HS-Spetsai-770×410

Operazione EUNAVFORMED “Irini”: limiti e criticità

di Claudio Bertolotti

Il vertice di Berlino come premessa all’operazione “Irini”

I partecipanti alla conferenza di Berlino sulla Libia del 19 gennaio 2020 si sono impegnati a rispettare e attuare pienamente l’embargo sulle armi istituito dalle risoluzioni del Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite (UNSCR) 1970 (2011), 2292 (2016) e 2473 (2019). In tale contesto, il 17 febbraio 2020 il Consiglio ha raggiunto un accordo politico per l’avvio di una nuova operazione nel Mediterraneo, finalizzata all’attuazione dell’embargo delle armi delle Nazioni Unite sulla Libia utilizzando risorse aeree, satellitari e marittime. Dopo mesi di negoziati la Grecia ha confermato l’assistenza a tutti i migranti irregolari sbarcati dalle navi militari dell’Unione Europea; questione che aveva di fatto bloccato qualunque iniziativa concreta. Questo significa, almeno formalmente, che non dovrebbero giungere in Italia i migranti irregolari eventualmente assistiti dalle navi impegnate nell’operazione.

Il 31 marzo 2020, l’alto rappresentante dell’UE per gli affari esteri e la politica di sicurezza Josep Borrell ha così annunciato l’accordo sulla creazione dell’operazione militare EUNAVFOR MED “Irini”: missione a guida italiana, con il proprio centro operativo confermato a Roma.

la missione prevede ispezioni a navi in alto mare al largo della costa libica che siano sospettate di trasportare armi o equipaggiamenti militari

Oltre alla missione principale di sostegno all’attuazione dell’embargo sulle armi dell’ONU in Libia, la missione prevede ispezioni a navi in alto mare al largo della costa libica che siano sospettate di trasportare armi o equipaggiamenti militari conformemente alla risoluzione 2292 (2016) del Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite. “Irini” ha ereditato alcuni compiti secondari dall’operazione “Sophia”, tra cui l’addestramento della Guardia costiera e della Marina libiche e i compiti di ricerca e salvataggio.

Ma “Irini”, finalizzata all’attuazione di un embargo sulle armi, non ha sinora raggiunto l’obiettivo primario e questo a causa di una debolezza politica di fondo, dovuta all’eterogeneità delle priorità date dai singoli paesi dell’unione Europea, a cui si somma una limitata capacità militare.

Obiettivi dell’operazione “Irini”

Il 31 marzo 2020, il Consiglio dell’Unione europea ha formalmente dato il via all’operazione militare della UE nel Mediterraneo EUNAVFOR MED “Irini” (in greco “pace”) per contribuire alla realizzazione dell’embargo di armi sulla Libia con mezzi aerei, satellitari e marittimi così come sanzionato dalle Nazioni Unite. L’Unione europea, intenta ad intensificare gli sforzi per far rispettare l’embargo, intende contribuire in tal modo al processo di pace in Libia, attraverso l’avvio di una nuova operazione militare nell’ambito della Politica di Sicurezza e di Difesa Comune (PSDC) nel Mediterraneo.

contrasto al traffico di esseri umani e distruzione delle reti criminali ad esso associate

L’operazione ha come fine principale l’attuazione dell’embargo anche attraverso la capacità di ispezione di navi dirette per e dalla Libia, dove vi sono ragionevoli motivi per ritenere che tali mezzi trasportino materiale direttamente o indirettamente utile alle parti in conflitto, in violazione dell’embargo; ma l’ampia azione di “Irini” prevede la raccolta di informazioni quanto più estese ed approfondite sul traffico di armi ed equipaggiamenti militari, in alto mare al largo delle coste della Libia. Inoltre, come compiti secondari, EUNAVFOR MED “Irini” svolge attività di:

– monitoraggio e raccolta di informazioni sulle esportazioni illecite dalla Libia di petrolio greggio e prodotti petroliferi raffinati:

