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Afghanistan. Raggiunto l’accordo di governo, ma le tensioni non calano. Il Commento di C. Bertolotti alla Radio Vaticana

Radio Vaticana, 19 maggio 2020

C. Bertolotti: “Mentre i talebani conquistano il paese, i due rivali che si contendono il potere accettano un compromesso che conferma e lascia aperte le stesse problematiche del 2014, senza risolverle, e apre a un altro lungo periodo di ingovernabilità di fatto, sebbene ciò significhi conferma del cospicuo aiuto economico statunitense.
Dialogo negoziale ad Abdullah, che si è sempre detto contrario all’apertura ai talebani: come reagirà il movimento talebano? Facile immaginare uno stallo negoziale, non molto diverso dall’attuale situazione.
Scenario futuro? Intensificazione della guerra civile, aumento della violenza, consolidamento del potere talebano nelle aree sotto il loro controllo e maggiore influenza in quelle contese.

Nonostante l’accordo di governo raggiunto a Kabul tra il presidente Ashraf Ghani e il suo principale rivale Abdullah Abdullah, non accenna a diminuire l’impennata di violenza che da settimane ha colpito l’Afghanistan. L’accordo per la spartizione del potere lascia la presidenza a Ghani, che affronta così un nuovo mandato, mentre Abdullah ottiene la guida della Commissione di riconciliazione nazionale . Intanto, un rapporto delle Nazioni Unite ha reso noti i dati sulla crescita nel mese di aprile delle vittime civili del conflitto afghano. La recrudescenza delle violenze è imputabile anche ad una maggiore attività dei gruppi eversivi legati all’Isis e responsabili dell’attacco contro il reparto maternità dell’ospedale di Kabul.

Ospiti del programma:

Claudio Bertolotti – direttore Start Insight – think tank e centro di analisi sulla politica internazionale

Rebecca Gaspari – staff Emergency a Kabul

Conduce: Stefano Leszczynsk


Riprende l’offensiva afghana contro i talebani (C. Bertolotti a Radio 24)

L’intervento del Direttore di START InSight Claudio Bertolotti a Radio 24

Il presidente afghano, Ashraf Ghani, il 13 marzo, ha disposto che le forze armate debbano passare ad una “modalità offensiva” contro i talebani e gli altri gruppi di opposizione armata, a seguito dell’aumento delle violenze.

Quale la situazione sul terreno e quali le conseguenze della decisione di Ghani?

L’approccio offensivo annunciato da Ghani?

Prevedibile e previsto. È l’inizio della nuova fase della guerra civile.

Lo stato afghano, consapevole della possibilità di tracollo, gioca l’ultima carta: quella dell’offensiva militare. Ma l’esito è scontato: non sono riusciti gli Stati Uniti con 140.000 truppe e il supporto aereo (dagli elicotteri ai bombardieri), non ci riusciranno l’esercito e la polizia afghani, con 300.000 uomini mal addestrati, sotto equipaggiati e fortemente demotivati.

Prepariamoci al contro alla rovescia che ci porterà a uno scenario simile a quello che nel 1994 portò alla caduta del governo di Najibullah e consegnò il paese ai Mujaheddin.

I Talebani

La forza attuale dei talebani si attesta intorno a 60.000 militanti operativi sui circa 200.000 elementi totali.

L’Afghanistan risulta per il 70 percento presidiato dai talebani «con carattere permanente» e per un altro 17 percento «sostanziale» mentre il loro controllo effettivo sarebbe su quasi la metà del paese.

I talebani hanno una capacità di comando e controllo in 36 distretti (8,8 percento del territorio) popolati da almeno 2,5 milioni di persone, e che hanno la possibilità di porre sotto il proprio controllo altri 104 distretti “a rischio” (25,6 percento del territorio).

Finanze talebane: 1,5 miliardi di dollari, il 60% entrate dal business del narcotraffico, parliamo di centinaia di milioni di dollari.

Le Forze di sicurezza afghane

Sono poco più di 300.000 unità, tra forze armate e polizia: numeri importanti ma molto deludenti sul piano qualitativo.

Oltre il 60 percento dei 121 miliardi di dollari destinati dagli Stati Uniti per la ricostruzione dello Stato afghano è stato speso per le forze di sicurezza.

Sul piano operativo, le forze afghane sono deficitarie a livello di organici, equipaggiamento e addestramento, ossia quei fattori necessari a porre in sicurezza le aree sotto controllo dei talebani.

In particolare, l’esercito è in grave difficoltà: sul totale di 101 unità di fanteria, solo una è classificata come pienamente “pronta al combattimento”; su 17 battaglioni situati nelle province di Kandahar e Zabul, dove i talebani sono in grado di muoversi e operare senza essere contrastati, 12 unità hanno una capacità operativa classificata come “limitata”.


Afghanistan: talebani, #COVID19 e Trump (C. Bertolotti a Radio 24)

Diretta Radio 24

#Facebooklive Radio 24 in diretta video

Pubblicato da Radio 24 su Giovedì 7 maggio 2020

Prosegue senza sosta la legittimazione politica e sociale dei talebani tanto che anch’essi hanno cambiato narrativa: da mujahidin a crocerossini?

I talebani sono estremamente bravi dal punto di vista comunicativo. Una capacità migliorata negli anni come dimostra l’ampio utilizzo del Web e dei social network fin dalla metà degli anni Duemila.

E l’emergenza Coronavirus, per gli eredi del mullah Omar, rappresenta una grande opportunità di consolidare la propria presenza nelle aree del paese che sono sotto il loro controllo e di estenderla nella altre. Certamente non proponendo soluzioni o cure, ma lasciando credere di essere in grado di farlo: una dimostrazione di capacità che, pur non essendo vera, viene però recepita come tale dalle popolazioni che si sentono abbandonate da uno Stato incapace di proporre soluzioni efficaci e che, dunque, guardano all’unica organizzazione che propone cure, assistenza, informazione. Ancora una volta i Talebani hanno vinto: dopo le vittime dell’esercito afghano e delle forze straniere sul campo di battaglia sono i cuori e le menti degli afghani a cadere nella trappola talebana. Il vero problema però emergerà con i numero di morti per coronavirus ma credo che anche in quell’occasione i talebani sapranno uscirne vincitori, evidenziando il numero dei guariti e dei non contagiati e non quello dei deceduti.

