruppo estremista ha fatto ricorso all’uso indiscriminato della violenza per imporre una variante della legge islamica molto più dura di quella adottata verso la fine degli anni novanta da una dozzina di stati del nord della Nigeria. Un’applicazione della sharia in netto contrasto con lo stato secolare esplicitamente proclamato dall’articolo 10 della Costituzione della Nigeria, che inizialmente ha portato i fondamentalisti nigeriani a prendere di mira le autorità e le istituzioni locali, senza risparmiare le élite musulmane tradizionali, che secondo gli estremisti sarebbero contigue con il governo di Abuja.

Tra il 2012 e il 2014, le occupazioni di città chiave situate sul confine nord-orientale con il Camerun, avevano consentito all’organizzazione di assumere il controllo di buona parte del territorio della Nigeria nord-orientale, fino a infiltrarsi nelle regioni più remote. Qui gli islamisti nigeriani sono riusciti a diffondere il loro messaggio più efficacemente del governo, ma ancor più attraverso la gestione di un sistema di welfare molto più efficiente di quello statale.

Il giuramento di fedeltà al leader dello Stato Islamico

La svolta all’interno dell’organizzazione si è registrata il 7 marzo 2015, quando Boko Haram ha giurato fedeltà al defunto califfo Abu Bakr al-Baghdadi, leader dello Stato Islamico. Poi, il 3 agosto 2016 il gruppo è stato oggetto di una scissione tra la fazione estremista dello storico leader Abubakar Shekau e quella di Abu Musab al-Barnawi, figlio del fondatore Ustaz Mohammed Yussuf, che è stato imposto alla guida del gruppo dai vertici del Califfato.

La scissione venne resa nota sul numero 41 di Al-Naba, una delle riviste telematiche pubblicate dallo Stato Islamico. Nel magazine di propaganda jihadista c’è un’intervista ad al-Barnawi in cui emergono le cause della frattura e viene alleggerita l’immagine di Boko Haram attraverso l’impegno di porre fine agli attacchi alle moschee e ai mercati frequentati dai musulmani. Shekau però non ha mai riconosciuto la nomina di al-Barnawi, criticandolo per non essere abbastanza radicale. Da quel momento Boko Haram si è diviso in due fazioni rivali: una minoritaria guidata da Shekau, che ha conservato il nome integrale del gruppo Jama’atu Ahlis Sunna Lidda’awati wal-Jihad (JAS), mentre l’altra ufficialmente affiliata allo Stato Islamico ha preso il nome di Provincia dell’Africa Occidentale dello Stato Islamico (ISWAP).

Quest’ultima fazione è stata ripetutamente segnata da contrasti interni che nell’agosto 2018 causarono l’eliminazione di due dei suoi massimi esponenti: Mamman Nur Alkali e Ali Gaga, uccisi dai loro stessi compagni perché incarnavano una linea relativamente moderata. Gli stessi contrasti che nel marzo 2019 attraverso un comunicato ripreso su Twitter, indussero la shura (consiglio esecutivo) dell’ISWAP a rendere noto di aver esautorato anche Abu Musab al-Barnawi e di averlo sostituito con Abu Abdullah Ibn Umar al-Barnawi, conosciuto anche come Ba Idrisa.

Una nomina decisa direttamente dai vertici dell’ISIS e riconosciuta da tutte le wilayat (provincie) dell’Africa occidentale e centrale. Nel febbraio 2020, però, Ba Idrisa è stato ucciso nell’ennesima faida interna insieme ad altri sostenitori della linea dura vicini allo Stato Islamico. Dopo l’eliminazione di Ba Idrisa, il nuovo wali (governatore) dell’ISWAP sarebbe Lawan Abubakar, nome di guerra del jihadista di etnia kanuri Ba Lawan.

Per individuare meglio l’entità della minaccia è importante operare una distinzione tra i due gruppi estremisti basata sul fatto che la fazione di Abubakar Shekau è regolata da meccanismi di leadership diversi da quelli dell’ISWAP. Meccanismi che hanno reso la guida del co-fondatore di Boko Haram più stabile e sicura rispetto a quella del gruppo rivale, facendolo diventare il leader jihadista più longevo a livello globale.

 

[1]    Tradotto dall’arabo: ‘Gruppo della Gente della Sunna per la propaganda religiosa e il jihad’

[2]    La locuzione Boko Haram deriva dalla lingua araba [يحظر التعليم الغربي] e significa “L’educazione occidentale è proibita”. Di conseguenza è harām tutto ciò che segua uno stile di vita occidentale e non a caso i musulmani del Nord della Nigeria hanno generalmente respinto l’educazione occidentale giudicandola come ilimin boko (‘falso insegnamento’)

[3]    Tradotto dall’arabo: ‘Questo è il nostro credo e il nostro metodo di predicazione’

[4]    In genere si tratta di un singolo aneddoto di alcune righe sulla vita del profeta Maometto, ma ha un significato molto più importante perché è parte costitutiva della cosiddetta Sunna, la seconda fonte della sharia dopo il Corano