Afghanistan: il COVID19 colpisce la leadership talebana (il commento di C. Bertolotti a Radio24)

L’intervento del Direttore di START InSight Claudio Bertolotti a Radio 24, intervistato da Giampaolo Musumeci

Morto o gravemente malato il capo dei talebani per #COVID19? Lo avrebbe sostituito il mullah Yaqoub, figlio del mullah Omar, storico fondatore del movimento talebano. Cosa succede ora?

Il coronavirus ha gravemente colpito l’alta dirigenza talebana, rendendo di fatto il movimento privo dell’organo di guida e di quello negoziale. Anche se la notizia non è stata ancora confermata, è probabilmente morto il leader talebano mawlawi Hibatullah Akhundzada. Ecco le conseguenze politiche e militari di una successione.

La presunta morte del leader talebano Hibatullah Hakundzada: che cosa significa per il movimento?

Competizione tra gruppi di potere all’interno del Consiglio Supremo talebano, la shura di Quetta. Così come accadde nel 2015 quando fu resa nota la morte del mullah Omar, lo storico fondatore del movimento, deceduto due anni prima. Allora il movimento fu scosso da lotte intestine, scontri aperti e uccisioni di leader di importante livello. Prevalse il mullah Mansour, già braccio destro di Omar, ma fu presto eliminato da un attacco drone statunitense con il sospetto che a dare la sua posizione siano stati gli stessi talebani in collaborazione con il Pakistan.

Dunque un rischio concreto di frammentazione in più correnti.

E la figura del mullah Yaqoub pare essere forse l’unica al momento a garantire una tenuta della leadership. Non è un caso, anche se ai più è sfuggito che da semplice mullah sia stato promosso, almeno sui media ufficiali dei talebani al rango di mawlawì, il massimo livello religioso lo stesso Hibatullah Akundzada

Secondo un report di UNODC i talebani starebbero continuando a sostenere al-Qaeda. Se così fosse?

I talebani hanno bollato come falso il rapporto delle Nazioni Unite. C’era da aspettarselo. E che vi sia un legame consolidato e duraturo, al di la delle promesse e delle premesse dell’accordo negoziale, non sorprende, né dobbiamo farci illusioni su un possibile allontanamento di al-qa’ida dall’Afghanistan dei talebani almeno nel breve periodo. Troppo stretti i rapporti tra le due organizzazioni, troppo stretti i rapporti personali e in alcuni casi anche famigliari. Haqqani network, componente radicale all’interno del Supremo Consiglio talebano, ha assimilato l’anima qaedista e ad essa è votato seppur con un’adesione di opportunità e sulla base di priorità afghane e non di jihad globale. Credo che l’opzione di una scissione tra i talebani, che non è da escludere, possa essere funzionale al mantenimento di un legame con AQ e una parte del fronte talebano.

Qualche giorno fa Mujib Mashal sul New York Times descriveva bene la decentralizzazione dei taliban, fluidi e veloci nel reclutare, tante piccole cellule. Ce la faranno nel lungo periodo a diventare più strutturati e “governativi”? Cambieranno anima? E se sì, saranno più forti o più deboli rispetto ala capacità di governo del Presidente Ghani?

I talebani hanno dimostrato una grande capacità organizzativa come movimento insurrezionale, addirittura migliore di quella del 1996-2001 quando governavano nominalmente l’Afghanistan. Il problema è il passaggio da movimento insurrezionale a forza di governo di uno Stato sostanzialmente fallito. I talebani oggi basano la propria forza finanziaria sulla gestione del narco-traffico; come Stato non potranno più farlo direttamente, questo perché la comunità internazionale negherebbe qualunque tipo di riconoscimento formale e di sostegno sostanziale. E allora la capacità del movimento talebano sarà proprio quella di creare una condizione favorevole a trarre vantaggio da tutte le opportunità: e lo faranno convincendo la stessa comunità internazionale che con i talebani si dovrà interfacciare. Non mancheranno gli aiuti da parte degli stati amici, Pakistan e Cina in primis; così come non mancherà il supporto statunitense, almeno fino a quando i talebani si dimostreranno in grado di garantire un minimo livello di sicurezza nel Paese. Il problema è che i talebani al governo del paese potrebbero arrivarci attraverso la cancellazione dello stato afghano e della sua costituzione così come oggi noi li conosciamo sebbene è prevedibile che l’apparato statale, almeno una parte, verrà conservato.