Dati recenti suggeriscono che un terzo della popolazione di Kabul (1.400.000 su oltre 4 milioni) è già infetto dal coronavirus e il governo afgano stima che alla fine 110.000 persone potrebbero morire.

I talebani controllano vaste aree della provincia di Herat, area di responsabilità italiana ed epicentro del focolaio da COVID19 dell’Afghanistan

Diventa stucchevole forse ripercorrere i grandi errori della comunità internazionali negli ultimi 20 anni. Che cosa si può fare adesso per evitare il tracollo di Kabul?

Temo sia tardi per fare qualcosa che salvi lo Stato afghano dal tracollo al quale è destinato. E pensiamo a uno Stato che oggi, a distanza di 8 mesi dalle elezioni presidenziali vede ancora i due contendenti, Ashraf Ghani e Abdulllah Abdullah, discutere su chi abbia vinto le elezioni e debba dunque governare il Paese.

Non la strategia, ma le strategie per l’Afghanistan di questi 19 anni sono state parziali, contraddittorie e ancor più spesso dettate dai tempi e dalle dinamiche della politica domestica statunitense: ogni presidente ha voluto modificare le strategie dei predecessori.

I talebani sono stati prima esclusi dal tavolo di pace di Bonn nel 2001, poi lasciati indisturbati, poi combattuti e infine invitati a un tavolo negoziale al quale sono loro oggi a dettare tempi e regole. I talebani hanno vinto, se non hanno conquistato il potere è solo una questione di tempo, ma questo passera attraverso una nuova farse della guerra civile che, dopo l’abbattimento dello Stato, vedrà contrapporsi gli storici gruppi di potere su base etnica: da una parte i talebani, con i pashtun e altre minoranza, dall’altra parte gli eredi di quella che fu l’Alleanza del Nord a lungo guidata da Ahmad Shah Massud: Tajiki, Hazara, Turkmeni.

Possiamo solamente attutire il colpo, concedendo ai talebani un ingresso non doloroso nelle stanze del potere e garantendo loro ciò che già detengono: il controllo dei traffici legati all’Oppio.

Claudio Bertolotti, quanto dai di successo alla missione di Zalmay Khalilzad in India e Pakistan? Serve davvero?

Zalmay khalilzad è l’uomo giusto al posto giusto. Il problema è il poco tempo che l’amministrazione Trump gli ha concesso – un tempo che segue le dinamiche elettorali per le presidenziali statunitensi. E i talebani lo sanno, pertanto puntano al miglior risultato possibile, giocando proprio sulla fretta statunitense di dichiarare concluso l’impegno in Afghanistan. Il Pakistan è sempre stato un attore di primo piano nel gestire i talebani e nello scompaginare le carte sui vari tavoli negoziali ogni volta che ha visto la situazione mutare a proprio svantaggio. Lo sta facendo anche oggi perché vede vicino l’obiettivo che si è da sempre imposto: avere una forma di potere amica, i talebani, nelle regioni al proprio confine, da poter controllare e da non dover temere. L’attuale governo, del primo ministro Khan, è sostenuto sia dai militari che dai gruppi islamisti: questo agevola la prosecuzione dei buoni rapporti con i Talebani.

L’India in Afghanistan ha investito moltissimo in 19 anni in progetti infrastrutturali, ospedali e servizi di assistenza. Lo ha fatto in particolare nelle aree sotto il controllo talebano e vicine al confine col Pakistan così da togliere a Islamabad un’area di influenza primaria nell’ottica di un confronto armato con l’India: un’area che garantirebbe in caso di scontro armato la necessaria profondità strategica.

Oggi l’India sembra intenzionata a fare un passo indietro, e certamente avrà influito la volontà statunitense di chiudere la partita in Afghanistan.


Le carceri sono chiuse, ma il Coronavirus ha le chiavi. Radio 24

ultimo aggiornamento 12.04.2020

Le carceri di tutto il mondo sono chiuse ma il Coronavirus ha le chiavi: un problema di sicurezza, stabilità sociale, capacità di gestione dell’emergenza.

Di questo hanno parlato gli ospiti della trasmissione radiofonica Nessun Luogo è lontano, su Radio 24 – Il Sole 24 ore, intervistati da Giampaolo Musumeci

Vi proponiamo lo stralcio dell’intervento di Claudio Bertolotti, Direttore di START InSight, focalizzato sugli effetti del virus in Afghanistan.

Le prigioni, o meglio i detenuti, sono la chiave della recente politica afgana, con lo scambio di prigionieri taliban, precondizione per dialogo e pace. Come impatta il Covid-19?

Una situazione particolarmente grave che potrebbe avere un duplice effetto: da un lato positivo e dall’altro meno. Il governo afghano potrebbe sfruttare la necessità di alleggerire il peso del sistema carcerario rispondendo in tempi brevi alla premessa dell’accordo con i talebani, che prevede il rilascio di 5.000 prigionieri attualmente detenuti nelle carceri governative. Le resistenze politiche potrebbero qui trovare la soluzione che toglierebbe l’imbarazzo del rilascio dei talebani, dei quali 100 messi in libertà alla data del 9 aprile.

L’aspetto negativo è rappresentato dal fatto che il governo afghano, già debole, non sarà in grado di contrastare né la diffusione del virus né le conseguenze economiche e sociali che saranno devastanti in un Paese prossimo al collasso.

Come sono le carceri afghane? Quali standard?