– contributo al rafforzamento delle capacità e alla formazione della Guardia costiera libica e della Marina militare nelle attività di contrasto in mare di traffici illeciti;

– contributo al contrasto del business derivante dal traffico di esseri umani e alla distruzione delle reti criminali ad esso associate attraverso il pattugliamento aereo e navale e la raccolta di informazioni;

Il mandato dell’operazione è esteso al 31 marzo 2021 ed è sotto stretto controllo degli Stati membri dell’UE che ne esercitano il controllo politico e la direzione strategica attraverso il Comitato politico e di sicurezza (PSC), sotto la responsabilità del Consiglio e l’alto rappresentante dell’Unione per gli affari esteri e la politica di sicurezza. L’attuale operazione è spostata a Est rispetto alla precedente, “Sophia”: non più nel Canale di Sicilia, ma nelle acque tra Egitto e Creta con gli occhi puntati sulla Cirenaica.

Una situazione in progressivo peggioramento: le armi continuano ad arrivare in Libia

A seguito della trasformazione del conflitto libico, che da guerra civile si è trasformato in una “guerra per procura”, i rifornimenti militari di equipaggiamenti tecnologicamente avanzati hanno continuato ad arrivare in Libia via aerea, terrestre e marittima. Il fatto che gruppi armati non statali siano addestrati all’utilizzo di tali equipaggiamenti e sistemi d’arma è una pericolosa premessa non solo per il paese, ma anche per i paesi confinanti con la Libia: tra il 2012 e il 2014, terroristi e gruppi separatisti hanno integrato i loro arsenali con le armi provenienti dai magazzini delle disciolte forze armate libiche; ora tali armi potrebbero essere trasferite nei paesi vicini, alcuni dei quali sono sempre più alle prese con i violenti fenomeni insurrezionali che vedono, tra gli attori attivi e più pericolosi, il cosiddetto Stato islamico (IS) e al-Qa’ida.

l’embargo sulle armi riaffermato alla Conferenza di Berlino è stato violato da molti dei paesi che hanno preso parte al vertice

In tale scenario, l’ottimismo manifestato in occasione della Conferenza di Berlino appare come del tutto ingiustificato. La conferma giunge direttamente dalle Nazioni Unite: l’embargo sulle armi riaffermato alla Conferenza di Berlino è stato da allora violato da molti degli stessi paesi che hanno preso parte al vertice; molti aerei sono atterrati negli aeroporti della Libia occidentale e orientale, trasferendo armi, veicoli blindati, combattenti stranieri e “consiglieri militari”. Come riportato dalla Missione di supporto delle Nazioni Unite in Libia (UNSMIL) “molti di coloro che hanno partecipato alla Conferenza di Berlino” erano stati coinvolti nel “trasferimento in corso di combattenti stranieri, armi, munizioni e sistemi avanzati” e altre attrezzature militari (Kaim, Schulz, 2020).

Dalla teoria alla pratica: difficoltà operative e limiti politici

Dal 4 maggio la missione dell’Unione Europea EUNAVFORMED “Irini” ha iniziato le attività in mare nella propria area di operazione ma, nonostante l’ottimismo con cui la missione ha preso il via, le differenti visioni dei paesi europei hanno imposto fin da subito limiti evidenti: le navi greca (“Spetsai”, classe “Hydra”) e francese (“Jean Bart”, classe “Cassard”) si sono unite all’operazione alla fine di maggio, mentre Malta, che aveva promesso personale imbarcato appositamente addestrato per la missione, ha successivamente ritirato la propria partecipazione in quello che può essere letto come un apparente tentativo di influenzare il Governo di Accordo Nazionale di Tripoli (GNA) e la Turchia.