Afghanistan. Raggiunto l’accordo di governo, ma le tensioni non calano. Il Commento di C. Bertolotti alla Radio Vaticana

Radio Vaticana, 19 maggio 2020

C. Bertolotti: “Mentre i talebani conquistano il paese, i due rivali che si contendono il potere accettano un compromesso che conferma e lascia aperte le stesse problematiche del 2014, senza risolverle, e apre a un altro lungo periodo di ingovernabilità di fatto, sebbene ciò significhi conferma del cospicuo aiuto economico statunitense.
Dialogo negoziale ad Abdullah, che si è sempre detto contrario all’apertura ai talebani: come reagirà il movimento talebano? Facile immaginare uno stallo negoziale, non molto diverso dall’attuale situazione.
Scenario futuro? Intensificazione della guerra civile, aumento della violenza, consolidamento del potere talebano nelle aree sotto il loro controllo e maggiore influenza in quelle contese.

Nonostante l’accordo di governo raggiunto a Kabul tra il presidente Ashraf Ghani e il suo principale rivale Abdullah Abdullah, non accenna a diminuire l’impennata di violenza che da settimane ha colpito l’Afghanistan. L’accordo per la spartizione del potere lascia la presidenza a Ghani, che affronta così un nuovo mandato, mentre Abdullah ottiene la guida della Commissione di riconciliazione nazionale . Intanto, un rapporto delle Nazioni Unite ha reso noti i dati sulla crescita nel mese di aprile delle vittime civili del conflitto afghano. La recrudescenza delle violenze è imputabile anche ad una maggiore attività dei gruppi eversivi legati all’Isis e responsabili dell’attacco contro il reparto maternità dell’ospedale di Kabul.

Ospiti del programma:

Claudio Bertolotti – direttore Start Insight – think tank e centro di analisi sulla politica internazionale

Rebecca Gaspari – staff Emergency a Kabul

Conduce: Stefano Leszczynsk


Riprende l’offensiva afghana contro i talebani (C. Bertolotti a Radio 24)

L’intervento del Direttore di START InSight Claudio Bertolotti a Radio 24

Il presidente afghano, Ashraf Ghani, il 13 marzo, ha disposto che le forze armate debbano passare ad una “modalità offensiva” contro i talebani e gli altri gruppi di opposizione armata, a seguito dell’aumento delle violenze.

Quale la situazione sul terreno e quali le conseguenze della decisione di Ghani?

L’approccio offensivo annunciato da Ghani?

Prevedibile e previsto. È l’inizio della nuova fase della guerra civile.

Lo stato afghano, consapevole della possibilità di tracollo, gioca l’ultima carta: quella dell’offensiva militare. Ma l’esito è scontato: non sono riusciti gli Stati Uniti con 140.000 truppe e il supporto aereo (dagli elicotteri ai bombardieri), non ci riusciranno l’esercito e la polizia afghani, con 300.000 uomini mal addestrati, sotto equipaggiati e fortemente demotivati.

Prepariamoci al contro alla rovescia che ci porterà a uno scenario simile a quello che nel 1994 portò alla caduta del governo di Najibullah e consegnò il paese ai Mujaheddin.

I Talebani

La forza attuale dei talebani si attesta intorno a 60.000 militanti operativi sui circa 200.000 elementi totali.

L’Afghanistan risulta per il 70 percento presidiato dai talebani «con carattere permanente» e per un altro 17 percento «sostanziale» mentre il loro controllo effettivo sarebbe su quasi la metà del paese.

I talebani hanno una capacità di comando e controllo in 36 distretti (8,8 percento del territorio) popolati da almeno 2,5 milioni di persone, e che hanno la possibilità di porre sotto il proprio controllo altri 104 distretti “a rischio” (25,6 percento del territorio).

Finanze talebane: 1,5 miliardi di dollari, il 60% entrate dal business del narcotraffico, parliamo di centinaia di milioni di dollari.

Le Forze di sicurezza afghane

Sono poco più di 300.000 unità, tra forze armate e polizia: numeri importanti ma molto deludenti sul piano qualitativo.

Oltre il 60 percento dei 121 miliardi di dollari destinati dagli Stati Uniti per la ricostruzione dello Stato afghano è stato speso per le forze di sicurezza.

Sul piano operativo, le forze afghane sono deficitarie a livello di organici, equipaggiamento e addestramento, ossia quei fattori necessari a porre in sicurezza le aree sotto controllo dei talebani.

In particolare, l’esercito è in grave difficoltà: sul totale di 101 unità di fanteria, solo una è classificata come pienamente “pronta al combattimento”; su 17 battaglioni situati nelle province di Kandahar e Zabul, dove i talebani sono in grado di muoversi e operare senza essere contrastati, 12 unità hanno una capacità operativa classificata come “limitata”.