Ho avuto modo di visitare il carcere di Pol-e Charki molti anni fa e posso testimoniare che si tratta di standard molto lontani dai peggiori standard che si possono trovare nelle prigioni occidentali. Certo, molto cambia a seconda dell’area del Paese in cui ci si trova. A Herat vi è un carcere femminile molto ben attrezzato e che in un certo senso è un rifugio per molte donne che, pur di lasciare condizioni famigliari inaccettabili, trovano il modo per essere condannate e incarcerate. Ma nella maggior parte delle carceri afghane prevalgono la corruzione, l’assenza di controlli efficaci, il mancato rispetto dei diritti dei carcerati, le torture, le violenze, la scarsità e la bassa qualità del cibo e delle condizioni igieniche in generale. La situazione complessiva è certamente insostenibile se alle già presenti criticità andrà a sommarsi l’incapacità di gestione del Coronavirus.

Potranno reggere l’impatto? Cosa pensi farà il governo? Rilascio? Amnistie? Pene alternative?

È previsto il rilascio per il momento di almeno 10.000 detenuti (prevalentemente donne, minori e malati) sul totale di circa 40mila: parliamo di un quarto della popolazione carceraria. Non è escluso che sommosse e violenze possano portare ad ulteriori uscite non autorizzate come è molto probabile che, a fronte della diminuzione della capacità di gestire il sistema carcerario, aumenteranno le azioni degli insorti e dei gruppi criminali volte a liberare, armi in pugno, i propri compagni. La risposta dello stato potrebbe essere quella di procedere ad ulteriori rilasci quando, e non se, la situazione peggiorerà tenuto conto anche delle migliaia di afghani rientrati nel paese dall’Iran dove la diffusione del virus è estremamente grave.

Ad oggi sono circa 3.000 i detenuti rilasciati, tra questi 2,905 uomini, 88 donne e 48 minori. Nel totale dei rilasciati anche 100 talebani.

 


Afghanistan, perché gli occhi di Washington sono tornati su Kabul. Parla Bertolotti (Formiche.net)

Articolo originale di Emanuele Rossi per Formiche.net

11 dicembre 2019

Cosa succede in Afghanistan? Trump di nuovo alle prese con la guerra senza fine, che documenti recenti danno per persa dallo stesso Pentagono. Tirare fuori i soldati e fare un accordo con i Talebani prima del 2020. Il commento di Bertolotti (START InSight e Ispi)

Sono i talebani ad aver vinto la guerra

Stamattina all’alba un veicolo bomba ha colpito un gate della grande base di Bagram, nell’Afghanistan orientale, mentre stava rientrando un convoglio statunitense. Non ci sono state vittime americane. Il Pentagono dice che la base (la più grande delle forze alleate nel paese) è ancora sicura, ma si tratta dell’ennesimo episodio del genere nell’ultimo anno. E arriva in una fase delicata: qualche mese fa sembrava che lo sforzo negoziale degli Stati Uniti potesse portare buoni frutti attraverso un accordo con i Talebani. L’organizzazione jihadista contro cui è intervenuta la Nato dopo l’attentato del 9/11 — quando i Talebani erano al potere in Afghanistan e garantivano protezione ad al Qaeda, che riconosceva nel capo Mullah Omar la Guida dei fedeli — era sul punto di accettare una serie di punti che l’amministrazione Trump aveva stilato. La Casa Bianca è ansiosa di chiudere un accordo storico con in nemici dell’America — siano i Talebani, l’Iran o la Corea del Nord — che Donald Trump vorrebbe usare come eredità da giocarsi alle elezioni del prossimo anno.

E invece tutto è saltato, anche se i  contatti ultimamente sono stati riattivati. Per Trump è importante portare a casa i propri militari, perché rientra tra le promesse elettorali del 2016. E il fronte afgano sotto questo punto di vista è un argomento caldissimo. L’attentato arriva a pochi giorni dalla pubblicazione dei cosiddetti “Afghan Papers”, dozzine di informazioni e documenti riservati ottenuti dal Washington Post, in tre anni di battaglie legali ai sensi del Freedom of Information Act (FOIA).

Resi pubblici il 9 dicembre, hanno sostanzialmente una sintesi: il governo statunitense si è reso conto da molto tempo che la guerra in Afghanistan — la più lunga della storia americana — è impossibile da vincere. Ma ha mentito per anni ai propri cittadini. Tutti i dati usciti erano stati raccolti come revisione dal Sigar, l’ufficio di monitoraggio sul conflitto, e adesso confermano quella che Trump chiama “endless war”. Una guerra senza fine che secondo la sua visione del mondo rappresenta un costo enorme che gli Usa non possono più sostenere (soprattutto perché non dà, a suo modo di vedere, ritorni). Un conflitto costato 934 miliardi di dollari, in cui sono morti ad oggi oltre 2000 soldati americani, e in totale più di 150 mila persone, di cui 43 mila civili.

Dalla mole e dal contenuto delle rivelazioni scottanti pubblicate, i documenti che il WaPo ha rivelato sull’Afghanistan ricordano i “Pentagon Papers” sul Vietnam, e mettono la presidenza sotto pressione. “I fatti riportati dal Washington post confermano ciò che noi analisti, pochi a dire il vero, diciamo dal 2009. Che la guerra in Afghanistan fosse persa, personalmente, lo sostenevo già nel 2009 nelle analisi per il CeMiSS”, commenta con Formiche.net Claudio Bertolotti, già capo sezione contro-intelligence della Nato in Afghanistan, docente e ricercatore associato preso l’Ispi, direttore START InSight e autore di “Afghanistan contemporaneo. Dentro la guerra più lunga” (ed. START InSight, 2019).

L’analista italiano spiega che “di fatto l’Afghanistan è un paese politicamente incapace di trovare un equilibrio: le dinamiche sono etniche e tribali, e così l’accesso alle forme di potere. Oggi, dopo oltre due mesi dalle elezioni presidenziali, non sappiamo ancora chi le abbia vinte. Esattamente come nel 2014, quando gli afghani dovettero accettare la spartizione del potere tra i due contendenti (Ashraf Ghani e Abdulla Abdullah)”.