Uno schieramento ridotto nelle risorse, sottodimensionato nelle capacità e debole

Alle fregate greca e francese e a un piccolo aereo da ricognizione marittima messo a disposizione da Lussemburgo e Polonia, insieme all’aereo da pattugliamento marittimo P-3C “Orion” tedesco, a luglio si è unita la nave italiana “San Giorgio” e, ad agosto, la tedesca “Hamburg” – una fregata classe “Sachsen” – con a bordo 250 militari; da parte italiana sono resi disponibili inoltre un drone per operazioni di sorveglianza, e le basi logistiche di Augusta, Pantelleria e Sigonella. Inoltre, un aereo P72 da pattugliamento marittimo, un velivolo per l’air early warning (Aew), e un sottomarino “saranno disponibili occasionalmente in supporto”. Uno schieramento che, sebbene il comandante dell’operazione abbia definito “presto capace di raggiungere la piena capacità operativa” (Pioppi, 2020), è di fatto molto ridotto nelle risorse, sottodimensionato nelle capacità rispetto agli obiettivi e reso debole dalla scarsa coesione politica dei 27 partner europei.

La sfida militare della Turchia all’Unione Europea

Il 10 giugno 2020, la fregata greca “Spetsai”, sotto comando italiano e impegnata nel tentativo di controllare il mercantile “Cirkin”, partito dalla Turchia e sospettato di trasportare armi a Tripoli, è stata contrastata nel golfo di Sirte dall’intervento diretto di un’unità militare di Ankara, impegnata nella scorta dello stesso mercantile (Hassad, 2020). Una seconda unità militare turca avrebbe inoltre avviato una manovra di avvicinamento alla fregata di Atene dopo il sorvolo da parte di un elicottero greco del “Cirkin”. L’evento si sarebbe concluso con l’azione turca di inquadramento radar della nave greca: premessa alla minaccia di apertura del fuoco che ha imposto alla “Spetsai” di ritirarsi.

Il mercantile “Cirkin”, battente bandiera della Tanzania, poi giunto senza rallentamenti nel porto di Tripoli l’11 giugno (il giorno successivo all’incidente), risulta essere partito dal Mar di Marmara, a sud di Istanbul, dopo essere stato attraccato in un porto “roll-on roll-off” (RORO) per un carico di armi, equipaggiamenti e mezzi pesanti, compresi veicoli corazzati trasferiti dalla vicina base militare dell’esercito turco. Il mercantile, varato nel 1980, con una lunghezza di 100 metri e un carico massimo di 4.000 tonnellate, è di fatto un cargo turco, già utilizzato in precedenza da Ankara per il trasporto di veicoli corazzati ed equipaggiamenti destinati al GNA.

L’incidente conferma i limiti politici e operativi dell’operazione europea

L’evento, che ha anticipato un analogo fatto che ha visto coinvolta la nave francese (anch’essa “minacciata” da una nave turca), è stato denunciato dalla Grecia come violazione dell’embargo delle Nazioni Unite, mentre la risposta turca ha evidenziato che essendo la “Cirkin” sotto la protezione della Turchia non era necessario l’intervento dell’operazione “Irini”. La Turchia, che ha di fatto messo a nudo le criticità dell’operazione europea nel Mediterraneo e ne ha denunciato la “faziosità e l’unilateralità a favore del generale Khalifa Haftar”, ha suggerito la creazione di un nuovo meccanismo da parte delle Nazioni Unite.

L’incidente, che solo in Grecia ha ottenuto un’ampia eco mediatica, è una conferma dei limiti politici, prima ancora che operativi, dell’operazione “europea e del suo obiettivo di imporre un embargo militare in Libia che, di fatto, al momento non è efficace lungo le rotte navali e non perseguito sui rifornimenti di armi ed equipaggiamenti che giungono alla fazione guidata dal generale Haftar via terra dall’Egitto e via aerea dalla Russia.