Una crisi di carattere istituzionale che rende impossibile la stabilizzazione, con un’economia disastrata e dipendente dagli aiuti stranieri. “L’unico settore in forte espansione è quello degli oppiacei. Oggi dalla produzione alla lavorazione del prodotto finito, l’eroina, che copre il 92 per cento della richiesta globale”, commenta Bertolotti. In questo contesto i Talebani stanno crescendo di nuovo e hanno attualmente sotto il loro controllo circa il 42 per cento del territorio: quasi tutte le aree rurali e le fasce periferiche, ma anche alcune zone urbane (per esempio Kunduz).

“Le forze della NATO non escono dalle loro basi e il supporto alle forze afghane si limita all’affiancamento a livello di pianificazione ma non di condotta operativa: d’altronde è una guerra tra afghani e l’Alleanza atlantica non può più dare un contributo significativo Le forze statunitensi sono concentrate nella condotta di operazioni con forze speciali e attacchi mirati con i droni: gli obiettivi sono i comandanti intermedi dei talebani (al fine di fare pressione in senso favorevole a un accordo negoziale) e agli obiettivi riconducibili allo Stato islamico in Afghanistan e ad al-Qaeda”, aggiunge Bertolotti.

È questo il quadro in cui uno dei massimi esperti internazionali del dossier inserisce il “dialogo negoziale” (“non chiamiamolo accordo di pace”, sottolinea) tra gli Stati Uniti e i talebani. “Un dialogo di fatto mai interrotto; iniziato nel 2007, intensificato nel 2012 con l’apertura dell’ufficio politico talebano a Doha in Qatar e ripreso in maniera decisa nel 2019.Temporaneamente sospeso a settembre, per ragioni di opportunità evidenziate dal Pentagono e accettate da Trump, e attualmente riavviato”.

Gli obiettivi delle parti? “Washington deve uscire dalla lunga guerra persa, e deve farlo convincendo l’opinione pubblica interna (e dunque l’elettorato) del successo di tale scelta. Di fatto però è intenzionata a mantenere una presenza permanente all’interno delle basi strategiche in gestione agli Stati Uniti fino a tutto il 2024 in base al Bilateral Strategic Agreement”.

E i Talebani cosa vogliono, e ottengono con un’intesa? “Loro vogliono prendere il potere, e lo faranno, con il tempo, passando attraverso la revisione (abrogazione) della costituzione e dei diritti in essa contenuti. Potere che consentirà a loro di spartire buona parte delle royalties derivanti dal transito della pipeline TAPI (quando vedrà la luce)”.

E il governo afgano in tutto questo che ruolo ha? “Il governo afghano è, purtroppo, marginalizzato per decisione dei due interlocutori e non ha voce in capitolo”.

C’è anche un contesto ulteriore, diciamo di carattere geopolitico con peso regionale? “Esattamente. In tutto ciò si inseriscono gli attori regionali (e non solo): Cina, Iran, Pakistan e Russia a loro volta impegnasti in tavoli negoziali bilaterali e indipendenti con i talebani. E questo è un altro successo del movimento che fu del Mullah Omar: dividere i contendenti esterni, indebolendoli, e imponendo le proprie pretese. Alla fine saranno loro a uscirne vincitori”.


Pantano afghano: Radio 24 – intervista a Claudio Bertolotti

L’intervento di Claudio Bertolotti a RADIO 24 – Nessun luogo è lontano, a cura di Giampaolo Musumeci

 

Ennesimo attacco oggi in Afghanistan. I civili continuano a morire: più di 1300 civili nel primo semestre del 2019 e anche oggi un bus che trasportava donne e bambini è saltato in aria causando una trentina di morti. Claudio Bertolotti, partiamo da li, dalla zona di Bala Baluk dove gli italiani si sono spesi in termini di sforzi e anche vite.
Bala Baluk è un nome che i soldati italiani non possono dimenticare per gli sforzi e i sacrifici, anche in termini di vite umane. La base denominata “Tobruk”, costruita dagli italiani proprio a Bala Baluk venne passata in consegna all’esercito afghano nell’ottobre del 2014, all’interno del processo di “transizione irreversibile”, come l’aveva chiamata l’allora presidente statunitense Obama; un anno dopo quella base cadeva nelle mani dei talebani che, dopo la chiusura della missione ISAF, hanno progressivamente conquistato ampie porzioni di territorio e posto sotto il loro controllo oltre il 40% del territorio. Il distretto di Bala Baluk, oggi al centro dell’offensiva talebana, è nominalmente sotto la responsabilità italiana, e dunque della NATO: ma la nuova missione Resolute Support dell’Alleanza atlantica non schiera più oggi soldati in formazione da combattimento, bensì in funzione di supporto e addestramento alle forze afghane, anche se questo vuol dire un sostanziale passo indietro su un campo di battaglia che né i numeri né le agende politiche dei paesi che contribuiscono alla missione possono controllare. La NATO oggi non combatte, non combatte più al fianco delle forze afghane, le truppe della NATO rimangono in sostanza all’interno delle principali basi, mentre le forze di sicurezza afghane – incapaci di garantire il controllo del territorio – sono rassegnate a ritirarsi anch’esse verso le aree urbane, lasciando quelle periferiche e rurali ai talebani.

Sei fresco di pubblicazione di un libro che fotografa molto bene il paese: Afghanistan contemporaneo. Dentro la guerra più lunga (ed. START InSight). Se dovessi sintetizzare chi comanda oggi?
Come ho voluto mettere in evidenza nel mio libro, che è anche un manuale per il personale civile e militare destinato a prestare servizio in Afghanistan, oggi comandano tutti e nessuno. In Afghanistan regna il caos. In questo momento non c’è un attore che possa essere indicato come il più forte. Non comandano gli Stati Uniti, la cui priorità è dichiarare concluso un conflitto che va avanti da 18 anni, pur senza rinunciare a una residuale presenza all’interno delle basi strategiche.
Non comanda certamente la NATO, il cui ruolo benché fondamentale, rimane comunque subordinato alle agende politiche dettate da Washington. Non lo consentono neanche i numeri, limitati a poche migliaia di soldati.
Il governo di Kabul, guidato dalla diarchia Ashraf Ghani e Abdullah Abdullah, è incapace di governare il paese, anche a causa della competizione tra i due capi. Il governo afghano è in grado di controllare parte delle aree urbane, ma non tutte.
Quel che è certo è che i talebani saranno quelli che trarranno maggior vantaggio da questa guerra, ottenendo il riconoscimento formale di ciò che di fatto hanno conquistato combattendo.
I talebani stanno aspettando, il tempo è dalla loro parte e un giorno comanderanno anche loro, al termine di una guerra che non è stata vinta, né sostanzialmente persa… forse dimenticata.