I due punti deboli di “Irini”

Il fatto che l’operazione “Irini” sia impegnata prevalentemente nell’attività di contrasto navale alle violazioni dell’embargo solleva interrogativi sulla sua reale efficacia. Due i punti di ingresso in Libia per gli aiuti militari alle due fazioni: il confine marittimo occidentale, che la Turchia ha usato per inviare armi, equipaggiamenti e combattenti al GNA, e il confine orientale, usato dall’Egitto e dagli Emirati Arabi Uniti per sostenere l’Esercito Nazionale libico (LNA) guidato da Haftar. Se l’Egitto e gli Emirati Arabi Uniti intendono trarre vantaggio dalla situazione, la Turchia non ha altra scelta che rifornire Tripoli di armi via mare, attraverso l’area che l’UE si è impegnata a controllare.

Nel merito il ministro degli Esteri turco Mevlut Cavusoglu ha lamentato che “la missione dell’UE non ha fatto nulla per fermare le spedizioni di altre potenze in Libia”, incluse “le armi che sarebbero state inviate dalla Francia ad Haftar”. Per contro, la Francia, che nega il supporto di Haftar ma è da tempo sospettata di favorirlo, ha espresso rabbia dopo che lo scorso 17 giugno la fregata “Courbet” è stata oggetto di “inquadramento radar” da parte delle fregate turche durante l’ispezione di un mercantile diretto in Libia.

Dell’operazione europea ha parlato anche il ministro degli Esteri Luigi Di Maio, evidenziando cosa essa non è e cosa non può fare: “Non si tratta di un blocco navale. Il quadro normativo internazionale include il blocco navale tra i metodi di guerra. Quindi, il blocco rappresenta una misura adottabile solo nel corso di conflitti armati internazionali. “Irini” prevede esclusivamente misure selettive, legittime e pienamente rispettose del diritto internazionale, finalizzate a promuovere il ritorno della pace e della sicurezza in Libia” (di Feo, 2020). Un’affermazione, quella del ministro degli esteri italiano, che conferma implicitamente i limiti strutturali di un’operazione che nasce con due criticità per l’imposizione di un effettivo embargo sulle armi in Libia

Le due criticità: l’attuazione e la difficoltà di allargare il monitoraggio alle frontiere terrestri

La prima criticità è l’attuazione. L’operazione della UE e degli Stati che hanno aderito alla decisione del Consiglio di sicurezza si limita a far rispettare l’embargo sulle armi lungo le rotte marittime. Il Consiglio di sicurezza ha invitato gli Stati a ispezionare tutti i carichi da e per la Libia “nel loro territorio, compresi porti marittimi e aeroporti” se in possesso di informazioni utili a confermare o valutare come possibile la presenza di armi. L’assenza di un quadro giuridico e di un accordo per operare in territorio libico o nei Paesi ad esso confinanti, ha dato la possibilità agli Stati decisi ad infrangere l’embargo di fornire direttamente armi alle parti in conflitto via terra, mare e aria.

La seconda criticità è rappresentata dalla possibilità di allargare il monitoraggio alle frontiere terrestri della Libia, dunque con personale UE a terra, ma solo in caso di richiesta delle autorità locali. Se fino ad oggi era difficile pensare che le due fazioni, Tobruk e il GNA di Tripoli, potessero trovassero un accordo in tal senso, il cessate il fuoco annunciato il 21 agosto da al-Sarraj e Aguila Saleh, portavoce della Camera dei rappresentanti di Tobruk, apre a qualche possibilità (un’ipotesi a cui si somma la possibilità di dimissioni da parte dello stesso al-Sarraj e di un possibile cambio alla guida del GNA, di cui sono circolate voci il 15 settembre). Ad oggi però, in assenza dell’autorizzazione del Consiglio di sicurezza o il consenso delle parti libiche, l’UE non può condurre attività di sorveglianza nello spazio aereo libico, né tanto meno fermare la fornitura di armi per via aerea o imporre l’embargo sulle armi a terra in Libia. Poiché la maggior parte delle armi destinate alle forze del generale Haftar sono trasportate via terra o via aerea, una più severa applicazione dell’embargo sulle armi in mare svantaggia in maniera rilevante il GNA che viene rifornito prevalentemente dalla Turchia attraverso la rotta marittima.