Complessità: della società, della politica, le frizioni etniche, la domanda è sempre quella: ha senso un debole stato centrale? Il dibattito sul federalismo sembra un po’ sparito dai radar o mi sbaglio?
Tutto si intreccia in Afghanistan dove la normalità è proprio in questa complessità politica, sociale ed etno-culturale. A cui più recentemente si è aggiunta la lotta settaria tra sciiti-sunniti avviata con estrema violenza da quello che siamo abituati a definire il nuovo attore della guerra afghana, ma che nuovo non è ormai più: parliamo dello Stato islamico e del suo tentativo di trasformare, anche grazie all’arrivo di molti reduci dalla guerra in Siria, una ormai storica guerra di liberazione nazionale – quella combattuta dai talebani – in guerra globale, senza confini e fortemente ideologizzata.
In questo contesto si alimenta la contrapposizione centro-periferia dove a una progressiva incapacità del governo centrale si contrappone la frammentazione del potere a livello locale – diviso tra i signori della guerra e della droga e la galassia dei gruppi insurrezionali.
Di federalismo si è parlato a lungo, specialmente durante i primi anni di guerra, ma temo che ormai, al di la di ciò che potrà avvenire a livello locale, il governo di Kabul avrà una sempre minore voce in capitolo in merito alla gestione dello Stato così come lo abbiamo conosciuto sino ad oggi. Ormai non è più il tempo di ambiziose strategie per la ricostruzione dello Stato afghano, è il tempo del disimpegno, nonostante tutto.

Il tutto mentre a Doha ci sono i colloqui di pace tra Usa e talebano. A che punto siamo?
È necessario essere realisti: il dialogo di Doha, iniziato nel 2012, è parte di un processo di dialogo che va avanti dal 2007. Dunque ritengo che i tempi per la conclusione di un negoziato soddisfacente tra le parti non sia un obiettivo a breve termine… come certamente non è prevedibile il ritiro del grosso delle truppe statunitensi e della Nato prima di 18 mesi. Se ne parlerà dopo le elezioni presidenziali, in calendario per il 28 settembre. Ma è da vedere se il calendario elettorale verrà rispettato… sino ad oggi non lo è mai stato.
Certo è che i talebani sono sempre più forti, sia sul campo di battaglia, sia al tavolo negoziale, dove la partecipazione del governo afghano sarà una concessione talebana.
Credo che il prossimo passo sarà sul piano comunicativo, più che militare: ossia presentare i talebani come il baluardo all’espansione dello Stato islamico in Afghanistan. Tanto potrebbe bastare a Washington e alle cancellerie europee per convincere le opinioni pubbliche ad accettare i talebani quali artefici del futuro afghano. Ma sappiamo bene che la realtà sarà ben diversa, a partire dalle concessioni economiche di cui beneficeranno i talebani, dalla sostanziale libertà di gestione del più florido mercato di oppiacei al mondo, sino alle rinunce di parte dei diritti civili ad oggi garantiti dalla costituzione afghana.


ArtLords – Dall’Afghanistan a Lugano per disegnare la pace

ArtLords è un gruppo di artisti afghani noto a livello internazionale per i graffiti a sfondo sociale che dipinge sui muri anti-esplosione nella città di Kabul. Questi muri proteggono i ministeri e le organizzazioni internazionali dai numerosi attentati che colpiscono la capitale. Dal 30 aprile al 7 maggio due co-fondatori del movimento, Omaid Sharifi e Kabir Mokamel, saranno ospiti a Lugano (Svizzera), dove incontreranno il pubblico nel corso di una serie di eventi e dove dipingeranno un bellissimo murale dedicato alla Città. Anche i cittadini e i visitatori potranno partecipare alla realizzazione del grande dipinto.

PROGRAMMA COMPLETO DELLA SETTIMANA CON ‘ARTLORDS’

FLYER DELLA MANIFESTAZIONE 

Il nome ArtLords è una provocazione pacifica nei confronti dei cosiddetti war lords, i signori della guerra che ancora oggi controllano molte regioni del Paese.

Nel corso degli anni il gruppo ha dato lavoro a più di 40 persone, permettendo a molte famiglie di sopravvivere. I dipinti mirano a sensibilizzare la popolazione locale dell’Afghanistan attraverso immagini forti. I temi affrontati sono molti: dalla lotta alla corruzione alla violenza sulle donne, dal lavoro minorile alla perdita delle tradizioni afghane.

C’è anche START InSight per parlare di Afghanistan tra guerra e pace

Incontro con ArtLords
Studio Foce
02.05 | 20:00
Omaid Sharifi e Kabir Mokamel incontrano il pubblico con il supporto e la partecipazione di Chiara Sulmoni e Claudio Bertolotti di START InSight. Un evento gratuito aperto a tutti, in cui gli artisti parleranno del movimento ArtLords e del loro lavoro. Grazie agli ospiti presenti si conoscerà meglio l‘Afghanistan, territorio tra guerra e pace.

In galleria con ArtLords
Galleria Doppia V
03.05 | 18:00
Esposizione dedicata al movimento ArtLords con fotografie, libri, opere, filmati ed incontro con due suoi esponenti: Omaid Sharifi e Kabir Mokamel. Presentazione a cura di Chiara Sulmoni. La mostra rimarrà aperta fino al 07.05.2019 dalle 14:00 alle 17:00.


Afghanistan: cosa manca all’accordo tra USA e talebani? (ISPI)

Articolo originale pubblicato per ISPI, Scarica il Pdf del commentary ISPI

A un mese dal primo incontro preliminare con l’inviato statunitense per il processo di pace Zalmay Khalilzad, dal 25 al 27 febbraio e poi ancora sabato 2 marzo 2019 i talebani hanno riaperto le porte del loro ufficio politico di Doha, la capitale del Qatar. Il quinto dell’ultima serie di incontri avviati dagli Stati Uniti e dai talebani nell’estate del 2018, ma che hanno escluso il governo afghano.

I colloqui di Doha sono stati i più importanti, tra i molti avvenuti durante tutta la guerra, sia per il livello delle delegazioni, sia per i risultati in termini di convergenza di intenti, benché con tempi e modalità differenti. Colloqui che però, a fronte delle aspettative, non hanno portato a un accordo condiviso: «Finora non vi è stata convergenza su alcun accordo o documento» ha dichiarato il portavoce dei talebani, Zabihullah Mujahid, il 3 marzo. Dunque, tutto rinviato ai prossimi incontri.

L’argomento cardine dell’incontro è stato il “ritiro completo” delle truppe straniere dall’Afghanistan, conditio sine qua non imposta dai talebani per l’avvio di qualunque soluzione negoziale; da parte statunitense è stata posta la volontà di proseguire la lotta al terrorismo, più per ragioni di opinione pubblica interna – propensa a sostenere il ritiro ma non a una soluzione che renda vani i sacrifici fatti. In merito all’ipotesi di ritiro delle truppe straniere entro un limite temporale da tre o cinque anni, discussa a febbraio dagli Stati Uniti con i paesi europei, i talebani hanno precisato che tali tempistiche non sono esito dell’accordo tra le due parti.

Che qualcosa sui tavoli di Doha si stesse muovendo si era capito già il precedente 25 gennaio, quando il capo dei talebani, il mawlawì Hibatullah Akhundzada, aveva nominato il mullah Abdul Ghani Baradar – fino ad allora e per 8 anni detenuto in Pakistan – a capo della commissione politica per il negoziato con gli Stati Uniti: uno dei più esperti tra i comandanti e acuto stratega politico, è forse la figura più influente tra i vertici talebani. Un cambio al vertice che ha avuto lo scopo di lanciare un preciso messaggio: è la leadership del movimento che si siede al tavolo negoziale la cui regia è nelle mani di un altro importante e storico rappresentante talebano, Sher Mohammad Abbas Stanakzai. Una scelta che è al tempo stesso un chiaro indicatore della mediazione tra Stati Uniti e Pakistan, e il ruolo di quest’ultimo nel processo negoziale.

Chi ha preso parte ai negoziati?

La delegazione statunitense guidata da Zalmay Khalilzad era composta da 15 funzionari, tra i quali il generale Austin S. Miller, comandante delle forze militari straniere in Afghanistan. In apertura dell’incontro, Khalilzad ha evidenziato la necessità di dare al negoziato tempi dilatati ed ha manifestato la volontà di definire una road map per l’Afghanistan – sebbene la priorità sia la salvaguardia degli interessi e della sicurezza nazionale degli Stati Uniti. Obiettivi primari rispetto all’ambizione di dare al governo afghano un ruolo nel futuro del Paese.

Il mullah Baradar, investito dei pieni poteri decisionali e gestionali, ha guidato la delegazione talebana di 14 membri[1]. Il mullah Mohammad Anas Haqqani, figlio del defunto mujaheddin Jalaluddin Haqqani e fratello minore di Sirajuddin, leader della rete Haqqani e braccio destro del leader talebano, è stato l’unico membro del consiglio politico a non poter partecipare ai colloqui in quanto detenuto in Afghanistan; per lui già a gennaio il movimento talebano aveva avanzato richiesta di rilascio. 

I temi discussi

Queste le tematiche affrontate nella tre giorni di Doha: ritiro totale delle forze militari straniere secondo un calendario concordato, impegno da parte talebana ad impedire che l’Afghanistan possa ospitare gruppi terroristi, come lo Stato Islamico o al-Qa’ida, in grado di minacciare la sicurezza statunitense e degli alleati, scambio di prigionieri e cancellazione dalle black list del Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite dei vertici talebani impossibilitati a viaggiare. Infine, altri due importanti temi affrontati sono stati la possibilità di un “cessate il fuoco” e la partecipazione al negoziato del governo afghano che i talebani considerano un “fantoccio”: un elemento rilevante è  la possibile rinuncia da parte talebana ad annunciare la consueta “offensiva di primavera”.

Ruolo e diritti delle donne non sono invece nell’elenco dei temi oggetto di negoziato, né lo saranno. 

Mortificato il governo di Kabul: escluso dal tavolo negoziale

Pur escluso dai negoziati, il governo di Kabul insiste nella ricerca del più ampio sostegno possibile da parte dei gruppi di potere e delle istituzioni tradizionali; in tale ottica il Presidente Ashraf Ghani ha convocato per marzo una Loya Jirga, l’assemblea dei leader politici e tribali, per concordare la posizione negoziale del governo nei colloqui con i talebani. Kabul teme che Washington possa negoziare un ritiro improvviso, ma è anche vero che l’inclusione in un secondo momento è oggetto di negoziazione da cui i talebani trarranno ulteriore vantaggio. Apprezzato in maniera trasversale il ruolo dell’ex presidente dell’Afghanistan Hamid Karzai.

L’opzione statunitense rifiutata dai talebani

L’opzione del ritiro, sostenuta dagli Stati Uniti, si basa sul disimpegno di 7.500 militari statunitensi entro il primo semestre 2019 e dei restanti 7.000 entro 3 o 5 anni, con un impiego esclusivamente di tipo contro-terrorismo che non includa i talebani tra i target: in linea con il limite temporale del 2024, sancito sulla base degli accordi bilaterali del 2014 che garantiscono l’utilizzo delle basi strategiche da parte statunitense.