Tuttavia, ci si può chiedere se l’operazione dell’UE non sarà altro che simbolismo, poiché gli Stati membri dell’UE difficilmente saranno disposti a impegnare le risorse navali e di sorveglianza necessarie per applicare efficacemente l’embargo sulle armi.

Analisi, valutazioni, previsioni

Nonostante l’embargo sulle armi approvato dalle Nazioni Unite e parzialmente realizzato dall’operazione “Irini”, la Turchia ha firmato un accordo di cooperazione militare con il GNA e ha inviato droni, veicoli corazzati, mercenari siriani e consiglieri militari turchi a sostegno del governo libico guidato da al-Sarraj, impegnato a contrastare le forze di Haftar. Un sostegno che ha cambiato gli equilibri sul campo, imponendo al LNA di ritirarsi dall’ovest del paese dopo un tentativo fallito di catturare Tripoli, poi trasformatosi in un assedio logorante durato oltre un anno.

È chiaro che con le attuali regole non sarà possibile fermare il flusso di armi e materiali dalla Turchia che ha reso possibile la battuta d’arresto imposta al generale Haftar e consolidato la posizione e il ruolo di Ankara a Tripoli, così come confermato dalla cessione del porto di Misurata alla Turchia e il contemporaneo allontanamento dell’Italia dalla stessa area.

senza una capacità di effettivo intervento e di contrasto alle violazioni dell’embargo la deterrenza viene meno

L’obiettivo di “Irini” è la realizzazione di una barriera deterrente: ma senza una capacità di effettivo intervento e di contrasto alle violazioni dell’embargo la deterrenza viene meno e impone all’Europa una posizione dalla quale potrà al massimo documentare l’impegno bellico della Turchia, prendendo atto del suo trionfo in Libia.

L’impatto complessivo di “Irini” sugli obiettivi prioritari della missione, alla luce di un’assenza di controllo delle rotte terrestri e aeree – ma anche marittime – attraverso le quali tali equipaggiamenti possono giungere, e ad oggi giungono, alle parti in Libia, è al momento parziale. La missione UE, se è parte di una strategia ampia, che deve essere definita e implementata, allora può avere successo. Altrimenti no.

Come recentemente suggerito dall’European Council for Foreign Affairs (ECFR), l’Italia dovrebbe cogliere l’opportunità offerta dalla presidenza tedesca del Consiglio dell’Unione Europea per creare una piattaforma dalla quale possa, insieme agli alleati, far rispettare le norme internazionali sul conflitto, mediare tra i competitor internazionali impegnati ad alimentare la guerra per procura in Libia e dare il via a una nuova conferenza delle Nazioni Unite sulla Libia. Un impegno in questa direzione renderebbe vani gli sforzi della Russia, intenta a prolungare la guerra, e potrebbe colmare il vuoto tra la Turchia su un fronte e gli Emirati Arabi Uniti e l’Egitto sull’altro. La recente risoluzione 2473 (2019) del Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite a sostegno dell’operazione “Irini” può essere un ottimo punto di partenza per rafforzare (o creare) una visione politica europea che possa trasformarsi in azione diplomatica e militare. In tale quadro, per i paesi dell’Unione sarebbe auspicabile l’avvio di una vera operazione, imparziale ed equilibrata, basata su una strategia condivisa che possa concretamente realizzare gli impegni della Conferenza di Berlino, che sono a premessa dell’operazione “Irini”. Per fare ciò, l’embargo non potrà che essere esteso alle vie di accesso aeree e terrestri, e non limitato a un mero e parziale sforzo navale (Varvelli e Megerisi, 2020).

analisi pubblicata sull’Osservatorio Strategico Ce.Mi.S.S. N° 2/2020




There are no comments

Add yours