La Nato (17.000 unità a marzo 2019) rimarrebbe in Afghanistan almeno fino al 2020 con una forza residua a supporto delle forze di sicurezza afghane. Infine vi è la questione dei contractor e delle compagnie di sicurezza private: al momento 25.239 operatori, destinati ad aumentare.

Riguardo alle conseguenze, il dimezzamento delle unità militari straniere e il parallelo taglio delle risorse destinate allo sviluppo e al mantenimento delle forze di sicurezza afghane – che dipendono al 90 percento dall’aiuto economico statunitense e della Comunità internazionale – lascia prevedere un probabile collasso dell’apparato di sicurezza nazionale e il probabile passaggio di molti militari e poliziotti nei ranghi delle milizie personali dei signori della guerra o della droga o degli stessi gruppi di opposizione armata. Uno scenario che aprirà a una ulteriore situazione di caos, alimentato da nuove dinamiche competitive e conflittualità tradizionali tra gruppi di potere, gruppi tribali e attori regionali. 

Le incognite in sospeso

L’incognita principale è la rappresentatività: la delegazione a Doha ha parlato a nome di tutte le anime del movimento talebano o solamente della componente più vicina alla leadership? Il rischio è che le componenti più radicali e più giovani possano andare a rafforzare i ranghi dei gruppi che combattono il jihad globale, come al-Qa’ida e lo Stato islamico-Khorasan.

Preoccupa la sempre più massiccia presenza di jihadisti stranieri: l’Afghanistan sta vivendo l’effetto boomerang del jihadismo di ritorno. Nel Paese si sono riversati miliziani reduci della guerra in Siria: oltre agli afghani, anche uzbeki, uiguri, ceceni, arabi ed europei che non possono tornare nel vecchio continente.

Influisce, infine, la capacità talebana di muoversi con tempi molto dilatati e su più tavoli negoziali: con la Russia, la Cina e gli Stati Uniti. Così facendo hanno indebolito e diviso il fronte internazionale, togliendo agli Stati Uniti il monopolio del negoziato.

[1] Tra questi, mawlawì Ziaur Rahman Madani, mawlawì Abdus Salam Hanafi, sheikh Shahabuddin Dilawar, mullah Abdul Lateef Mansoor, mullah Abdul Manan Omari, fratello minore del fondatore dei talebani, il mullah Mohammad Omar, mawlawì Ameer Khan Muttaqi, mullah Mohammad Fazil Mazloom, mullah Khairullah Khairkhwa, mullah Noorullah Noori, mawlawì Mohammad Nabi Omari e mullah Abdul Haq Waseeq.


Afghanistan e dialogo negoziale: le incognite del ritiro imposto dai Talebani

Intervista a Claudio Bertolotti del 27 gennaio 2019; di Emanuele Valenti per Radio Popolare

La guerra afghana è una guerra ormai abbandonata.

Per la Nato e la Comunità internazionale, la guerra afghana è persa perché non può essere vinta. I talebani sono imbattuti e crescono in numero e capacità. Queste le ragioni alla base dell’apertura ai negoziati in Qatar.

Un abbandono sostanziale che ha portato le truppe a ridurre a zero le attività operative con l’avvio della missione Resolute Support nel 2015, lasciando agli Usa la condotta di azioni mirate con forze speciali e bombardamenti aerei (azioni record dall’inizio della guerra, ma con risultati assai modesti). E il presidente Ashraf Ghani a Davos lo ha evidenziato chi sta davvero combattendo la guerra sul campo di battaglia: le forze afghane, che hanno patito 45.000 caduti dal 2014 a oggi, e di questi ben 28.000 solo nel 2018.

Lo Stato afghano non è e non sarà più in grado di sostenere la pressione dei talebani, che già detengono il controllo di circa la metà del Paese. Esercito e Polizia di Kabul sono incapaci di garantire la sicurezza della popolazione afghana e stanno abbandonando le aree periferiche per concentrarsi in quelle urbane.

Lo Stato islamico sta aumentando la propria presenza, con numeri crescenti, per quanto ridotti, di combattenti stranieri e tra questi anche europei. Ma parliamo di numeri che sono di circa 2000 combattenti, contro i 50.000 talebani, gli oltre 300mila soldati afghani e i poco meno di 20.000 della Nato e degli Stati Uniti. Aumenta la componente di contractor, il che apre all’ipotesi di una privatizzazione di almeno una parte della guerra.

I talebani, a fronte di questa situazione, hanno aperto, con tempi molto dilatati, il dialogo negoziale, ma lo hanno fatto su diversi fronti: con la Russia, con la Cina e con gli Stati Uniti. Così facendo hanno indebolito e diviso il fronte internazionale impegnato nella stabilizzazione dell’Afghanistan, togliendo agli Stati Uniti il sostanziale monopolio nella condotta della guerra e nella ricerca della pace.

Gli incontri di Doha, conclusi il 26 gennaio 2019, rientrano in questa strategia multi-livello avviata dai talebani. Sono certamente gli incontri più importanti tra quelli svolti sino a ora ma, guardando al passato e ai precedenti annunci, non dobbiamo farci illusioni. Alcune incognite e perplessità si impongono.

1. Se è vero che il ritiro statunitense possa essere stato messo sul tavolo, non sono chiari né i tempi né i meccanismi per la realizzazione di tale ritiro. I 18 mesi da più parte rilanciati come tempo massimo per il ritiro sono stati bollati come falsa notizia dagli stessi talebani. Dunque, dobbiamo attendere ulteriori incontri ed è facile che questi, così come in passato, ci riserveranno grandi sorprese.

2. Il governo afghano cosa farà? Intanto si è dovuto piegare al doppio diktat talebano di rinunciare a sedersi al tavolo negoziale di Doha e di posticipare a luglio le elezioni presidenziali che erano previste per il mese aprile. Il che dimostra una sostanziale sottomissione, e una ampia disponibilità del governo, certamente anche sotto pressione da parte degli Stati Uniti.

3. E infine, l’accordo vale per tutti i talebani o per alcuni, magari anche i principali, gruppi che si riconoscono nel movimento che fu del mullah Omar, morto nel 2013, e che oggi è guidato dal mawlawì Haibatullah Akundzada al cui fianco siede Jualuddin Haqqani, a capo della nota rete Haqqani responsabile dei principali e spettacolari attacchi che vengono portati a termine nella capitale Kabul. Il rischio è che se da un lato una componente, pragmatica e per lo più appartenente alla generazione più matura dei talebani, possa effettivamente aderire al processo negoziale, possa però emergere quella componente più giovane e radicale che invece continuerà a combattere nel nome dello stesso ideale o – questo è il rischio principale – aderire al crescente gruppo Stato Islamico Khorasan, il franchise afghano del movimento già guidato da Abu Bakr al-Baghdadi in Iraq e Siria.


Trump: via le truppe dall’Afghanistan. Cosa succede ora?

Dopo l’annuncio del ritiro delle truppe americane dalla Siria fatto dal presidente Donald J. Trump attraverso twitter, è la volta dell’Afghanistan.

Facciamo il punto con Claudio Bertolotti

L’amministrazione Trump ha ordinato al Pentagono di avviare il ritiro di circa 7.000 soldati dall’Afghanistan: un cambio significativo nella strategia per l’Afghanistan che, tra rinvii e variazioni nei numeri di soldati schierati dagli Stati Uniti e dalla Nato, sembra ora dirigersi verso un punto di non ritorno per una guerra che ormai sta entrando nel suo diciottesimo anno, la più lunga combattuta dagli Stati Uniti, da sempre.

Stupore e preoccupazione da parte afghana, il cui governo e le cui forze armate a fatica sopravvivono all’espansione inarrestabile dei talebani – ormai padroni di quasi metà del Paese – e della crescente violenza del franchise afghano dello Stato islamico.

Stupore e preoccupazione anche da parte degli alleati della Nato, non coinvolta, né informata preventivamente da Washington.

Il presidente Trump ha così deciso di dimezzare il contingente statunitense, da 14.000 unità a 7.000.

Da un lato la scelta statunitense prende atto dell’impossibilità di vincere una guerra, da tempo palesemente persa; sebbene, a fronte di innumerevoli tentativi di coinvolgere i talebani in un processo negoziale non abbiano dato risultati soddisfacenti. E in fondo ai talebani non conviene scendere a patti sapendo di essere dalla parte che vincerà la guerra e annienterà il governo afghano che progressivamente si troverà sempre più solo e senza il fondamentale sostegno esterno. Ma una cosa importante è stata messa sul tavolo negoziale con questo annuncio, ossia dare ai talebani ciò che questi chiedono: il ritiro delle truppe straniere come premessa a qualunque accordo tra le parti.

Dall’altro lato impone numeri e ritmi non sostenibili: né da parte delle forze afghane, né da parte degli alleati della Nato, che da soli saranno in grado di garantire un livello di sicurezza minimale solamente per se stessi e per un periodo di tempo assai limitato.

L’annuncio del ritiro, caratterizzato da un certo grado di irrazionalità, come ormai ci ha abituati Trump, è arrivato poche ore dopo la comunicazione delle dimissioni del segretario alla Difesa Jim Mattis, che rimarrà in carica fino alla fine di febbraio, a causa dei disaccordi con il presidente in merito al suo approccio alla politica in Medio Oriente.

“La riduzione delle forze americane in Afghanistan” – ha dichiarato il portavoce del Pentagono – “è volta a rendere le forze afghane indipendenti e non vincolate al sostegno occidentale”. Ma la realtà è esattamente l’opposto: le truppe afghane, per le quali il supporto aereo e di terra statunitense è fondamentale per poter operare, collasseranno lasciando tutte le strade aperte all’insurrezione armata e al nuovo terrorismo che, dalla Siria e dall’Iraq, ha fatto affluire migliaia di reduci dello Stato islamico e pericolosi jihadisti che oggi combattono anche tra i talebani.

Quali truppe ritirerà: truppe convenzionali o forze speciali? Questo fa la differenza poiché da un lato c’è lo sforzo di Freedom’s Sentinel, operazione di contro-terrorismo focalizzata sull’annientamento di al-Qa’ida e dello Stato islamico; dall’altro lato c’è il contributo delle truppe che operano sotto la bandiera della NATO in attività di assistenza, addestramento e consulenza per le forze di sicurezza afghane.

Cosa faranno gli alleati della Nato? Gli alleati sono ora svincolati dall’impegno statunitense. Un ‘liberi tutti’ che rischia di abbandonare il paese al caos che a fatica si sta tentando di contenere (ma non fermare, data l’elevata capacità di conquistare terreno da parte della galassia talebana). Un altro fattore da porre in evidenza è il ruolo delle truppe che rimarranno: con buona probabilità garantiranno il controllo delle basi strategiche di cui gli Stati Uniti hanno il diritto di utilizzo fino a tutto il 2024 e facilmente rinnovabile).

Cosa potranno fare le forze afghane? Non molto purtroppo. Il cronico stato di incapacità operativa, le forti perdite in termini di morti, feriti, diserzioni e mancati rinnovi della ferma hanno portato nell’ultimo anno a sostituire soldati con un minimo di preparazione ad essere sostituiti con nuove reclute senza esperienza operativa. Molte delle aree periferiche del paese sono state abbandonate al loro destino, e la stessa capitale Kabul è in una sorta di assedio permanente sempre più colpita da attacchi terroristici, azioni suicide e gruppi insurrezionali.

Quale Afghanistan nel post-ritiro? Lo dico da anni: un Afghanistan molto diverso da quello che ci saremmo aspettati nel 2001. Sino ad ora è mancato il coraggio di fare una scelta e ammettere la sconfitta; Trump non arriverà a tanto per ragioni di consenso interno, ma il messaggio che sta lanciando è molto chiaro: l’impegno in Afghanistan va rimodulato perchè costa troppo in termini di risorse economiche, materiali ed umane.